Stasera a teatro “Il paese più sportivo del mondo”. Ingresso libero

Stasera al Teatro Caos di Chianciano Terme, dalle 21:15 sarà rappresentato per la prima volta “Il Paese più sportivo del Mondo”, racconto a due voci con Lorenzo Bartoli e Alessandro Waldegram, tratto dall’omonimo libro di racconti scritto da Riccardo Lorenzetti. Regia di Manfredi Rutelli.

Esiste un piccolo paese, da qualche parte di una Toscana più immaginaria che reale, dove andresti ad abitare domani mattina. Non ha un nome. Sappiamo che lo chiamano “il paese più sportivo del mondo”, ed a pensarci bene il nome non è affatto importante. Perché importanti sono, in realtà, i personaggi che lo abitano. Che gli danno colore e spessore. Che raccontano storie alle quali non sarà difficile affezionarsi, perché sono storie che parlano di noi. Ci raccontano nel profondo di come siamo e, forse, anche di come vorremmo e dovremmo essere. Lo sport, e la sua epica fiammeggiante, è il veicolo ideale per capire cosa succede in questo piccolo paese.
E allora ecco che vengono fuori memorabili corse di biciclette e indimenticabili tornei di biliardo. C’è la fenomenale coppia-gol di una squadra amatoriale e gare di corse campestri per bambini, occasione di integrazione tra culture diverse.

Ma soprattutto, ci sono i “motori” delle storie, che sono gli abitanti del paese, maestri elementari e contadini, segretari comunali e preti, bottegai e bariste prosperose. Il paese più sportivo del mondo racconta queste storie qui, dove ognuno è a suo modo protagonista di qualcosa che passa alla storia. E se non proprio passa alla storia (con la Esse maiuscola) entra a far parte della piccola cronaca romanzata e di una vita vissuta comunque con la voglia di esserci.
È un mondo in miniatura dove ha ancora un senso l’amicizia e la parola data. Dove i rapporti umani sono lì, belli e intangibili, con le loro contraddizioni, i loro litigi ma anche con la consapevolezza che siamo uomini. E, come tali, destinati a vivere insieme alla gente, che notoriamente ha pregi e anche difetti.
Ma sempre meglio che chiudersi dentro una torre d’avorio.

Quei libri di pugilato raccontano la grande storia della vita

Non esistono libri di boxe. Ci sono tanti  romanzi che, attraverso il pugilato, raccontano la grande storia della vita. Molti combattimenti sono incredibili avventure, perché sul quadrato i pugili non salgono solo con il proprio corpo, ma portano con lassù le esperienze della loro esistenza, la personalità, le paure, i sogni.
Per capire meglio il concetto, bisogna leggere Joyce Carol Oates, americana, autrice di settanta romanzi. Insegnante di scrittura creativa alla Princeton University. Nel 1987 ha composto un saggio, intitolato semplicemente “Sulla boxe”, indispensabile strumento per chiunque voglia conoscere la forza letteraria del pugilato.
Scrive la Oates.
“Nessun altro soggetto è, per lo scrittore, così intensamente personale come la boxe. Scrivere di pugilato significa scrivere di se stessi; e scrivere di pugilato ci obbliga a indagare non solo la boxe, ma i confini stessi della civiltà, cos’è o cosa dovrebbe essere umano. Anche se un incontro di boxe è una storia senza parole, ciò non significa che non abbia un testo o un linguaggio, che, in qualche modo, sia rozza, primitiva, inarticolata. Significa soltanto che quel testo è improvvisato nell’azione; il linguaggio è un raffinato dialogo tra pugili (tanto neurologico che psicologico, un dialogo di riflessi istantanei) che si svolge in adesione concorde nell’arcano volere del pubblico”.


Ernest Hemingway, che la fisicità della boxe ha voluto sperimentarla anche sul ring, ha tra i suoi scritti, due storie: “The battler” e “Fifty Grand” inserite in uno dei suoi libri più belli: “I 49 racconti”.
Jack London, autore di Zanna Bianca e Martin Eden, giornalista sportivo e narratore di match famosi, ha scritto “The Mexican” e “A piece of steak”.
Sono affascinato dal racconto intitolato “Una bistecca”. Storia di un pugile a fine carriera che si batte per dare da mangiare alla famiglia. Al pomeriggio della sfida, che potrebbe regalargli qualche giorno di serenità, sogna un vero pasto. Ma non ha i soldi per permetterselo.
Affronta un giovane peso massimo. Forte e senza nessuno problema che gli pesi sulle spalle. Soffre, subisce, poi, quando la fatica livella i valori, esperienza e tecnica lo portano a un passo dalla vittoria. L’altro va giù, sembra soccombere, ma riesce a tirarsi su e a vincere. Sarebbe bastata un po’ di forza in più e il match, assieme alle trenta sterline per tirare avanti lui e tutta la famiglia, sarebbe stato suo.


Scrive London.
“Tornò con la mente a quell’attimo dell’incontro in cui aveva tenuto sul filo della sconfitta un Sandel vacillante e annebbiato. Cristo, con quella bistecca ce l’avrebbe fatta! Gli era mancata proprio quella bistecca per il colpo decisivo, e aveva perso. Tutto per quella bistecca”


Attraverso la boxe si raccontara la vita. Prendete “Million dollar baby”, la storia inserita nel libro “Lo sfidante” di F.X. Toole, nome d’arte di Jerry Boyd scrittore con un passato da allenatore.
Quella che Maggie Fitzgerald e il suo maestro Frankie Dunn mettono in scena è la rappresentazione della solitudine, di quanto si possa essere soli in un mondo in cui nessuno crede sia giusto regalare un minuto agli altri. Loro, attraverso la boxe, riescono a scacciare questa triste sensazione, a diventare una famiglia. Non nel senso comune del termine, ma in quello più alto, spirituale. È l’essenza stessa del pugilato ad avvicinarli. Ma dura poco, perché la vita spesso prende più di quanto dia. Un incidente, figlio di una scorrettezza dell’avversaria, trasforma Maggie in un essere vegetale, incapace di gestire se stessa. E lei chiede a Frankie un ultimo atto d’amore. Il vecchio manager, dopo una lacerante crisi di coscienza, accetta di aiutarla a morire.
Scrive Toole.
“L’ombra fugace di un’ala di uccello si stagliò sulla parte opposta e passò attraverso il vetro della finestra. Frankie richiuse l’occhio con la punta di un dito, e si accertò che il polso di Maggie si fosse fermato. Con le scarpe in mano, ma senza più l’anima, scese silenziosamente lungo le scale posteriori e se ne andò, gli occhi asciutti come una foglia in fiamme”.


Il pugilato è argomento ideale per un testo teatrale. Pensate al mondiale tra George Foreman e Muhammad Ali, 30 ottobre 1974. Due protagonisti assoluti nel cuore dell’Africa nera. Entrambi afro-americani, ma agli occhi degli spettatori George Foreman è il bianco che ha tradito i fratelli. Ali è invece il compagno che ognuno di loro vuole accanto. Il tifo è solo per lui. Arrivano ad urlare la rabbia in un canto di distruzione.
“Ali bumaye, Ali bumaye”.
Ali uccidilo, Ali uccidilo.
Foreman picchia per otto round, l’altro subisce, lascia sfogare la furia senza logica del campione, poi lo porta sull’orlo del burrone, lo fa dubitare di se stesso. E alla fine lo spinge giù.
“Nella boxe niente è gratis, tranne il dolore”, commenterà Big George Foreman.
Quell’incontro offriva spunti ideali per un libro. E Norman Mailer, agitatore del mondo letterario americano, vincitore del Pulitzer nel 1969, non si è fatto sfuggire l’occasione. “La sfida” racconta quella che sembra essere la geniale intuizione di un artista ed è invece più semplicemente la narrazione della realtà interpretata da uno scrittore.
Scrive Mailer.
“La stagione delle piogge, con due settimane di ritardo, si era abbattuta sullo stadio. Le acque del Cosmo erano scese sul Congo. La stagione delle pioggie era arrivata e le stelle del paradiso africano erano venute giù”


Non è la sceneggiatura di un’opera teatrale che pretende un epilogo simbolico, con l’acqua che arriva a sommergere ogni bruttura. È solo la rappresentazione artistica della realtà.
La letteratura non ha fatto altro che osservare questo mondo, cercare di capirlo per poi raccontarlo con l’arte dei suoi cantori. L’ha fatto con grande senso artistico Joe R. Lansdale in “L’anno dell’uragano”. Scrittore di noir, vincitore dell’American Mistery Award, autore di decine di romanzi, Landsdale narra una vicenda che ha come scenario l’America di inizio Novecento e come tema l’infinità volgarità del razzismo.
Scrive Landsdale.
“La folla era rada ma rumorosa. Abbastanza rumorosa da far dimenticare a ‘Lil’ Arthur la tempesta che infuriava di fuori. La folla continuava ad urlare: “Ammazza il negro”, e aveva preso a scandire in coro “I negri sono tutti uguali”, una canzoncina orecchiabile che ‘Lil’ Arthur non riusciva a non farsi piacere”


Le storie di boxe americana raccontano spesso la drammatica volgarità delle lotte tra bianchi e neri, mentre da noi narrano più frequentemente il film di una guerra antica e mai finita. Quella tra ricchi e poveri. Lo fa con mano da artista Pietro Grossi in “Pugni”, un libro in cui parla della sfida tra un ragazzo soprannominato “Il Ballerino”, bravo, ricco e insicuro, e un altro che tutti chiamano “La Capra”, povero, sordo e forte. Entrambi conoscono solo il linguaggio della boxe per riuscire ad esprimersi.
Scrive Grossi.
“Se devo pensare al momento più duro della mia vita, se devo isolare un attimo della mia esistenza e stupidamente attaccargli il cartellino del più duro di tutti, devo attaccarlo a quei sei o sette minuti lassù sul ring, quella quarta e quinta ripresa. La Capra non era più quel ragazzo sordo con la fronte come un muro e gli occhi bui che faceva il pugile, la Capra era d’un tratto la vita stessa, che mi aveva preso e portato fuori da quel mondo di balocchi in cui ero un fenomeno”.
Ma la forza espressiva del pugilato non si ferma a fornire spunti per la narrazione delle intricate vicende dei singoli come rappresentazione della scena generale. Ha la capacità di andare oltre, di disegnare lo scenario di un’intera società.
È quello che fa un grande giornalista, premio Pulitzer nel 1994 e direttore del New Yorker, come David Remnick in “Il re del mondo”. Il più bel libro a sfondo pugilistico che abbia mai letto. È la storia della società americana, narrata seguendo il percorso di vita di Muhammad Ali. Lì dentro c’è tutto. L’economia degli Stati Uniti, i segreti dei Presidenti, il razzismo che offende le coscienze, il Vietnam, il Black Power, ancora Malcom X ed i Mussulmani neri. Un percorso disegnato da un maestro che usa i pennelli dell’anima per dipingere le storture di una società.
Scrive Remnick.
“Clay era il mio nome da schiavo” mi dice sottovoce mentre, con l’avanzare del pomeriggio, la stanchezza si faceva sempre più visibile sul suo viso. Sta per attaccare uno dei suoi più vecchi ritornelli. “Senti dire Kruscev e sai che è un russo. Ching ed è cinese. Goldberg, ebreo. Che cosa è Cassius Clay? E’ una cosa che salta agli occhi. George Washington non è il nome di un nero. E’ una cosa che balza agli occhi. L’Islam era forte e potente. Era una cosa che potevo toccare con mano. Da piccolo avevo imparato che Gesù Cristo era bianco, tutti quelli dell’Ultima Cena erano bianchi. Poi arrivano questi mussulmani e mettono in discussione le cose. E io credo di aver dato il mio contributo”.
La violenza è la causa delle critiche più severe nei confronti del pugilato. Ma i più tenaci detrattori sono quelli che si fermano al primo livello di lettura, quelli che non vanno a scavare nell’anima dei pugili e del mondo.
Scrive Joyce Carol Oates.
“Uomini e donne che non abbiano ragioni personali o di classe per provare rabbia, sono inclini a respingere questa emozione o, addirittura, a condannarla pienamente negli altri. ….Eppure questo mondo è concepito nella rabbia, nell’odio e nella fame, non meno di quanto sia concepito nell’amore: e questa è una delle cose di cui la boxe è fatta. Ed è una cosa semplice che rischia di essere trascurata. Quelli la cui aggressività è mascherata, obliqua, impotente, la condanneranno sempre negli altri. E’ probabile che considerino la boxe primitiva, come se vivere nella carne non fosse una proposta primitiva, fondamentalmente inadeguata a una civiltà retta dalla forza fisica e sempre subordinata a essa: missili, testate nucleari. Il terribile silenzio ricreato sul ring, è il silenzio della natura prima dell’uomo, prima del linguaggio, quando il solo l’essere fisico era Dio…”


In “Stanley Ketchel” racconto la tragica storia di un campione protagonista sulla scena dei primi del Novecento. Un uomo travolto dalla violenza per tutta la giovane vita, uno che ha vissuto inseguendo dignità e rispetto sul ring, temendo che un solo colpo potesse ricacciarlo indietro in quel passato che gli faceva così paura. Non sapeva chi fosse suo padre, ignorava quale fosse il suo vero nome. Morirà ucciso da un marito geloso a soli 24 anni.
Scrivo.
“Nel pugilato non c’è dolore, nessuno sul ring lo sente. Il dolore arriva quando ti rendi conto che non puoi vincere, è il sapore amaro della sconfitta il dolore più forte. La ferita, il colpo allo stomaco, il pugno potente sono dolori che non vengono avvertiti dal pugile. Le sofferenze fisiche arrivano la mattina dopo, quando ti sembra che ogni parte del tuo corpo voglia urlare per i colpi presi la sera prima. Anche un sospiro provoca fitte lancinanti. Ma sul ring la sofferenza è soltanto per il risultato. Il pugile ha paura, ma non di farsi male. Ha paura di perdere. Non viene sconfitto solo il suo orgoglio, non perde soltanto il match. Con la sconfitta vede sparire una parte del suo futuro e torna a un passo dalla miseria da dove ha cominciato”.


Jack La Motta nell’autobiografia “Toro scatenato”, scritta dai giornalisti Joseph Carter e Peter Savage, racconta una vita di sofferenza, come sofferti sono stati i suoi combattimenti contro il più grande pugile di tutti i tempi: Ray Sugar Robinson. Tanto violento, irruento, folle era La Motta. Quanto talentuoso, ordinato, agile e fantasioso Robinson.
Scrive La Motta.
“Sarà la famiglia da cui vengo. Tutto quello che ricordo, da quando ero ragazzino in poi, è che facevo a botte e strillavo e lavoravo e rubavo e più di tutto facevo a botte. E il mio vecchio che mi menava….Deve sempre prendere a botte qualcuno, mia madre o noi ragazzi. Me non più, di certo. Perché adesso sa che se prova a mettermi un dito addosso lo butto giù dalla finestra”.
Ultima citazione, ovviamente di Joyce Carol Oates.
“Sul ring, inondato da una luce abbagliante, l’uomo celebra un rito atavico, offrendo una misteriosa consolazione a quanti possono partecipare al dramma soltanto attraverso un altro: il dramma della vita nella carne. La boxe è diventata il teatro tragico dell’America”.

I miei preferiti.

David Remnick: “Il più grande”
David Fauquenberg: “Mal tiempo”
Joe R. Lansdale: “L’anno dell’uragano”
FX Toole: “Lo sfidante” (poi Million Dollar Baby)
Leonard Gardner: “Città amara”
Norman Mailer: “La sfida”
Jack LaMotta: “Toro scatenato”
Pietro Grossi: “Pugni”
Joyce Carol Oates: “Sulla boxe”
Jack London: “La bistecca”

I miei libri sulla boxe.

Anche i pugili piangono (Sandro Mazzinghi)
Meraviglioso (Marvin Hagler)
Monzon (Il professionista della violenza, con Riccardo Romani)
I pugni degli eroi (con Franco Esposito)
Dodici giganti (sui pesi massimi)
L’oro dei gladiatori (Giochi di Roma 1960)
Saper vedere un incontro di pugilato
Uomini e pugni (con Roberto Fazi)
Stanley Ketchel (E chiamavano me assassino)
A modo mio (Simona Galassi, con Flavio Dell’Amore)
Non fare il furbo, combatti
Il match fantasma (Foreman vs Tyson)
Che lotta è la vita (Emanuele Blandamura)
Pugili (campioni, uomini d’angolo, ring announcer)

In uscita.

Eravamo l’America (novembre 2019)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ivanisevic, Wimbledon 2001. Sette frasi per capire meglio il… Goran pensiero

La mia regola è usare soltanto parole 
che migliorino il silenzio.
(Eduardo Galeano)

Sette frasi per capire meglio GORAN IVANISEVIC.

7.
«Essere papà è fantastico ma c’è un problema. Lei non dorme. Di notte è come se si trasformasse in un vampiro. Si sveglia cinque o dieci volte, chiedendo qualsiasi cosa, cantando, chiamando. Se accade solo cinque volte in una notte è come se avessi vinto la lotteria. Ho provato a urlare, ma se urlo è ancora peggio, lei inizia a piangere e urlare più di me, così le do solo quello che vuole. Forse tra 10 anni dormirà tutta la notte».
(a Nick Harris, Independent, 28 novembre 2005)

6. 
«Balotelli mi piace da morire. Lo metterei sempre in squadra perché può decidere sempre. Vorrei conoscerlo, davvero, mettiamo sul tavolo tutte le nostre personalità e vediamo quant’è grande il tavolo».
(a Vincenzo Martucci, Gazzetta dello Sport, 27 giugno 2012)

5. 
«Sulla terra forse il tennis si gusta di più, ma se permettete a me non interessa, io vado in campo per vincere, non per piacere agli spettatori. Quando gioco un’esibizione scherzo, ma è a Wimbledon che stiamo giocando. Devo divertirmi io, non gli spettatori».
(a Roberto Perrone, Corriere della Sera, 27 giugno 1992)

4. 
«Mio padre mi ha detto: se vuoi colpire un dritto, fallo e basta. È solo una pallina da tennis, non un fantasma».
(a Gaia Piccardi, Corriere della Sera, 9 febbraio 2004)

3.
«Cosa non mi piace nel tennis? L’abitudine di usare l’asciugamano dopo ogni punto. È disgustosa, si perde tempo. Un doppio fallo e un asciugamano, una risposta in rete e un asciugamano…».
(a Stefano Semeraro, La Stampa, 28 giugno 2012)

2.
«Era come una tragedia greca, un film western. Rafter era lì, ma era come se non ci fosse. Era il mio mortale nemico in un duello sotto il sole, ma così lontano che forse mi stavo sbagliando: forse ero sempre io, forse mi stavo guardando allo specchio…».
(a Leonardo Colombati, Il Sole 24ore, 27 settembre 2017)

1.
«Ho guardato in alto al momento del primo match point: Signore, se sbaglio il primo servizio, fammi tirare una seconda molto forte. E fa’ che sia buona. Ma è stato un doppio fallo. Allora ho detto: forse il Signore è a pranzo e non mi vede. Poi ho fatto ace con la seconda di servizio e ho pensato: okay, ora è tornato. È solo grazie a lui se sono in finale. Mi ha dato un’altra opportunità. Ha detto: ragazzo sei così noioso, sempre a chiedere un’altra possibilità. Ma sono buono e voglio dartela. Speriamo continui così».
(Goran Ivanisevic, dopo la semifinale)

Ivanisevic vs Rafter, 18 anni dopo la finale di Wimbledon, il 17 luglio a Umago

A distanza di diciotto anni, Goran Ivanisevic e Patrick Rafter torneranno a sfidarsi su un campo da tennis.
L’ultima volta è accaduto il 9 luglio 2001, in una fantastica finale di Wimbledon vinta dal croato in cinque set appassionati come un ottimo thriller (6-3 3-6 6-3 2-6 9-7).
Il 17 luglio si affronteranno allo stadio di Umago, sul Centrale dedicato a Goran dopo la vittoria sull’erba londinese. L’esibizione avrà inizio attorno alle 22:00.
Dice Ivanisevic sul sito ufficiale del torneo ATP 250 Plava Laguna Croatia Cup: “È un sogno che diventa realtà. Non vedo l’ora di giocare ancora questa partita, farlo in Croazia sarà davvero speciale per me. Un grande ringraziamento a Patrick che arriverà dall’Australia proprio per questa occasione. Grazie a Umago e a tutte le persone che hanno reso possibile l’evento, sono sicuro che ci divertiremo”.
Felice anche Rafter: “Goran è un grande amico, non vedo l’ora di essere in Croazia. Abbiamo cercato di coordinare i nostri programmi per almeno un paio d’anni, così potrò finalmente vedere quanto sia bello quel Paese e finalmente riuscirò a capire perché i giocatori parlino così bene del Torneo di Umago”.
Wimbledon 2001 è stato l’ultimo torneo che Goran Ivanisevic è riuscito a vincere in carriera.
Ha giocato nel circuito ATP sino al 2004.
Nel 2005 è stato membro della squadra croata nella finale di Coppa Davis contro la Slovacchia a Bratislava. La Croazia ha vinto 3-2. Lui non ha giocato, ma ha ricevuto la medaglia e il suo nome è scritto sul trofeo assieme a quelli di Mario Ancic, Ivo Karlovic, Ivan Ljubicic e del capitano Nikola Pilic.
Da settembre 2013 a luglio 2016 è stato l’allenatore di Marin Čilić, che nel 2014 ha vinto gli US Open. Poi è diventato il coach di Tomáš Berdych. Dal 2018 a marzo 2019 è stato con Milos Raonic.
Subito dopo Wimbledon 2001 ha ricevuto l’offerta per un contratto a breve termine con l’Hajduk Spalato, squadra calcistica per cui ha sempre fatto il tifo.
“Avevo due sogni nella vita: vincere Wimbledon e giocare una sola volta con l’Hajduk, mi bastavano tre minuti”.
Ha partecipato a un match di esibizione nell’ottobre 2002, nelle file della Croazia del ’98 contro una squadra di star mondiali, per celebrare l’ultima partita di Zvonimir Boban. Goran ha segnato il gol dell’1-1, la partita si è chiusa sul 2-1 in favore delle stelle internazionali.
Patrick Rafter nel 2001 è stato finalista a Cincinnati e Montreal, ha vinto a Indianapolis. A dicembre 2002, dopo un’intera stagione senza giocare a causa di infortuni vari, ha annunciato il ritiro.
È stato capitano di Coppa Davis per l’Australia dal 2010 al 2015.
Goran Ivanisevic ha 47 anni, Patrick Rafter è un anno più giovane.

Il torneo di Wimbledon 2001 è il tema centrale del mio ultimo libro: “L’estate di Goran” (210 pagine, Edizioni Slam/Absolutely Free, 18 euro), reperibile nelle migliori librerie e sui principali siti di vendita online.

 

 

Giovedì in libreria “L’estate di Goran”, il trionfo di Ivanišević a Wimbledon 2001

È l’estate del 2001.
Un tennista croato, dopo avere perso tre finali, vince a sorpresa Wimbledon. Nessuna wild card c’era riuscita prima, nessuna ci riuscirà dopo.
È il torneo in cui il mondo scopre Roger Federer che, non ancora ventenne, elimina Pete Sampras: l’uomo che aveva alzato sette volte il trofeo nelle ultime otto edizioni.
Ma è soprattutto il momento di Goran Ivanišević. Ha sempre giocato per gli altri: per la sorella malata, per la patria, per il papà sofferente.
È arrivato il momento di giocare per se stesso.
Per centrare l’impresa, riesce a mettere d’accordo le tre personalità che si agitano in lui: i tre Goran da sempre in lotta tra loro. Ce la fa, elimina Jonsson, Moya, Roddick, Rusedski, Safin, Henman. Supera in finale Patrick Rafter in cinque set avvincenti come un thriller.
Il libro racconta i protagonisti di quel fantastico Wimbledon: Federer, Agassi e Sampras inclusi. E poi le superstizioni, i pensieri, le paure, i retroscena.
In questa storia si muovono anche due giovani tifosi croati che hanno chiesto per regalo di nozze i biglietti del torneo; un portiere d’albergo napoletano dall’animo poetico; un barista rumeno che parla in perfetto romanesco; due gemelli indiani che gestiscono un’edicola sempre aperta.
Nelle oltre duecento pagine c’è un po’ di boxe, non riesco a farne a meno. Alcuni personaggi (Ali, Benvenuti, De Piccoli, Musso) appena citati per ricordare un’impresa. Altri (Foreman e Lyle) raccontanti in uno dei match più feroci di sempre. Altri infine (Sylvester Stallone e Rino Tommasi) inseriti per caratterizzare un particolare momento della storia.
Giugno/luglio 2001.
È una calda estate di felicità.
Due mesi più tardi, sarà solo tragedia.

L’autore: Dario Torromeo.
Titolo: L’estate di Goran.
Pagine: 210.
Prezzo: 18 euro.
Edizioni: SLAM/Absolutely Free.
Dove comprarlo: da giovedì 27 giugno nella migliori librerie.
Siti online: già prenotabile.

 

Lele Blandamura, la vita è una lotta che non finisce mai…

Lui si chiama Lele, Emanuele Blandamura.
Per vivere tira e prende cazzotti.

Ha combattuto dentro e fuori dal ring. Non c’è stata giornata in cui non sia stato chiamato a confrontarsi con i demoni. La sua è stata una vita presa a pugni. Ci vuole coraggio per uscirne fuori assorbendo al meglio i colpi, riuscendo poi a piazzare una botta vincente.

Crescendo ha capito che doveva usare una differente chiave di lettura, abbandonare il livello della commiserazione e passare all’azione vera e propria. È stato bravo a venirne fuori, lottando e soffrendo, combattendo ogni volta che qualcuno non voleva concedergli gli spazi ai quali aveva diritto. È stato bravo soprattutto nonno Felice a camminargli accanto. Gli ha insegnato come ritrovare un minimo di serenità, senza imporgli regole o stilare una lista di comandamenti da cui non derogare. Per fargli capire cosa fosse la vita ha scelto la strada più difficile da praticare, quella dell’esempio silenzioso.

E Lele ha capito (sopra la recensione del libro su La Gazzetta dello Sport).

La boxe l’ha aiutato. È stato il mezzo attraverso il quale ha potuto dare una spinta all’autostima. E lentamente, con grande costanza, si è trasformato in un vincente. Sul ring e nella vita (sopra Lele ed io alla presentazione del libro a Buttrio, all’interno dell’agriturismo dove la mamma lavora). Ogni trofeo lo ha messo in mostra nella cameretta della casa di piazza Ottaviano Vimercati, il suo rifugio. Lì ha pianto quando si scontrava con il buio dei ricordi, ha scacciato quei demoni che si trasformavano in incubi, lì ha sorriso quando ha capito dove fosse riuscito ad arrivare.

Era un bulletto di periferia, è diventato un campione (sopra la recensione del libro su Il Romanista).

Aveva solo dieci mesi quando, lasciato dai genitori, era andato a vivere dai nonni: Felice e Isabella.

Incubi e dubbi però non lo lasciavano mai.

A 12 anni rischiava di essere stuprato da un pedofilo, sfiorava la depressione. Cercava aiuto nei posti sbagliati, provava la droga e ne usciva. Arrivava a sfiorare il suicidio.

Lo salvava nonno Felice (sopra la recensione del libro sul Corriere dello Sport-Stadio), maresciallo dei carabinieri in pensione. Gli insegnava ad amare la vita. Era un rapporto speciale quello nato tra il ragazzo ribelle e l’anziano signore che ne aveva viste tante nella sua esistenza. Guerra e prigionia comprese.

Nonno Felice è stato la guida, il ragazzo diventando uomo ci ha messo tenacia, intelligenza e volontà.

La storia era andata avanti, sino a quando i ruoli si erano invertiti. Il bulletto di periferia, capita la lezione, si era preso cura del nonno malato.

Ritrovava la mamma dopo ventisette anni di silenzio, intensificava i rapporti con il papà dopo tanti problemi.

Blandamura oggi è un pugile: campione europeo, sfidante al mondiale dei medi. Ha perso in Giappone per il titolo Wba contro Ryota Murata. Si è fermato solo pochi mesi, è tornato a combattere, ha messo assieme due vittorie e adesso aspetta la prossima grande occasione.

Ma il dolore non l’abbandona, nonno Felice non c’è più (sopra una foto della presentazione del libro a Cerignola, dove il nonno era nato). Se ne è andato via per sempre. La vita è una lotta che non conosce fine.

Tutto questo Lele (foto sopra) racconta in prima persona.

Sullo sfondo della storia c’è una Roma di periferia, palestre che sembrano grotte, strade violente, culture che si fondono.

“Che LOTTA è la VITA”, la drammatica storia di Emanuele Blandamura, Edizioni Slam/Absolutely Free.
Nelle migliori librerie e su tutti i punti di vendita online.

Appuntamenti romani. Un film e un libro per raccontare la boxe, gli uomini

Il grido di dolore per una boxe che fino a qualche anno fa riempiva le giornate di chi ‘amava.
Il racconto del tempo in cui Roma sapeva affascinare e conquistare.

“Boxe Capitale” di Roberto Palma, presentato in anteprima al Rome Indipendent Film Festival, è anche questo.

Giovedì 20 settembre ci sarà la prima in una sala pubblica, al Nuovo Cinema Aquila (via L’Aquila 66-74, Roma) dalle 21:30.

Sul grande schermo sfilano gli uomini che hanno popolato un’epoca in cui i pugili erano ancora eroi.

Sono rimasto affascinato da quel clima di guasconeria, semplicità e voglia di arrivare che si respira con grande naturalezza nel documentario. Le palestre di Roma, Audace e Team Boxe Roma XI soprattutto ma anche le altre, sono lo scenario sui recitano pugili, maestri, dirigenti e organizzatori. Ognuno con la sua intensa storia da raccontare.

Il regista dosa con grande abilità passione, emozione e drammaticità. Stemperando il tutto con una buona dose di ironia. Da questi ingredienti saggiamente usati esce fuori il ritratto del pugile romano. Un po’ sfrontato, coraggioso, strafottente e poco propenso a seguire le regole. Ma anche forte, determinato, sempre e comunque innamorato di questo strano sport che si chiama pugilato. Una disciplina per cui rubi le ore al sonno, ti sottoponi ad allenamenti massacranti, prendi pugni in faccia, ti ferisci e a fine serata raccogli una paga che non è minimamente all’altezza di quello che hai messo sul piatto della bilancia.

“Boxe Capitale” mi ha ricordato l’istrionismo di Luciano Sordini e Daniele “Bucetto” Petrucci. Guerrieri tosti, mai domi, sempre pronti alla battaglia. Si fanno aiutare da una vena disincantata e dissacrante per narrare il passato e affrontare il presente. Un’esibizione di grande senso comico. Due autentici attori.

Il viaggio attraverso le facce del pugilato romano passa attraverso quella del maestro Eugenio Agnuzzi, uno che non nega a nessuno la battuta o un prezioso consiglio tecnico. Serio quando è necessario esserlo, mai serioso. Sempre pronto alla presa in giro quando serve per abbassare il clima di tensione se ritiene sia salito troppo in alto. Uno che dispensa saggezza pugilistica, senza far pesare il suo ruolo.

Il faccione da antico romano di Cesare Venturini e quello da centurione indomito e coraggioso di Mario Romersi. Eccoli lì a raccontare a raccontarsi. Parlano di una boxe che non c’è più, quella in cui un titolo italiano ti portava in cima al mondo e ti permetteva di vivere degnamente.

Un brusco salto in avanti nel tempo ed ecco Giovanni De Carolis che sottolinea, con quella calma che in pubblico non abbandona mai, come il pugilato oggi si faccia solo per amore. Non certo per crearsi un futuro. E se lo dice lui che è stato l’ultimo italiano campione del mondo…

Mi ha fatto piacere ritrovare un viso che non vedevo da molto tempo, quello di Franco Morasca. Era l’organizzatore dei venerdì al Palazzetto di viale Tiziano. Appuntamento fisso con pugili che non erano fenomeni, ma tenevano con grande dignità il cartellone. Dissacrante come sempre, Morasca non ha risparmiato nessuno. Ha avuto divertenti frecciate per tutti.

Tra i protagonisti del ring è sfilato Domenico Spada: si è presentato in smoking all’anteprima alla Casa del Cinema a Villa Borgese, quando ha tirato le fila del rapporto tra i gitani e la boxe.

Bella la storia di Angelo Artino, pugile che si è laureato con una tesi su boxe e disabilità. E oggi frequenta con piacere la Traiano Boxe Fiumicino del maestro Rondinella, un locale riservato esclusivamente ai disabili con l’intento di inserirli in un progetto più ampio che riesca a regalare loro rispetto delle regole e momenti felici attraverso questo sport.

C’erano anche tre giornalisti sulla scena.

Luigi Panella di Repubblica, Alfredo Bruno direttore di Boxe Ring ed io.

Abbiamo provato a fare da collante alle storie, a raccontare il pugilato capitolino attraverso la nostra chiave di lettura.

E ancora: Renzo Frisardi, Marco Digianfrancesco, Alberto Arcese, Gabriele Venturini, Marcello Stella, Italo Mattioli, Valerio Ranaldi, Silvano Setaro della Quadraro Boxe, Emanuele Blandamura: l’ultimo campione europeo della nostra boxe, Franco Piatti..

Chiedo scusa a tutti quelli che non ho citato. A una certa età la memoria è un bene prezioso. Per chi è riuscito a conservarla.

Ho lasciato per ultimo lo struggente momento in cui ha attraversato lo schermo il ricordo di Carlo Maggi, scomparso due anni fa. Daniele Petrucci non è riuscito ad andare avanti. Si è bloccato, ha stretto le corde del ring e ha pianto. È stato l’ennesimo omaggio a un maestro che oltre al pugilato insegnava anche la vita.

L’appuntamento è per giovedì 20 settembre al Nuovo CInema L’Aquila, via L’Aquila 64-74, ovviamente a Roma.

BOXE CAPITALE (documentario, 71’) regista e sceneggiatore Roberto Palma. Musiche: Matteo Senese. Montaggio: Alessandro Giordani. Anno di produzione: 2017. Fotografia: Giorgio Brancia. Suono in presa diretta: Luigi Scairato. Produttori: Silvia Innocenzi, Tommaso Agnese, Giovanni Saulini. Produzione: Magda Film.

Il 3 ottobre un altro incontro con il pugilato vicino e lontano dal ring.
Alla Biblioteca Hub Culturale Moby Dick (alla Garbatella) alle 17:30 ci sarà la presentazione del libro “Che LOTTA è la VITA” in cui racconto la storia di Emanuele Blandamura.

Tutti lo chiamano Lele.
Combatte dentro e fuori dal ring.
Non c’è giornata in cui non sia chiamato a confrontarsi con i demoni.
A dieci mesi è abbandonato dai genitori.
Comincia qui la storia di un uomo inseguito da incubi e dubbi.
Lo salva nonno Felice, maresciallo dei carabinieri in pensione.
Lo ama e gli insegna ad amare la vita, anche se sa di essersi imbarcato in un’impresa difficile: a 56 anni tirare su un bambino non è cosa da poco.

È un rapporto speciale quello tra il ragazzo ribelle e un signore che ne ha viste tante. Guerra e prigionia comprese.
Crescendo, Lele scopre che deve abbandonare la commiserazione e passare all’azione. È bravo a venirne fuori, lottando e soffrendo. È bravo soprattutto nonno Felice a camminargli accanto. Gli insegna come ritrovare un minimo di serenità, senza imporgli regole o stilare una lista di comandamenti.
Per fargli capire cosa sia la vita sceglie la strada più difficile da praticare, quella dell’esempio silenzioso.
E Lele capisce.
Pagina dopo pagina di “Che LOTTA è la VITA” impariamo a conoscerli meglio, fino a quando i ruoli si invertono. Il bulletto si prende cura del nonno colpito dal male e non più indipendente.
Il tempo passa, Lele scopre lo sport, diventa campione di pugilato, conquista il titolo europeo dei medi. Impresa prestigiosa. Quel giorno a bordo ring ci sono anche i genitori.
Ritrova la mamma dopo 27 anni di silenzio, riallaccia i rapporti con il papà dopo infiniti problemi.
Era un bulletto di periferia, è diventato un campione che vola addirittura in Giappone per vivere il sogno mondiale.
Tutto questo Lele racconta in prima persona nel libro.
Fanno da sfondo al romanzo le strade di una Roma di periferia, tra palestre che sembrano grotte e strade violente che offrono poco alla speranza.

CHE LOTTA È LA VITA è la storia del Sioux del Ring. Prima bulletto poi campione, salvato da un nonno eroe. Edizioni Slam, Absolutely Free Editore. Mercoledì 3 ottobre alle ore 17:30 Biblioteca Hub Culturale Moby Dick (via Edgardo Ferrati 3A, alla Garbatella, a cinquanta metri dal Teatro Palladium). Relatore il giornalista radiofonico Federico Zamboni. L’attore Giuseppe Ippoliti leggerà alcune pagine del libro. Ingresso libero.

 

 

Giovedì esce “Che LOTTA è la VITA”, la drammatica storia di Lele Blandamura

Lui si chiama Lele, Emanuele Blandamura. Per vivere tira e prende cazzotti.

Ha combattuto dentro e fuori dal ring. Non c’è stata giornata in cui non sia stato chiamato a confrontarsi con i demoni. La sua è stata una vita presa a pugni. Ci vuole coraggio per uscirne fuori assorbendo al meglio i colpi, riuscendo poi a piazzare una botta vincente.

Crescendo ha capito che doveva usare una differente chiave di lettura, abbandonare il livello della commiserazione e passare all’azione vera e propria. È stato bravo a venirne fuori, lottando e soffrendo, combattendo ogni volta che qualcuno non voleva concedergli gli spazi ai quali aveva diritto. È stato bravo soprattutto nonno Felice a camminargli accanto. Gli ha insegnato come ritrovare un minimo di serenità, senza imporgli regole o stilare una lista di comandamenti da cui non derogare. Per fargli capire cosa fosse la vita ha scelto la strada più difficile da praticare, quella dell’esempio silenzioso.

E Lele ha capito.

Nonno Felice è stato la guida, il ragazzo diventando uomo ci ha messo tenacia, intelligenza e volontà.

La boxe l’ha aiutato. È stato il mezzo attraverso il quale ha potuto dare un’aggiustatina all’autostima. E lentamente, con grande costanza, si è trasformato in un vincente. Sul ring e nella vita. Ogni trofeo lo ha messo in mostra nella cameretta della casa di piazza Ottaviano Vimercati, il suo rifugio. Lì ha pianto quando si scontrava con il buio dei ricordi, ha scacciato quei demoni che si trasformavano in incubi, lì ha sorriso quando ha capito dove fosse riuscito ad arrivare.

Era un bulletto di periferia, è diventato un campione.

(“Che LOTTA è la VITA”, la drammatica storia di Emanuele Blandamura, edizioni Absolutely Free. Da giovedì 17 nelle migliori librerie e su tutti gli store online)

Dal 12 aprile al Teatro Tram di Napoli va in scena “Dentro i secondi”…

Dal 12 al 15 aprile (giovedì, venerdì e sabato alle ore 21, domenica ore 18) al Teatro Tram di Napoli (via Port’Alba, 30) va in scena Dentro i secondi, uno spettacolo diretto e interpretato da Antonello Cossia (attore, regista, autore, ha scritto e interpretato anche “A testa alta”. La storia portante, il filo rosso che unisce e guida, è quella del padre ex-pugile, atleta della nazionale azzurra che rappresentò l’Italia ai giochi olimpici di Melbourne in Australia, nel 1956). Testi di Franco Esposito e Dario Torromeo. Costumi: Annalisa Ciaranella, disegno luci: Angela Grimaldi, musiche a cura di Francesco Albano, produzione: Altrosguardo.

Protagonisti nell’ombra. Scudieri, accompagnatori preziosi dei primattori, spesso primattori anch’essi, mai avvezzi però alla prima pagina e al titolo a nove colonne.
Presenze fondamentali, essenziali, al fianco dei campioni, le cui vittorie sono sovente il prodotto del lavoro degli insostituibili: spalle preziose su cui poggiarsi quando la fatica diventa terribile, sparring, compagni d’avventura. Inamovibili, silenziosi, operosi, fedeli e fidati. Una vasta specie con connotati precisi. E oltre un secolo di opere risolutive: alcuni entrati con dolce prepotenza nella storia dello sport. Gunboat Smith, pugilatore all’inizio dell’altro secolo, si faceva prendere a pugni dal suo superiore: preparava il celebre Jack Johnson, l’odio dei bianchi d’America, alla conquista del mondo. E poi: Carrera e Milano, gli angeli di Coppi, Nobby Stiles il cattivo dell’Inghilterra che si prese la World Cup nel ’66; Lodetti e Bonini che correvano per Rivera e Platini…
Gli ultimi che diventano primi, e talvolta primi s’inventano davvero.
È l’immutabile magia dello sport.

Scrive Emanuela Audisio nella prefazione:
Sono i Sancho Panza dello sport. Gonfiano i sogni altrui, li rendono materia. Danno concretezza alle imprese, anzi le cucinano e le sfornano calde. Fanno nascere romanzi sportivi strepitosi. Sudano, lottano, si sacrificano. Anche se ad alzare le braccia è sempre Don Chisciotte, non il suo fedele servitore. Sono l’ombra che lascia la grandezza. Sherpa di salite anche esistenziali. Nessuno ha mai capito chi glielo fa fare: troppa timidezza, disagio, generosità, masochismo. Danno il loro meglio agli altri, ai campioni che li sfruttano e li ricompensano con una carezza di gloria.

Ecco un estratto del capitolo dedicato a Jimmy Ellis, amico e sparring di Muhammad Ali.

Era l’estate del Settantuno.
«Ciao campione»
«Ciao campione».
«Stavolta saremo rivali»
«Jimmy lo so che sei forte. Per diventare mio sparring devi essere veramente bravo».
«Ali ti rispetto, ma cercherò di batterti».
«Coraggio amico, andiamo a divertirci».
Jimmy cercava di mostrare all’altro la sua bravura, voleva fargli vedere quanto fosse migliorato. Centinaia di round di sparring gli avevano svelato ogni segreto di Ali. Poteva intuire quando sarebbe partito il jab sinistro, quando avrebbe provato a entrare con il diretto destro. Avrebbe potuto, ma non era riuscito a farlo.
Ali era tornato indietro nel tempo. Volava come una farfalla e pungeva come un’ape. Poi nel quarto round piazzava un destro che faceva tremare l’intero corpo di Ellis. Da quel momento il match viveva nell’attesa del colpo finale, con una storia che sembrava essere stata scritta molto tempo prima.
Nella dodicesima ripresa un montante sinistro di Ali centrava l’amico, lo scuoteva, rendeva traballanti le sue gambe.
Un’altra serie lo portava sull’orlo dell’abisso. A quel punto Ali si fermava, aspettava che accadesse qualcosa, che qualcuno ponesse fine a quella mattanza. L’arbitro Jay Adson capiva al volo il drammatico momento e chiudeva l’impari sfida.
«Ali perché ti sei fermato?»
«Ho visto nei suoi occhi una grande sofferenza».
«Ti sei fermato perché era un tuo amico?»
«Mi sono fermato perché è un uomo, come me. E io non voglio uccidere un uomo sul ring».
«È stato un match facile?»
«Sono stato in gamba, ho battuto il peso massimo più forte del mondo dopo di me».

Mazzinghi ricorda quella sfida contro Tony Montano…

Ho visto oggi sul Diario Facebook di Sandro Mazzinghi una copertina di Boxe Match postata dal campione toscano. Credo sia il numero in cui si parla della vittoriosa difesa del titolo mondiale superwelter Wba, Wbc contro Tony Montano a Genova: 3 ottobre 1964.

Nel libro “Anche i pugili piangono”, dedicato alla drammatica e affascinante vita di Sandro, c’è il racconto di quella sfida.

Anche Tony Montano, come Charley Austin, viene dall’Arizona.
Anche lui è di Phoenix, città diventata una presenza fissa sui giornali di tutto il mondo da quando, qualche mese fa, il senatore repubblicano Barry Goldwater si è candidato alla presidenza degli Stati Uniti.

Montano fa uno strano giro per arrivare a Genova dove si disputerà il match valido per la cintura dei superwelter. Il suo volo nato negli States fa scalo prima a Londra e poi a Roma.

Certo di battere Mazzinghi, spera di chiudere con la ITOS un accordo per la difesa mondiale contro Nino Benvenuti. Solo dopo aver parlato con Rino Tommasi prende un aereo che lo porta nella città dove affronterà il campione toscano.

Il prossimo Capodanno festeggerà i trentuno anni. Dovrebbe avere sufficiente esperienza per non lanciarsi in azioni avventate.

Evidentemente non è così.

Lo accompagna Aldo Spoldi, ex campione europeo dei leggeri. Un lombardo che ha combattuto con successo negli anni Trenta e Quaranta. Nato a Castiglione d’Adda, si è da tempo trasferito a New York. Torna spesso in Italia al seguito di qualche pugile americano a caccia di successo o più semplicemente di un buon ingaggio. Spoldi è fiducioso, è certo che Montano abbia i numeri per farcela.

Lo sfidante sale sul ring dopo avere faticato di brutto a rientrare nei limiti della categoria e avere distribuito, per la gioia dei giornalisti, promesse di guerra e distruzione.

«Sono sicuro di vincere e lo farò prima del limite. Ho pronto un colpo segreto».

Un giorno di tempo per riflettere ed eccolo rimangiarsi tutto in un’intervista al Corriere della Sera.

«Non sono mai stato un violento, ma un uomo che fin dalla prima giovinezza ha dovuto lavorare sodo per procurarsi un po’ di tranquillità. Tengo moltissimo al Mondiale di Mazzinghi, ma tengo moltissimo anche ai soldi. Ho una moglie e tre figlie. Non voglio che siano costrette a sopportare quello che ho sopportato io».

Chiarita a tutti la filosofia di vita, sale sul ring.

E rimedia quattro atterramenti prima di andare ancora una volta giù e di essere decretato out nel corso del dodicesimo round.

“Bravo Sandro, sei grande!”

C’è soddisfazione all’angolo del campione, è stata una prestazione convincente.

Per lui la gioia non arriva solo dal risultato, ha radici più profonde.

«Ho sconfitto la mia solitudine».

In queste cinque parole di Mazzinghi si nasconde un sentimento poetico, ma anche una richiesta inconfessata di aiuto.