Makki vince l’asta, l’europeo di Ceglia il 12 marzo in Finlandia

La società dell’organizzatore Pekka Maki si è aggiudicata l’asta per il titolo europeo (vacante) dei pesi leggeri tra Gianluca Ceglia ed Edis Tatli con un’offerta di 45.001 euro. La BBT di Davide Buccioni ha presentato un’offerta di 42.500 euro. Il match si disputerà in Finlandia il 12 marzo prossimo.
La sfida di Gianluca Ceglia (17-3-1, 4 ko, foto sopra) , peso leggero campano co-sfidante all’europeo della categoria da quasi due anni, sembra essere una storia infinita. Il match per il titolo contro Edis Tatli (32-3-0, 10 ko) è stato rinviato più volte, sempre con una diversa motivazione.
La pandemia avrà avuto le sue colpe, ma credo che gli organizzatori finlandesi abbiano dimostrato di essere più volte in difficoltà per problemi loro, avendo annullato in più occasioni il match negli ultimi mesi. Ecco la cronistoria dell’incredibile serie di rinvii subiti dal campano.

  1. Contro Edis Tatli, 8 agosto 2020 a Savonlinna. Una settimana prima l’europeo viene rinviato al 14 novembre 2020 a Helsinki, nella speranza di potere ospitare il pubblico. Successivamente il match viene annullato. Tatli non ha recuperato dopo l’operazione alla spalla destra.
  2. Contro Mohammed Khalladi, 4 maggio 2021 a Salerno. Annullato a marzo dall’EBU. Su segnalazione della FPI, l’Ente si è accorto che la documentazione per ottenere la nazionalità italiana del pugile di origini tunisine non era ancora completa.
  3. Contro Edis Tatli, 19 giugno 2021 in Finlandia. Rinviato.
  4. Contro Edis Tatli, 14 agosto 2021 rinviato a Tampere. Il match è annullato per un infortunio di Tatli alla mano destra in allenamento.
  5. Contro Edis Tatli, 11 dicembre 2021 a Helsinki. Annullato a una settimana dal match per emergenza sanitaria da Coronavirus. Match rinviato a marzo 2022.

Successivamente c’è stato un intervento deciso da parte della Federazione Pugilistica Italiana che ha scritto una lettera ufficiale, indirizzata alla presidenza e alla segreteria dell’EBU, in cui ha chiesto maggiore rispetto per il pugile e la nazione che lo rappresenta. All’interno della missiva la FPI lasciava intendere che se non fossero stati tutelati i diritti del nostro pugile, avrebbe potuto anche prendere in considerazione il fatto di assumere decisioni clamorose (anche la scissione dall’EBU).
Ora l’asta è stata ripetuta, la data (elemento vincolante nella formulazione delle disposizioni che rendevano valida la proposta) è stata formulata, come sede è stata genericamente indicata la Finlandia.
Resto in attesa di vedere il match. Il tempo delle sorprese e dei rinvii è finito. Stavolta penso proprio che, in caso di ennesimo annullamento, la questione Tatli co-sfidante e Maki organizzatore dovrebbe obbligatoriamente essere archiviata.

Il WBC subito con Arcari, pagherà l’assistenza sanitaria


Una buona notizia.
Il World Boxing Council, non appena venuto a conoscenza della situazione di Bruno Arcari, si è attivato.
Il primo a far partire il meccanismo è stato Mauro Betti, vice presidente dell’Ente. Ha contattato Monica, la figlia del campione, si è fatto raccontare lo stato attuale della vicenda, ha informato Maurizio Sulaiman, presidente del WBC, e ha sollecitato un intervento.
Sulaiman è stato immediatamente disponibile. Ha reso operativa la procedura, al cui completamento manca solo un documento finale, è ha dato l’ok. Bruno Arcari sarà inserito nel Fondo de ayuda Jose Sulaiman.
Il World Boxing Council si occuperà delle spese giornaliere di assistenza sanitaria del campione.
A dare il via alla vicenda era stata la notizia pubblicata da Gazzetta dello Sport, Corriere della Sera e, successivamente, da boxeringweb.net.

Bruno Arcari ha reso onore alla boxe italiana, ha dominato la boxe mondiale fra il 1970 e il 1974 (undici match per il titolo, altrettante vittorie) ed è considerato uno dei più grandi, se non, per molti, il più grande pugile italiano di sempre. Oggi però Bruno Arcari, che ha compiuto 80 anni l’1 gennaio 2022, soffre per una malattia degenerativa e chiede attraverso la figlia Monica il vitalizio attribuito dalla Legge Onesti, quello riservato agli ex campioni che si trovano in difficoltà economiche. Una misura assistenziale che meriterebbe a pieno titolo e che tuttavia non è ancora riuscito a ottenere. Delle sue condizioni di salute è al corrente il sottosegretario allo sport Valentina Vezzali, che dovrà occuparsi del vitalizio per meriti sportivi.

Sui tempi e sull’eventuale risultato positivo dell’applicazione della Legge Onesti per questo caso, non conosco al momento gli sviluppi.
So per fonte diretta dell’attivazione del WBC che ha scelto di stare al fianco del campione velocizzando le pratiche burocratiche.
Merito della sensibilità di Mauricio Sulaiman e dell’affetto che Mauro Betti nutre per il mitico Bruno.
Mauro conosce molto bene Arcari. Non ha dimenticato l’aiuto, sul piano morale, che il grande pugile gli ha dato in più occasioni in giro per il mondo. Nel 1993, durante il Congresso di Las Vegas, ad esempio. Era morto da poco l’avvocato Antonio Sciarra, che Betti stimava come suo mentore. Lo sconforto si era impossessato di Mauro, solo la presenza e le parole di Bruno erano riuscite a fargli superare quei momenti difficili.
Sono cose che evidentemente non si dimenticano.
In attesa che anche lo Stato italiano e la Federazione Pugilistica si attivino sulla vicenda, è doveroso fare un plauso alla velocità con cui il WBC si è mosso.
Un abbraccio a Bruno e alla sua famiglia. Un abbraccio particolare alla figlia Monica, che ha voluto rendere pubblica la situazione al fine di stimolare le coscienze.
La vicenda, sul piano dell’assistenza economica, cammina sul giusto sentiero. Continuerò a informarvi sugli sviluppi di questa storia.

Icio Stecca racconta paure, dolori e lezioni del Covid…


Mi è sembrato in forma, un mare di parole come sempre. Stavolta però ho avvertito dentro quella continua necessità di raccontarsi, un profondo cambiamento. Stavolta, al di là della retorica che si impossessa della situazione, ha avuto davanti un nemico che non poteva sconfiggere da solo. Lui l’ha capito molto bene. Ci voleva il suo impegno fisico e mentale, ma anche l’aiuto della scienza, l’abnegazione dei medici, la fiducia nei ricercatori, la professionalità dei paramedici. Oggi, a un mese dai giorni in cui il male è cominciato, Maurizio Stecca ha ricominciato a fare progetti, ad analizzare il passato e preparare il futuro. Sono contento di come l’ho trovato. Vi racconto la nostra chiacchierata.

Icio, è finita?
Il Covid non c’è più, il tampone è negativo. Ma la strada è ancora lunga.
Quando ti sei accorto che stavi male?
Tutto è cominciato poco prima del 10 dicembre. Erano un po’ di giorni che mi sentivo strano, non mi andava di fare niente, non volevo incontrare nessuno, non mi tirava di parlare, preferivo stare solo. Poi è arrivata anche la stanchezza, allora mi sono preoccupato. Questo non sono io, mi sono detto. C’è qualcosa che non va.
E cosa hai fatto?
Prima ho chiamato il medico curante, poi il 118.
Sono arrivati subito?
Non proprio. Si sono convinti solo quando ho detto di essere solo in casa e di sentirmi così male che sarei anche potuto morire.
E cosa è successo dopo?
Sono arrivati i paramedici del 118, mi hanno visitato. Sono stati gentili e professionali. Poi mi hanno detto che dovevano accompagnarmi subito in ospedale. Mi hanno trasportato giù. Mi hanno detto che mi avrebbero messo la maschera per l’ossigeno, poi mi è sembrato di sentire la parola Covid. Ho cominciato ad avere paura. Ho messo un piede sull’ambulanza. A quel punto è calato il buio. Mi sono risvegliato sul lettino dell’ospedale. Erano passati quattro giorni, quattro giorni di cui non ricordo niente. Un sonno che si è portato via quattro giorni della mia vita.
Ti sarai fatto raccontare.
Certo. Sono stato in rianimazione, in terapia pre intensiva. Per me è come se avessi dormito per quattro giorni, senza svegliarmi neppure un secondo.
Dolori?
Per fortuna non così forti come so ne hanno avuti altri malati. Ma sicuramente una sensazione di spossatezza generale, fatica nella respirazione, debolezza soprattutto alle gambe, rinuncia a pensare, solitudine assoluta.
Per quanto tempo non hai visto i tuoi figli, la tua compagna Anna?
Di persona, è un mese che non li incontro. Qualche videochiamata, qualche chiacchierata al telefono. Per Natale avevo programmato di scendere a Rimini, di passarlo con i miei figli. E invece niente. Anche questo mi ha fatto molto male.
Quando ti hanno detto che il Covid era stato domato?
Il 28 dicembre, finalmente quel giorno il tampone era negativo.
Sei vaccinato?
Ho fatto due dosi, avevo l’appuntamento per la terza. Ma tre giorni prima è arrivato il Covid.
Ti sei chiesto quali effetti abbia avuto il vaccino sulla tua situazione?
Certo, l’ho anche chiesto a due importanti specialisti. Mi hanno detto che senza le due dosi avrei rischiato di non uscirne vivo.
Quanto tempo devi ancora rimanere in ospedale?
Non lo so. Adesso sono in una clinica specializzata nella riabilitazione. Faccio fisioterapia più volte nella giornata. Tutto quel tempo a letto ha indebolito le mie gambe, anche perché la patologia precedente non mi ha certo aiutato.
Mi ricordi quale è la malattia contro cui combatti da tempo?
È una sindrome che può causare la formazione di trombi che potrebbero ostruire il flusso di sangue a vari livelli.
Stai curando anche quel problema in questo momento?
Devo farlo. Mi hanno fatto delle trasfusioni, ora dovrò fare nuovi esami. Le gambe soffrono un po’, devo recuperare totalmente la respirazione. Ma la cosa buona è che il Covid è stato messo via.
C’è qualcosa di buono che porti via da questa esperienza?
Io sono un iperattivo, uno che fa le cose di scatto, uno che parla in continuazione. All’improvviso mi sembra di avere più tempo a disposizione per agire. Sarà l’età, sarà la paura provocata dalla malattia. Ma adesso penso di più, non corro, rifletto. E sbaglio meno.
E queste sono cose che fanno piacere, non è vero?
Non solo fanno piacere, ma aiutano a capire meglio la vita.
In che senso?
Prima inquadravo il mio passato in modo diverso. La vittoria all’Olimpiade, il titolo europeo e quello mondiale, erano dei successi sportivi. Li avevo trasformati in medaglie, diplomi e coppe. Eranno appesi lì, cose da vedere. Al massimo aggiungevo qualche foto. Ora sono diventati momenti concreti di vita, risultati sportivi che sono riuscito a cogliere, esperienze importanti. Adesso so veramente di avere fatto qualcosa di bello. Me l’ha fatto capire tutta quella gente che ha riversato su di me tanto amore.
Icio, ci conosciamo da quarant’anni. Sii sincero, in questo mese di grandi paure, hai pensato qualche volta al pugilato?
Qualche volta? Ci ho pensato sempre, perché io e la boxe siamo una cosa sola. È stata e sarà la mia vita. Prima erano sogni, poi sono diventate realtà, ora sono speranze. Già mi vedo fuori da qui, mi vedo tornare in palestra e riprendere confidenza con il mio grande amore, il pugilato. Perché Dario, io in palestra ci torno. Lo sai, no?
Certo Icio. Ne abbiamo viste tante assieme in giro per il mondo, tante altre ne vedremo.
Proprio così.

Quando spengo il telefonino, chissà perché, mi viene in mente un aneddoto di tanti anni fa. Era il 2 aprile dell’86, eravamo all’Ice World di Totowa nel New Jersey. Icio era appena salito sul ring per un match sugli otto round contro Ricky West. Il primo gong doveva ancora suonare, dalla platea si è alzato un urlo.
“Maurizio cafudda!”
La gente applaudiva a quel grido. Accanto al posto dove sedevo, il mio amico Elio rideva di cuore. Ho capito che quel termine doveva avergli ricordato qualcosa.
“È in dialetto siciliano stretto, vuol dire: picchialo, fallo nero! Sentirlo qui nel New Jersey mi ha fatto un certo effetto”.
Maurizio Icio Stecca, campione olimpico a Los Angeles ’84 e campione del mondo tra i professionisti, quel suggerimento l’ha sempre rispettato: 49 vittorie e 4 sconfitte (tre delle quali arrivate a fine carriera), campione italiano, europeo e mondiale. Un fuoriclasse del pugilato.
Ha combattuto anche stavolta, aiutato da uno staff medico fantastico (prima quello dell’Ospedale Ca’ Foncello di Treviso, ora dall’equipe dell’Ospedale Riabilitativo di Alta Specializzazione di Motta di Livenza), senza mai cedere allo sconforto. Ha avuto paura, è normale. Ma ha sùbito scelto la strada su cui incamminarsi.
“Affidarsi al personale medico, credimi, è l’unica cosa che si possa fare in queste situazioni”.
E allora Maurizio, CAFUDDA! Qualunque sia il cavaliere selvaggio che provi a distruggerti, fallo nero.


Mirna: 21 match, 21 sconfitte per ko (17 nel primo round!)

Questa è la storia di Mirna Elisabeth La Hoz (a sinistra nella foto), una dominicana di 157 centimetri che ha combattuto tra i supergallo e i welter.
Secondo i dati, pubblicati da boxrec.com, ha esordito al professionismo a 16 anni. Il 16 luglio 2004 ha perso per ko dopo 39 secondi del primo round contro Liliana Martinez (1-3-0 all’epoca del combattimento).
Mirna ha disputato il suo ultimo match il 27 marzo scorso, sempre contro Liliana Martinez (22-18-0, 41 anni), perdendo ancora una volta per ko 1 dopo 32 secondi.
In totale Mirna ha 21 combattimenti nel suo record. Li ha persi tutti per ko, 17 volte è accaduto entro il primo round, una sola volta è arrivata alla terza ripresa: sconfitta contro Kimberly Thomas per kot 3 il 9 aprile 2016.
Dopo ventuno ko consecutivi la Federazione della Repubblica Dominicana ha deciso di sospenderla a tempo indeterminato.
È la storia di una ragazza diventata donna subendo una sconfitta dietro l‘altra, a volte ha abbandonato al primo colpo, altre ha ceduto dopo un pugno pesante.
Per dare un’idea del livello pugilistico di Mirna, propongo tre suoi incontri.

24 febbraio 2018, affronta Avril Mathie che è al debutto. Perde per kot 1.

24 febbraio 2019, affronta Claribel Mena che è al debutto. Perde per kot 1 dopo 1:05.

27 marzo 2021, affronta Liliana Martinez (22-18-0), perde per ko 1 dopo 52 secondi.



Carlos Monzon, l’ultimo match tra paure e dolorose angosce…

Il mondiale dei medi contro Rodrigo Valdes è appena terminato. L’annunciatore si avvicina al microfono.
Poi, lentamente, legge il verdetto.
«I cartellini. Roland Darkin, arbitro e giudice, 144-141 per Monzon; Kurt Halbach 147-144 per Monzon; Mario Poletti 145-143 per Monzon. Vince, con decisione unanime, e resta campione del mondo per il World Boxing Council e la World Boxing Association, Carlos Monzon».
L’argentino non ha più forza neppure per esultare.
Il primo abbraccio è per Gino Giusti, l’uomo grande e grosso, dai lunghi e folti capelli bianchi che l’ha seguito ovunque quando era in Italia, a Parigi o nel Principato. Limitativo chiamarlo body guard. È un amico, l’ombra di Monzon. Poi un’altra stretta, ancora più forte, per Amilcar Brusa e Miguel Angel Cuello. A quel punto, Carlos si appoggia alle corde e chiama a gran voce Tito Lectoure che siede nelle prime file di bordo ring. Ancora un lungo, commosso, prolungato abbraccio.
«Ahora sì, Tito… Nunca mas… Esta fue mi ultima pelea».
Sul ring e attorno al ring si scatena l’inferno.
La polizia picchia tutti. Spettatori, addetti ai lavori, passanti, colpevoli e innocenti. Un giornalista vola sulle teste della gente, il piccolo geniale provocatore Maurizio Mosca della Gazzetta dello Sport ricorderà per sempre quel giorno.
Carlos rientra veloce nello spogliatoio, si guarda allo specchio e quello che vede non gli piace. Le ferite, il viso gonfio. I segni del match sono tutti lì, inconfondibili. È stata una battaglia, ha vinto, ma mai è andato così vicino alla sconfitta. Questo proprio non riesce a sopportarlo. Un ghigno, il pensiero di quello che dirà una volta fuori. Si stende sul lettino dei massaggi, il corpo martoriato lo costringe a pensare, a decidere. Un piccolo sorriso riempie la sua faccia. Ha scelto quale strada percorrere. Si spoglia, si infila sotto la doccia. Due reporter argentini riescono a entrare lì dentro chissà come, scattano tre foto. Venderanno le immagini di Monzon, nudo sotto la doccia, a una rivista spagnola per mille dollari al pezzo. Carlos li maledirà, non per averlo mostrato senza veli, ma non averci guadagnato un soldo. Un paio di mesi prima ha rifiutato la proposta di Playboy, gli aveva offerto 50.000 dollari per un servizio fotografico. Ha detto no e adesso Pichi Arcàzate e il suo amico lo hanno fregato.
Abel ha solo undici anni. Entra nello spogliatoio, si avvicina al lettino dove è steso il papà.
«Quando sei andato al tappeto ho pianto».
«Nella vita ognuno di noi può finire giù più di una volta, l’importante è che sia sempre in grado di rialzarsi».
Con quella frase Carlos pensa di aver chiuso la questione. Ha appena spiegato ad Abel cosa deve pensare e come deve comportarsi un vero macho. Ma il ragazzo insiste.
«Dimmelo papà».
«Cosa?»
«Che non combatterai più».
«Abel, nunca mas… Esta fue mi ultima pelea».
L’annuncio del ritiro non è ancora ufficiale. Rodolfo Sabbatini non crede sia possibile.
«Dice di ritirarsi. In gennaio, massimo febbraio, sarà da me per rimproverarmi. Mi chiederà come mai non abbia ancora preparato un match per lui. Perché Carlos Monzon non chiuderà qui».
Per una volta il saggio promoter romano sbaglia.
In agosto, appena un mese dopo l’ultima sfida, l’argentino organizzerà una festa e alla cena delle celebrazioni vorrà accanto a sé proprio Rodrigo Valdez. Lo mette tra lui e Susanna Gimenez che guarda con occhi pieni di gelosia Nathalie Delon.
L’attrice francese ha viaggiato per dodici ore pur di essere lì. In ricordo dei bei tempi.
In quel locale pieno di gioia, tristezza e sensualità Carlos Monzon fa il grande annuncio.
«Nunca mas».
Lo sa da tempo che quella rivincita con Valdez sarebbe stato l’ultimo atto di una carriera lunga e travolgente. L’ha scoperto quando ha cominciato a non sopportare più l’odore della palestra. Quando quello che una volta gli dava gioia, ora l’infastidiva. Quando faticava per trovare il ritmo giusto per l’esercizio alla pera. In un solo istante ha sentito sulle spalle l’intero peso di anni di sacrifici. Perché Monzon è fatto così. Fuori allenamento ha tempo solo per donne, alcool e sigarette. Ma quando arriva il momento di prepararsi per un match, lavora duro, soffre. Non ha mai dimenticato le parole di Amilcar Brusa, il maestro. L’omone gliele ha detto il primo giorno in cui le loro strade si sono incrociate.
«Ogni dolore in più in palestra è un dolore in meno sul ring.»
L’odore della palestra. Quello acre del sudore, dolce degli unguenti, sgradevole del cuoio. Quell’odore che, quando ne hai annusato troppo, sa di vecchio e cominci ad avvertirlo appena entri nello spogliatoio. Carlos Monzon non riesce più a sopportarlo. È arrivato il momento di smettere.
Ora cominciano i tempi duri. Non sarà più un pugile, non sarà più il campione del mondo dei pesi medi. Quattordici anni da professionista, quattro da dilettante. Da oggi saranno solo ricordi. La vita per lui diventerà molto più difficile di quando, per essere sé stesso senza finire nei guai, doveva solo salire su un ring.
Il Macho sta per cominciare una nuova avventura, la tragedia è dietro l’angolo.
«Abel, vieni qui»
«Eccomi papà»
«Te lo prometto. Ho chiuso con la boxe. È finita. Esco da vincitore!»
«Sono contento. Non mi piace piangere».
Nunca mas.
È il 30 luglio del 1977. Il ring è quello di Montecarlo. L’ultima volta di Carlos Monzon nei panni di pugile. Tutto era cominciato per placare la fame, ora che i soldi hanno riempito lo stomaco, c’è spazio per altre avventure. Ha viaggiato i primi 35 anni della vita in corsia di sorpasso. A caccia di sensazioni sempre più forti. Solo perdendosi negli eccessi riesce a trovare la pace. O, almeno, quella che a lui sembra tale. Alcool, sesso e fumo sono compagni di viaggio ideali. Adesso, messa via la sofferenza fisica e il sacrificio degli allenamenti, ci sarà spazio per tuffarsi nel peccato senza rimorsi. Ammesso che ne abbia mai avuti. Ma la sorte di chi va oltre i limiti, si nasconde spesso dietro un’ultima curva.
Chi non si cura delle persone travolte lungo il cammino, finisce per travolgerle tutte. Fino a uccidere. E a uccidersi.

L’8 gennaio 1995, ventisette anni fa, mentre sta facendo ritorno al carcere di Las Flores (dove è recluso per l’omicidio della terza moglie Alicia Muñiz, e dove ha l’obbligo di pernottare) l’ex campione del mondo si immette nella corsia di sorpasso a 140 kmh: l’auto sbanda e si ribalta più volte. Carlos Monzón muore sul colpo, aveva 55 anni. Riposa nel Cimitero Municipale di Santa Fe.

(da MONZON, il professionista della violenza. Di Riccardo Romani e Dario Torromeo, Absolutely Free Editore)

Bobby, solo sul ring si sentiva sicuro. La vita era un inferno

bobby

Las Vegas, 7 settembre 2016

Ve la ricordate quella notte, vero?
La domanda è un colpo di pistola sparato a bruciapelo. Non ci sono urla dopo quelle parole. Arthur tira su la testa, muove lentamente le labbra, ma da quella bocca non esce alcun suono. Sbarra gli occhi, il volto è una maschera di sofferenza.
Come potremmo dimenticarla?
Rispondono, quasi in coro, gli amici.
Eravamo a Sacramento. E non era certo Salvadore Ugalde a metterci in agitazione. Quel messicano non avrebbe mai potuto battere Bobby”.
Arthur pronuncia ogni parola scandendola con cura, come se avesse davanti qualcuno che non capisce la sua lingua. Per tirarsi fuori d’impaccio manda giù l’ennesimo bicchiere di whiskey.
No!
È un monosillabo, basta per far tacere tutti.
“No!”
John si asciuga una lacrima, strizza gli occhi umidi.
Quella sera eravamo tutti lì a chiederci come riuscisse a fare una cosa del genere. Salire sul ring appena ventiquattro ore dopo la morte della moglie. Valerie aveva 31 anni. Si era uccisa nella grande camera da letto, al primo piano della loro casa. Aveva alzato al massimo il volume dello stereo e si era sparata un colpo di pistola alla tempia. Era morta in un lampo. Ci aveva già provato il mese prima con una dose di pasticche che avrebbe ammazzato chiunque, Bobby però era arrivato in tempo, era riuscito a salvarla. La seconda volta lei non aveva voluto correre rischi. Aveva aspettato di essere sola e l’aveva fatta finita.
Di nuovo silenzio.
Si era stancata”.
Arthur torna a parlare con un filo di voce. Lui Valerie la conosceva bene. Come conosceva da sempre Bobby. Erano cresciuti a Sylmar nella San Ferdinando Valley, nella grande Los Angeles. Tre ragazzi, quasi la stessa età.
È una notte maledetta. Notte di dolore e di ricordi che provocano altro dolore.
Bobby è morto!”
John annuncia la tragedia appena varca la soglia del vecchio e malandato bar di Las Vegas, lontano dalla Strip e dalle luci della città. Lì dove ogni sera incrocia amici che conosce da sempre. Nessuno ha la forza di replicare, ha pronunciato quelle tre parole con una voce piena di odio.
BOBBY È MORTO!
John urla, ha il cuore straziato. Non è una lacrimosa veglia funebre che vuole. Cerca qualcuno con cui litigare, gli piacerebbe prendersi a pugni con uno più giovane e bravo di lui. Uno capace di dargli una lezione, un colpo dietro l’altro fino a quando non si ritroverà per terra, ferito e triste. Pronto per piangere. Sente un bisogno irrefrenabile di farsi del male. Vuole soffrire sino in fondo. Avverte dentro il cuore un vuoto terribile. Per farlo andare via, pensa, l’unico modo è quello di farsi pestare a sangue.
BOBBY È MORTO!
Lo so”.
Sembra che Arthur fatichi terribilmente nel mettere assieme quelle due parole. Stira ogni ruga di una faccia disegnata da un maestro dell’orrore, poi cede alla tristezza, manda giù l’ennesimo scotch e chiude nuovamente la bocca. Quel silenzio dura poco, guarda una ad una le facce tristi degli amici e si lascia andare. Prova a mettere assieme un ricordo.
L’ho visto meno di un mese fa a Hemet, nella casa di cura dove era ricoverato da tempo. Parlava lentamente, strascicava le parole, la voce era flebile, sembrava uscisse da una bocca che non era la sua. Proprio come era accaduto una decina di anni fa quando lo avevano inserito nella Hall of Fame. Lucidità, buio totale, di nuovo lucidità. Nei periodi buoni ricordava date e nomi, ma la maggior parte del tempo viveva in un mondo in cui non lasciava entrare nessuno. Era solo, come lo è sempre stato”.
Un rumore violento e improvviso fa saltare i vecchi ragazzi sulle sedie. Cadono i bicchieri, il whiskey bagna il pavimento lasciando nell’aria un forte odore di alcool. Peter ha appena tirato un pugno violento sul tavolino, una botta terribile. Ora ha l’attenzione di tutti. Si massaggia la mano con cui ha scagliato il colpo, gli fa male. Qualche escoriazione, un po’ di sangue. Ma a spaventare gli amici sono i suoi occhi. Sono un quadro dipinto con rabbia, violenza, ferocia, risentimento.
Basta! Non dite una parola di più. Bobby non merita di essere ricordato con commiserazione. Merita un ultimo lungo applauso. E se non siamo capaci di celebrarlo, allora tacciamo. Basta con queste frasi pietose. Avete già dimenticato quello che ci ha regalato? Ci ha fatto sognare, ci ha portato in un mondo che senza di lui non avremmo mai conosciuto. Eravamo tutti in piedi e applaudivamo senza sosta, sembravamo impazziti. Ci scordavamo in che luogo fossimo, non sapevamo neppure più quale fosse il nostro nome. Rafael Limon, Alexis Arguello, Danny Lopez, Cornelius Boza Edwards, Ray Mancini, Ruben Olivares. Gente che sul ring portava soprannomi come Bazooka, Boom Boom, Little Red. Campioni, fuoriclasse. Li ha affrontati tutti. Che battaglie! Una sfida testa a testa fino a quando uno dei due non cedeva. Colpi, ferite, tagli, sangue, sudore e lacrime. E noi lì senza farci neppure una domanda, eccitati da quello che stavamo vedendo. No, Bobby non deve essere salutato con il pianto. Jeff, portane ancora“.
Non chiede un altro bicchiere, questi signori viaggiano a bottiglie intere. C’è da celebrare un eroe, il loro eroe. L’alcool va giù, scioglie la lingua e ingigantisce la malinconia. Le facce del gruppo sono segnate dalle insidie del tempo, dalla cattiveria della vita e da un lavoro che non concede spazi a chi non ha lo spirito del guerriero.
Nasi schiacciati, vecchi tagli mal suturati, sguardo da duri. Ma ancora una volta sono gli occhi a regalare le sensazioni più intense. Trasmettono una scarica elettrica. Quando ti fissano, fanno paura.
Il bancone in legno antico dietro cui il barman guarda e annuisce, ha visto giorni migliori. Le cannelle che mandano giù birra hanno macchie che rovinano l’ottone un tempo brillante. Quel vecchio ragazzo non avrà più di quarant’anni. Guarda il gruppetto di anziani e scuote la testa. Ha paura che prima o poi dovrà chiamare la polizia. Continuano ad alzare il tono della voce, senza però mai sconfinare nell’ira. Vogliono solo urlare la rabbia per Bobby, per l’amico che non c’è più.
Vi ricordate quella notte?”
Bobby aveva il volto da eterno bambino, vestiva in modo sobrio, aveva lo sguardo da attore. Uno di quelli che a Hollywood vanno forte sul grande schermo e fanno innamorare milioni di ragazzine. Sembrava uno scolaretto. Proprio per questo il vecchio Bill Caplan, un giornalista, l’aveva soprannominato Schoolboy.
A lui la boxe era entrata nel sangue. Sembrava non potesse più staccarsene. E a Valerie questo non andava bene. Avevano tre figli e Bobby passava poco tempo con loro. Era diventato campione mondiale dei pesi piuma appena due anni dopo l’esordio nel professionismo, ma con già 23 vittorie e una sconfitta nel record.
Messo via Alfredo Marcano in nove round, non si era fermato più.
Lei lo supplicava di smettere, ma il pugilato sembrava fosse una droga per lui. Non poteva farne a meno. E poi gli servivano i soldi. Ne aveva guadagnati tanti, ma tanti ne aveva anche spesi. Valerie lo aveva implorato, minacciato, ricattato. Niente. Bobby le prometteva che il prossimo match sarebbe stato l’ultimo. Ma poi ce ne era un altro e un altro ancora. L’ultimo era sempre il prossimo e la catena non si chiudeva mai. Neppure un colpo di pistola e la morte della moglie erano riusciti a fermarlo”.
I ricordi attenuano il dolore, l’alcool aiuta la memoria e scioglie la parola.
Luis finora ha solo ascoltato, tocca a lui.
Me la ricordo quella notte. Messo ko Ugalde, Bobby è corso all’angolo. Ha abbracciato il fratello Allen ed è scoppiato in un pianto ridotto. L’ho sentito, l’ho sentito mentre gridava. “È finita! Oh Dio, è finita!” Ero nelle prime file di bordo ring e quelle parole mi sono entrate nella testa. Mi sembrava il verso di un animale ferito. Non era un urlo di liberazione, erano grida di rabbia contro sè stesso. Voleva convincersi che tutto si fosse davvero concluso. Ma sapeva benissimo che quell’incubo lo avrebbe accompagnato per sempre”.
Bobby è morto.
E i suoi amici lo ricordano con grande affetto e qualche rimpianto.
Che pugile fantastico! Un guerriero senza paura!”
Arthur è stato il suo più grande tifoso.
Ha ingaggiato battaglie selvagge con Lopez, Olivares, Limon, Boza Edwards. Ha vinto e perso, ma non ha mai fatto un passo indietro”.
John entra a piedi pari nella conversazione, ma lo fa parlando sottovoce, parlando a sè stesso. Pesa ogni parola. Racconta il dramma di un uomo che vedeva il ring come l’unico posto sicuro al mondo. Quando scendeva quei gradini, la vita diventava un inferno.
E cosa ha avuto in cambio? La dementia e la povertà! Vederlo negli ultimi tempi è stato davvero triste. Faticava a ricordare, faticava addirittura a mangiare, non riusciva neppure a vestirsi da solo. Forse tutto questo è colpa della boxe, di come lui ha voluto interpretarla. Ma la povertà no, non credo sia un’altra colpa da scaricare sul pugilato”.
All’improvviso sembra che un buio fitto e spaventoso si impadronisca dell’intero salone. Si sta scivolando inevitabilmente verso un approdo malinconico.
La vita di un campione che ha elettrizzato spettatori e tecnici sfila lentamente, accompagnata dalle parole di chi lo ha scelto come eroe. Era uno che accorciava la distanza e cominciava a picchiare. E dal momento in cui le mani affondavano nel corpo del rivale, lui non si fermava più. O andava giù o crollava l’altro. E questo alla gente piaceva da impazzire. Due titoli mondiali, nei pesi piuma e nei superpiuma. Cinquantotto vittorie su sessantasei incontri. Un idolo.
Un uomo dannatamente solo.
È salito sul ring per l’ultima volta il 2 giugno del 1988, una vittoria in dieci round su Bobby Jones a Orlando, in Florida. Ma neppure il ritiro dalla boxe l’ha portato via dalle tragedie che ne hanno accompagnato la vita.
Sembrava che una maledizione lo inseguisse dovunque andasse. Evidentemente non riusciva a staccarsi dalle spalle il peso dei suoi peccati”.
La voce di Arthur, rauca e affannata, esce a fatica da quella bocca piccola, labbra sottili e denti che il tabacco ha colorato di un avana amaro.
Tre anni dopo l’uscita di scena, è morto suo figlio. Bobby jr è stato ucciso in una sparatoria tra gang in un garage di Panorama City. A Bobby restava l’affetto degli altri tre figli, della mamma e del patrigno. Ma ormai aveva cominciato la discesa verso l’inferno”.
Aveva provato a lavorare, a scappare dai demoni che riempivano giornate in cui la droga aveva fatto il suo ingresso. Lenta e implacabile si era introdotta in un’esistenza che aveva già pagato il conto al dolore.
Mercoledì, 7 settembre 2016, Bobby è caduto a terra, ha sbattuto la testa sul pavimento. Era al Centro di Assistenza a Hemet, Los Angeles. È morto per le ferite riportate nell’incidente, aveva 64 anni. Ha finito di soffrire. A ricordarlo restano la sua immagine di guerriero senza paura e le lacrime di chi lo ha amato.
Ancora whiskey per tutti.
Arthur, John, Peter e Luis cercavano altre parole per continuare a raccontare le gesta del loro eroe, pensano sia l’unico modo per ritardare il più a lungo possibile il distacco.
Carl tace. Come ha fatto finora.
Lui a Bobby Chacon voleva così bene che qualsiasi parola in più gli farebbe sanguinare l’anima.

Canelo, la crescita di peso, le sfide nei cruiser e nei massimi

Saul Canelo Alvarez ha esordito al professionismo a 15 anni, nel 2005.
Pesava 63,050 kg. In pratica, combatteva da superleggero.
L’anno dopo accusava 66 kg.
Nel 2011 saliva a 69.850.
L’escalation non si fermava.
2017: 74,390.
2018: 75,750.
2019, il picco: 79,100.
Poi rientrava a 76,200 nell’anno in corso.
Ha vinto il titolo nei superwelter, medi, supermedi e mediomassimi.
Ha un record di 57-1-2, 39 vittorie per ko.
Ora vuole attaccare il mondiale massimi leggeri (attorno ai 91 chili) e massimi (oltre i 91, a meno che non provi nel WBC. In quel caso sarebbe sopra i 101,600).
Dicono che il 7 maggio a Las Vegas potrebbe affrontare Ilunga Makabu, campione dei cruiser per il WBC. Canelo è più basso di 10 centimetri e, al momento, dovrebbe aumentare il peso di oltre 14 kg.
Più azzardato sarebbe il tentativo, anche di questo si è parlato, contro Oleksandr Usyk nei massimi. I numeri. Canelo è alto 1.73 (fonte boxrec.com) e pesa 76,200. L’ucruaino è 1.91 per 101,600.
Dall’esordio a oggi, Alvarez ha messo su tra i 13 e 16 chili di peso. Nel caso in cui davvero dovesse affrontare un massimo, il gap tra partenza e arrivo sarebbe di oltre 28 chili.
Non so. Non sono competente in materia, riporto i numeri.
Saul Canelo Alvarez ha dimostrato di essere bravo, forte. A 168 pound (supermedi) ha sconfitto Callum Smith, Billy Joe Saunders e Caleb Plant. A 175 pound (mediomassimi) ha battuto Sergey Kovalev. Andare oltre significherebbe avventurarsi su un terreno sconosciuto.

Nel lontano 1909 un grande medio di nome Stanley Ketchel (al peso 77,200 kg, per 1.75 di altezza) sfidava il re dei massimi Jack Johnson (93,200 kg, per 1.89 di altezza). La differenza di struttura era imbarazzante, al punto che l’organizzatore Jim Coffroth imponeva a Ketchel di indossare un enorme cappotto, tre misure superiore alla sua taglia naturale (foto sopra), durante le operazioni di peso. Il giovanotto calzava anche un paio di stivali con circa dieci centimetri di suola. Il risultato era un equilibrio precario che lo costringeva a goffi movimenti sotto gli scatti dei fotografi.
Nel corso del mondiale Stanley riusciva a mettere al tappeto Johnson, ma alla fine veniva letteralmente distrutto. Le immagini d’epoca riportano in tutta la loro evidenza la diversa struttura fisica dei due rivali.
Stavolta la massa muscolare potrebbe invece non risultare così sproporzionata.
Comunque vada, un pugile alto 1.73 che accusi un peso di oltre 91 kg, non scatenerebbe in me sensazioni positive. Ma sicuramente stimolerebbe domande che non troverebbero risposte.
È la boxe. Un mondo in cui i dubbiosi finiscono all’inferno, nel girone dei miscredenti.
Il sipario cala mentre il dito indica l’incertezza sui pronostici dei match.
La Luna, lassù, è immersa nel buio.



Ruiz jr o Helenius per Fury; Chisora vs Wilder a giugno e…


Avvocati, giudici, enti mondiali, promoter e manager.
Una giungla in cui anche Rambo si troverebbe in difficoltà.
Anche il 2022 che sta arrivando si presenta pieno di incertezze.
Olesandr Usyk dovrebbe concedere la rivincita ad Anthony Joshua (in palio i titoli Wba, Ibf, Wbo dei pesi massimi) in aprile. Ma con un incessante lavoro sotterraneo, il clan di Tyson Fury sta facendo di tutto per convincere AJ a fare un passo di lato e rinunciare per il momento al match mondiale. Ignoro quale somma gli sia stata offerta, ma sembra sia davvero di tutto rispetto. L’ex campione ufficialmente ha dichiarato di avere rispedito al mittente la proposta, si è preso un nuovo allenatore e ha cominciato la preparazione. Usyk ha in ballo una sorta di scommessa. Si parla di un’ipotetica sfida lanciata da Saul Canelo Alvarez. Le differenze di peso renderebbero improbabile la realizzazione di questo evento, ma la boxe ci ha abituato a fughe dalla logica ogni minuto. Vedremo.
Tyson Fury avrebbe dovuto affrontare Dillian Whyte, designato sfidante ufficiale dal World Boxing Council. Lo stesso ente aveva stabilito la divisione delle borse: 75% al campione, 25% allo sfidante. Poi Whyte ha fatto sapere che sotto i 13,5 milioni di dollari non salirà mai sul ring. A quel punto la trattativa si è arenata. È probabile che DW ricorra per l’ennesima volta in tribunale, alla ricerca di un arbitrato che gli dia ragione. I tempi del match comunque si allungano, allora Bob Arum e Frank Warren hanno deciso di cercare un altro nome per far combattere Fury in primavera, probabilmente a fine marzo. Hanno chiesto il permesso al presidente del WBC. Maurizio Sulaiman ha dato il nulla osta, a patto che in quel match non ci sia titolo in palio. I due boss hanno raccolto il sì e si sono messi alla ricerca di un rivale. Hanno individuato due nomi: Andy Ruiz jr e Robert Helenius. Nel primo caso il match si farebbe a Las Vegas, nel secondo a Manchester.
La terza coppia in rampa di lancio è composta da due pugili che sono usciti sconfitti dagli ultimi incontri. Si tratta di Deontay Wilder (che ha velocemente cancellato l’idea di un ritiro) e di Derek Chisora (che ha respinto al mittente il suggerimento di finirla qui con l’attività agonistica). Match possibile, negli Stati Uniti in giugno.
Al prossimo ribaltamento. I pesi massimi sono in continua evoluzione, non c’è quasi mai una certezza e solo l‘annuncio ufficiale di data, sede e copertura televisiva potrebbe offrire una certezza. Forse.

Storia fantastica e tragica di un pugile che è diventato leggenda

Ho postato su Facebook la foto di Salvador Sanchez, la stessa che trovate sotto il titolo di questo articolo. Ho avuto la conferma che è sempre nel cuore di chiunque ami la boxe. E allora ho pensato di raccontare ancora una volta la sua fantastica, tragica storia.

L’orologio segna le 3:30 del mattino, una Porsche bianca corre veloce nel buio. Il traffico è intenso. Camion enormi in cammino lungo la strada che collega Santiago de Queretaro a San Luis Potosi, centossessanta miglia a nord di Città del Messico.
Il ragazzo sta tornando a casa. È un’ora insolita per lui, abituato a mettersi a letto alle nove della sera.
La velocità sale, il traffico non concede pause.
Improvvisamente, come se fosse uscito dal nulla, un camion appare davanti ai suoi occhi. Lo scontro è frontale.
Salvador Sanchez muore sul colpo.
Finisce a soli ventitrè anni la vita di uno dei più grandi pugili della storia.
È il 12 agosto del 1982.

Città del Messico ne ha creati tanti
ma nessuno tranquillo come lui,
dolce guerriero,
matador magico e puro”.

Sono i versi di una canzone scritta dall’artista folk-rock Sun Kil Moon e inserita nell’album “Ghosts of the Great Highway”. Parla dei fantasmi della grande autostrada. Salvador Sanchez si muove tra loro, grande e fiero come lo è stato per tutta la sua vita sul ring.


Salvador Sanchez era alto per essere un peso piuma, aveva una muscolatura potente, movimenti agili da pantera in agguato, mani pesanti. Si presentava sul ring mostrando uno sguardo fiero, sicuro. E questo lo faceva sembrare più anziano di quanto in realtà fosse. Una montagna di capelli ricci lo rendeva inconfondibile da qualsiasi distanza lo si guardasse.
Ai rivali, che avevano il coraggio di incrociarlo da vicino, lasciava poco tempo per capire quanto fosse potente, con quale rapidità riuscisse a trasformarsi in un’implacabile macchina da pugni.
Nella rincorsa verso il grande obiettivo aveva battuto anche Felix Trinidad senior, il papà di Tito, il grande campione di Portorico. Lo aveva messo ko in cinque round.

Il 2 febbraio del 1980 era salito sul ring del Veteran’s Memorial Coliseum di Phoenix, in Arizona, per il mondiale WBC dei pesi piuma. L’avversario era un eroe del momento.
Danny Lopez, statunitense di Fort Duchesse nello Utah.
Sette anni più grande di Chava, campione dal 1976, alla nona difesa della corona. Saliva sul ring con un grande copricapo di piume da capo indiano, lo chiamavano Little Red. Aveva la pelle chiara, capelli rossi e lunghi, basettoni, un paio di baffi enormi. Ma soprattutto picchiava come un assassino. Le sue otto difese si erano concluse tutte prima del limite.

Per quella sfida Sanchez si era allenato correndo dalle sei alle dieci miglia tutti i giorni, sei giorni alla settimana, sulle montagne. Aveva fatto footing attraversando quelle strade polverose che separavano i campi dove lavoravano i genitori. Non avrebbe mai cambiato ritmi e metodica di allenamento, aggiungendo col tempo sedute di sparring all’aperto anche d’estate, sotto un sole cocente che arrivava a toccare i 45 gradi.
In preparazione disputava round di cinque minuti, con intervalli di quarantacinque secondi.
Voleva essere pronto per reggere qualsiasi ritmo il combattimento imponesse.
Giornalisti e tifosi si erano seduti in platea, pronti ad assistere all’ennesimo successo prima del limite di Danny Little Red Lopez. Non sapevano neppure chi fosse quel messicano lì, pensavano l’avessero chiamato per riempire un buco. Avrebbero presto scoperto che quel giovanotto era un campione, uno che avrebbe segnato un’epoca.

In quel primo mondiale, Sanchez aveva dato dimostrazione di un’incredibile consistenza nei colpi. Jab sinistro, montante destro. Ganci, diretti. Portava tutto, con la pesantezza che un mondiale pretendeva. Era preciso, efficace. Scelta di tempo eccezionale, ritmo abbastanza elevato da asfissiare il rivale. Lopez era stato fermato al tredicesimo round.
Aveva perso per kot, con gli occhi chiusi dai pugni dello sfidante. Distrutto nel fisico e nel morale.
Il nuovo campione era il giovanotto messicano.
Salvador Sanchez si era appena presentato al mondo.

21 agosto 1981, Caesars Palace di Las Vegas.
Campionato del mondo pesi piuma WBC.
Sei difese del titolo , poi era arrivato Wilfredo Gomez e il mondo ispanico era entrato in agitazione.
Era una sfida ricca di significati. La boxe stava scoprendo il fascino dei pesi piccoli.
Wilfredo veniva da Portorico, era il campione dei supergallo. Aveva disputato 33 match, 32 li aveva vinti per ko, uno lo aveva pareggiato, al debutto contro Jacinto Fuentes. Ma soprattutto aveva battuto Carlos Zarate, l’orgoglio del Messico. Un fuoriclasse dal pugno terribilmente pesante che era arrivato alla sfida imbattuto dopo 52 incontri, 51 dei quali vinti prima del limite. Il mondiale tra i due picchiatori era stato vinto da Gomez. Un secondo dopo la conclusione del match, i messicani avevano cominciato a cercare l’uomo che li avrebbe vendicati.
C’era tutto questo in palio quel 21 agosto del 1981 al Caesars Palace di Las Vegas. C’erano tensione, rivalità. E c’era ance lo strascico di una polemica che stava per essere risolta.

In avvicinamento al match, Wilfredo aveva usato una tattica copiata da Muhammad Ali, un approccio all’evento che il più grande aveva insegnato a tutti i pugili del mondo.
Sgretola le certezze nella testa del nemico, sostituiscile con una montagna di dubbi, fallo innervosire. E lui crollerà.
Questo era il filone da seguire e Gomez l’aveva fatto con grande applicazione. Aveva insultato Sanchez, aveva cercato di scalfire il carattere tranquillo del campione. Lo aveva chiamato puttanella e scolaretta, a seconda della platea che aveva a disposizione.
Poi era arrivato il momento in cui dalle parole doveva passare ai fatti.
Al suono del primo gong l’unico in grado di portare avanti un piano efficace era stato il messicano. Wilfredo Gomez, picchiatore invincibile, era finito al tappeto nella prima e nell’ottava ripresa. Era stato travolto da un ciclone che non conosceva pause.
Sanchez sparava colpi da ogni posizione e con il passare dei round sembrava che le sue forze aumentassero.
Segnato nel volto, con gli occhi quasi completamente chiusi dai colpi del rivale, portato avanti solo dall’orgoglio, l’eroe di Portorico era stato fermato dall’arbitro Carlos Padilla quando mancavano cinquantuno secondi alla conclusione dell’ottava ripresa.
La questione era risolta, il Messico era stato vendicato.
Il governo di Portorico concedeva una giornata di riposo ai lavoratori per riprendersi dall’enorme delusione.
A Città del Messico festeggiavano il loro eroe, riempivano piazze, strade e vicoli con decine di migliaia di persone che urlavano ritmando il nome del pugile diventato mito.
Milioni di persone avevano seguito il mondiale davanti alla tv, c’erano bandiere alle finestra, urla di gioia riempivano il buio della notte.
Salvador Chava Sanchez aveva appena ricevuto la sua consacrazione, era entrato tra le leggende del ring.

Ioka, da dieci anni sempre sul ring alla vigilia di Capodanno

Ricordate Il giorno della marmotta? È il film in cui Bill Murray trascorre la giornata trattando male tutti. Il mattino successivo, al risveglio, nota alcune somiglianze con il giorno precedente. Identica la stazione radio, gli incontri in albergo, le frasi. Tanti, troppi dejavu. Tutto è uguale al giorno precedente, talmente uguale da essere lo stesso giorno.
Ecco, a Kazuto Ioka capita da dieci anni di rivivere lo stesso evento. Dal 2011 festeggia il Capodanno allo stesso modo. Unica eccezione il 2017, ma solo perché aveva pensato di ritirarsi dal pugilato. Sarà così anche stavolta. Il 31 dicembre il campione del mondo WBO dei supermosca celebrerà l’arrivo del nuovo anno salendo su un ring. Lo farà all’interno dell’Ota City General Gymnasium di Tokyo, l’arena che anziché un veglione, dal 2013 a oggi, per brindare al Capodanno preferisce mettere su una riunione di boxe.
Accadrà nel giorno della vigilia, che da quelle parti chiamano Omisoka. Molti studenti universitari e lavoratori che si sono trasferiti nelle metropoli per frequentare la scuola o per lavorare, tornano nelle loro città d’origine per trascorrere il Capodanno con famiglie, amici e parenti. Tutti, tranne quelli della Prefettura di Okinawa, dove il cambio di anno viene festeggiato secondo il calendario cinese. Nel secondo novilunio dopo il solstizio d’inverno.
Ma torniamo al pugilato.
Venerdì 31 dicembre, Kazuto Ioka difenderà il titolo contro Ryoji Fukunaga, che ha accettato con poco preavviso il ruolo di sfidante. Fino al 16 dicembre l’avversario del campione avrebbe dovuto essere Jervin Ancajas. I due sarebbero saliti sul ring per l’unificazione dei titoli, il filippino è infatti il titolare della corona IBF. L’evolversi della pandemia ha spinto il governo giapponese verso maggiori restrizioni, tra cui il divieto di accesso ai cittadini stranieri.
L’altro match mondiale previsto nel programma, quello dei medi Wba tra Ryota Murata e Gennady Golovkin è stato rinviato alla primavera del 2022. Quello dei supermosca è invece rimasto, era l’unico modo per salvare la riunione.
Fukunaga, 35enne mancino con un record di 15-4-0 (14 ko), fino a martedì era tre chili sopra il limite della categoria. Giovedì il peso ufficiale. “Non ci saranno problemi” ha detto.
Ioka (27-2-0, 15 ko, 32 anni) è un idolo in Giappone. Personaggio popolare e controverso. Sposato con la cantante Nana Tanamura, ha divorziato per celebrare le seconde nozze con una modella di cui non si conosce il nome, da cui ha avuto un figlio nell’agosto del 2019.
Buon record da dilettante (95-10-0), non è però riuscito a staccare un biglietto per l’Olimpiade di Pechino 2008. L’anno dopo ha lasciato l’università e, quando mancava un mese ai venti anni, è passato professionista. Nipote dell’ex campione mondiale Hiraki Ioka, è stato allenato dal padre con cui ha avuto vivaci discussioni proprio all’epoca della relazione con Nana Tanamura.
Nel 2017 ha annunciato il ritiro, è stato fermo per diciannove mesi, poi è tornato a combattere.
Nel 2020 è stato al centro di una curiosa vicenda. Ha difeso il mondiale, ovviamente l’ultimo giorno dell’anno, contro Kosei Tanaka. La Federazione giapponese lo ha minacciato di squalifica. Un tatuaggio non adeguatamente coperto è rimasto visibile, nell’arena e sugli schermi della TBS Tv, per tutto l’incontro. E questo è in contrasto con il regolamento nazionale che recita: “Un pugile con un tatuaggio che mette a disagio il pubblico non può competere in alcun incontro”.
Non è stato punito.
Altro momento di tensione nell’aprile scorso, quando un quotidiano online ha annunciato la sua positività al termine di un incontro. La sostanza riscontrata negli esami sarebbe stata la cannabis.
Anche qui, nessun provvedimento.
Venerdì 31 dicembre 2021 Kazuto Yoka saluta ancora una volta l’arrivo del nuovo anno dall’alto di un ring. Finora gli è andata male una sola volta, la vigilia del Capodanno 2019, quando ha perso per split decision in dodici riprese contro Donnie Nietes per il mondiale vacante dei supermosca Wbo.
Affronterà un uomo esperto, probabilmente non al meglio della condizione, ma deciso a battersi con onore. Il campione non vuole rovinare la tradizione, lo aspettano altre vigilie di combattimento.