Angel, pugile schiavo del sesso. Per i suoi tifosi era… Robinson

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Ha avuto tanto amore,

anche se era solo sesso.

Rocco è il figlio di Giuseppe e Maria.
Nasce a Genova, è a Napoli nel periodo della guerra. Frequenta l’università della strada.
A otto anni si guadagna da vivere facendo la borsa nera, scambia secchi di alluminio con sacchi di grano. Nel primo dopoguerra sposa Carla, hanno due figlie.
Cammino lentamente con lui lungo le strade di una Genova battuta dalla pioggia.
Saliamo i gradoni che ci portano davanti al ristorante gestito da un uomo che ha il pugilato nel cuore.
Ci sediamo a tavola e ordiniamo le stesse linguine al pesto che hanno reso felice Frank Sinatra, presidenti e papi. Mentre mangiamo, Rocco Agostino racconta e io ascolto in silenzio.
Questa è l’incredibile storia di Angel Robinson Garcia.

È un grande, ma ancora più grande è la sua dipendenza dal sesso. Non c’è  notte che non faccia l’amore. Con una o più donne. Non può farne a meno, il sesso per lui è come il cibo. Indispensabile.
È  un giramondo, ha vissuto a L’Avana, Miami, Barcellona, Napoli, Genova, Parigi, New York, Las Vegas e chissà in quanti altri posti ancora. Non riesce a sentirsi a casa in nessun luogo. La voglia di non sprecare neppure un secondo della vita lo porta a lanciarsi nei guai senza stare tanto a pensarci su. Basta che in fondo al cammino ci sia una donna.
Alto, fisico da sciupafemmine, volto d’angelo. Le fa impazzire.
Gli piace boxare e sul ring se la cava davvero bene, ma la cosa che gli piace di più è l’amore. Quello fisico. Non è un uomo di molte parole, promesse non ne ha mai fatte. Ama il contatto dei corpi, le notti consumate in un’esplosione dei sensi, il piacere dato e ricevuto.
Sesso, sesso e ancora sesso.
E non sta certo lì a porsi dei limiti sul dove o sul quando.
Prima di salire sul ring, dopo il peso, a fine match, durante gli allenamenti. Potrebbe esibirsi anche in un Palazzetto pieno di gente. Niente e nessuno riuscirebbe a fermarlo. Il sesso è l’aria che lo aiuta a vivere.

Rino Tommasi è un organizzatore di successo e si è messo in testa una strana idea. Vuole mettere in piedi una sfida tra il cubano e Bruno Arcari. Prima però c’è un problema da risolvere.
Angel Robinson Garcia è ospite della Modelo, la vecchia prigione di Barcellona. È  rinchiuso in quelle celle dove sono stati confinati rivoluzionari e controrivoluzionari, anarchici, franchisti e oppositori del regime, protagonisti delle prime lotte sindacali e delinquenti che hanno segnato la storia della mala in città.
Il manager spagnolo Pedro Caballero telefona ad Agostino, il procuratore di Arcari, dicendogli che è riuscito a convincere il direttore dell’istituto di pena. Garcia godrà di una breve licenza, ma Rocco dovrà firmare un documento in cui si impegna a farlo rientrare in carcere dopo 48 ore.
Agostino accetta e vola a Barcellona con l’aereo privato di Massimo Del Prete: il direttore del Palasport di Genova, che sarà la sede dell’evento.
Il 28 aprile del ’67 il cubano sale sul ring e perde ai punti in dieci riprese contro Arcari. Va così bene che Rocco gli propone di lavorare con lui appena tornerà ad essere un uomo libero.
Un paio di settimane dopo Angel Robinson Garcia dorme in una pensione di via XX Settembre a Genova.  Si allena duramente, ma trovarlo dopo le otto di sera è un’impresa disperata. È capace di andare fino a Verona per bere un caffè, di guidare sino a Milano per passare la notte in discoteca.
Diventa amico di alcuni uomini della Mobile e trascorre molte serate con loro. Ma almeno tre volte a settimana sono proprio quegli agenti a portarlo in cella. Oltre a essere un bel ragazzo, è sessualmente superdotato. E non si stanca mai di mostrare quella che ritiene la sua qualità principe. Le signorine dell’angiporto fanno a gara per averlo con loro. Smaniano, si agitano. Una situazione che non piace ai protettori che tutte le notti si mettono a caccia di quel tizio che si diverte con le loro donne senza tirare fuori una lira.
Una sera d’inverno si danno appuntamento in cinque.
Lo trovano, lo circondano. Pensano di essere riusciti a metterlo alle strette.
C’è umidità in giro, un freddo pungente che entra nelle ossa. Sarebbe stato meglio per tutti starsene in casa, lontani da quei vicoli del porto.
Angel racconta spesso questa storia a cui fa seguire una grossa risata, subito dopo arriva una tosse catarrosa figlia delle quaranta sigarette che spazzia via ogni giorno.
Quegli omoni hanno le facce incattivite da anni di soprusi, sono decisi a risolvere la questione una volta per tutte. La luna piena buca per un attimo la nebbia e illumina con un timido fascio di luce volti che parlano di violenze inflitte e subite.
Provano ad attaccarlo tutti assieme. Finiscono con il culo per terra, lamentosi e doloranti, stesi dai colpi da professionista di Garcia. Ganci, diretti, montanti. Un pugno alla volta, assestato con la stessa precisione che usa sul ring nelle serate baciate dalla buona sorte. Alla fine li ha tutti ai suoi piedi.
Qualcuno vede lo spettacolo dalla finestra, se lo gode sino in fondo, poi alza il telefono e chiama la polizia. Gli agenti sono in zona, meno di un minuto e arrivano.
Angel è una furia scatenata, per fermarlo devono prenderlo a randellate sulla nuca.
È un uomo difficile da gestire, anche perché oltre al sesso ha una passione per l’alcool. Gli piace bere, soprattutto vino.
Ma è un campione e a Rodolfo Sabbatini viene un’idea. Fargli incontrare Carmelo Bossi, con cui ha già pareggiato a Barcellona. Passa l’incarico a Silvana che è la sua segretaria da trent’anni.
“Chiama Rocco, passamelo”.
L’ufficio è al numero 1 di via G.B. Vico, in un vecchio palazzo a due passi da Piazza del Popolo. La stanza di Sabbatini è tre passi sulla destra. In qualsiasi momento del giorno puoi sentire, al massimo del volume, la voce roca del promoter. Combina affari con tutto il mondo, ma in qualsiasi lingua parli c’è sempre quello strano accento made in Pigneto che lo rende inconfondibile.
Rodolfo, c’è Rocco al telefono.
“Ciao, Rocco, come stai?”
Bene. Dimmi.
“Mi piacerebbe che Angel Robinson Garcia affrontasse Carmelo Bossi sui dieci round”.
Piacerebbe anche a me, ma…
“Che c’è? Soldi? Tre milioni bastano? Non credo abbia mai preso una borsa così alta in tutta la sua vita”.
Non è questo il problema. Tre milioni andrebbero bene, ma…
“Aho! Mo me so stufato! Non mi piacciono gli indovinelli. Quale è il problema?”
Angel è in prigione.
“Meglio”.
In che senso?
“Se è in prigione vuol dire che recentemente non ha fatto stravizi, vuol dire che è in peso, che è carico e ha voglia di menare le mani. Perfetto. L’unico problema è tirarlo fuori, il match è fra tre settimane”.
Vedrò cosa si può fare.
Rocco chiama una vecchia conoscenza al Ministero di Grazia e Giustizia. E ottiene un accordo sotto la sua completa responsabilità. Il pugile potrà uscire tre ore ogni pomeriggio per allenarsi. Il vecchio manager dovrà andare a prenderlo e dovrà riaccompagnarlo in carcere. Angel finirà di scontare la pena giusto una settimana prima del combattimento. Si può fare.
Il piano sembra perfetto.
Garcia si allena.
Una settimana prima della sfida è davanti al portone blindato del carcere ad aspettare il manager.
Rocco va a prenderlo alle 10 del mattino. Lo fa salire in macchina e lo porta a Roma. Per cinque giorni il cubano mangia solo spaghetti in bianco, senza sale, senza sugo. Alla fine è in perfetta forma.
Per quattro riprese si difende bene. Si deve arrendere alla quinta, ma solo per colpa di una ferita.
È il 14 luglio del 1967.

Garcia odia fermarsi in un posto. Ama la vita da zingaro, da nomade sempre alla ricerca di nuove avventure. Se gliene propongono una ci si lancia senza starci tanto a pensare. Niente lo spaventa.   pronto ad andare ovunque ci siano un ring, un avversario e qualche soldo per scacciare la fame.
Lo chiamano a Santiago di Cuba per un match contro Chico Morales.
Arriva sul posto dopo molte ore di pullman. In città stanno ancora festeggiando il Carnevale, le strade sono piene di turisti, gli alberghi non hanno una stanza libera. Assieme al maestro Richie Riesgo se ne va in giro per cinema, guardando lo stesso film, rubando ogni volta qualche preziosa ora di sonno. Alla fine decidono di riposarsi su una panchina del parco.
La mattina dopo Angel fa il peso, è perfettamente nei limiti della categoria. Entra in un pub fumoso, pieno di odori, suoni e povera gente. Ordina una robusta colazione. Uova, pancetta, salsicce e un po’ di formaggio. Latte freddo e tanto caffè. Divora tutto con calma, non ha fretta. Non sa dove andare.
Mandato giù l’ultimo boccone accompagnato da un sorso di caffè ancora bollente, torna in quei cinema dove ha già trascorso parte della notte. Esausto, si addormenta su scomode sedie di legno, ignorando voci e immagini che arrivano dallo schermo, godendo sino in fondo del buio in sala.
La sera sale sul ring e batte Chico Morales.
Il match non risulta nel record ufficiale di Garcia. Da quelle parti capita spesso che i combattimenti, anche se regolarmente disputati, non vengano registrati. Sui fatti c’è la testimonianza di Richie Riesgo che ripete sempre la stessa versione.
“Questa storia è vera dalla prima all’ultima parola”.

Molti soldi passano tra le sue mani, quasi mai arrivano però nelle sue tasche.
Affronta i migliori. Quindici campioni del mondo, tra cui Roberto Duran, Josè Napoles, Carlos Hernandez, Wilfredo Benitez, Ismael Laguna, Esteban De Jesus, Ken Buchanan.
Rimane sul ring per ventitrè anni, oscillando dai pesi leggeri ai welter, combattendo in tutti i continenti. Disputa 250 match da professionista, anche se solo 239 finiscono nel record ufficiale (138-80-21, 55 ko).
Interpreta sempre lo stesso copione.
Va a Miami, entra nella Fifth Street Gym di Chris e Angelo Dundee. Si allena con autentici fuoriclasse. E quando il capo riceve un’offerta per farlo combattere contro Rafiu King a Parigi, lui lo segue senza fare una domanda. È il 20 novembre del 1961.
Racconta il manager italo-americano.
“Quella volta ho commesso un errore. Gli ho lasciato una notte libera. L’ho rivisto dieci anni dopo”.
Parigi è fatta per lui. Vino, donne e divertimento. Nel tempo libero, boxa. Sposa la figlia di un commerciante, per qualche mese cambia vita, diventa un uomo di casa. Ma dura poco. Gli manca la libertà di decidere ogni momento cosa fare, gli manca il gusto di cambiare donna ogni notte.
Fa amicizia con molti personaggi dello spettacolo, gli vogliono bene Jean-Paul Belmondo e Alain Delon.
Passano gli anni.
Una notte a Parigi, un po’ per gioco un po’ per curiosità, Belmondo decide di tornare in metro a casa assieme ad alcuni compagni d’avventura.
Scendendo giù  nei corridoi che portano al binario incrocia un uomo di colore. Se ne sta disteso. Poggia il corpo stanco su un vecchio cappotto logoro, accanto a lui c’è una bottiglia di vino quasi vuota. Non degna di uno sguardo la gente che lo sfiora ignorandolo, badando solo a non calpestarlo.
Con orgoglio restituisce a quelle persone la stessa indifferenza. Gli occhi del barbone sono acquosi, vuoti. Il gruppo di amici comincia a deriderlo. Bebel coglie un lampo in quello sguardo, si accorge che quel barbone così malmesso è uno che conosce. Un pugile, o meglio lo è stato, uno che l’ha entusiasmato più volte sul ring del Palais des Sport.
Quel barbone è Angel Robinson Garcia.
Lo convince a farsi aiutare. L’ex fighter gli chiede di tornare a Cuba, da dove è scappato tanti anni prima, nel momento stesso in cui Fidel Castro ha messo al bando il pugilato professionistico. Nell’isola ha lasciato il ricordo di un atleta di talento che valeva i migliori del mondo. Ma anche l’immagine di un uomo senza regole, sospeso dalla commissione locale per avere dato più volte scandalo. E poi c’è  ancora in sospeso una vecchia questione per un pugno tirato sul muso di un soldato castrista. Riportarlo a Cuba non sarà semplice.
Ma Belmondo è amico del Leader Maximo. A forza di insistere, dopo decine di lettere e altrettante telefonate riesce a convincerlo a rilasciare un visto di ingresso per quel campione senza pace.
Angel parte per un ritorno alle radici.
In Europa ha entusiasmato chiunque amasse la boxe, ma spesso non ha rispettato le regole.
Garcia si è goduto quelli che lui pensava fossero gli unici piaceri della vita.
Sesso e alcool ne hanno compromesso carriera e salute. Fegato e reni sono andati in sofferenza. Chissà dove sarebbe arrivato se solo avesse percorso sentieri meno pericolosi.
Ha vissuto come aveva sognato.
“Non si può scegliere il modo di morire. E nemmeno il giorno. Si può soltanto decidere come vivere” canta Joan Baez. È esattamente quello che ha fatto Angel Robinson Garcia, morto povero e in solitudine l’1 giugno del 2000 all’Avana. Lì dove era nato sessantatré anni prima.
L’ultima foto mostra un volto segnato da decenni di abusi, uno sguardo triste, due sopracciglia su cui spiccano vecchie cicatrici. Un vagabondo del ring che ha vissuto godendo l’attimo fuggente, senza mai pensare di doverne rendere contro alla vita.

(estratto dal libro Non fare il furbo, combatti di Dario Torromeo, Absolutely Free Editore)

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Il talento dei Gary Russell, la famiglia con un solo nome…

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Periferia di Washington D.C., città con la più alta mortalità infantile del Paese.
Ehi Dad!
Il mio amico Carl si gira, sorpreso di sentire per l’ennesima volta chiamare papà quel signore un po’ in carne, dallo sguardo sicuro e dal passo rapido, che sta attraversando la strada. Evidentemente deve essere un genitore speciale. Alla fine, incuriosito, chiede informazioni a una donna che sta urlando a gran voce a un bambino di tornare in casa.
Lei lo fissa spalancando gli occhi.
“Davvero non sa chi sia?”
No, signora.
“Guardi quella lì, la terza sulla destra, quella piccolina, è la sua casa. Entri e chieda di lui”.
Ma non so come si chiama.
Lei gli indica ancora una volta la direzione da prendere.
A Carl sembra di vedere un sorriso sulle sue labbra.
“Chieda di Gary Russell, aggiunga: quello della boxe”.
Grazie signora, è sicura che non disturbi?
“Tranquillo, sono una famiglia perbene”.
Raggiunta la casetta, il mio amico bussa. Gli apre una donna.
Piacere, signora, mi chiamo Carl Wenton.
“Piacere, sono Lawan”.
È in casa Gary?
“Un attimo che vedo. Ehi Gary, ci sei?”
SI!
La risposta arriva da un coro di voci.
Scusi eh, io cerco Gary Russell.
“C’è in casa Gary Russell?”
Altro coro.
SI!
A quel punto Carl pensa lo stiano prendendo in giro. Ma comunque tenta un’ultima volta.
Cerco Gary Russell, quello che si occupa di pugilato.
“Il signore cerca Gary Russell, quello che si occupa di pugilato”.
È a quel punto che sette persone, un uomo più grande e sei ragazzi con pochi anni di differenza tra loro, si palesano. Tutti in forma, tutti sorridenti.
“Chi di noi cercava esattamente?”
Gary Russell, quello che si occupa di pugilato.
Gioco finito. I sette si presentano con i loro nomi.
Gary Russell sr.
Gary Russell jr.
Gary Russell jr.
Gary Russell jr.
Gary Russell jr.
Gary Russell jr.
Gary Russell jr.
Prima che Carl reagisca a quello che gli sembra uno scherzo portato un po’ troppo alle lunghe, il signore prende la parola.
“Buongiorno, permetta che chiarisca la situazione. Io sono il papà, loro sei sono i miei figli. Li ho chiamati tutti come me. Proprio come George Foreman, campione olimpico e mondiale, che ha chiamato i suoi cinque figli George: “Perché uno che fa il pugile, a fine carriera potrebbe non essere così lucido da ricordare i nomi di tutti i figli. In questo modo è più facile”. Io amo l’ironia e il talento di Big George, ma soprattutto amo la boxe e ha deciso che prima o poi un Gary Russell vincerà l’Olimpiade. Così, per avere maggiori possibilità, ho chiamato con lo stesso nome tutti e sei i figli”.
E come fa per riconoscerli?
“Sono miei figli, non li riconosco certo dal nome”
E quando deve chiamarli?
“Ho dato a ognuno di loro un nome di mezzo: Antonio, Allen, Allen III, Antuanne, Dereke ed Isaiah. Semplice, no?”
Avuta una risposta a ogni suo perché, Carl ringrazia, si scusa per l’eccesso di curiosità e lentamente riprende la strada di casa.

È passato un po’ di tempo da quel giorno.
Allen è diventato campione del mondo, Antonio e Antuanne sono in corsa per un match con il titolo in paio, Allen III ha vinto i Golden Gloves nazionali. Stesso nome, stesso sport, molto talento.
Gary Allen Russell jr è andato ai Giochi di Pechino 2008 con la maglia della nazionale statunitense. La sera prima del peso che precedeva il debutto si è sentito male. Un collasso, ha rischiato molto. La dieta esasperata per rientrare nei limiti della categoria e gli sforzi sostenuti in allenamento gli sono stati fatali. Salvo, ma niente Olimpiade.
Allen, che ha tatuati sulla spalla sinistra i nomi dei sei fratelli Russell, passa professionista e diventa campione del mondo dei pesi piuma per il WBC. Lo è dal 2014, è il più longevo di tutti i campioni in carica. Sei difese del titolo, la settima la sosterrà, dopo essere rimasto fermo per due anni, il prossimo 26 gennaio ad Atlantic City contro il filippino Mark Magsayo (23-0). In carriera ha una sola sconfitta (31-1-0 il record), per MD 12 contro Vasyl Lomachenko. In palio c’era la corona WBO.
Per la prima volta all’angolo non ci sarà il papà, suo allenatore da sempre. A causa del diabete, malattia di cui soffre da tempo, a Gary sr è stato amputato un piede. Due mesi in ospedale, poi il ritorno a casa i primi giorni di questo mese.
In platea mancherà Dereke, morto nel dicembre scorso per un problema cardiaco.
A gestire l’angolo di Allen jr, assieme al coach in seconda, ci saranno due dei suoi fratelli: Antonio e Antuanne.
Antonio, soprannominato dal papà Another, da dilettante ha perso all’ultimo turno di qualificazione per i Giochi. Passato professionista, nei pesi gallo, ha un record di 19-0 con 12 ko.
Antuanne, detto The Last, ce l’ha invece fatta. È stato il primo dei Gary Russell a partecipare a un’Olimpiade, quella di Rio de Janeiro 2016. Esordio contro Richardson Hitchins, un giovane 18enne di Brooklyn che boxava per Haiti, Paese natale dei genitori. Di lui si diceva un gran bene, aveva vinto due volte il Guanto d’Oro di New York, era veloce e possedeva una buona tecnica.
Può essere bravo quanto vuole, ma stavolta la medaglia la prende Gary Russell” aveva commentato Senior.
Così era stato, o quasi. Antuanne aveva superato Hitchins, aveva poi battuto il tailandese Masuk, ma si era fermato nei quarti (a un match dalla medaglia) contro l’uzbeko Gaibnazarov.
Diventato professionista, ha disputato 14 match, 14 vittorie per ko. Boxa al limite dei superleggeri, ha firmato per la PBC (Premier Boxing Champions), quindi Al Haymon, e punta al mondiale.
Questi sono i Russell.
Papà Gary sr ha 62 anni, è stato pugile anche lui, ma ha dovuto smettere dopo una ferita subita al ginocchio durante una battuta di caccia. Ha una palestra, l’Enigma Boxing Gym a Washington.
Cosa sia il pugilato per la famiglia lo spiega Allen, il campione del mondo.
“Non è né un hobby, né un passatempo. È una scelta di vita, il riferimento della nostra esistenza. Rispetto, sacrificio, coraggio, voglia di arrivare. Sono regole imparate dal pugilato, ce le ha insegnate papà. E noi non potremo mai tradire la boxe, non potremo mai tradire papà”.

(La prima parte del racconto si basa su fatti reali, la narrazione ha lo sviluppo di una fiction. Il resto dell’articolo è cronaca. Nella foto, in alto, da sinistra Gary Antonio Russell jr, Gary Allen III Russell jr, Gary Allen Russell jr, Gary Antuanne Russell jr. Seduto, Gary Russell sr.)

Il pugilato? È passione, felicità e dolore. Parola dei Duran…

Questo è un articolo per chi ama le storie di una volta, per chi brucia di passione per il pugilato. Due interviste e un racconto lungo, roba da maratoneti, richiede impegno. Qui si parla di una famiglia legata da sempre alla boxe, i Duran. Qui si narrano le vicende di Carlo, Massimiliano e Alessandro Duran. Qualcosa lo ricorderete per averlo già letto in questo blog, altre cose vi faranno fare un salto indietro nel tempo. Buona lettura.

ALESSANDRO DURAN, APRILE 1998, INTERVISTA

Quando hai sentito per la prima volta la parola boxe?
«Quando sono nato»
E i primi guantoni, quando sono arrivati?
«Avevo un anno, ci sono le foto a testimoniarlo. La boxe in casa Duran è sempre stata una parola magica. Papà era un emigrante argentino, tutto quello che ha avuto nella vita, l’ha ottenuto grazie al pugilato»
Così tu ti sei sentito costretto a salire sul ring.
«No. Io sono diventato pugile per curiosità. Avevo tre anni e papà mi portava già in palestra. Lui era il mio idolo, il campione da venerare. La boxe era al massimo dello splendore, per gli amici vederlo combattere era diventato un rito. Lo guardavo allenarsi e mi dicevo: da grande farò il pugile anche io. Ma, probabilmente, dentro di me non ci credevo molto. Massimiliano in palestra, dal maestro Strozzi, l’ha portato mia madre: “E’ grande, grosso, robusto, gli faccia fare sport”. È stato guardando mio fratello che mi sono deciso. Ero curioso di capire perché tutti quelli della mia famiglia amassero questo sport. Avevo 14 anni, ho provato. Dopo 19 anni sono ancora qui a fare a cazzotti»
Papà, ovviamente, era entusiasta della scelta.
«Era contrario. Pesavo 46 chili, non riuscivo neppure a fare il peso mosca. E poi c’era il mio carattere. Per strada, quando scoppiava una lite ero il primo ad attaccare. Papà diceva: “Questo è matto, non ragiona, finirà per farsi ammazzare. Non voglio vedere mio figlio in manicomio”. Poi è entrato in palestra e mi ha visto per la prima volta fare i guanti. Ha capito che si era sbagliato: boxavo arretrando»
E tu, l’hai visto spesso combattere?
«Cinque o sei volte. Ma sempre in televisione. Diceva che se fossi stato a bordo ring sarebbe stata una sofferenza troppo grande per lui e la mamma. Papà non ce l’avrebbe fatta a boxare con i suoi figli in platea. E così mi mettevo davanti alla tv. Quando sentivo la sigla dell’Eurovisione mi veniva il batticuore, sapevo che dopo qualche minuto sarebbe apparso mio padre. È stato un grande campione. Un medio alto 1.85 a quei tempi era una rarità. E poi aveva classe, intelligenza. Tutti lo stimavano. È morto da sette anni, ma la gente ancora mi ferma per strada e mi parla di lui»
Eravamo rimasti al momento in cui hai deciso di diventare un pugile. Qualche match da dilettante, poi l’esordio al professionismo. Un esordio diverso dagli altri.
«È stato il momento più bello della mia vita sportiva. Avevo 18 anni, appena 8 incontri da dilettante alle spalle, e non potevo combattere da pro’. Siamo andati contro tutto e tutti. Io e papà abbiamo preso l’areo per l’America. Abbiamo passato 40 giorni a Chicago a casa dei nonni di mamma. Mi allenavo in una palestra che si trovava nella zona più brutta della città. Cinquanta pugili che si picchiavano sognando il successo. La fame la toccavi con mano, quando vedevi sparring che appena presi i 5 dollari per due riprese scappavano a comprarsi qualcosa da mangiare. C’era l’anima della boxe lì dentro. Ho combattuto contro un tizio che aveva 127 match da dilettante, 119 vittorie. È stata dura, ma ce l’ho fatta. È stata l’esperienza più importante della mia carriera»
Hai ricordi meravigliosi di tuo padre sul ring, cosa mi racconti dell’altro campione di famiglia: tuo fratello Massimiliano.
«Quando Momo combatteva, mi sentivo male. Non dormivo la notte prima del match, mi veniva da vomitare. Succede sempre così quando sei all’angolo di una persona a cui vuoi bene. Anche se lo conosci perfettamente, non puoi essere sicuro di quello che gli passa per la testa. E così in preventivo metti anche la possibilità che possa perdere. Cosa che non rientra mai nei tuoi pensieri quando sul ring ci sei tu»
La sconfitta. Una parola che fa paura, cosa significa per un pugile?
«E’ un dramma. I giorni che seguono una sconfitta sono un tormento. Nella boxe non sai mai quando avrai la prossima occasione. Non c’è un calendario a garantire le tue ambizioni. Per uscire da questa situazione devi fare appello a tutto il tuo orgoglio, alla forza morale. L’intelligenza deve aiutarti a capire dove hai sbagliato o ad ammettere che chi ti ha battuto è stato migliore di te»
Anche questo te l’ha insegnato tuo padre?
«Da papà ho imparato il significato della parola lealtà, a non avere paura di dire sempre quello che penso. Mi ha lasciato un grande rispetto per questo sport. È stato un atleta serio: in attività non l’ho mai visto andare a letto dopo le 22.30, entrare in un bar, saltare un allenamento»
Una famiglia unita la vostra, una famiglia in cui tu eri un po’ il “cocco” di tutti.
«Ero il figlio più piccolo. Massimiliano era più grande e più grosso. Ma “cocco” no, è stato mio fratello quello che papà ha seguito di più»
È stata dura essere i “figli del campione Carlos Duran”?
«Sicuramente lo è stato all’inizio delle nostre carriere per i continui paragoni che la gente voleva fare a tutti i costi. Poi però avere vicino un uomo esperto, un grande professionista, è stato di enorme aiuto ed ha superato quello che avevamo pagato in emozione o in complessi nei primi tempi dell’attività. Papà ha sempre avuto fiducia in me, continuava a ripetere: “Se avessi avuto le mani di Alessandro oggi avrei in bacheca la cintura mondiale”. Per Massimiliano la morte di papà è stata una tragedia come figlio ed un dramma come pugile. Lui era meno istintivo di me, più costruito. Papà lo teleguidava dall’angolo.  La sua morte ha accorciato la carriera di mio fratello»
Una volta Massimiliano mi ha detto che gli capitava di parlare con Carlos anche dopo che lui era morto. Tu hai ugualmente un legame così forte col ricordo di papà?
«Da sette anni, tutte le mattine, quando torno dal footing vado al cimitero. Finisco la mia ginnastica davanti alla tomba di papà. Nei primi tempi le vecchiette che erano lì a pregare i loro morti mi hanno preso per matto, oggi sono le mie migliori tifose»
Dopo tanto parlare del papà, vogliamo dire qualcosa anche su mamma Augusta?
«È eccezionale. Da 38 anni è sempre lì a bordo ring a soffrire per i suoi cari. Il nostro è un ambiente affascinante, ma difficile. Non ci si scambia carezze. Lei ci ha sempre lasciato libertà di scelta. Seguiva papà tifando per lui, agitandosi sulla poltrona a bordo ring. Con noi a vincere è la paura. Un figlio ti crea ansie continue. Se ne sta lì in silenzio. Per papà era anche una tifosa, per noi è sempre e solo la mamma. È normale che sia così»
Carlos ripeteva spesso che Augusta è un “comandante”. Cosa voleva dire con quella parola?
«Che in palestra era lui a comandare, ma in casa le cose cambiavano. È stata lei che si è presa cura delle nostre vite. A volte è stata anche la mamma di mio padre»
La paura. Mike Tyson dice che il pugile che non ce l’ha è un pazzo che rischia continuamente la vita.
«Io dico che chi non ce l’ha è un incosciente. La boxe è uno sport per uomini duri, dall’altra parte c’è un tizio che ti vuole picchiare e tu non devi permetterglielo. Chi non ha paura, diciamo meglio: chi non ha rispetto per quello che fa e per il rivale che affronta, vuole dire che è arrivato al capolinea. Devi avere rispetto per il tuo avversario, così lo avrei anche per te stesso. Non puoi mentire, il bluff non fa parte di questo sport. Il ring è come la vita: alla fine devi rendere conto di quello che hai fatto. Solo che nella vita non sai quando dovrai farlo, nel pugilato dopo 36 minuti c’è un giudizio a cui non puoi sfuggire»
E quale sono le altre doti che un pugile non si può permettere di non avere?
«Il coraggio. Ci sono bulletti che vengono in palestra e sul ring scappano come autentici fifoni. Ma attenzione: il coraggio deve sempre essere accompagnato dalla ragione. Altrimenti diventa stupidità»
Quale è la differenza più grande dai tempi in cui combatteva Carlos e oggi?
«Erano altri momenti, un’altra epoca. La boxe coinvolgeva e appassionava tutta l’Italia. Assieme a calcio e ciclismo era lo sport più popolare. Logico dunque che le dimensioni dei personaggi fossero diverse. Quando combatteva papà era molto più difficile arrivare al mondiale: c’erano solo otto categorie e le sigle non erano così tante come oggi. Ma allora si guadagnavano anche molti più soldi. Papà, anche senza conquistare il titolo mondiale, ha guadagnato in carriera dieci volte più di noi»
I Duran. Dicono che siate gente con cui è difficile avere a che fare
«Dicono che abbiamo un carattere difficile. La verità è che diciamo sempre quello che pensiamo e a volte questo crea dei problemi. Ma io a 33 anni sono felice di non essere ancora sceso a compromessi. E poi: la smettano di dire che siamo due figli di papà. Abbiamo lottato duramente per ottenere quello che siamo riusciti a conquistare. Massimiliano ha vinto il mondiale contro un avversario del valore di Carlos De Leon. Io ho vinto il titolo a 31 anni. Ci provino gli altri»
Abbiamo passato in rassegna l’intera famiglia, ci siamo dimenticati di parlare di Anna Caterina: tua moglie.
«Mi sono fidanzato a 21 anni, avevo già fatto dieci match da professionista. Quando sono tornato a casa con la lettera della Federazione che mi comunicava la nomina a sfidante del titolo italiano, ho visto Anna Caterina piangere. È stata l’unica volta. Mi ha aiutato nei momenti più bui»
E di te come pugile cosa pensa?
«Anche lei crede, come faceva la mamma col papà, che io sia invincibile»
Da 38 anni i Duran hanno attraversato da protagonisti la storia del pugilato italiano. Quando ti ritirerai, chi prenderà l’eredità?
«Massimiliano ha una bambina. Noi aspettiamo un figlio, ma ancora non ne conosciamo il sesso. Se sarà maschio e me lo chiederà, farà il pugile. Ma dovrà avere talento e voglia di sacrificarsi. Io preferirei che giocasse al calcio, facesse atletica leggera o nuoto. Ma non ostacolerò le sue scelte. Dovrà però dimostrarmi di prendere sul serio questo sport. La boxe non è un gioco ed essere un Duran non è facile»


MASSIMILIANO DURAN, APRILE 2020, INTERVISTA

Il telefono suona due sole volte, prima che arrivi il terzo squillo Massimiliano ha già la cornetta in mano.
Dimmi Rocco.
“Sapevi che avrei chiamato?”
Lo speravo.
“Ho una grande notizia per te”.
Dimmi Rocco.
“Prova a indovinare”.
Il titolo europeo?
“Sali”.
Non dirmi che è il mondiale.
“E invece te lo dico. Hai la possibilità di fare il titolo. Hai un’ora di tempo per decidere. Prendere o lasciare”.
Ti richiamo.
Cinque minuti dopo Carlo torna a casa.
Papà, ha chiamato Rocco. Posso fare il mondiale.
“Te la senti? Ne sei convinto?”
Certo.
“E allora andiamo a prenderci questo titolo”.
È nata così la grande avventura di Massimiliano Duran.
La telefonata che gli ha cambiato la vita partiva da Genova, destinazione Ferrara. Era la tarda primavera del 1990.
Due mesi dopo, il 27 luglio di quell’anno: venti giorni dopo Italia ’90, si batteva sul ring di Capo d’Orlando contro il grande Carlos De Leon.

Ciao Massimiliano, vogliamo parlare di quella notte?
Volentieri Dario, comincio dicendoti come mi sentivo dopo quella telefonata di Rocco Agostino. Mi sembrava di essere protagonista di un sogno.
Se chiudi gli occhi, quale è la prima immagine che ti torna alla mente?
Quella di un signore che dal palazzo accanto all’hotel dove alloggiavo in attesa del match a Capo d’Orlando, mi ha visto e salutato. Due minuti dopo ero circondato da una marea di ragazzi, nell’edificio vicino c’era una scuola e loro volevano conoscere lo sfidante al titolo.
Altri tempi, altra popolarità per il pugilato.
Il match era trasmesso in diretta da Rai2, telecronista Mario Guerrini, interviste di Franco Costa. Stadio pieno.
Nello spogliatoio, prima dell’incontro, sia tu che Carlo avete detto che eravate sicuri della vittoria.
Il mio obiettivo era quello di diventare campione italiano. C’ero riuscito, poi avevo avuto questa enorme fortuna. Non potevo sprecarla. Sapevo che sarebbe stato un match difficile, De Leon era un campione con grande esperienza. Ma ero preparato a tutto. Papà mi aveva detto molte cose, mi aveva raccontato dei trucchi che i pugili usavano sul ring. Mi aveva messo in guarda sulle ditate negli occhi e i colpi alla gola. Non aveva tenuto delle lezioni, mi aveva raccontato queste storie mentre mangiavamo. Come se nulla fosse. E puntualmente il portoricano mi aveva fatto vedere in concreto cosa significasse subire quelle scorrettezze. Ero preparato. Mi allenavo a Bogliasco assieme a tanti campioni. Vedevo gli altri andare a combattere per un titolo e spesso tornare vincitori. Mi sentivo parte di una scuderia importante. Ero convinto di vincere, di farcela. Non potevo sciupare un’occasione del genere. Mi sentivo in grado di accarezzare il cielo, di toccare il fuoco senza farmi male
.
Carlos De Leon aveva disputato quindici titoli mondiali, tu avevi fatto in tutto quindici match. Lui era stato più volte campione, aveva una borsa da 500.000 dollari in arrivo per una sfida con George Foreman, era più esperto e maturo. Perché eri così sicuro di farcela?
Non è che fossi certo in assoluto. È che l’avevo visto combattere e mi ero fatto l’idea che se lo avessi preso in velocità, se avessi usato il mio sinistro come sapevo, se avessi avuto le gambe per reggere il ritmo delle dodici riprese, sarei potuto scendere dal ring da campione.
Alla fine è andata proprio così, anche se la conclusione non è stata quella immaginata.
Ho vinto per squalifica all’undicesima ripresa. Lui era già stato scorretto in quel round, mi aveva buttato in terra con una spinta. L’arbitro Logist aveva trasformato quella scorrettezza in un knock down e mi aveva contato. Poi era andata anche peggio. Dopo il suono del gong che decretava la fine della ripresa, con l’arbitro in mezzo, lui mi aveva colpito in faccia con un gancio destro. Io avevo guardato Logist e avevo visto che non aveva intenzione di fare niente neppure quella volta. Allora ho pensato che mettendo il ginocchio al tappeto avrei potuto farlo ammonire, così avrei pareggiato il conto. Ma in quel momento si è scatenato l’inferno.
Sono volati sul ring chili di spaghetti, una scena che è stata mandata in onda dalle televisioni di tutto il mondo.
È vero, a ripensarci mi viene da ridere. Uno degli sponsor aveva fatto distribuire un pacco di spaghetti per ogni spettatore. La gente, sentendosi tradita, ha manifestato in quel modo la sua disapprovazione
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Campione del mondo per squalifica, al termine di un match in cui eri comunque davanti nei cartellini dei tre giudici.
Era andato tutto come avevamo previsto. Ero avanti di due e tre punti, il terzo aveva il pari. Per il verdetto è stata determinante la mediazione dell’avvocato Antonio Sciarra, all’epoca alla guida del professionismo. Ha parlato con l’inglese Clark, il rappresentate del Wbc, e sono arrivati alla decisione più giusta. Altri dirigenti, altri tempi.

Carlo dopo il match mi diceva che avrebbe voluto portarti negli Stati Uniti, invece non è andata così.
Il piano era quello. Prima una difesa a Ferrara contro Anaclet Wamba, in quello che sarebbe stato il mio ultimo match in Italia. Poi la sfida contro Thomas Hearns negli States. L’accordo era già stato raggiunto. Lui voleva vincere un’altra corona dopo quelle dei welter, superwelter, medi, supermedi e mediomassimi. Io avrei preso una borsa da un milione dei dollari. La mia vita sarebbe completamente cambiata.
E invece non è andata così.
La mia vita è cambiata, ma non nel senso che avevo pensato. Papà è morto e io ho visto saltare tutto per aria. Ero arrivato troppo in alto per gestire tutto da solo. Non sapevo come fare, mi mancava quella guida che avevo sempre avuto. Non ho avuto la capacità di tirarmi fuori da quella situazione. Ho sofferto un casino, chi avevo attorno ne ha approfittato e io non mi sono neppure difeso.
Cosa è accaduto?
Borse che cambiavano in continuazione, match che venivano spostati senza informarmi. Cose normali fuori dal ring, ma io non ero preparato ad affrontarlo. Per me era qualcosa di insostenibile. Ci sono rimasto così male che quando ho smesso di fare il pugile ero disgustato dalla boxe, sono rimasto un anno senza neppure mettere piede in palestra.
Eri molto legato a tuo padre, del resto tutta la tua famiglia è molto unita. Lasciando un attimo tranquilli mamma Augusta e tuo fratello Alessandro, dimmi: quali sono le cose più belle che Carlo ti ha detto da uomo e da pugile?
Da pugile, una volta alla fine di un allenamento a Bogliasco, mi ha detto: “Massimiliano sono contento, adesso sei forte e maturo. Andrai lontano”. È stato grande. Da uomo mi ha detto una cosa che mi ha profondamente toccato: “Ti ringrazio per quello che stai facendo per tuo fratello Alessandro, non ti rendi neppure conto di quanto tu lo stia aiutando”. Ero già campione del mondo, probabilmente se mi fossi montato la testa e avessi fatto il fenomeno lui ne avrebbe risentito.
Di Alessandro sei stato anche l’allenatore. Come era il vostro rapporto?
Abbiamo dormito per sei anni nella stessa stanza. Credi che qualcuno potesse conoscerlo meglio di me? Conoscevo i suoi punti di forza e le sue paure. Su una cosa potevamo discutere all’infinito senza essere d’accordo. Lui diceva che se un pugile non ha talento non va da nessuna parte. Io gli rispondevo che quel che diceva era vero, senza talento non si può costruire nulla. Ma se non hai accanto una persona che quel talento riesce a fartelo esprimere al cento per cento, puoi rimanere per sempre un incompiuto che non arriva fino a dove sarebbe potuto arrivare. Non lo ammetterà mai, ma credo di avere avuto un ruolo importante nella sua carriera: i titoli li ha vinti con me accanto. Lui lo sa, anche perché quando veniva all’angolo non potevo dirgli una cosa che già la stava facendo.
Come sarebbe stata la famiglia Duran senza la boxe?
Non so cosa rispondere. Avevo quindici anni e già avevo deciso. Mi divertivo a fare il pugilato, ero contento di farlo. Sentivo l’orgoglio di essere diverso, di essere in grado di fare cose che altri non riuscivano a fare.
L’idea che saresti potuto arrivare al mondiale, quando è arrivata?
Se devo scherzare, dico che una volta eravamo a tavola Alessandro, Kalambay ed io. Ridendo ho detto: ecco tre campioni del mondo, Sumbu dei medi, Ale dei welter ed io dei mediomassimi. È andata proprio così, anche se ho cambiato categoria. Ma quella era solo una battuta. Se devo essere serio dico che da quando ho cominciato pensavo a obiettivi sempre più importanti, passo dopo passo. Intendo dire che ci credevo, sognavo di arrivarci, non che ne fossi sicuro.
E dopo il mondiale come ti sei sentito?Mi sembrava di volare.
In palestra adesso hai una cintura speciale del World Boxing Council. Che significato ha?
È stata una gioia, un momento di felicità. Devo ringraziare il presidente Mauricio Sulaiman e Mauro Betti, un amico, una persona seria. È una cintura realizzata appositamente per l’Italia, per il torneo che avevo in mente. Ci sono i simboli di tutte le regioni italiane e al centro quello della Repubblica. Ne sono orgoglioso, anche se non è finita come avevo sognato.
Chiudo con una domanda poco impegnativa. Chi ti ha regalato il tuo soprannome?
È stato quello svitato di mio zio. All’esordio da professionista dovevo incontrare Momo Cupelic che si è presentato a Ferrara con dei mutandoni che non vedevo da anni. Erano da militare, con lo spacco davanti. Da vergognarsi, anche se devo dire che oggi Cupelic le avrebbe suonate a tanti. Quando in allenamento non andavo, avevo poca voglia o non facevo le cose per bene, mio zio continuava a ripetermi: “Non fare il Momo, non fare il Momo”. Così quel soprannome mi è rimasto addosso, un giornalista l’ha scritto in un articolo ed è stata la fine. Ma mi ha portato fortuna e quindi dico: Grazie Momo.
Massimilano chiude con una risata questa lunga chiacchierata.È il testimone di un pugilato che forse non tornerà più. Quello dei match in diretta sulla Rai, degli stadi pieni, dei nostri campioni che partono nettamente sfavoriti e battono il grande di turno.
Oggi Momo allena e lo fa con la stessa passione di sempre.
In questa intervista però c’è una domanda sbagliata, colpa mia.
Perché sono andato a chiedere a un Duran cosa sarebbe stata la sua famiglia senza il pugilato?
Come dice la scrittrice americana Joyce Carol Oates: “La vita è come la boxe per molti e sconcertanti aspetti. La boxe però è soltanto come la boxe”.
I Duran lo sanno benissimo.


CARLO DURAN, DICEMBRE 1967, RACCONTO

La voce inconfondibile di Fausto Leali usciva dalle finestre della casa al primo piano di un vecchio palazzo del centro storico di Bologna, tra Piazza Maggiore e la Basilica di San Petronio. In via Dè Pignattari, mi sembra.
A chi sorriderò,
se non a te.
A chi se tu,
tu non sei più qui.
Ormai è finita,
è finita, tra di noi.
Ma forse un po’ della mia vita
è rimasta negli occhi tuoi.
Un amore finito male. Una vicenda che ha niente a che fare con la nostra storia, ma quella canzone aveva conquistato tutti e sul piatto del giradischi la faceva da padrona. Impossibile non ascoltarla anche dalla strada.
Era un martedì, strano giorno per salire sul ring.
Quel 26 dicembre, anno di grazia 1967, si combatteva di pomeriggio e il Palasport era pieno. C’erano settemila persone nell’impianto di Piazza Azzarita. Erano venuti a vedere Carlo Duran che affrontava per la terza volta Ted Wright, pugile di colore dai capelli folti e ricci. Un peso medio di Detroit, molto conosciuto in Italia. Del suo match al Palasport di Roma contro L.C. Morgan, le iniziali stavano per Langstone Carl, se ne era parlato per anni.
Rino Tommasi, che l’aveva organizzato, diceva: “È il più bell’incontro che sia riuscito a mettere in piediAvevo promesso duecento dollari in più della borsa pattuita a chi dei due fosse riuscito a mandare al tappeto l’altro. Erano andati giù entrambi. Morgan ad inizio terzo round, Wright nel finale della stessa ripresa. Un gancio sinistro di Wright aveva chiuso la sfida. L’accoppiamento era nato da una mia intuizione. Avevo visto Morgan contro Campari e Wright contro Santini, così avevo deciso che i due avrebbero potuto dare vita a una sorta di grande battaglia spettacolare. Non mi ero sbagliato”.
Altri tempi.
Wright aveva incontrato Don Fullmer, Benvenuti, Griffith, Denny Moyer, Garbelli. Nominatene uno e lui l’aveva affrontato.
Con Duran si era già battuto due volte, entrambe a Milano.
La prima il 22 novembre del ’63.
Una serata indimenticabile, la sera della grande tragedia. A Dallas, in un maledetto pomeriggio texano, era stato assassinato il presidente John Fitzegerald Kennedy.
La seconda il 7 febbraio del ’64.
Due risultati di parità.
La cosa strana però non erano i due pari, ma l’assenza a bordo ring di Augusta. La signora Duran non mancava mai a un incontro del marito. Nella prima occasione era in casa ad accudire Massimiliano, nato appena diciannove giorni prima. Nell’altra era alle prese con un’influenza. Del figliolo, non sua.
Ma a Bologna lei c’era e sedeva a bordo ring.
Dice Alessandro.
È stata sempre lì a soffrire per i suoi cari. Il nostro è un ambiente affascinante, ma difficile. Non ci si scambia carezze. Lei ci ha sempre lasciato libertà di scelta. Seguiva papà agitandosi sulla poltrona a bordo ring. Con noi a vincere era la paura. Vedere combattere i figli le creava ansie continue. Se ne stava lì in silenzio. Di papà era anche una tifosa, per noi è stata sempre e solo la mamma. È normale che fosse così. In palestra era il papà a comandare, ma in casa le cose cambiavano. È stata lei che si è presa cura delle nostre vite. A volte è stata anche la mamma di mio padre”.
Lei lì e i figli in casa.
Ale aveva due anni. Ma già sentiva nell’animo la presenza forte del pugilato. Un ciondolo con due guantini in oro era stato il regalo di un amico del papà per il primo compleanno. Era ancora piccolo, ma neppure in seguito gli sarebbe stata concessa la presenza a bordo ring.
Dice Augusta.
E no! C’ero già io a soffrire. Vedere il papà combattere sarebbe stata per i ragazzi un’emozione troppo forte. Non era proprio il caso”.
Per Massimiliano il problema non poneva. Il fratello davanti alla tv, lui nascosto in un angolo della casa a tormentarsi le unghie senza guardare neppure un’immagine.
Torniamo a quel Santo Stefano di cinquantatrè anni fa.
Carlo aveva vissuto la vigilia da vero professionista. Niente concessioni alle distrazioni, anche se il clima di festa lo avvolgeva come un panno caldo. Niente sgarri alla dieta e a qualsiasi altra cosa che avrebbe potuto togliergli la giusta concentrazione.
Era andato al Palasport convinto che ne sarebbe uscito vincitore.
Quaranta giorni prima aveva conquistato il titolo europeo battendo Luis Folledo, pugile con 115 vittorie su 121 incontri, per kot alla dodicesima ripresa. E adesso era lì per conquistare un pubblico difficile come quello bolognese.
Prima del match clou c’era stata la sfida tra i mosca Vitantonio Mancini e Kid Miller. Quando era stato annunciato un verdetto di parità, sul ring era volato di tutto. Carta, monete, qualche scarpa. La gente non aveva gradito.
Alla fine era stata la volta di Carlo Duran e Ted Wright.
L’americano aveva trent’anni e il meglio l’aveva già dato. Ma restava comunque un cliente molto scomodo. Anche perchè il ricordo delle prime due sfide faceva male.
Dice Gualtiero Becchetti, fratello di Augusta e cognato di Carlo. Ma soprattutto uomo di boxe da sempre.
Erano stati match duri, terribili. Soprattutto il primo. Non ricordo bene chi l’abbia detto, ma qualcuno ha definito quell’incontro come uno dei più terribili che si siano svolti a Milano. E poi una parte del pubblico era lì per tifare contro Carlo. Erano quelli che tenevano per Benvenuti e non vedevano di buon occhio l’argentino d’Italia”.
Nino quello stesso giorno era a Reggio Emilia per sostenere un’esibizione con Giulio Saraudi e Alfio Neri, in preparazione alla terza sfida con Emile Griffith che si sarebbe poi svolta il 4 marzo dell’anno dopo.
Il match tra Duran e Wright era stato meno intenso dei primi due. Nei quattro round iniziali il ritmo era stato lento, poi erano entrati nel vivo e se le erano date al punto da finire l’incontro entrambi segnati.
Duran aveva vinto chiaramente e quando era uscito dallo spogliatoio aveva trovato il caldo abbraccio di Augusta. Un bacio era stato il suo premio. Se ne erano andati via a braccetto. Carlo però si era fermato all’improvviso. Aveva stretto il braccio della moglie e con gli occhi aveva attirato la sua attenzione su una scena che non avrebbe mai dimenticato.
Tito Lectoure aveva preso il suo sacco e glielo stava portando fuori dal Palasport. Un gesto di grande affetto da parte di uno che all’epoca era tra i padroni del pugilato mondiale. Ma soprattutto un gesto distensivo che equivaleva a una stretta di mano, a una proposta di pace ritrovata.
Carlo Duran era andato via dall’Argentina proprio a causa di una lite con il boss del Luna Park di Buenos Aires.
Voglio combattere con Sacco, fammelo affrontare”.
Carlos e Ubaldo Francisco erano i medi del momento in quel Paese.
Il figlio di Ubaldo Francisco, Ubaldo jr, sarebbe diventato campione del mondo dei superleggeri e avrebbe poi perso il titolo a Montecarlo contro Patrizio Oliva. Ma questa è un’altra storia.
Lectoure non voleva mettere su quella sfida.
Poi all’improvviso aveva fatto una telefonata.
Carlo, finalmente puoi incontrare Sacco”.
Non puoi chiamarmi a due settimane dal match, sono in vacanza. Non sono pronto”.
Se non sali sul ring contro di lui, non combatterai mai più in Argentina”.
Duran aveva allora deciso di andarsene.
La prima scelta era caduta sugli Stati Uniti, poi Ernesto Miranda l’aveva convinto ad andare l’Europa. Era così sbarcato in Italia, per poi fermarsi a vivere a Ferrara e mettere su famiglia in quella splendida città.
Adesso Lectoure aveva teso la mano.
Dimenicato il passato, di nuovo amici.
Carlo e Augusta avevano lasciato piazza Azzarita quando la sera bolognese stava ormai scivolando nel freddo della notte.
Erano tornati a casa, avevano dato un bacio a Massimiliano e Alessandro che già dormivano.
Finalmente le tensioni erano sparite.
Si poteva festeggiare il Natale anche in casa Duran.
Siamo la coppia più bella del mondo
e ci dispiace per gli altri
che sono tristi perché non sanno
il vero amore cos’è!
Era notte, eppure sembrava proprio di sentire nell’aria le voci di Adriano Celentano e Claudia Mori…

Sono otto anni che Teo non c’è più, lo ricordo con un sorriso

L’amicizia è la cosa più difficile al mondo da spiegare. Non è qualcosa che si impara a scuola. Se non hai imparato il significato dell’amicizia, non hai davvero imparato niente (Muhammad Ali)

A Edo e Lauretta

Alla mia età càpita spesso di parlare di amici che non ci sono più. Dedico parte del mio tempo ai ricordi, consapevole di come la memoria aiuti a vivere meglio il presente e a guardare con fiducia al futuro. Ho cominciato pochi giorni fa con Daniele Redaelli, continuo oggi con l’amico di mille trasferte. Eravamo un bel gruppo all’epoca. Ci telefonavamo prima di partire, realizzavamo un comune programma di viaggio. Sembravamo un gruppo molto unito. Sembravamo. Qualcuno se ne è andato via per sempre, e non certo per sua scelta, altri sono scomparsi in vita perché hanno pensato fosse giusto chiudere con il passato.
Teo sarebbe volentieri rimasto su questa Terra a sparare battute, a prendere in giro tutto e tutti. Anche sé stesso. Invece è stato costretto ad abbandonarci al termine di una lunga e sofferta malattia. Domani saranno otto anni che ha salutato questo mondo, era il 10 gennaio del 2014.
Eravamo di generazioni diverse, ma siamo andati (quasi) sempre d’accordo. Interpretavamo il mestiere allo stesso modo. E poi, parlavamo la stessa lingua.
In che senso?
Me sò capito io.
Spesso giravamo con il gruppo degli altri inviati. Cene, passeggiate, risate, chiacchiere infinite. Tutti assieme.Ma a me piaceva pensare che la strana coppia del pugilato fosse solo una, Teo (Betti) ed io.
L’altra mattina parlavo con Lauretta, la figlia del mio amico. Le dicevo che ce l’ho così tanto nella testa, che quando un paio di settimane fa non riuscivo a ricordare la storia di un vecchio pugile romano, ho pensato: “Adesso telefono a Teo”. Mi capita così anche con altri colleghi con cui mi sono sempre trovato bene. Non è che mi sia rincoglionito, anche se sono sulla buona strada, direi piuttosto che fatico ad accettare totalmente la scomparsa di una persona con cui ho passato trent’anni della mia vita. Mi sembra che lui sia sempre lì, pronto a rispondermi. E quando realizzo che non è proprio così, allora torno a provare quel senso di vuoto che ho avvertito il giorno in cui ho partecipato al suo funerale.
Eravamo un bel gruppo in giro per il mondo. Ora ho nuovi amici. Non scrivo più per il mio vecchio giornale, riempio di parole qualche libro, racconto storie online, occupo le pagine di una rivista. Quei pochi compagni dell’epoca, con cui ogni tanto mi vedo, rappresentano un bene prezioso. A volte parliamo di lui, a volte no. Ma Teo è sempre con me ogni volta che una pallina da tennis si schiaccia sulle linee che delimitano il campo (Ha sbiancato!), ogni volta che un tennista italiano è in difficoltà contro un avversario che scende a rete (Arza!). Mi manca, ci manca. Ma quando penso a lui mi scappa un sorriso, non certo una lacrima.
Teo, stà tranquillo. Te riscrivo pure l’anno prossimo. Questa è la nona vorta che lo faccio, lassamelo fa pe’ ‘n antra trentina de anni. Poi se rivedemo.

Il WBC subito con Arcari, pagherà l’assistenza sanitaria


Una buona notizia.
Il World Boxing Council, non appena venuto a conoscenza della situazione di Bruno Arcari, si è attivato.
Il primo a far partire il meccanismo è stato Mauro Betti, vice presidente dell’Ente. Ha contattato Monica, la figlia del campione, si è fatto raccontare lo stato attuale della vicenda, ha informato Maurizio Sulaiman, presidente del WBC, e ha sollecitato un intervento.
Sulaiman è stato immediatamente disponibile. Ha reso operativa la procedura, al cui completamento manca solo un documento finale, è ha dato l’ok. Bruno Arcari sarà inserito nel Fondo de ayuda Jose Sulaiman.
Il World Boxing Council si occuperà delle spese giornaliere di assistenza sanitaria del campione.
A dare il via alla vicenda era stata la notizia pubblicata da Gazzetta dello Sport, Corriere della Sera e, successivamente, da boxeringweb.net.

Bruno Arcari ha reso onore alla boxe italiana, ha dominato la boxe mondiale fra il 1970 e il 1974 (undici match per il titolo, altrettante vittorie) ed è considerato uno dei più grandi, se non, per molti, il più grande pugile italiano di sempre. Oggi però Bruno Arcari, che ha compiuto 80 anni l’1 gennaio 2022, soffre per una malattia degenerativa e chiede attraverso la figlia Monica il vitalizio attribuito dalla Legge Onesti, quello riservato agli ex campioni che si trovano in difficoltà economiche. Una misura assistenziale che meriterebbe a pieno titolo e che tuttavia non è ancora riuscito a ottenere. Delle sue condizioni di salute è al corrente il sottosegretario allo sport Valentina Vezzali, che dovrà occuparsi del vitalizio per meriti sportivi.

Sui tempi e sull’eventuale risultato positivo dell’applicazione della Legge Onesti per questo caso, non conosco al momento gli sviluppi.
So per fonte diretta dell’attivazione del WBC che ha scelto di stare al fianco del campione velocizzando le pratiche burocratiche.
Merito della sensibilità di Mauricio Sulaiman e dell’affetto che Mauro Betti nutre per il mitico Bruno.
Mauro conosce molto bene Arcari. Non ha dimenticato l’aiuto, sul piano morale, che il grande pugile gli ha dato in più occasioni in giro per il mondo. Nel 1993, durante il Congresso di Las Vegas, ad esempio. Era morto da poco l’avvocato Antonio Sciarra, che Betti stimava come suo mentore. Lo sconforto si era impossessato di Mauro, solo la presenza e le parole di Bruno erano riuscite a fargli superare quei momenti difficili.
Sono cose che evidentemente non si dimenticano.
In attesa che anche lo Stato italiano e la Federazione Pugilistica si attivino sulla vicenda, è doveroso fare un plauso alla velocità con cui il WBC si è mosso.
Un abbraccio a Bruno e alla sua famiglia. Un abbraccio particolare alla figlia Monica, che ha voluto rendere pubblica la situazione al fine di stimolare le coscienze.
La vicenda, sul piano dell’assistenza economica, cammina sul giusto sentiero. Continuerò a informarvi sugli sviluppi di questa storia.

Icio Stecca racconta paure, dolori e lezioni del Covid…


Mi è sembrato in forma, un mare di parole come sempre. Stavolta però ho avvertito dentro quella continua necessità di raccontarsi, un profondo cambiamento. Stavolta, al di là della retorica che si impossessa della situazione, ha avuto davanti un nemico che non poteva sconfiggere da solo. Lui l’ha capito molto bene. Ci voleva il suo impegno fisico e mentale, ma anche l’aiuto della scienza, l’abnegazione dei medici, la fiducia nei ricercatori, la professionalità dei paramedici. Oggi, a un mese dai giorni in cui il male è cominciato, Maurizio Stecca ha ricominciato a fare progetti, ad analizzare il passato e preparare il futuro. Sono contento di come l’ho trovato. Vi racconto la nostra chiacchierata.

Icio, è finita?
Il Covid non c’è più, il tampone è negativo. Ma la strada è ancora lunga.
Quando ti sei accorto che stavi male?
Tutto è cominciato poco prima del 10 dicembre. Erano un po’ di giorni che mi sentivo strano, non mi andava di fare niente, non volevo incontrare nessuno, non mi tirava di parlare, preferivo stare solo. Poi è arrivata anche la stanchezza, allora mi sono preoccupato. Questo non sono io, mi sono detto. C’è qualcosa che non va.
E cosa hai fatto?
Prima ho chiamato il medico curante, poi il 118.
Sono arrivati subito?
Non proprio. Si sono convinti solo quando ho detto di essere solo in casa e di sentirmi così male che sarei anche potuto morire.
E cosa è successo dopo?
Sono arrivati i paramedici del 118, mi hanno visitato. Sono stati gentili e professionali. Poi mi hanno detto che dovevano accompagnarmi subito in ospedale. Mi hanno trasportato giù. Mi hanno detto che mi avrebbero messo la maschera per l’ossigeno, poi mi è sembrato di sentire la parola Covid. Ho cominciato ad avere paura. Ho messo un piede sull’ambulanza. A quel punto è calato il buio. Mi sono risvegliato sul lettino dell’ospedale. Erano passati quattro giorni, quattro giorni di cui non ricordo niente. Un sonno che si è portato via quattro giorni della mia vita.
Ti sarai fatto raccontare.
Certo. Sono stato in rianimazione, in terapia pre intensiva. Per me è come se avessi dormito per quattro giorni, senza svegliarmi neppure un secondo.
Dolori?
Per fortuna non così forti come so ne hanno avuti altri malati. Ma sicuramente una sensazione di spossatezza generale, fatica nella respirazione, debolezza soprattutto alle gambe, rinuncia a pensare, solitudine assoluta.
Per quanto tempo non hai visto i tuoi figli, la tua compagna Anna?
Di persona, è un mese che non li incontro. Qualche videochiamata, qualche chiacchierata al telefono. Per Natale avevo programmato di scendere a Rimini, di passarlo con i miei figli. E invece niente. Anche questo mi ha fatto molto male.
Quando ti hanno detto che il Covid era stato domato?
Il 28 dicembre, finalmente quel giorno il tampone era negativo.
Sei vaccinato?
Ho fatto due dosi, avevo l’appuntamento per la terza. Ma tre giorni prima è arrivato il Covid.
Ti sei chiesto quali effetti abbia avuto il vaccino sulla tua situazione?
Certo, l’ho anche chiesto a due importanti specialisti. Mi hanno detto che senza le due dosi avrei rischiato di non uscirne vivo.
Quanto tempo devi ancora rimanere in ospedale?
Non lo so. Adesso sono in una clinica specializzata nella riabilitazione. Faccio fisioterapia più volte nella giornata. Tutto quel tempo a letto ha indebolito le mie gambe, anche perché la patologia precedente non mi ha certo aiutato.
Mi ricordi quale è la malattia contro cui combatti da tempo?
È una sindrome che può causare la formazione di trombi che potrebbero ostruire il flusso di sangue a vari livelli.
Stai curando anche quel problema in questo momento?
Devo farlo. Mi hanno fatto delle trasfusioni, ora dovrò fare nuovi esami. Le gambe soffrono un po’, devo recuperare totalmente la respirazione. Ma la cosa buona è che il Covid è stato messo via.
C’è qualcosa di buono che porti via da questa esperienza?
Io sono un iperattivo, uno che fa le cose di scatto, uno che parla in continuazione. All’improvviso mi sembra di avere più tempo a disposizione per agire. Sarà l’età, sarà la paura provocata dalla malattia. Ma adesso penso di più, non corro, rifletto. E sbaglio meno.
E queste sono cose che fanno piacere, non è vero?
Non solo fanno piacere, ma aiutano a capire meglio la vita.
In che senso?
Prima inquadravo il mio passato in modo diverso. La vittoria all’Olimpiade, il titolo europeo e quello mondiale, erano dei successi sportivi. Li avevo trasformati in medaglie, diplomi e coppe. Eranno appesi lì, cose da vedere. Al massimo aggiungevo qualche foto. Ora sono diventati momenti concreti di vita, risultati sportivi che sono riuscito a cogliere, esperienze importanti. Adesso so veramente di avere fatto qualcosa di bello. Me l’ha fatto capire tutta quella gente che ha riversato su di me tanto amore.
Icio, ci conosciamo da quarant’anni. Sii sincero, in questo mese di grandi paure, hai pensato qualche volta al pugilato?
Qualche volta? Ci ho pensato sempre, perché io e la boxe siamo una cosa sola. È stata e sarà la mia vita. Prima erano sogni, poi sono diventate realtà, ora sono speranze. Già mi vedo fuori da qui, mi vedo tornare in palestra e riprendere confidenza con il mio grande amore, il pugilato. Perché Dario, io in palestra ci torno. Lo sai, no?
Certo Icio. Ne abbiamo viste tante assieme in giro per il mondo, tante altre ne vedremo.
Proprio così.

Quando spengo il telefonino, chissà perché, mi viene in mente un aneddoto di tanti anni fa. Era il 2 aprile dell’86, eravamo all’Ice World di Totowa nel New Jersey. Icio era appena salito sul ring per un match sugli otto round contro Ricky West. Il primo gong doveva ancora suonare, dalla platea si è alzato un urlo.
“Maurizio cafudda!”
La gente applaudiva a quel grido. Accanto al posto dove sedevo, il mio amico Elio rideva di cuore. Ho capito che quel termine doveva avergli ricordato qualcosa.
“È in dialetto siciliano stretto, vuol dire: picchialo, fallo nero! Sentirlo qui nel New Jersey mi ha fatto un certo effetto”.
Maurizio Icio Stecca, campione olimpico a Los Angeles ’84 e campione del mondo tra i professionisti, quel suggerimento l’ha sempre rispettato: 49 vittorie e 4 sconfitte (tre delle quali arrivate a fine carriera), campione italiano, europeo e mondiale. Un fuoriclasse del pugilato.
Ha combattuto anche stavolta, aiutato da uno staff medico fantastico (prima quello dell’Ospedale Ca’ Foncello di Treviso, ora dall’equipe dell’Ospedale Riabilitativo di Alta Specializzazione di Motta di Livenza), senza mai cedere allo sconforto. Ha avuto paura, è normale. Ma ha sùbito scelto la strada su cui incamminarsi.
“Affidarsi al personale medico, credimi, è l’unica cosa che si possa fare in queste situazioni”.
E allora Maurizio, CAFUDDA! Qualunque sia il cavaliere selvaggio che provi a distruggerti, fallo nero.


Carlos Monzon, l’ultimo match tra paure e dolorose angosce…

Il mondiale dei medi contro Rodrigo Valdes è appena terminato. L’annunciatore si avvicina al microfono.
Poi, lentamente, legge il verdetto.
«I cartellini. Roland Darkin, arbitro e giudice, 144-141 per Monzon; Kurt Halbach 147-144 per Monzon; Mario Poletti 145-143 per Monzon. Vince, con decisione unanime, e resta campione del mondo per il World Boxing Council e la World Boxing Association, Carlos Monzon».
L’argentino non ha più forza neppure per esultare.
Il primo abbraccio è per Gino Giusti, l’uomo grande e grosso, dai lunghi e folti capelli bianchi che l’ha seguito ovunque quando era in Italia, a Parigi o nel Principato. Limitativo chiamarlo body guard. È un amico, l’ombra di Monzon. Poi un’altra stretta, ancora più forte, per Amilcar Brusa e Miguel Angel Cuello. A quel punto, Carlos si appoggia alle corde e chiama a gran voce Tito Lectoure che siede nelle prime file di bordo ring. Ancora un lungo, commosso, prolungato abbraccio.
«Ahora sì, Tito… Nunca mas… Esta fue mi ultima pelea».
Sul ring e attorno al ring si scatena l’inferno.
La polizia picchia tutti. Spettatori, addetti ai lavori, passanti, colpevoli e innocenti. Un giornalista vola sulle teste della gente, il piccolo geniale provocatore Maurizio Mosca della Gazzetta dello Sport ricorderà per sempre quel giorno.
Carlos rientra veloce nello spogliatoio, si guarda allo specchio e quello che vede non gli piace. Le ferite, il viso gonfio. I segni del match sono tutti lì, inconfondibili. È stata una battaglia, ha vinto, ma mai è andato così vicino alla sconfitta. Questo proprio non riesce a sopportarlo. Un ghigno, il pensiero di quello che dirà una volta fuori. Si stende sul lettino dei massaggi, il corpo martoriato lo costringe a pensare, a decidere. Un piccolo sorriso riempie la sua faccia. Ha scelto quale strada percorrere. Si spoglia, si infila sotto la doccia. Due reporter argentini riescono a entrare lì dentro chissà come, scattano tre foto. Venderanno le immagini di Monzon, nudo sotto la doccia, a una rivista spagnola per mille dollari al pezzo. Carlos li maledirà, non per averlo mostrato senza veli, ma non averci guadagnato un soldo. Un paio di mesi prima ha rifiutato la proposta di Playboy, gli aveva offerto 50.000 dollari per un servizio fotografico. Ha detto no e adesso Pichi Arcàzate e il suo amico lo hanno fregato.
Abel ha solo undici anni. Entra nello spogliatoio, si avvicina al lettino dove è steso il papà.
«Quando sei andato al tappeto ho pianto».
«Nella vita ognuno di noi può finire giù più di una volta, l’importante è che sia sempre in grado di rialzarsi».
Con quella frase Carlos pensa di aver chiuso la questione. Ha appena spiegato ad Abel cosa deve pensare e come deve comportarsi un vero macho. Ma il ragazzo insiste.
«Dimmelo papà».
«Cosa?»
«Che non combatterai più».
«Abel, nunca mas… Esta fue mi ultima pelea».
L’annuncio del ritiro non è ancora ufficiale. Rodolfo Sabbatini non crede sia possibile.
«Dice di ritirarsi. In gennaio, massimo febbraio, sarà da me per rimproverarmi. Mi chiederà come mai non abbia ancora preparato un match per lui. Perché Carlos Monzon non chiuderà qui».
Per una volta il saggio promoter romano sbaglia.
In agosto, appena un mese dopo l’ultima sfida, l’argentino organizzerà una festa e alla cena delle celebrazioni vorrà accanto a sé proprio Rodrigo Valdez. Lo mette tra lui e Susanna Gimenez che guarda con occhi pieni di gelosia Nathalie Delon.
L’attrice francese ha viaggiato per dodici ore pur di essere lì. In ricordo dei bei tempi.
In quel locale pieno di gioia, tristezza e sensualità Carlos Monzon fa il grande annuncio.
«Nunca mas».
Lo sa da tempo che quella rivincita con Valdez sarebbe stato l’ultimo atto di una carriera lunga e travolgente. L’ha scoperto quando ha cominciato a non sopportare più l’odore della palestra. Quando quello che una volta gli dava gioia, ora l’infastidiva. Quando faticava per trovare il ritmo giusto per l’esercizio alla pera. In un solo istante ha sentito sulle spalle l’intero peso di anni di sacrifici. Perché Monzon è fatto così. Fuori allenamento ha tempo solo per donne, alcool e sigarette. Ma quando arriva il momento di prepararsi per un match, lavora duro, soffre. Non ha mai dimenticato le parole di Amilcar Brusa, il maestro. L’omone gliele ha detto il primo giorno in cui le loro strade si sono incrociate.
«Ogni dolore in più in palestra è un dolore in meno sul ring.»
L’odore della palestra. Quello acre del sudore, dolce degli unguenti, sgradevole del cuoio. Quell’odore che, quando ne hai annusato troppo, sa di vecchio e cominci ad avvertirlo appena entri nello spogliatoio. Carlos Monzon non riesce più a sopportarlo. È arrivato il momento di smettere.
Ora cominciano i tempi duri. Non sarà più un pugile, non sarà più il campione del mondo dei pesi medi. Quattordici anni da professionista, quattro da dilettante. Da oggi saranno solo ricordi. La vita per lui diventerà molto più difficile di quando, per essere sé stesso senza finire nei guai, doveva solo salire su un ring.
Il Macho sta per cominciare una nuova avventura, la tragedia è dietro l’angolo.
«Abel, vieni qui»
«Eccomi papà»
«Te lo prometto. Ho chiuso con la boxe. È finita. Esco da vincitore!»
«Sono contento. Non mi piace piangere».
Nunca mas.
È il 30 luglio del 1977. Il ring è quello di Montecarlo. L’ultima volta di Carlos Monzon nei panni di pugile. Tutto era cominciato per placare la fame, ora che i soldi hanno riempito lo stomaco, c’è spazio per altre avventure. Ha viaggiato i primi 35 anni della vita in corsia di sorpasso. A caccia di sensazioni sempre più forti. Solo perdendosi negli eccessi riesce a trovare la pace. O, almeno, quella che a lui sembra tale. Alcool, sesso e fumo sono compagni di viaggio ideali. Adesso, messa via la sofferenza fisica e il sacrificio degli allenamenti, ci sarà spazio per tuffarsi nel peccato senza rimorsi. Ammesso che ne abbia mai avuti. Ma la sorte di chi va oltre i limiti, si nasconde spesso dietro un’ultima curva.
Chi non si cura delle persone travolte lungo il cammino, finisce per travolgerle tutte. Fino a uccidere. E a uccidersi.

L’8 gennaio 1995, ventisette anni fa, mentre sta facendo ritorno al carcere di Las Flores (dove è recluso per l’omicidio della terza moglie Alicia Muñiz, e dove ha l’obbligo di pernottare) l’ex campione del mondo si immette nella corsia di sorpasso a 140 kmh: l’auto sbanda e si ribalta più volte. Carlos Monzón muore sul colpo, aveva 55 anni. Riposa nel Cimitero Municipale di Santa Fe.

(da MONZON, il professionista della violenza. Di Riccardo Romani e Dario Torromeo, Absolutely Free Editore)

Ioka, da dieci anni sempre sul ring alla vigilia di Capodanno

Ricordate Il giorno della marmotta? È il film in cui Bill Murray trascorre la giornata trattando male tutti. Il mattino successivo, al risveglio, nota alcune somiglianze con il giorno precedente. Identica la stazione radio, gli incontri in albergo, le frasi. Tanti, troppi dejavu. Tutto è uguale al giorno precedente, talmente uguale da essere lo stesso giorno.
Ecco, a Kazuto Ioka capita da dieci anni di rivivere lo stesso evento. Dal 2011 festeggia il Capodanno allo stesso modo. Unica eccezione il 2017, ma solo perché aveva pensato di ritirarsi dal pugilato. Sarà così anche stavolta. Il 31 dicembre il campione del mondo WBO dei supermosca celebrerà l’arrivo del nuovo anno salendo su un ring. Lo farà all’interno dell’Ota City General Gymnasium di Tokyo, l’arena che anziché un veglione, dal 2013 a oggi, per brindare al Capodanno preferisce mettere su una riunione di boxe.
Accadrà nel giorno della vigilia, che da quelle parti chiamano Omisoka. Molti studenti universitari e lavoratori che si sono trasferiti nelle metropoli per frequentare la scuola o per lavorare, tornano nelle loro città d’origine per trascorrere il Capodanno con famiglie, amici e parenti. Tutti, tranne quelli della Prefettura di Okinawa, dove il cambio di anno viene festeggiato secondo il calendario cinese. Nel secondo novilunio dopo il solstizio d’inverno.
Ma torniamo al pugilato.
Venerdì 31 dicembre, Kazuto Ioka difenderà il titolo contro Ryoji Fukunaga, che ha accettato con poco preavviso il ruolo di sfidante. Fino al 16 dicembre l’avversario del campione avrebbe dovuto essere Jervin Ancajas. I due sarebbero saliti sul ring per l’unificazione dei titoli, il filippino è infatti il titolare della corona IBF. L’evolversi della pandemia ha spinto il governo giapponese verso maggiori restrizioni, tra cui il divieto di accesso ai cittadini stranieri.
L’altro match mondiale previsto nel programma, quello dei medi Wba tra Ryota Murata e Gennady Golovkin è stato rinviato alla primavera del 2022. Quello dei supermosca è invece rimasto, era l’unico modo per salvare la riunione.
Fukunaga, 35enne mancino con un record di 15-4-0 (14 ko), fino a martedì era tre chili sopra il limite della categoria. Giovedì il peso ufficiale. “Non ci saranno problemi” ha detto.
Ioka (27-2-0, 15 ko, 32 anni) è un idolo in Giappone. Personaggio popolare e controverso. Sposato con la cantante Nana Tanamura, ha divorziato per celebrare le seconde nozze con una modella di cui non si conosce il nome, da cui ha avuto un figlio nell’agosto del 2019.
Buon record da dilettante (95-10-0), non è però riuscito a staccare un biglietto per l’Olimpiade di Pechino 2008. L’anno dopo ha lasciato l’università e, quando mancava un mese ai venti anni, è passato professionista. Nipote dell’ex campione mondiale Hiraki Ioka, è stato allenato dal padre con cui ha avuto vivaci discussioni proprio all’epoca della relazione con Nana Tanamura.
Nel 2017 ha annunciato il ritiro, è stato fermo per diciannove mesi, poi è tornato a combattere.
Nel 2020 è stato al centro di una curiosa vicenda. Ha difeso il mondiale, ovviamente l’ultimo giorno dell’anno, contro Kosei Tanaka. La Federazione giapponese lo ha minacciato di squalifica. Un tatuaggio non adeguatamente coperto è rimasto visibile, nell’arena e sugli schermi della TBS Tv, per tutto l’incontro. E questo è in contrasto con il regolamento nazionale che recita: “Un pugile con un tatuaggio che mette a disagio il pubblico non può competere in alcun incontro”.
Non è stato punito.
Altro momento di tensione nell’aprile scorso, quando un quotidiano online ha annunciato la sua positività al termine di un incontro. La sostanza riscontrata negli esami sarebbe stata la cannabis.
Anche qui, nessun provvedimento.
Venerdì 31 dicembre 2021 Kazuto Yoka saluta ancora una volta l’arrivo del nuovo anno dall’alto di un ring. Finora gli è andata male una sola volta, la vigilia del Capodanno 2019, quando ha perso per split decision in dodici riprese contro Donnie Nietes per il mondiale vacante dei supermosca Wbo.
Affronterà un uomo esperto, probabilmente non al meglio della condizione, ma deciso a battersi con onore. Il campione non vuole rovinare la tradizione, lo aspettano altre vigilie di combattimento.

Ketchel nella città del peccato. Una vigilia di Natale con ko…


Questa è una storia che sembra stonare con l’atmosfera natalizia. È il racconto di un ragazzo che scopre il sesso . Un giovane povero e senza mestiere affronta la vita. È una storia di lotta e sacrifici, è il racconto di un tempo in cui nei Casino si entra per combattere, anche se è la vigilia di Natale. Per vincere Stanley Ketchel, il nostro protagonista, il 24 dicembre 1905 mette knock out in quattro round Kid Foley, come ha fatto l’anno prima, come farà l’anno dopo. La forza dei pugni è la sua arma per uscire dal ghetto, per sconfiggere la miseria. Il Casino Theater di Butte è il luogo del peccato, ma anche della redenzione. Il Copper Queen è un albergo, i clienti sono uomini, le residenti sono prostitute. Così va la vita, anche se è Natale. Il campione racconta quei giorni nel mio libro Stanley Ketchel, il più grande dei selvaggi del ring. 


È a Chicago che scopro il sesso.
Ho tredici anni, sono poco più di un ragazzino.
Nel bordello in cui vado per la mia prima volta le luci sono fioche, i mobili sembra stiano per cadere a pezzi, vecchi come vecchie sono le ragazze che si offrono mettendo in fila oscenità che non avevomai sentito prima.
Verso un dollaro alla cassa e salgo con Grazyna. Ha un sorriso che spaventa, le manca un incisivo e anche gli altri denti non è che stiano proprio bene. Odora di cavolo bollito e parla solo polacco.
Finisce tutto in fretta.
Quando esco non ho ancora capito cosa sia l’amore. E sono ancora molto lontano dal sapere cosa possa essere il sesso.
La tappa successiva è Butte, una piccola cittadina tra le montagne del Montana, nella Silver Bow County. È un posto di miniere di rame, saloon e prostitute.
È dentro quei locali, dove alcool e sesso sono la merce più venduta, che l’America sogna.
I dollari arrivano all’improvviso. Fortune rapide e altrettanto rapide discese nella disperazione. Butte è un’attrazione. La chiamano la collina più ricca del mondo. I padroni della zona sono i proprietari dell’Anaconda Mining Corporation. È un periodo magico per chi ha il rame, la diffusione dell’elettricità ne ha aumentato in maniera spaventosa la richiesta.
La legge da queste parti è quella della criminalità. I banditi sono figure mitiche, ammirati molto più che odiati. Jesse James è stato ucciso una ventina di anni fa. La sua leggenda gli sopravvive. William Anderson detto “Bloody Bill” è stato un assassino spietato, ma ha ancora il suo fascino su una generazione a caccia di eroi. Gli outlaw, i fuorilegge, riempiono i discorsi dei giovani che cercano qui il loro futuro.
Il pugilato piace. Ha quello spirito selvaggio necessario per conquistare gli uomini e affascinare le donne. In fondo è una lotta per sopravvivere, quella che ognuno di noi continua a combattere ogni ora della sua vita in questo maledetto mondo.
Ho quattordici anni e un lavoro. Me lo guadagno sfoderando faccia tosta e quel tanto di muscoli per chiarire che alle parole sarei pronto a fare seguire i fatti.
Busso alle porte del Copper Queen che è albergo, casino e saloon nel distretto a luci rosse di Butte. Lo frequentano fuorilegge e ubriachi. Il piatto forte sono le prostitute,  sono tantissime. Almeno un centinaio. La maggior parte di loro vive in minuscole stanze con un letto, una stufa a carbone e una piccola credenza con sopra lavabo e brocca. Sono pagate in dollari d’argento che stipano nelle calze per evitare che qualcuno glieli rubi. Sulla porta della stanza hanno una targhetta con il loro nome. Si dice che riescano a guadagnare anche sessanta dollari a notte.
Entro e chiedo un lavoro. Mi portano da Josh Allen.
«Sono il padrone di questo posto, cosa posso fare per te, ragazzo?»
Sono robusto, resisto alla fatica e ho bisogno di soldi.
«Sei un cowboy?»
Vorrei esserlo.
«Come te la cavi a portare i bagagli su per le scale, a scarpinare tutto il giorno?»
La fatica non mi fa paura.
«Proviamo».
Nel saloon incrocio uomini che si concedono facilmente all’alcool, donne che si concedono facilmente. Niente di nuovo per i miei occhi.

L’incredibile storia di Todorov, l’ultimo a battere Mayweather

Serafin Todorov è stato l’ultimo pugile a sconfiggere Floyd Mayweather jr.
È accaduto il 2 agosto 1996, nella semifinale dell’Olimpiade di Atlanta, categoria pesi piuma.  
La sua è la storia triste di un vincitore con poche gioie. Quel giorno non lo dimenticherà mai, lo ricorderà sempre con grande rammarico.
Lo sconfitto, finito il match, ha lasciato il dilettantismo, è diventato professionista, ha messo assieme un record di 50-0 e guadagnato 565 di milioni di dollari (valutazione fine novembre 2021).
Todorov vive con una pensione di 400 (quattrocento) euro al mese e non è mai passato professionista. La grande occasione l’ha avuta proprio quel pomeriggio di agosto, quando nello spogliatoio si sono presentati tre signori. Due promoter e un interprete. Gli hanno offerto casa, macchina e un bel po’ di soldi. Lui ha respinto la proposta. Non si sentiva ancora pronto, anche se aveva già 27 anni (Floyd era più giovane di otto anni).
Su quella sfida vinta di misura (10-9, era ancora il tempo delle macchinette) erano nate mille polemiche. Gli americani avevano espresso dei dubbi su Emil Jetchev, capo di arbitri e giudici; dicevano avesse spinto per un verdetto favorevole al connazionale. In un’intervista con Sam Borden del New York Times, apparsa nel numero del 3 aprile 2015, lo stesso Todorov aveva tirato in ballo il dirigente.
Forse in semifinale contro Mayweather sono stato aiutato, può essere. Ma poi mi hanno privato della medaglia d’oro. In finale avevo sconfitto il tailandese Somluk Kamsing, il verdetto non aveva riconosciuto il mio dominio. Jetchev prima del match era venuto nel mio spogliatoio e mi aveva avvertito: se vuoi vincere devi metterlo ko. Non l’aveva mai fatto prima…”
Buttata al vento la possibilità di un’avventura professionista negli Stati Uniti, il campione bulgaro aveva continuato l’attività nel dilettantismo. Aveva già vinto tre Mondiali e altrettanti Europei, oltre all’argento olimpico. Si preparava alla nuova avventura iridata nel 1997, avrebbe voluto però farla sotto un’altra bandiera. La Turchia gli aveva proposto un’allettante offerta economica: un milione di dollari per la medaglia d’oro. Accordo raggiunto. Un’ulteriore richiesta economica per saldare la tassa di svincolo aveva fatto saltare l’affare.
Todorov, chiuso con il dilettantismo, aveva tentato in patria la strada del professionismo. Ma nel 2003, dopo cinque match (4-1-0), aveva capito che non sarebbe andato lontano. Si era ritirato.
Aveva lavorato come autista, garzone in una macelleria, commesso in un’azienda agricola. La moglie era cassiera in un supermercato. I soldi guadagnati nell’attività pugilistica se ne erano andati. Tanti amici, tanta generosità da parte del campione. I denari uscivano, ne entravano molti di meno in cassa. E gli amici, finiti i soldi, se ne erano andati. Aveva salvato solo la casa, un piccolo appartamento al primo piano di un vecchio edificio davanti a un tabaccaio distrutto da un incendio, viveva lì con la moglie, un figlio e la figlia incinta.
Dodici anni dopo il ritiro, tornava a combattere. Tre mesi dopo l’intervista al New York Times, il 26 luglio 2015, affrontava Aleksander Chukalevsky (1-5-0), vinceva ai punti in quattro riprese e finalmente appendeva i guantoni al chiodo.
Da quel momento è uscito dai riflettori, ogni tanto arriva qualche rara notizia. Soprattutto dai quotidiani bulgari. Si sa che vive a Pozardzhik, sulle rive del fiume Maritza nel sud della Bulgaria. Ogni tanto appare in qualche premiazione, un articolo e una foto per la festa del cinquantesimo compleanno (è nato il 6 luglio del 1969), il ricordo di alcuni siti specializzati.
Lo sconfitto è ancora molto popolare e continua a guadagnare cifre importanti.
Al vincitore non è andata altrettanto bene.