È morto Mario Sconcerti. Ha aperto la strada a un nuovo giornalismo


Questo è un pezzo da egoista, scrivo per sfogarmi.
Era un grande Mario Sconcerti, uno dei pochi direttori che a fine mattinata aveva già un’idea di cosa avrebbe dovuto essere il giornale. Scrivo scientemente cosa e non come, perché lui voleva fosse un corpo vivo, non un oggetto di carta. Con il passare delle ore cambiava menabò, scalette, obiettivi. Rimodellava l’intera struttura del quotidiano, la ridipingeva, la insultava, si esaltava. Alla fine il prodotto di tanti sforzi era (quasi sempre) quello che lui voleva.
È stato un innovatore, un rivoluzionario, uno che ha vissuto il presente pensando di essere già nel futuro. E pretendeva che tutti condividessero quella visione. Non era facile.
Un carro armato, una trottola, un aquilone cosmico (e qui la rubo a Victor Hugo Morales e al Maradona che si nasconde in tutti noi). Non si accontentava mai, voleva scavare, indagare, scoprire. Beati e maledetti i giornalisti che hanno lavorato con lui. Hanno conosciuto il mestiere fino ad amarlo e odiarlo allo stesso tempo. Perché non esistevano zone grigie con Mario, dovevi tornare a casa con il pezzo che ti era stato chiesto.
Scriveva con passione, amava gli eccessi, si affidava alle emozioni. Poi, con il tempo ha cambiato registro. Ma anche quando nei suoi articoli trovavi più tecnica che romanticismo, capivi che quel pezzo non nasceva mai da elucubrazioni cerebrali, ma da un muscolo che alla fine è il più importante della nostra vita. E che stavolta l’ha tradito.
Aveva i suoi difetti, a volte esagerava, per il gusto di scoprire disegnava paradossi difficili da digerire. Ma era come se si prendesse gioco di sé stesso, perché lui andava sempre a caccia dell’assoluto, sotto quel livello c’era un territorio che non gli interessava esplorare.
Ha amato la boxe, e per questo mi è piaciuto subito. Ha parlato di pugilato fin da bambino. Il papà Adriano era il manager del grande Sandro Mazzinghi, e questo ai miei occhi gli è valso come una laurea con lode senza neppure il bisogno di dare gli esami. Ma il giornalismo, la scrittura, era in cima ai suoi pensieri. La boxe era solo un mezzo per fare il mestiere.
Mario Sconcerti è da Hall of Fame. Non ci sono discussioni.
Non lo dico dopo accurati e ripetuti studi, lo dico d’istinto. E mi basta.
Ce l’ho fatta. Sono arrivato sino in fondo raccontando emozioni, come lui avrebbe voluto. Non lasciandomi coinvolgere dall’aneddotica che in queste occasioni ti prende alla gola. Non me l’avrebbe perdonato.
Ma non sono riuscito ad allontanarmi dal peccato originale. Ho scritto questo pezzo per non sentirmi solo. In fondo l’ho confessato all’inizio. È un pezzo da egoista, serve per sfogarmi.

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