La solitudine nella boxe è un male inevitabile. Il tormento in quaranta storie

“Un pugile al tappeto è l’uomo più solo del mondo”.
La frase è attribuita a Gene Tunney, non so se sia stato lui il primo ad averla formulata, so che è una verità che trova numerosi riscontri nella boxe.
Un libro prima e un film poi, hanno parlato della solitudine in modo tragico e romantico. “Million dollar baby” è uno dei racconti del libro “Lo sfidante” di F.X. Toole, pseudonimo di Jerry Boyd, scrittore con un passato da allenatore.
Quella che Maggie Fitzgerald (Hilary Swank sullo schermo) e il maestro Frankie Dunn (Clint Eastwood) mettono in scena è la rappresentazione di due esistenze vissute senza nessuno con cui confrontarsi. È probabilmente per questo che decidono di diventare loro stessi una famiglia. Non nel senso comune del termine, ma in quello più alto, spirituale. È l’essenza stessa del pugilato ad avvicinarli. Ma dura poco, perché la vita spesso prende più di quanto dia. Un incidente, figlio di una scorrettezza dell’avversaria, trasforma Maggie in un essere vegetale, incapace di gestire sè stessa. Quando capisce che non potrà mai accettare un futuro in cui saranno le macchine a gestire la sua vita, la ragazza chiede a Frankie un ultimo atto d’amore. Il vecchio manager, dopo una lacerante crisi di coscienza, accetta di aiutarla a morire.
Scrive Toole.
“L’ombra fugace di un’ala di uccello si stagliò sulla parte opposta e passò attraverso il vetro della finestra. Frankie richiuse l’occhio con la punta di un dito, e si accertò che il polso di Maggie si fosse fermato. Con le scarpe in mano, ma senza più l’anima, scese silenziosamente lungo le scale posteriori e se ne andò, gli occhi asciutti come una foglia in fiamme”.
È un momento di infinita tristezza, una tragedia che segna profondamente Frankie e lo riconsegna alla vita, dopo avergli tolto il suo ultimo legame con la realtà.

Non è necessario finire al tappeto per sentirsi l’uomo più solo del mondo. Spesso basta salire su un ring per avvertire questa sensazione. Perché ogni volta che si scavalcano quelle corde, comincia una nuova vita, sai che devi mettere in gioco tutto te stesso. Sai che c’è una sola persona che può gestire presente e futuro.
E quella persona sei tu.
Solo era Muhammad Ali, quando si confrontava con la vita. Portava sulle spalle il Bastardo, il Parkinson gli aveva tolto anche la luce di quegli occhi che un tempo urlavano la gioia di vivere.
Sola era Christine, la ragazzina keniota diventata mamma a dodici anni. La boxe le ha regalato una speranza, ma non le ha tolto quel senso di solitudine a cui la privazione di un’infanzia normale l’ha consegnata.
Solo era George Chuvalo. Sul ring si batteva come un leone, non aveva paura di niente e di nessuno. Finita la carriera, come troppo spesso accade, aveva scoperto quanto potesse essere cattivo il mondo lontano dalle sedici corde. Due figli morti di overdose, un terzo suicida. Come la moglie. La vita non perdona, mai.
Solo Giovanni Parisi, campione olimpico e mondiale, in perenne lotta contro tutto e tutti. Sconfitto da Julio Cesar Chavez a Las Vegas e lasciato in balia dei suoi dubbi.
Solo Luigi Minchillo a Detroit, chiuso nello spogliatoio dopo la sconfitta contro il mitico Thomas Hearns. Le foto dei figli sul petto, lo sguardo innamorato della moglie a proteggerlo dal freddo dell’esistenza.
Solo Mike Tyson, abbandonato al suo destino, convinto che solo la boxe possa offrirgli compagnia.
Solo Sonny Liston, una vita avvolta nel mistero. Di lui non si sa quando sia nato, non si conosce il giorno in cui sia morto.
Queste e altre storie riempiono il libro.

La solitudine è protagonista di molti racconti, non certo di tutti. Perché la boxe a volte produce dolore, ma in tante occasioni regala gioia infinita. Sa offrire possibilità a chi altrimenti non ne avrebbe mai avuta una.
La vita, scrive Joyce Carol Oates, è un una metafora della boxe. Ed è forse per questo che a volte mi lascia a terra, su marciapiedi che sembrano ring di periferia. Solo e triste per la perdita di qualcuno a cui volevo bene, anche se non ne ero certo amico. Parlo dello stesso Muhammad Ali o di Fernando Atzori. Ma parlo anche del dolore per qualcuno che ha fatto parte del mio cammino di vita, di tanti momenti felici. Sandro Mazzinghi ed Elio Ghelfi ad esempio.
Il pugilato è una bestia difficile da gestire. Spara emozioni nel cuore, riempie di passione, regala delusioni e felicità.
Ho messo in fila la storia di uno sport che non smette mai di stupire, ricordi di un recente passato, di un presente che regala spunti interessanti, basta saperli cogliere senza lasciarsi ingannare dalla nostalgia.

Il perdono libera l’anima, rimuove la paura.
È per questo che il perdono è un’arma potente. 
(Nelson Mandela)

Ho scelto di non affidarmi a una sola chiave narrativa. Così ho raccontato cento avventure, match che hanno scritto pagine importanti nel libro del pugilato e in quello della società. E poi interviste, incontri con autentici miti: Muhammad Ali, lui c’è in ogni angolo di queste pagine, Archie Moore e Thomas Hearns.
In chiusura, il racconto che ho scritto ispirandomi a momenti di verità. Fiction e realtà si fondono per dare vita a un finale di speranza. Il perdono rimuove la paura, è il titolo dell’ultima storia. In un periodo in cui sembra che si viva solo di violenza, egoismi ed esasperazioni, è un messaggio di pace portato da chi ha sofferto e visto la morte negli occhi.
L’uomo deve essere capace di perdonare, perché solo così può liberarsi da ogni angoscia e riuscire a non essere più solo.
Neppure sul ring.

Dario Torromeo: Solo come un pugile sul ring (340 pagine, 15 euro, Absolutely Free Libri). In libreria e nei siti online dal 15 aprile, prenotabile da oggi.

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