Il perdono libera l’anima, rimuove la paura (Mandela)

Cammino con la schiena curva, le mani affondate nelle tasche del giubbotto, un vento impetuoso tormenta Roma.
Un gruppetto di persone si agita accanto all’ingresso del cimitero acattolico, alzo la testa. Mi faccio largo tra la folla. C’è un ragazzo senza vita, spalle poggiate sulle vecchie mura, occhi sbarrati. La droga, mi dico. Lo guardo e mi chiedo quali siano state le sue ultime sensazioni.
Solo un vuoto nero. Nessun pensiero, nessuna coscienza, niente. Sono solo. Ed è tutto nero. Sto morendo, ma se qualcuno avesse il potere di svegliarmi, penserei che in fondo si è tratto solo di un breve sonno senza sogni.
Le gambe sono piegate all’indietro. Accanto a lui una siringa, un laccio emostatico, un accendino, una bustina di plastica. Il braccio sinistro è lungo il corpo, sul palmo della mano una medaglia color oro.
“Memorial Brindani 2015”.
Ha gli occhi chiusi, sembra che dorma.
Quel ragazzo tra quattro giorni avrebbe compiuto 23 anni.
Si chiamava Danilo Ferretti.
Era mio fratello.
Ed è morto.

Sono passati ventuno mesi da quella mattina.
E io sono qui, all’interno di un buco che chiamano spogliatoio.
Un bagno alla turca, una doccia scassata, una panca dove poggiare i vestiti. Un locale in rovina, in un palazzetto di provincia.
Le urla del pubblico filtrano attraverso una porta sottile. La riunione è cominciata. I primi a andare sul ring sono pischelli che sognano un futuro da campioni. Io mi batterò nell’evento principale.
Da quasi due anni sono pieno solo di rabbia.
Stanotte voglio metterlo in difficoltà, rubargli le certezze, punirlo fisicamente fino a farlo crollare giù, privo di conoscenza. In quel momento sarò io a gestire la sua vita. Solo allora, forse, ritroverò un po’ di pace.
Combatto nei pesi massimi. Ogni colpo può mandarti al tappeto. Negli ultimi quattro incontri ci sono andato tre volte. Non voglio finire come qualcuno dei vecchi che incontro nella palestra dove mi alleno. Pugili con le gambe molli, non riescono a reggere neppure il peso del tempo. A ogni colpo, sentono la scossa. Un po’ come accade a chi beve troppo. Alla fine, basta mezzo bicchiere per ubriacarsi.
Il maestro Ottavio Ballarin, lo stesso di sempre, mi fa il bendaggio. 
Avevo 12 anni quando sono entrato nella sua palestra.
A casa, ogni mattina, chiudevo a chiave la porta del bagno e salivo sulla bilancia. La lancetta si fermava a 110 chili. Troppi per un ragazzo alto 1.65. A scuola vivevo un incubo continuo.
“Suicidati, obeso di merda!”
“Sei un ritardato, grosso e culone.”
E poi c’erano le spinte, le botte, le derisioni.
Avevo pochi amici, nessuno così forte da affrontare quei bulletti. E allora mi isolavo sempre di più. Ero convinto fosse colpa mia. Mi tagliavo con la lametta.
“Vuoi solo metterti in mostra!” urlavano quelli quando, dopo ogni pestaggio, vedevano le mie braccia nude.
Non ce la facevo a chiedere aiuto.
L’idea del suicidio si stava facendo strada.
“Che campi a fa’? Che speranze hai?”
“Di morire” rispondevo con un sospiro.
Un pomeriggio mi hanno aspettato in sei fuori dalla scuola, mi hanno riempito di calci e pugni. Risate volgari, pacche sulle spalle per farsi coraggio e continuare a massacrarmi. Prima di andarsene, mi hanno pisciato addosso.
Ero pesto, triste, umiliato.
Sono tornato a casa deciso a farla finita.
“Pietro, vuoi parlare? Io sono e sarò sempre qui per te.”
Mamma è arrivata appena in tempo, mi ha salvato.
Mi ha convinto ad andare da uno psicologo, l’inizio di un lungo cammino pieno di sofferenza e difficoltà.
Ha tirato dentro anche Ottavio.
“L’impegno continuo, il rispetto delle regole, l’esercizio fisico potrebbero compiere il miracolo e tirarlo fuori dall’angoscia che lo sta distruggendo. Facciamo questo tentativo, ti prego.”
In quella palestra ho ritrovato la serenità, perso i chili di troppo, riacquistato fiducia. Col tempo sono diventato addirittura un pugile.
I bulletti hanno cominciato a girare alla larga.

Un altro match e poi toccherà a me.
Un vecchio amico sussurra qualche parola al maestro.
“Speriamo vada bene. All’inizio era un combattente di razza, lo è stato fino al quindicesimo incontro. Aveva motivazioni forti, poi si è imborghesito. Accade in ogni sport. Prendi l’ippica, un cavallo di tre anni va forte e vince, a cinque è finito”
“Ma va, Alberto! Non sapevo che anche i cavalli si imborghesissero”.
Il tempo passa, la tensione cresce.
Ricordo le attese dei primi incontri. Nessuno pensava potessi perdere. Adesso il mio amico Alberto mi paragona a un cavallo imborghesito.
Un uomo apre la porta, mi vede, sorride. È più pesante di un tempo, ha meno capelli e qualche filo bianco su una barba appena accennata. Ma quegli occhi continuano a mandare lo stesso identico segnale di sfida.
“Carlo? Che vuoi?”
“Cominciamo bene. Da quando so’ bambino me chiamano tutti Er Cionca. Adesso arrivo qui e torno alle elementari.”
“Che vuoi?”
“Gli anni passano. I miei non sono passati così male, anche se mi porto dietro la vergogna per quello che ho fatto da ragazzo. E l’incazzatura più forte è che non l’ho fatto per scelta, non sono stato capace de esse’ omo neppure in questo. Ho seguito come ‘na pecora i più forti. Ma il tempo passa e credo sia arrivato il momento de chiede scusa.”
“Che vuoi?”
“A Pietro, ma sono le uniche due parole che conosci? Mi hai sentito?”
“Sì, ho sentito. Mi avete tormentato fino a portarmi a un passo dal suicidio e adesso arrivi nel mio spogliatoio a pochi minuti da un match e chiedi scusa. Che devo fare? Ti abbraccio e diventiamo amici? Mi sa che è meglio se te ne vai, lasciami in pace.”
“Anche il peggior delinquente, se confessa con sincerità i peccati e si dice pronto a pagare per le sue colpe, va ascoltato.”
“Che vuoi?”
“So che ‘sto match pe’ te significa tanto. Volevo fatte sapè che io ci sono. Voglio solo statte vicino. Come un fantasma, e tale tornerò dopo l’incontro.”
“Ciao Carlo, quando esci chiudi la porta.”
“Ciao Pietro, pensa che il perdono libera l’anima, rimuove la paura. È per questo che il perdono è un’arma potente. Nun è mia, magari lo fosse. È di Nelson Mandela. Pensace.”
Un uomo dell’organizzazione entra nello stanzone.
“Ferretti, tra cinque minuti sul ring”.
Mi sistemo la conchiglia protettiva, i pantaloncini, la vestaglia.
Mi fermo solo un attimo, tiro su la gamba destra e sfioro con la mano la piccola medaglia color oro che porto sempre con me, nascosta in un taschino interno dei calzettoni. Guardo verso l’alto e ripeto in silenzio una promessa vecchia di quasi due anni.
Ancora qualche minuto e mi batterò contro Romeo Cenci, lo spacciatore che ha venduto l’ultima dose a Danilo.
L’attesa è finita.

Quando torno a casa è notte fonda. Paoletta mi corre incontro. Ogni volta che combatto si sente un po’ morire. È andata bene. Ho sconfitto la voglia di vendetta che mi bruciava dentro. Posso guardarmi allo specchio e magari riuscire anche a sorridere. Avrei voluto massacrarlo, umiliarlo, ucciderlo. L’avessi fatto, di certo non avrei ritrovato mio fratello. Avrei solo aggiunto il rimorso a una vita fin troppo frequentata da angosce e fantasmi.
Mi siedo sul letto.
Prima di addormentarmi, l’ultimo pensiero è per lui.
“Grazie, Cionca.”

Quando Rocky combatteva, lei pregava. Anche la mamma di un campione imbattibile ha paura…

Pasqualina e Pierino Marchegiano vivono a Brockton, una cittadina di sessantamila abitanti a sud di Boston.
Il primo settembre del 1923, nasce Francesco Rocco. Un ragazzino che, a meno di due anni, rischia di morire per una polmonite. Lo salva una guaritrice di novant’anni. Usa acqua calda e brodo di gallina, tutta qui la medicina miracolosa.
Il ragazzino malaticcio cresce e diventa Rocky Marciano. Fa il pugile, vince il titolo mondiale dei pesi massimi e lo difende sei volte. Combatte per otto anni (dal 1947 al 1955), la mamma non vuole mai vederlo.
Pasqualina Picciuto è una donna robusta, ha un paio di grossi occhiali da miope, indossa vestiti color pastello e tiene su i capelli con un fermaglio. Ha la faccia piena, le guance rotonde come il resto del corpo in salute. Viene da San Bartolomeo in Galdo, nella provincia di Benevento. Arriva all’America, come si dice all’epoca, nel primo decennio del Novecento.
Ogni volta che Rocky combatte, Pasqualina sale sulla macchina di Rocco Del Colliano, il medico di famiglia, e si fa portare in giro per il quartiere. Il dottore fa una fermata fissa davanti alla chiesa.
Lei entra, prega, accende un paio di ceri.
“Pasqualina, non avete mai visto Rocky combattere?”
“Mai, e mai lo vedrò”.
“Rocky è forte, vince. Di che cosa avete paura?”
“Che faccia del male all’altro ragazzo, anche lui ha una mamma che prega”.


Tornata a casa, si assicura che la radio sia spenta. Vuole rimanere isolata dal resto del mondo. Aspetta solo che il telefono suoni.
Finalmente qualcuno chiama, lei alza trepidante la cornetta. Riconosce la voce sin dalla prima parola. Il cuore batte forte.
“Mamma, sono Rocky”.
“Sì…”
“Ho vinto un’altra volta. Nessuno si è fatto male”.
Anche stanotte, Pasqualina dormirà serena.

Ricordo di Vincenzo Belfiore, custode della memoria per amore…

Ha ragione Emanuele Della Rosa.
La boxe è una droga, per smettere devi andare in comunità”.
L’ha detto alle telecamere del regista Roberto Palma nel bel film BOXE CAPITALE.
Vincenzo Belfiore non ha mai pensato di disintossicarsi, a lui il pugilato faceva un gran bene. Lo ha frequentato, ne ha scritto, ha messo su un vero e proprio museo. Oggetti, riviste, quotidiani, articoli, foto, libri rari. Per amore, era diventato il custode della memoria di uno sport che aveva sempre alimentato la sua passione.
Stamattina la figlia Veronica mi ha chiesto di scrivere un ricordo che ho di lui. Sono stato triste e contento allo stesso tempo. Faccio fatica a immergermi in un mondo che non c’è più. Assieme ad alcuni colleghi di un tempo, se ne è andata via anche la gioia di parlare di quei match, dei bordo ring pieni di amici, di palasport pieni di gente, di ko esemplari, titoli veri, regole e soprusi. Della boxe di ieri, insomma. Mi sono improvvisamente sentito più vecchio di quello che sono. Veronica non ha colpa alcuna, il pugilato mi piace oggi come allora. Sono gli uomini che lo frequentano a non piacermi più. Ma non mi lamento, gli anni passano come natura vuole.

“Anche tu sei invecchiato”.
“Dicono che sia l’unico modo per non morire giovani”.
(Peter Bohlke e Michel Bouquet nel fim “Toto le héros-Un eroe di fine millenio”)


Franco Dominici, Teo Betti, Roberto Fazi hanno riempito, con le loro storie, giornali e riviste. Il solo nominarli mi rende felice, fanno parte di un glorioso passato. Per lo sport e per il giornalismo. Hanno scritto del pugilato mondiale, senza mai dimenticare quello da cui erano partiti. Il pugilato romano, quello laziale. Vincenzo Belfiore in quel pugilato era nato, cresciuto e diventato grande. Sette libri sulla sua regione, sui frequentatori piccoli e grandi dei ring del Lazio. L’ultimo è stato “La boxe nella storia e sui banchi di scuola”, uscito sei mesi prima che lui se ne andasse per sempre.
Scrivo i loro nomi e penso che sarebbero stati i frequentatori ideali di quella palestra che ho raccontato nel libro I GORDINI.

Un ring, quattro sacchi, un pavimento triste; odore di sudore, olio per massaggi; manifesti di riunioni famose, finestroni che affacciano su vecchi cortili, un orologio a scandire il tempo della fatica. Ne ho visitati almeno cento di posti così, ma nessuno mi ha lasciato un segno profondo come la palestra dei passi perduti. Un locale vuoto, avvolto nella penombra. Nessun rumore, nessun odore. Riposano sacchi e palle veloci. Le corde sono stese sul pavimento come vecchi serpenti addormentati. Un ring enorme, nudo e triste, in attesa di essere calpestato.
Non ci sono pugili ad allenarsi, non ci sono maestri che urlano consigli, neppure un tifoso a gridare improbabili suggerimenti. È un luogo popolato da uomini senza volto che raccontano vecchie storie, solo la fantasia può aiutarmi ad ascoltare le loro voci.
Un signore se ne sta seduto su una panca di legno. Guarda avanti, cerca il tempo perduto.
Ho viaggiato per trent’anni della mia vita, portando sempre con me il ricordo di quel giorno. Fino a quando, molto tempo dopo, ho vissuto le stesse emozioni. E ho capito che non potevo fermarmi, ma dovevo continuare a scavare. In fondo, sempre più in fondo, fino a trovare la regina di tutte le emozioni. Quella che ti fa capire quanto la boxe possa essere madre e matrigna, fuoco e acqua, coraggio e paura. E se hai la fortuna di incrociarla nel giorno in cui il tuo corpo, assieme alla mente, è puro al punto da catturare ogni emozione, allora potrai goderne appieno la bellezza. Riuscirai a esaltarti per il suo fascino, a non maledirne le brutture.
È stato il giorno in cui ho visto la magia di un ring di periferia che ho capito di essere tornato a casa, lì dove tutto nasce”.

Parlando di Vincenzo Belfiore vedo un passato di sogni realizzati, sento le voci di mille racconti, riascolto le storie di piccoli o grandi campioni senza paura. Dicono, Quelli come te sono malati di nostalgia. Io penso di essere solo uno che nella sua vita ha avuto la fortuna di conoscere uomini e pugili che hanno scritto pagine memorabili per la boxe di casa nostra. Molti di quei personaggi Vincenzo li ha raccontati.
Dieci anni fa, sono entrato nel suo regno, la casa di Frosinone. Stavo preparando, assieme a Riccardo Romani, un libro su Monzon. Cercavo articoli d’epoca, frasi, racconti, commenti. Lui ha aperto per me il tempio della memoria e i ricordi sono corsi incontro.
A fine visita, mi aveva prestato una collezione di BOXE RING, qualcosa a cui teneva in modo speciale. Era stato un gesto di grande amicizia. Un storico raramente consegna ad altri uno dei suoi cimeli. Lui si era fidato. Mi aveva salutato, solo dopo avermi riempito di mille raccomandazioni. Non avevo tradito la sua fiducia. Il materiale era stato restituito integro, come mi era stato consegnato.

E adesso, per raccontare Vincenzo, mi faccio aiutare dal giornalista e scrittore Gualtiero Becchetti. Ne parla nel nuovo libro che uscirà l’11 febbraio (LA GRANDE BOXE DEI PICCOLI MATCH, Absolutely Free editore). Il racconto è all’interno della storia dedicata all’incontro tra Sven Paris e Adonisio Francisco Reges, disputatosi al Palasport di Frosinone il 20 aprile 2012.

“Era presente alla cerimonia l’amico Vincenzo Belfiore, già vicecomandante della Polizia Municipale. Un’enciclopedia della boxe in possesso di una delle più vaste biblioteche pugilistiche private che si conoscano, nonché giornalista e autore di diversi libri sull’argomento. Appassionato? No, sarebbe riduttivo! Pugilato e Vincenzo Belfiore erano quasi tutt’uno.
Qualche anno prima, al passaggio tra i professionisti dopo una brillante carriera dilettantistica, Sven Paris aveva adottato il soprannome di “White Warrior”, molti gli pronosticavano un prestigioso futuro. Tra i suoi più saldi estimatori proprio Belfiore, che l’aveva seguito sin dai primissimi passi sul ring e gli era affezionato quasi fosse un suo congiunto. Mentre rientravamo in hotel riparandoci dalla pioggia strisciando contro i muri delle case, Vincenzo mi diceva: «Paris era, secondo me, il miglior talento del pugilato italiano. Si è preparato bene. Speriamo che si sia dimenticato del tutto di Bienias…».
Tale esternazione di un intenditore quale era Belfiore e la pur vaga ombra di dubbio che la caratterizzava, confesso che mi avevano stupito.
Sven aveva cominciato attaccando, ma era macchinoso, lentissimo, quasi malfermo sulle gambe e ogni volta che Reges portava il jab sinistro lo prendeva in pieno. Nei tre minuti successivi i timori diventavano purtroppo cruda realtà. Il brasiliano faceva ciò che voleva, neanche fosse un novello Ray Sugar Leonard, il pugile di Frosinone andava in difficoltà ogni volta che veniva toccato. Dall’altra parte del ring, in prima fila, potevo vedere, tesissimo e con l’espressione sofferente, Vincenzo Belfiore seduto di traverso sulla poltroncina sobbalzare ai colpi di Reges quasi fosse lui a riceverli… Era la prova che purtroppo ciò che io vedevo, lo vedevano tutti. Alla fine del round, quando l’arbitro José Martinez Antunez mi allungava i cartellini dei giudici attraverso le corde, per la prima e unica volta nella mia attività di supervisor, sussurravo: «Stai molto attento…», ricevendo risposta d’assenso con un cenno del capo”.

Vincenzo Belfiore ci ha lasciati il 15 luglio 2019, aveva settantuno anni. Ha gestito con dedizione assoluta la sua grande passione, le ha offerto tempo ed energie. Ne ha scritto da competente. Ne ha custodito la memoria come solo chi ama sa farlo. Il pugilato gliene sarà per sempre grato.

Nonno, chi è Alessandro Mazzinghi? “Ascolta, c’era una volta…”

Nonno, chi è Alessandro Mazzinghi?
“Oh piccolino, e tu che ne sai di Mazzinghi?”
Niente, per questo te lo chiedo.
“Dove hai letto quel nome?”
Lì in alto, sulla targa. C’è scritto Piazza Alessandro Mazzinghi.
“Sediamoci al bar, ti prendo un bel cappuccino e una pastarella. E ti racconto una storia”.
Dai, nonno.
“Sandro Mazzinghi era un guerriero”.
Con l’armatura e i superpoteri?
“Niente armatura, niente superpoteri. Lui era un guerriero nel cuore. Non aveva paura di nulla. Affrontava i nemici e li sconfiggeva tutti. O quasi”.
Ma anche lui, come noi, era nato qui?
“Certo Aldino. Era nato a Bella di Mai, un quartiere che le bombe avevano devastato nella seconda guerra mondiale”.
E lui si era fatto male?
“No, per fortuna. Era stato protetto da mamma Ernesta e da suo fratello Guido. Ma tutto attorno era un disastro”.
Non avevano neppure da mangiare?
“Ne avevano poco, davvero poco. Pensa che sognavano il pane”.
Anche io lo sogno.
“Come? Tu sogni il pane?”
Sì, quello con la Nutella sopra. Ne mangio tutta la notte e la mattina quando la mamma mi porta la colazione ne mangio ancora. Solo che quello della mamma è più buono.
“Lui aveva tanti sogni nella testa, pensa che voleva diventare un ciclista”.
Anche io. Papà mi ha comprato una bicicletta, mi ha insegnato ad andarci. Ho sei anni, sono grande io.
“Anche Sandro era grande a sei anni”.
Ma l’ha poi fatto il ciclista?
“No, lui è diventato un pugile”.
Un pugile bravo?
“Bravissimo. Lo chiamavano il Ciclone di Pontedera”.
Forte! Nonno, adesso che ci penso, tu ti chiami come lui. Sandro.
“E sì. Il mio papà amava la boxe e io sono nato il 26 maggio del 1968”.
E allora? Che vuol dire?
“Il 26 maggio 1968 Sandro Mazzinghi è diventato campione del mondo per la seconda volta. Pensa che papà ha rischiato di non vedermi nascere. Per fortuna ho aspettato la fine del combattimento per venire al mondo. L’ostetrica era in casa e stava accanto alla mamma, papà l’avevano mandato via dalla stanza. Lui era davanti alla tv a vedere Sandro combattere. Quando mi ha registrato all’anagrafe, non è stato tanto a vedere l’ora. Ha deciso che il suo figliolo si sarebbe chiamato Sandro. Nato in quella notte magica, non potevo avere altro nome”.
Ma era forte, quello che Sandro ha battuto?
“Fortissimo. Veniva da lontano, aveva uno strano nome: Ki Soo Kim”.
Kisochi?
“No, lascia perdere. Io ci ho messo una vita per dirlo bene. Tu hai tutto il tempo di impararlo. Veniva da molto lontano, dalla Corea. Era fortissimo, non si arrendeva mai. Anche lui era un guerriero senza paura”.
E  Sandro ha vinto?
“Sì”.
Doveva proprio essere fortissimo. Viveva qui?
“Viveva vicino, a Cascine di Buti. Ma solo da quando era diventato grande e famoso. A Pontedera voleva un gran bene. Era famoso. Pensa che quando ha vinto il primo titolo mondiale contro Ralph Dupas a Milano c’erano quarantamila persone a vederlo”.
Quarantamila? Quante sono?
“Tante. Pensa che sono più di tutti gli abitanti di Pontedera”.
Mamma mia. E…
“Dimmi Aldino”.
Nonno, a te piace la boxe?
“Mi piace leggere le storie dei vecchi campioni, mi piaceva vederli alla tv, mi piaceva andare con il papà qualche volta al Palasport. Ecco il pugilato mi fa ricordare il babbo”.
Nonno ma che fai, adesso piangi?
“No Aldino, mi è andato un moscerino nell’occhio”.
Meno male.
“Domani ti regalo un libro, racconta la vita di Sandro Mazzinghi. Mettilo da parte, tra qualche anno quando lo leggerai ti piacerà”.
Nonno, se me lo regali io lo leggo subito. Sono grande io e questo Mazzinghi mi sta proprio simpatico.
“Adesso andiamo, si è fatto tardi. La mamma si starà preoccupando”.
Va bene, grazie.
“Di cosa Aldino?”
Di avermi raccontato questa bella storia. Ora la racconterò alla mamma, piacerà anche a lei. Tutti dovrebbero conoscere la storia di Piazza Alessandro Mazzinghi.
“Aldino, lui si chiamava solo Alessandro Mazzinghi. Senza Piazza davanti”.
Ma a me così piace di più.
“Beh, se a te piace di più, allora…”

Il Consiglio Comunale di Pontedera ha deciso di rendere omaggio al campione intitolandogli la piazza centrale (già Curtatone e Montanara). Piazza Alessandro Mazzinghi è il modo migliore per ricordare un cittadino che ha dato prestigio alla città. Due volte campione del mondo, cinque volte vincitore nei match per il titolo europeo. La moglie Marisa, i figli David e Simone ne sono orgogliosi.
Vivere nel ricordo è il modo più compiuto di vita; il ricordo sazia più di tutta la realtà, e ha una certezza che nessuna realtà possiede. Un fatto della vita che sia ricordato, è già entrato nell’eternità, e non ha più alcun interesse temporale. (Søren Kierkegaard)

Un testimone d’eccezione per una storia romantica di ieri e di oggi

Un viaggio nel tempo, senza lasciarsi prendere dalla nostalgia, ma affidandosi alla bellezza dei ricordi. Quando ti lanci in una avventura così, hai bisogno di un compagno, una guida che sappia come raccontare la storia.
Il mio compagno di viaggio è Pier Luca Antonio Baldini, metto in fila tutti i suoi nomi. La mamma, Giovanna, quando lui le chiede: “Ma non potevi fermarti prima?”, replica: “Impossibile”. E finisce lì, senza concedergli repliche.

Il signor Baldini, vice sindaco di Cotignola, è il nipote di nonno Michele Gordini e nipote di zio Meo.
Sono più affascinato dal ciclismo che dalla boxe. Ma non ho mai praticato né l’uno, né l’altro. I racconti del nonno trasmettevano il senso della fatica, il rischio era sempre presente, le possibilità di cadere in un fosso erano alte come oggi non si può neppure immaginare. E poi il sudore, la polvere, la spossatezza con cui chiudevano le giornate erano qualcosa con cui mi riusciva difficile fare i conti. Anche solo a parole. Il ciclismo degli anni Venti, quello del nonno, era la rappresentazione concreta, tangibile della fatica.”

Michele era un gigante. Un metro e novanta per oltre cento chili di peso. Non se ne vedevano in giro di tipi così. I Gordini hanno sempre avuto una stazza imponente.
Anche i figli erano grandi, fin da quando nascevano: cinque, sei chili al parto. Uno strazio per le povere mamme.

Correndo, viaggiando, conoscendo il mondo e soffrendo la lontananza dalla famiglia Michele ha dato da mangiare al gruppo intero. Poi, quando tornava a Cotignola, faceva il suo dovere di marito. E così sono nati diciassette figli.
Parlava poco il nonno. Mischiava qualche parola di francese, imparato lungo le strade dei tre Tour che ha corso, un po’ di italiano e tanto romagnolo. Parlava poco, comunicava molto con gli sguardi. Ha corso e portato i soldi in casa, tanti figli a cui non ha mai fatto mancare niente. A tavola c’era sempre da mangiare. E poi il rapporto con la moglie, fantastico. Era davvero innamorato. Qualche volta urlava, perché lui era fatto così. Gli veniva da gridare e lo faceva, ma non ha mai mancato di rispetto a sua moglie. Mai.”

La presenza dell’omone era in ogni angolo della casa, soprattutto in salotto.
C’era un poster gigante, sarà stato due metri di altezza per un metro e venti di base. Imponente. Lui in bici, con la maglietta Ganna in bella mostra. Correva da isolato, da indipendente. Quelli come Girardengo vincevano, lui lottava per sopravvivere. Forte, tenace. Nel poster con cui l’Equipe ricorda i 100 anni del giornale, c’è anche lui. Non è cosa da poco. Era una figura affascinante il nonno, un eroe romantico come le storie che raccontava. Ne metteva in fila tante, soprattutto per i figli. Gli piaceva quel tipo di narrazione epica, in fondo ai ragazzi parlava della sua vita. E loro ascoltavano, ma a forza di sentirlo erano pieni di fatica anche loro, quasi nauseati da tutto quel pedalare, pieni di polvere e, raramente, di gloria. Tre Tour e sei Giri d’Italia, roba seria, per gente tosta.”

Erano tanti i Gordini. Solo il nucleo centrale della famiglia metteva assieme diciannove persone, i genitori e diciassette figli. Poi le nuore, i nipoti…
Quando sia andava a casa loro, prima di entrare ce ne stavamo fuori per capire come fosse l’atmosfera dentro. Non ci siamo mai messi a tavola in meno di venti. E c’era da mangiare per tutti. Il nonno con i premi delle corse guadagnava bene.

Poi però le corse erano finite, e al momento di cambiare vita qualche sbaglio l’aveva fatto.
E sì, non tutto è filato liscio. Si è prima comprato un’Isotta Fraschini, poi ha pensato bene di mettersi a fare il tassista. A Cotignola. Come era da immaginare, non gli è andata bene. Meglio con l’attività scelta in seguito. Lui, assieme a qualche figlio, si è inventato i primi service per contadini. In un capanno, costruivano aratri, montavano pezzi per le macchine con cui lavorare i campi. Il rispetto innato che aveva per la campagna gli permetteva di lavorare capendo le esigenze dei contadini.

E l’Isotta Fraschini?
Smontata pezzo per pezzo per costruire le macchine da campagna. L’avesse conservata, ci fosse ancora oggi, quell’Isotta Fraschini potrebbe valere anche un milione di euro…

Giovanna, la sorella di Meo, è la mamma di Pietro Luca Antonio. È una ragazza del ’34. All’epoca fare la scuola media era roba da benestanti. Lei è andata avanti fino alla laurea, l’ha presa quando di anni ne aveva cinquanta e lavorava come insegnante di pedagogia. Un po’ per volta, studiando e faticando, era arrivata a tagliare il traguardo. L’unica della famiglia a riuscire nell’impresa.
“Nella scuola dove insegnava la mamma, c’era un professore che la importunava. Non è mai arrivato alle molestie, ma quell’eccesso di attenzioni le dava fastidio. Così un giorno l’ha detto al papà. Niente accuse o pianti, lamenti o drammi. Ha detto solo che quel comportamento le dava fastidio. Michele non ha commentato. Il giorno dopo l’ha accompagnata a scuola, si è fatto indicare l’insegnante poco attento. Con passo lento, ma sicuro, gli è andato vicino. Lo ha fissato negli occhi, poi lo ha preso per un orecchio e, chinandosi un po’, ha avvicinato il viso del reprobo al suo. Quel tizio si è visto davanti, a pochi centimetri di distanza, lo sguardo duro e minaccioso del gigante. Ha capito che non era il caso di continuare. Giovanna non ha più dovuto subire gli approcci dell’ammiratore maleducato.”

Meo, il nostro compagno di viaggio l’ha frequentato meno.
Gli voglio un bene dell’anima, ma non sono proprio riuscito a farmi piacere la boxe. Non ce l’ho fatta a condividere questa esperienza. Preferivo altro. Andavo con lo zio Saturno a fare quella che lui chiamava pesca subacquea. Mentre in realtà prendevamo le cozze a mare. Oppure ci lanciavamo dai monti su bastoni di legno lunghi due metri e mezzo, rischiando di farci male a ogni discesa. Ma quello con cui legavo di più era Fioravante, che aveva preso il diploma in Belle Arti. Abitava a Roma e ogni volta che andavo a trovarlo, mi portava in giro a scoprire un angolo meraviglioso della città. Mi diceva: Dobbiamo proprio andarci. E si partiva. Mi sono diplomato al Liceo Artistico e poi laureato in Architettura. La frequentazione dello zio mi ha segnato. Sì, lo zio. Lo chiamavamo tutti così. Ce ne erano tanti con lo stesso grado di parentela, ma lui era l’unico che avesse il privilegio di essere riconosciuto senza dovere necessariamente aggiungere il nome. Lo zio era uno solo, lui.”

Queste storie Pier Luca Antonio Baldini, vice sindaco di Cotignola, la città di Michele e Meo, le racconta con passione. Sono bei ricordi, hanno il sapore di un’epoca romantica che fa sognare.
Ci sarà anche lui venerdì 3 luglio, nell’Arena delle balle di paglia, assieme a Meo.
Quella sera Flavio Dell’Amore ed io parleremo del nostro libro.
I Gordini, una fameja ad fénómen (Edizioni Slam/Absolutely Free).

Sarà rispettato il protocollo COVID. Se volete essere presenti, sarà necessario prenotare.
Scrivete a info@primolacotignola.it .

 

Ecco Monzon e Romersi due vecchie fotografie risvegliano i ricordi…

Frugando tra i ricordi, Mario Romersi ha trovato due foto che lo ritraggono assieme a Carlos Monzon, con cui ha fatto molte sedute di guanti nella Palestra del Flaminio, quando l’argentino preparava in Italia i suoi campionati del mondo. Compresi i due contro Nino Benvenuti.
Appena ho ricevuto i due documenti, mi è venuta l’idea di renderli pubblici. D’accordo con il mio amico Mario, ho inserito le foto a corredo di due vecchi articoli.
Il primo è un’intervista con Romersi che parla proprio delle sedute di sparring con Carlos il terribile.
L’altro è un vero e proprio salto indietro nel tempo, nel cuore di una Roma così bella da stringerti il cuore anche solo a raccontarla.
Sono due servizi già usciti su questo blog, ma mi è sembrato che stessero proprio bene con le immagini.

Mario, come definiresti il pugile Carlos Monzon?
“Una belva, con un destro micidiale. Un fenomeno”.
E come uomo, che tipo era?
“Scontroso, riservato, poche parole, prepotente”
Era davvero così pesante il destro dell’argentino?
“Provo a spiegarmi. Ogni volta che ti prendeva, ti sentivi come se qualcuno ti avesse tirato addosso un sacco di sabbia pressata. Eri fortunato se andavi a terra. Perché altrimenti, quello ti intronava e poi non finiva di picchiare finché non ti aveva distrutto”.
C’è un colpo che ricordi in modo particolare?
“Mi ricordo la prima volta che abbiamo fatto i guanti al Flaminio. Lo conoscevano in pochi, anche se era lo sfidante di Nino Benvenuti per il mondiale dei pesi medi. In palestra c’era la televisione, tanti giornalisti. Io ero un po’ timido e me ne stavo in un angolo a fare l’esercizio al sacco, lontano da tutti. Mi hanno avvicinato Capo Repetto e Amilcar Brusa e mi hanno chiesto: “Ti va di allenarti con lui?”. Gli ho risposto: “Non ho certo paura”. E sono salito sul ring. Ho alzato il sinistro nel classico gesto di saluto e Monzon mi ha incrociato col destro. Mi è improvvisamente sembrato di essere su un disco volante. Tutto attorno a me girava vorticosamente. Vedevo anche tanti piccoli cinesi che facevano roteare dei piatti su esili bastonicini di legno. Quel destro mi aveva completamente imbambolato”.
E lui?
“Ha continuato a venire avanti e a picchiare”.

Vi hanno fermato?
“Non avrei mai fatto la figura di quello che se ne va al primo cazzotto, anche se terribilmente duro. Ho fatto altre due riprese, ma quel destro non lo dimenticherò mai”.
E poi?
“Il giorno dopo mi sono alzato alle 5 del mattino, ho fatto footing, ho mangiato una bistecca da tre etti e bevuto solo un po’ d’acqua. Come se avessi dovuto fare un match. Alle quattro meno un quarto ero in palestra a scaldarmi. Nel terzo round di guanti l’ho preso d’incontro sul naso col diretto destro e ho sbagliato di un centimetro il gancio sinistro con cui avevo doppiato il colpo. Sabbatini, che era sotto al ring, ha urlato: “Mario, fermati che mi rovini 400 milioni!”. Il giorno prima però, nessuno era intervenuto”.
Quindi non ricordi Monzon come un campione assoluto?
“Ma vuoi scherzare? Era un fenomeno. Per darti un’idea di quanto facesse male, ti dico che quando salivi sul ring contro di lui era come se tu lo facessi a mani nude e lui imbracciasse un fucile. Era devastante. Non aveva il pugno secco, quello che ti stende subito. No, lui era peggio. Con un colpo ti ammorbidiva e con gli altri ti annientava”.
La qualità migliore del pugile, oltre alla potenza del destro, quale era?
“Era scoordinato”.
In che senso?
“Noi pugili guardiamo l’altro negli occhi, lì c’è la verità. All’80%, se sei bravo e attento, capisci quale colpo l’avversario sta per portare. Lui no. Ti sembrava lento, poi vooom e ti arrivava il sinistro in faccia. Faceva un piccolo spostamento, portava in avanti la gamba e vooom ti tramortiva col destro. Poi, ti bastonava senza che tu capissi più da dove partissero i colpi. A quel punto capivi che era inutile guardarlo negli occhi”.

Quante riprese di guanti hai fatto con lui?
“È venuto al Flaminio la prima volta quando ha conquistato il mondiale contro Benvenuti a Roma. C’è tornato per Bouttier, Briscoe e Valdez. Diciamo che ogni volta si fermava per una settimana, in totale avremo fatto più di 100 round. Veniva e voleva fare i guanti con me. Forse perché ero un buon tecnico, forse perché era diventata una sorta di scaramanzia”.
Aveva rispetto per lo sparring?
“Mi avrebbe volentieri messo per terra in ogni momento. Era senza pietà”
Un ultimo episodio da ricordare?
“Facevamo i guanti, io lo stringevo spesso in clinch per riprendere fiato. A un certo punto mi ha morso tra la spalla e il collo. Un dolore terribile, ma lui ha continuato a combattere come se niente fosse”.
Chi c’era in palestra quando vi allenavate?
“Capo Repetto, il suo maestro Amilcar Brusa, il manager Tito Lectoure, qualche volta Rodolfo Sabbatini. E soprattutto, tanta gente. Un centinaio di persone, sembrava di essere a una riunione. Io all’epoca abitavo con mamma e papà al Villaggio Olimpico, a due passi dalla Palestra del Flaminio. C’erano tutti gli amici a vedere me, ma soprattutto Monzon”.
Che memoria ti è rimasta di quei giorni?
“Mi è piaciuti viverli. Tutti, ogni momento”.

Mario Romersi è nato al numero 18 di vicolo Moroni in Trastevere.
La guerra era appena finita e l’Italia faticava a rimettersi in piedi.
Viveva con quattro sorelle, mamma Silvana detta la carabiniera e papà Emilio che guidava i camion della nettezza urbana.
Silvana curava l’educazione dei figli in modo antico, come facevano le mamme di una volta.

In fondo al vicolo, in piazza San Giovanni della Malva, c’era una fontana. Lì andava a lavare i panni. Quando le avevano detto che Mario aveva combinato un altro guaio rovesciando l’olio del mobiliere sotto casa, si era messa in attesa.
Vista l’ombra del ragazzo apparire in lontananza aveva preso in mano una scopa e senza perdere tempo gliel’aveva lanciata contro.
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Centrato.
Mario la faceva impazzire.

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Al giovanotto piaceva una vita senza regole. Assieme a qualche amico aveva messo su una piccola banda. C’erano Tonino, Er Cippa, Giacani e poi c’era Nando: il cugino di Mario, ma soprattutto il capo del gruppo. Se ne andavano in giro in cerca di guai, pronti a difendere il territorio che erano convinti gli appartenesse senza discussioni.

Ogni volta che quelli di Monte Cucco sconfinavano, la banda di vicolo Moroni si opponeva. Erano sassaiole senza regole, a volte spuntavano delle accette affilate costruite piegando i coperchi di grossi barattoli di pomodori trovati dentro casa. Si combatteva ovunque.

Da quelle parti c’è ancora gente che ricorda una battaglia in piena Festa de’ Noantri. Cicatrici, ferite, un po’ di sangue e qualche ossa rotta. Ma poi, alla fine, andavano tutti assieme a mangiare una pizza. Come se niente fosse.
Roma era così.
Trastevere era zona di duri.

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Al Fontanone del Gianicolo non andavano solo per lavarsi le ferite, ma anche per fare il bagno quando il sole dell’estate cominciava a bruciare la pelle. Era la piscina di chi non poteva permettersi altri lussi. Facevano sega a scuola e se ne stavano lì a sguazzare fino a quando non arrivavano i Carabinieri a cavallo e loro prendevano la fuga raccattando velocemente pantaloncini e canottiere. Ancora tutti bagnati si disperdevano per i vicoli di Trastevere.

Il pomeriggio, quando le finanze lo permettevano, era dedicato al cinema. Tarzan era il favorito. Entravano alle tre e non uscivano mai prima delle otto. Un giorno erano andati a vedere un film con Tony Curtis, pugile sordomuto, e Mona Freeman. Era stato così che Mario, a dieci anni, aveva scoperto la boxe. Aveva visto i guantoni, il ring, i match. E aveva subito capito che quello sarebbe stato il suo futuro.

Era entrato alla Gianicolense nel Cinquantotto.
«Papà me sò segnato, faccio la boxe.»
A casa sbucciava le arance in modo da disegnare una sorta di paradenti, se lo metteva in bocca e fingeva di essere sui ring più famosi del mondo.
Amava la palestra.
Tirava pugni al sacco cercando di non commettere il minimo errore, aveva il libro della tecnica stampato nella mente.

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Pe-Pam, Pam, Pam, Pam, Pe-pam, Pe-pam-pam.
Una musica suonata per conquistare il mitico Klaus che a fine allenamento l’aveva avvicinato.

«Ragazzo, mi stai simpatico. Ti applichi e cerchi di perfezionare il gesto. Ti voglio dire una cosa: ricordati sempre che un match di boxe è come una partita a scacchi».

Romersi non aveva avuto la forza di dire neppure una parola.
Aveva mosso lentamente la testa avanti e indietro, ma dentro di sé aveva pensato: «Ma questo che stà a dì?»
Poi però aveva capito.

«Aveva ragione il maestro. Sul ring se guardi il tuo avversario negli occhi, intuisci quello che sta per fare. Sai che devi impedirglielo e allo stesso tempo devi fare qualcosa che lo metterà in difficoltà. Mossa e contromossa, proprio come a scacchi

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Il ragazzino di vicolo Moroni si stava facendo strada in un mondo difficile come era quello del pugilato professionistico italiano nei primi anni Sessanta.

Romersi non era alto per essere un peso medio, non arrivava a uno e ottanta. Aveva però buona tecnica e pugno pesante.
Peccato che non sempre riuscisse a mantenere la forma tra un match e l’altro. Non era votato al sacrificio.
Agli allenamenti spesso preferiva la pesca.

Da bambino faceva gli ami con le spille che la zia usava per cucire le camicie. Appena poteva, scappava sotto Ponte Sisto («che allora era in ferro e non di mattoni come adesso») e stava ore e ore ad aspettare che un pesce abboccasse.

Quando accadeva, l’esultanza per l’impresa durava un centesimo di secondo perché anche il pesce più tonto riusciva comunque a scappare da una spilla per camicie.

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Mario aveva un record di sette vittorie consecutive quel 22 novembre del ‘69 e sedeva tranquillo a bordo ring nel Palazzetto dello Sport di Roma. Si preparava a gustare una riunione che aveva in cartellone nomi importanti.

Le cose erano improvvisamente cambiate nel momento in cui lo aveva avvicinato il promoter Renzo Spagnoli.

«Mario, sei allenato?»
«Più o meno, perché?»
«Hai fatto sette incontri in dieci mesi, hai combattuto l’ultima volta quaranta giorni fa. Quindi, sei allenato.»
«Ahò, te lo ripeto: più o meno. Che c’è?»
«Le voi otto piotte?»
«Chi devo ammazzà?» e giù una risata.
«José Manuel Urtain rischia di finire il combattimento molto presto contro George Holden, lo stesso potrebbero fare altri pugili in programma. Ci serve un incontro in più, altrimenti questi ci menano.»
«Co’ chi devo fà?»
«Joe Hooks, ha meno match di te».
«Affare chiuso.»

Mario si era alzato, era andato negli spogliatoi, si era fatto prestare pantaloncini, scarpe e conghiglia, si era riscaldato, poi era salito sul ring e aveva battuto Hook per ko alla quinta.

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4 giugno 1976.

Una sera che Mario non avrebbe mai dimenticato.
L’avversario era Roberto Benacquista, romano come lui.
Si combatteva al Palalido di Milano per la cintura tricolore dei medi.

Un match duro, difficile. Equilibrato nei primi round, poi il trasteverino aveva preso fiducia. Il destro entrava preciso nella guardia dell’altro, lo scuoteva. Benacquista sembrava attraversare un momento difficile e dal quinto round in poi il suo rendimento era calato. Nella settima ripresa era ancora un destro di Romersi a fare danni. Apriva un lungo spacco sulla palpebra sinistra del rivale, il medico fermava l’incontro, l’arbitro decretava la fine del match.

Mario aveva vinto per kot, a trent’anni era campione d’Italia.
Si sentiva il padrone del mondo, Superman, l’eroe del Palalido.
Era stato in quel momento che aveva capito di dover dividere la gioia con la persona che gli era stata più vicina, il grande amico Emilio. Il papà.
Si era riempito la saccoccia di gettoni, ne aveva infilati otto nella fessura del telefono e aveva composto il numero.

… 377.

Appena girato l’ultimo 7 sul rotante del vecchio telefono, aveva sentito dall’altro capo del filo una voce carica di emozione.

«Bello, dimme».
«A papà, semo campioni d’Italia.»
«Bello pisellone mio!»

Poi avevano cominciato a piangere, senza riuscire a dire più una parola.

Aveva sposato Gabriella Cenciarelli nel Settanta.
Il giorno del trionfo Roberta e Rita erano già nate, Mario jr sarebbe arrivato qualche tempo dopo. Le cose finalmente giravano per il verso giusto…

 

Sandro Mazzinghi trema Austin lo manda k.d. Era l’aprile del 1964…

Roma, 24 aprile 1964

Un destro al mento.

Sandro è al tappeto.

È come se una scossa elettrica attraversasse il corpo e rendesse molli le gambe che cedono all’istante. All’improvviso l’aria si riempie di colori. Mazzinghi sa bene quanto facciano male i pugni. Ne ha incassati tanti, ma quel destro ha anche tolto il velo a un dubbio che lo accompagnava da qualche tempo. Per questo fa ancora più male.

Il pubblico romano resta per un attimo in silenzio, ammutolito dallo stupore per quello che ha appena visto. Un colpo preciso ha messo giù il guerriero, l’uomo senza paura, l’eroe nato per combattere.

Quel pugno l’ha tirato un pugile che viene da Phoenix in Arizona. Si chiama Charley Austin. È un giramondo che calca qualsiasi ring.

Lo accompagna Cecil Hudson, uno che ha avuto la fortuna di avere come manager e allenatore il mitico Henry Armstrong.

Venerdì, 24 aprile del ’64.

Si combatte al PalaEur.

Il colpo è forte, un destro micidiale. Davanti agli occhi di Sandro compaiono le stelle. Per qualche istante vede infiniti colori, più di quelli che esistono nell’iride. Ce ne sono tanti che neppure conosciamo. E sono bellissimi, sono i colori della meraviglia che possono trasformarsi in quelli del buio della sera quando arriva il knock down o addirittura nello scuro della notte quando sopraggiunge maligno il knock out.

È il secondo round di un match che ne prevede dieci. Una montagna insormontabile da scalare per uno che ha le gambe che sembrano non reggere più neppure il peso dei pensieri.

«Alzati Sandro, alzati!»

Guido urla un centesimo di secondo dopo il kd, disperato e sorpreso anche lui.

Charley Austin è un pugile che in altri tempi Mazzinghi avrebbe messo via in poche riprese. Ma nella tragedia che lo ha colpito poco più di due mesi fa il campione ha lasciato parte dei riflessi, della grinta, addirittura della passione. Ha perso Vera, la moglie. E per qualche tempo ha perso anche la voglia di vivere. La boxe l’ha aiutato a riprendere contatto con la realtà.

La metodicità degli allenamenti, la sveglia all’alba, la corsa, le riprese di sparring, la palestra. Il contatto con i rumori amici, il cigolare del sacco, il suono sordo della palla medicinale, quello ritmico della pera, lo hanno lentamente accompagnato verso una quotidianità ritrovata.

Arrivare nello spogliatoio, cambiarsi con calma come se stesse interpretando una sorta di rito religioso, gli restituisce poco alla volta una fiducia che credeva persa per sempre. La sacralità dei movimenti lo accompagna dentro una dimensione a lui nota. È un insieme di gesti importanti grazie ai quali si sente di nuovo a casa e pensa sia giunto il momento di ricominciare a vivere.

Non si accorge di quanto grande sia il macigno che porta sulle spalle.

La preparazione è un insieme di gesti ripetitivi, di azioni provate mille volte in passato. Puoi eseguirle essendo consapevole di ogni singolo movimento o replicarle per abitudine, sollecitando in automatico la spinta dei ricordi. Ti muovi come un robot e credi di essere tornato un uomo.

«Forza Sandro, combatti!»

Contro Hilario Morales ha vissuto l’illusione di essere ancora il Ciclone che, partito da Pontedera, aveva entusiasmato il mondo. Il colpo secco di Charley Austin gli ha ricordato che nessun momento nella vita di un pugile può mai essere dato per scontato. Il ring ti fa scoprire verità che prima di salire quei gradini e scavalcare le corde ignoravi del tutto.

C’è bisogno di tempo per ritrovare il campione di ieri.

Non tutti vogliono rendersene conto.

Saranno sette i match che disputerà da aprile a dicembre del ’64, quando avrebbe bisogno di ampi spazi di riposo per recuperare. Non tanto nel fisico, quanto nella mente. Lui è il primo a essere convinto di avere lasciato molto in quella maledetta notte sulla strada che porta a casa. A volte gli sembra di avere lasciato tutto.

È salito subito sul ring, forse per scacciare gli incubi che rendevano insonni le lunghe notti. Era stanco di rigirarsi nel letto, bagnare di sudore le lenzuola, sbarrare gli occhi quando era ancora notte fonda e il mattino sembrava non dovesse mai arrivare.

«Meglio rigettarmi nella mischia, almeno avrò la testa impegnata. E chissà che un poco alla volta non riesca a vivere in una dimensione che ora mi appare senza senso».

Non è andata esattamente così. Quei tormenti continua a portarseli dietro, match dopo match.

«Dai Sandro, dai!»

Un destro al volto ed ecco pronta la risposta a una domanda che si trascinava nel cervello da molti giorni.

Quella risposta non gli piace.

Ha appena scoperto che non incassa più come prima.

Ora ha un altro fardello da portare sulle spalle.

Negli Stati Uniti i tifosi chiamano Charley Austin con un curioso soprannome. Per tutti è Bad News. Non si smentisce, anche stavolta ha portato con sé un carico di cattive notizie.

Insieme al kd e alla sorpresa di una finora sconosciuta fragilità, Mazzinghi deve fare i conti con un brutto incidente. La caviglia destra, infortunatasi nella caduta, lo tormenta. Sembra abbia subìto una distorsione, fatica a stare in piedi, non può fare perno sulla gamba.

Ma è un uomo d’onore, un ragazzo pieno di orgoglio. Tira avanti, soffre, lotta, si difende e prova ad attaccare.

È una brutta serata.

I mille colori che come per magia erano apparsi davanti ai suoi occhi, ora hanno assunto sfumature sempre più scure. Dal grigio stanno girando verso il nero.

Poi, la svolta a sorpresa.

Il match si chiude alla nona ripresa quando l’arbitro dichiara la sconfitta dell’americano per knock out tecnico.

È l’inizio delle polemiche.

Da sempre Mazzinghi fatica a trovare comprensione, ha solo pochi giornalisti disposti a esporsi per lui. Ogni occasione è buona per scatenare la guerra.

Poco importa che Austin abbia un taglio profondo sull’arcata sopracciliare, ferita suturata con sei punti chirurgici. Per molti quella soluzione finale è arrivata con il solo scopo di favorire Sandro. Qualcuno va oltre e indica in Rino Tommasi il regista della prematura conclusione.

Adriano Sconcerti difende il suo pugile.

«Chi dice che Austin abbia abbandonato per fare cosa gradita a Mazzinghi è in malafede. Austin ha abbandonato solo perché la ferita sopra l’occhio era così estesa da richiedere sei punti di sutura. Ha abbandonato perché i colpi al corpo di Sandro stavano dando risultati positivi. Ogni volta che lo colpiva con un montante, quello strillava e si lamentava. Sia chiaro comunque che il Mazzinghi che abbiamo visto non era il campione che avevamo imparato a conoscere sino al secondo Mondiale con Dupas».

Tommasi si mostra offeso dalle illazioni.

«Sospetti ingiustificati. Anch’io sono rimasto sorpreso, ma non ho certo incoraggiato la decisione del pugile americano».

I medici dicono che il campione dovrà rimanere fermo per quindici giorni. La caviglia non continua a non dargli pace.

(da ANCHE I PUGILI PIANGONO di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free, vincitore del Premio Selezione Bancarella Sport 2017)

Droga, bullismo, morte Una vita disperata inseguendo la vendetta

La tramontana aveva rovesciato un vecchio cassonetto dell’immondizia, spargendo tutto attorno carta oleata, bicchieri di cartone e avanzi di cibo.
Camminavo con la schiena curva e la testa bassa, le mani affondate nelle tasche del giubbotto per difendermi dal vento gelido che tormentava Roma.
Una striscia di marciapiede sporca e piena di buche divideva la strada dal piccolo spiazzo di terra ed erba, pochi metri di miserie che finivano addosso alle antiche mura.
Attratto dal suono delle voci, avevo alzato la testa. Lo sguardo si era fermato su un gruppetto di persone che si agitava, ma solo un po’. C’era disagio nei loro movimenti.
Mi ero avvicinato e avevo ripetuto più volte le stesse domande.
“Che è successo?”
“Qualcuno sta male?”
Un signore aveva girato lentamente la testa verso di me. Con lo sguardo aveva incrociato il mio, solo per un attimo, poi era tornato nella sua posizione.
Mi ero fatto largo a gomitate e l’avevo visto.
Con le spalle poggiate sulle vecchie mura, il corpo di un ragazzo ormai senza vita raccontava l’ennesima tragedia figlia della droga.
Lo guardavo e mi chiedevo quale fossero state le sue ultime sensazioni.

Solo un vuoto nero. Nessun pensiero, nessuna coscienza, niente. Sono solo. Ed è tutto nero. Sto morendo, ma se qualcuno avesse il potere di svegliarmi, penserei che in fondo si è tratto solo di un breve sonno senza sogni.

Le gambe esili erano leggermente piegate all’indietro, aveva il braccio destro appoggiato sul petto. Accanto a lui, una siringa, un laccio emostatico, un accendino e una bustina di plastica. Il braccio sinistro era steso lungo il corpo, sul palmo della mano una medaglia color oro. Non avevo bisogno di leggere l’incisione, la conoscevo bene.
“Memorial Brindani, calcio a cinque, 2015”.
Aveva gli occhi chiusi, sembrava dormisse.

Il colorito bluastro, più accentuato sulle unghie e sulle labbra ma già diffuso in tutto il corpo, gli occhi spalancati con due pupille a spillo che sembravano chiedere aiuto e soprattutto l’assenza di segnali di attività cardiorespiratoria toglievano ogni illusione. L’angoscia si impossessava della nostra anima, allargandosi sempre di più, come il dolore che provavo in quel momento.
Quel ragazzo tra quattro giorni avrebbe compiuto ventitré anni.

Si chiamava Danilo Ferretti.

Era mio fratello.
Ed era morto.

Sono passati ventuno mesi da quella maledetta mattina di gennaio.
E io sono qui, all’interno di un buco che chiamano spogliatoio. Sulle pareti scrostate,  attaccati con chiodi arrugginiti, poster di vecchi campioni raccontano tempi migliori.
Fuori piove. Dentro, anche. Sul lato sinistro dello stanzino, vicino alla finestra, il soffitto trasuda umidità. È settembre ma fa già freddo.
Il locale non offre molto. Un bagno alla turca, una doccia che difficilmente funzionerà, una panca e un gancio dove appendere i vestiti. Uno spogliatoio in rovina, in un palazzetto di provincia. Ci sarebbe da piangere, se questo non fosse il cammino da percorrere per chiedere una tregua agli incubi che non mi lasciano dormire. La dignità rubata è l’ultimo dei pensieri.
Mi siedo sulla panca. Maestro e manager restano in piedi. Prendo la testa tra le mani, spero aiuti a isolarmi dal mondo. Fra un’ora salirò sul ring per l’ennesima sfida di una carriera che mi ha dato gioie e dolori.

Le urla del pubblico filtrano attraverso una porta sottile. La riunione è cominciata. I primi a entrare sul ring sono ragazzi al debutto, pischelli che sognano un futuro da campioni.
Io mi batterò nell’evento principale.
Una vecchia gloria al tramonto contro un giovanotto che ha bisogno di una vittima di rango per arricchire il record. Questo si aspettano.
Stasera avranno uno spettacolo diverso.
L’attesa è carica di tensioni, come nei primi anni che facevo questo mestiere. Inseguivo un sogno, avevo fame. Combattevo per scoprire i miei limiti, anche se mi illudevo di non averne.
Ora mi sembra che i confini, dello sport e della vita, siano segnati solo da strisce di odio, fiumi di rabbia. La cosa brutta è che sono a mio agio in questo mondo. Penso sia giusto prendere a pugni un altro uomo, fino a distruggerne ogni resistenza solo per il gusto di farlo. Lo so, la boxe non è questo. Il maestro me lo ripete in continuazione.
“Rispetto per te e per gli altri, sacrificio, concentrazione, determinazione. Pietro, questo è il nostro sport. L’altro vuole prendersi quello che credi sia tuo, per non permetterglielo devi essere più intelligente di lui. Chi pensa che il pugilato sia solo una questione di potenza non sa niente di questo sport, è con la testa che si vincono i match. Mi stai a sentire? Hai capito, Pietro?”
Mille volte lo stesso discorso e io a ripetere “Sì, maestro”, sempre e comunque. Anche quando dentro di me cresceva e si allargava quel buco nero che mi impediva di vivere assieme agli altri.

Da quasi due anni sono pieno solo di rabbia. E così, mentre il match si avvicina, dimentico le parole del maestro e tiro fuori lo spirito maligno che ho coltivato dentro di me.

Stanotte voglio metterlo in difficoltà, rubargli le certezze, punirlo fisicamente fino a farlo crollare giù, privo di conoscenza. In quel momento sarò io a gestire la sua vita. Solo allora, forse, ritroverò un po’ di pace.

Il tempo passa lentamente e io lo riempio di brutti pensieri. L’attesa si allunga e lentamente capisco che neppure stanotte riuscirò a trovare un po’ di serenità.
Penso alle poche parole scambiate con mamma prima di uscire di casa.
“Pietro, chiamami appena il match è finito. Lo sai che non ho la forza di guardarlo in tv.”
“Tranquilla, questo incontro e poi smetto. Stai serena, non ci sono pericoli. Non avere paura, chiudo in bellezza.”
“Sì, certo, continua pure a ripetermi questa cantilena. Non ti credo più. Stai attento, amore mio. Lo sai, lo sport che fai non mi piace, anche se so che dovrei essergli riconoscente: ti ha salvato. E forse sarebbe riuscito a farlo anche con tuo fratello, se solo ci avesse provato. Chiamami subito. Credo di avere già sofferto abbastanza.”
Sono un omone di trentuno anni. Alto 1.93 per centodieci chili di peso. Lo sport non mi ha reso ricco, anche se qualche soldo sono riuscito a metterlo da parte. La cattiva notizia è che non ho mai vinto un titolo importante, quella buona è che incidenti gravi non ne ho mai avuti. Un paio di costole fratturate, qualche taglio da cucire con una decina di punti, la mano sinistra messa male per alcune settimane. Roba così. Non finirò come qualcuno dei vecchi che incontro nella palestra dove mi alleno. Pugili con le gambe molli che non riescono a reggere neppure il peso del tempo. A ogni colpo che arriva, sentono la scossa. È l’ultimo segnale. Un po’ come accade a chi beve troppo. Alla fine, basta mezzo bicchiere per ubriacarsi.
Combatto nei pesi massimi. Una categoria in cui ogni colpo può mandarti al tappeto. Negli ultimi quattro incontri ci sono finito tre volte.
Il maestro Ottavio Ballarin, lo stesso di sempre, mi fa il bendaggio.  Si muove lentamente, lavora come un monaco. Con grande rispetto, attenzione e una vena di misticismo.
È alto e magro, con pochi capelli. Ha sessantasei anni, due baffoni ormai bianchi, la faccia è una ragnatela di rughe, solchi profondi che sembrano esaltare i vuoti lasciati da una vita che non gli ha risparmiato il dolore. Una mamma malata è il peso che si porta dietro e che riempie ogni giornata. La palestra, i ragazzi, la boxe servono a regalargli qualche pausa di serenità. A match finito manda giù un bicchiere di troppo e comincia a viaggiare in un  mondo tutto suo, fatto di tante parole, ricordi felici, sogni che non si realizzeranno mai. Il vino l’aiuta a non pensare che prima o poi dovrà tornare a casa.

Avevo dodici anni quando sono entrato nella sua palestra.

A casa, ogni mattina salivo sulla bilancia dopo aver chiuso la porta del bagno a chiave. Me ne stavo lì a fissare la lancetta che si fermava a 130 chili. Decisamente troppi per un ragazzo alto 1.65.

A scuola vivevo un incubo continuo.

“Suicidati, obeso di merda!”
“Sei un ritardato, grosso e culone.”
“Sei patetico!”
“Fai schifo.”

E poi c’erano le spinte, le botte, le continue derisioni.

Avevo pochi amici e nessuno di loro era così forte da affrontare quei bulletti. E allora mi isolavo sempre di più. Mi sentivo responsabile della situazione, ero convinto che la colpa fosse a mia. Mi tagliavo le braccia e le gambe con una lametta.

“Vuoi solo metterti in mostra!” avevano urlato quelli quando, dopo l’ennesimo pestaggio, erano riusciti a vedere le mie braccia nude.

Non ce la facevo neppure a chiedere aiuto.
L’idea del suicidio si era fatta lentamente strada.

“Che campi a fa’?”
“Che speranze hai?”
“Di morire” rispondevo con un sospiro.

Un pomeriggio mi avevano aspettato in sei fuori dalla scuola e avevano cominciato a colpirmi con pugni e calci. Un gioco crudele. Risate volgari, pacche sulle spalle per farsi coraggio e continuare a massacrarmi.

Alla fine mi avevano pisciato addosso.

Ero pesto, mi sentivo triste, umiliato. Nella testa avevo solo pensieri di morte.

Ero tornato a casa deciso a farla finita.

“Pietro, vuoi parlare? Cosa hai? Io sono e sarò sempre qui, per te.”

Mamma Teresa era arrivata appena in tempo e mi aveva salvato.

Era stata la spinta che mi aveva convinto ad andare da uno psicologo, l’inizio di un lungo cammino pieno di sofferenza e difficoltà. Ma loro sapevano cosa fare. Con delicatezza avevano cercato di ristabilire un equilibrio emotivo, senza invitarmi a una reazione immediata. Sarebbe stato inutile, perché in quel momento non sarei stato in grado di reagire.

Poi mamma aveva tirato dentro anche Ottavio.

“Portalo da te, in palestra. L’impegno continuo, il rispetto delle regole, l’esercizio fisico potrebbero compiere il miracolo e tirarlo fuori dall’angoscia che lo sta distruggendo, magari riuscirebbero anche ad  allontanare quei terribili pensieri che si porta dietro. Lo psicologo è d’accordo. Facciamolo questo tentativo, ti prego.”

Era andata bene.

In quel vecchio locale di periferia avevo ritrovato la serenità, avevo perso i chili di troppo, avevo riacquistato fiducia. Avevo abbandonato il desiderio di morire, mi era tornata la gioia di vivere.

Col tempo sono addirittura diventato un pugile professionista.
Adesso i bulletti di un tempo girano alla larga.

Ottavio e il manager parlano sottovoce in un angolo dello spogliatoio. Un urlo più forte degli altri arriva come un segnale di pericolo alle nostre orecchie. Un incontro è finito prima del previsto, qualcuno deve essere andato knock out e in questo momento starà pensando alle ore passate in palestra a faticare, alle facce deluse degli amici, alla moglie che ha sofferto nelle prime file di ring, al figlio a cui ha promesso un regalo che non potrà comprare. Un altro pugile starà saltando di gioia. La boxe mischia felicità e disperazione nello spazio di sedici corde, il confine tra vita e sogni.
Un altro match e poi toccherà a me.
Il manager dice qualcosa. Parla piano, non vuole che io senta.
“Speriamo vada bene. All’inizio era un combattente di razza, lo è stato fino al quindicesimo incontro. Aveva motivazioni forti, poi si è imborghesito. Accade in ogni sport. Prendi l’ippica, un cavallo di tre anni va forte e vince, a cinque è finito”
“Ma va, Alberto! Non sapevo che anche i cavalli si imborghesissero”.
Alberto Soprani, il manager, è un uomo a cui piace vestire bene, anche se nessun sarto, per quanto bravo sia, riuscirà mai a mascherare quello stomaco gonfio da bevitore di birra. Come procuratore è fuori dagli schemi. Adora i suoi pugili. Sceglie per loro accoppiamenti che non propongano rischi eccessivi. Garantisce borse dignitose e, quando può e il ragazzo merita, riesce anche a portarli alla sfida per un titolo. Insomma, è una rarità.
Mancano venti minuti.
La tensione cresce, faccio un po’ di vuoto.
Il ritmo ce l’ho nelle orecchie. Un artista sa come stare in scena. Il tempo passa lentamente e i dubbi arrivano, sempre più numerosi, a tenermi compagnia.
Ricordo le attese dei primi incontri. Attorno a me c’era ottimismo, nessuno in quei giorni credeva potessi perdere. E adesso anche quel gentiluomo di Alberto mi paragona a un cavallo imborghesito.
Mi  muovo nel silenzio totale. Muti anche manager e maestro. Le urla del pubblico salgono prepotenti ancora una volta, poi lentamente tornano a essere un brusio lontano.

Bussano alla porta, un uomo entra e lancia un’occhiata veloce. Mi vede, sorride. Ha il fisico più pesante di un tempo, meno capelli, c’è qualche filo bianco su una barba appena accennata. Ma il faccione è inconfondibile e quegli occhi continuano a mandare lo stesso identico segnale di sfida. Stavolta però c’è una luce strana, diversa, fatico a capire cosa sia.

“Ciao Carlo, che vuoi?”
“Cominciamo bene. Da quando so’ nato me chiamano tutti Er Cionca. E adesso arrivo qui e torno alle elementari. A dittela tutta, me so’ dimenticato come me chiamo veramente.”
“Che vuoi?”
“Gli anni passano, caro Pietro. I miei non sono passati così male, anche se mi porto dietro la vergogna per quello che ho fatto da ragazzo. E l’incazzatura più forte è che non l’ho fatto per scelta, non sono stato capace de esse’ omo neppure in questo. No, ho seguito come una pecora i più forti. Ma il tempo passa e ho pensato sia arrivato il momento de chiede scusa. Voglio fatte capì che non ho più niente a che fare col Cionca di quei tempi.”
“Che vuoi?”
“A Pietro, ma sono le uniche due parole che conosci? Mi hai sentito?”
“Sì, ti ho sentito. Mi avete tormentato fino a portarmi a un passo dal suicidio e adesso arrivi nel mio spogliatoio a pochi minuti da un match e chiedi scusa. Che devo fare? Ti abbraccio e diventiamo amici? Mi sa che è meglio se te ne vai, lasciami in pace. Devo finire di prepararmi.”
“Ma allora non è vero che la sofferenza t’ha insegnato a esse’ un buon cristiano. Anche il peggior delinquente, se confessa con sincerità i peccati e si dice pronto a pagare le sue colpe per espiare, va almeno ascoltato.”
“Che vuoi?”
“So che ‘sto match pe’ te significa tanto. Volevo fatte sapè che io ci sono. Voglio solo statte vicino. Sarò un fantasma e tale tornerò dopo l’incontro.”
“Ciao Carlo, quando esci chiudi la porta.”
“Ho visto Paoletta. M’ha detto che vo’ esse’ sempre orgogliosa dell’omo suo.”
“E questo che vuol dire?”
“Che magari, se diventassi padre, giocare co’ tu’ fijo potrebbe aiutatte a curà le ferite.”
“Perché Paoletta è incinta?”
“E che che so io? Nun so mica er marito.”
“A Carlo, ma vattela a pjà ‘nder culo.”
“Ciao Pietro, pensa che il perdono libera l’anima, rimuove la paura. È per questo che il perdono è un’arma potente. Nun è mia, magari lo fosse. È di Nelson Mandela. Pensace.”

Un uomo dell’organizzazione entra nello stanzone. Mette dentro solo la testa, quasi abbia paura di venire contagiato dalla tristezza che si respira in questo buco.

“Ferretti, tocca a te. Tra cinque minuti sul ring”.
Mi sistemo la conchiglia protettiva, i pantaloncini, la vestaglia.
Il manager apre la porta ed esce. Lo seguo, il maestro poggia le mani sulle mie spalle. Il fumo degli effetti speciali, i fari dei tecnici della televisione, le telecamere e, in fondo al corridoio, il ring. Mi fermo solo un attimo, tiro su la gamba destra e sfioro con la mano la piccola medaglia color oro che porto sempre con me, nascosta in un taschino interno dei calzettoni.
Guardo verso l’alto e ripeto in silenzio una promessa vecchia di quasi due anni. Poi torno nel buio che riempie la mia vita. Sono sempre più solo, il match sta per cominciare.
Ancora qualche minuto e mi batterò contro Romeo Cenci. Ha i capelli rasati a zero e un tatuaggio maori sul lato destro del collo, è lo spacciatore che ha venduto l’ultima dose a Danilo.
L’attesa è finita.

Quando torno a casa è notte fonda. Paoletta mi viene incontro e mi abbraccia. Ogni volta che combatto si sente un po’ morire. Stavolta è andata bene. Ho sconfitto la voglia di vendetta che mi bruciava dentro. Posso guardarmi allo specchio e magari riuscire anche a sorridere.

Avrei voluto massacrarlo, umiliarlo, ucciderlo. L’avessi fatto, di certo non avrei ritrovato mio fratello. Avrei solo aggiunto il rimorso a una vita già maledetta da angosce, incubi e fantasmi.

Maledetta sia la vendetta, e se massacrano il mio fratello prediletto non voglio vendetta, voglio un’altra umanità.
(Elias Canetti)

Mi siedo sul letto.
Prima di addormentarmi, l’ultimo pensiero è per lui.
“Grazie, Cionca.”

(con questo racconto, IL PERDONO RIMUOVE LA PAURA, ho vinto il secondo premio al XLVIII Concorso del Racconto Sportivo del CONI) 

 

 

 

 

Interviste senza tempo La vita e il pugilato 10. Luigi Minchillo

Senza memoria non si costruisce il futuro. In questi giorni mi sembra sia un concetto da urlare. Lo sport è fermo, la boxe non fa eccezione. E allora sono andato a cercare delle parole che propongano una storia. Un intreccio tra ieri, oggi e domani. Interviste con personaggi che si sono saputi raccontare. Sono dieci, questa conclude la serie. Ve le ripropongo ferme nel tempo, domande e risposte senza (quasi) alcun ritocco. Buona lettura.

10. fine
(1. Leonard Bundu, 6 aprile; 2. Luca Rigoldi, 7 aprile;
3. Mario Romersi, 8 aprile; 4. Patrizio Oliva, 9 aprile, ,
5. Massimiliano Duran, 10 aprile; 6. Alessio Lorusso, 11 aprile; 7. Emiliano Marsili, 12 aprile; 8. Francesco Damiani, 13 aprile; 9. Michele Di Rocco, 14 aprile)

Luigi Minchillo perde ai punti il mondiale superwelter contro Thomas Hearns a Detroit. L’intervista è nello spogliatoio della Joe Louis Arena. In carriera Minchillo ha sconfitto per l’europeo Acaries, Benes, Hope. Ha affrontato Hearns, Duran, McCallum.
Quattro mesi dopo quella sfida, Hearns metteva Duran ko in 2 .
Nel finale di questo servizio, uno scambio di battute con Elio Ghelfi, il maestro riminese che ci ha lasciati da poco.

 

12 febbraio 1984

Luigi Minchillo è sdraiato sul lettino, nella penombra del suo spogliatoio. Ha pianto. Gli occhi sono gonfi per i colpi di Thomas Hearns. Bacia la foto dei suoi bambini, stringe  la mano della moglie Enza. Piange.

A cosa stati pensando, Luigi?

“Dovevo nascere più fortunato. Ma non è questo il momento per lamentarmi. Mi dispiace solo che per farmi apprezzare io sia dovuto venire all’estero”.

Pensi di dover dire qualcosa a chi ti ha spesso criticato?

“Mi dispiace di non essermi potuto prendere una rivincita nei confronti di alcuni grandi campioni. Penso a chi a Venezia ha detto: Dopo di noi, l’Italia non avrà più campioni del mondo. Non si sono comportati bene. Non dico tanto per me, quanto per Loris Stecca e Patrizio Oliva, due giovani che sono da mondiale. Mi dispiace di non poter dire a quei campioni del passato: Eccolo qui il titolo, ecco la cintura! Lo vedi che hai detto una fesseria?”.

Cosa racconterai ai tuoi figli di questa notte mondiale?

“Gli farò vedere il filmato del match, si dovranno rendere conto da soli di cosa sia stato questo incontro. E poi, quando leggeranno i libri e vedranno chi sono stati Hope, Duran, Hearns e Acaries, capiranno il resto. Ma non voglio che i miei figli mi giudichino per quello che ho fatto nello sport. Spero che ne siano orgogliosi, ma credo sia giusto sperare che mi giudichino come padre, non come pugile”.

Torniamo al match. Quale è la ripresa in cui hai sofferto di più?

“L’ultima. È stata terribile”.

Pensavi che il match sarebbe stato più o meno duro di quanto in realtà è stato?

“Non pensavo a niente. Quindi, niente mi meraviglia”.

Sembri deluso. Eppure, fuori da questo spogliatoio, tutti parlano bene di te.

“Ho una mentalità vincente, quando scendo dal ring voglio farlo da vincitore. Non mi importa chi sia l’avversario che mi sta davanti. Stavolta ho perso, non posso sentirmi soddisfatto. Anche se chi mi ha sconfitto si chiama Thomas Hearns. Non riesco proprio ad essere contento, non ce l’ho fatta”.

Lui ha il pugno più potente tra tutti quelli che hai incontrato?

“No, Benes faceva più male”.

Chi vincerà tra Hearns e Roberto Duran?

“Hearns, senza dubbio”.

Hai incassato colpi terribili e subito dopo hai replicato con coraggio e aggressività. Come hai fatto?

“Fa parte della mia personalità. Se prendo un colpo, so che devo reagire, altrimenti lascio all’altro tempo e spazio per sovrastarmi. È dopo che sono stato nei guai che riesco a esprimere il meglio di me”.

Che valore dai alla prova che sei stato capace di offrire qui a Detroit?

“Un anno fa mi ero ritirato. Stanotte ho fatto soffrire Hearns, giudicate voi”.

Il sinistro del campione mi è sembrato straordinario. È il più pericoloso che ti sia capitato di fronteggiare?

“È un colpo velocissimo, spesso non lo vedi neppure partire. Ma anche quello di Acaries era una spada”:

Hai pensato di dire: Basta, abbandono?

“Mai!”

E adesso? Una settimana di vacanza in America?

“No, torno a casa. La mia America è in Italia”.

Accanto a lui Elio Ghelfi. Il maestro ha vissuto momenti di grande tensione. È decisamente soddisfatto della prova del suo pugile.

Elio, come valuti il rendimento di Minchillo?

“Avete visto che condizione atletica aveva Luigi? Il lavoro diventa facile quando c’è un pugile che si sottopone con grande applicazione a una preparazione che certamente non è leggera. Nella nostra palestra vige l’impegno e la serietà. Chi non ci segue, si perde per strada”.

Un giudizio globale sul match.

“Minchillo ha compiuto un capolavoro, è riuscito a cambiare tattica sul ring dimostrando grande intelligenza. Non è stato solo un fighter, ha fatto vedere anche una grande abilità tecnica. Qualcuno ne sarà rimasto sorpreso, non io”.

Anche tu pensi che il momento più difficile sia stato nel dodicesimo round?

“Sì. Dall’angolo io e Giovanni Branchini gli abbiamo trasmesso un freno psicologico, ma è uno sbaglio che rifaremmo. Il verdetto ormai era deciso, per dieci riprese avevamo provato a vincere, a quel punto era meglio evitare un colpo pericoloso, meglio non correre rischi inutili. Luigi ha portato a termine un match perfetto in cui ha messo in difficoltà Hearns in più di un’occasione. Complimenti, è stato un grande”.

Soddisfazione anche per te.

“È una rivincita personale. Adesso chi diceva che avrei potuto allenare solo i dilettanti, forse si sarà ricreduto…”

 

Interviste senza tempo La vita e il pugilato 9. Michele Di Rocco

Senza memoria non si costruisce il futuro. In questi giorni mi sembra sia un concetto da urlare, non c’è domani senza il rispetto del passato. Lo sport è fermo, la boxe non fa eccezione. E allora sono andato a cercare in questo blog delle parole che propongano una storia. Un intreccio tra ieri, oggi e domani. Interviste con personaggi che si sono saputi raccontare. Sono dieci, ve le ripropongo ferme nel tempo, domande e risposte senza (quasi) alcun ritocco. Buona lettura.

9. continua
(1. Leonard Bundu, 6 aprile; 2. Luca Rigoldi, 7 aprile;
3. Mario Romersi, 8 aprile; 4. Patrizio Oliva, 9 aprile, ,
5. Massimiliano Duran, 10 aprile; 6. Alessio Lorusso, 11 aprile; 7. Emiliano Marsili, 12 aprile;
8. Francesco Damiani, 13 aprile)

 

Kover

Era notte fonda quando Michele Di Rocco ha affrontato Ruben Nieto a Madrid. Il 32enne di Bastia Umbra ha vinto un match intenso, faticoso, spettacolare. E ha conservato l’europeo dei superleggeri. Ho parlato con il pugile umbro, di etnia rom. È uno che tiene molto alle sue radici e cerca di difenderle da chi invece vede
nei gitani un pericolo per la società.


6 ottobre 2014

Michele, come ti senti dopo la vittoria in Spagna?

“Come un vecchio di novant’anni ridotto male.”

Ride.

“È stato un match duro, molto fisico. Non ho segni sul viso, ma sento dolori in ogni parte del corpo. Fatico anche a fare piccoli movimenti. Passerà.”

Questo ti rende nervoso?

“No, sono felice. Ho conquistato un successo all’estero e l’ho fatto lavorando e dannandomi l’anima.”

A che ora è cominciato l’europeo?

“All’1:15 della notte.”

Perché?

“Nessuno ce lo ha spiegato.”

A che ora siete arrivati al Palazzetto?

“Alle 20. Ci avevano detto che l’incontro avrebbe avuto inizio alle 23. Poi hanno cambiato programma senza informarci. Ma ormai tutto questo fa parte del passato.”

Campione europeo dei superleggeri. È una categoria che ti calza bene?

“Devo faticare da matto per rientrare nel limite. Io nella vita di tutti i giorni peso 73 chili. E non sono certo grasso. Dovendo combattere a 63,500 devo sottopormi a una dieta stressante. Limitazione nel cibo, acqua a livello pazzesco: anche da 4 a 6 litri al giorno! Se a questo aggiungi il doppio allenamento quotidiano, capisci perché considero l’incontro la parte più facile del mio lavoro.”

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A combattere sei stato abituato da piccolo.

“Vero. Sono l’unico figlio maschio e vivere con nove sorelle non è stato semplice. Anche perché sono tutte belle ragazze e io sono sempre stato geloso. Quando uscivano le guardavano tutti e a me questo dava un grande fastidio.”

Una di loro…

“Sì. Una di loro ha partecipato al concorso di Miss Italia. Ed è stato uno scandalo per il popolo rom. Poi non è più entrata nel mondo dello spettacolo, si è sposata e ora vive felice.”

Hai molti nipotini?

“Tanti!”

A Natale quando vi riunite, sare costretti a noleggiare il Palazzetto dello Sport, o no?

“È quello che ci vorrebbe (ride, ndr), ma è bellissimo. I bambini sono la gioia della vita”.

Sei mai stato vittima di atteggiamenti razzisti?

“Rom, zingari, gitani. Comunque li chiami, sono visti allo stesso modo. Con sospetto. Quando ero bambino non mi invitavano alle feste di compleanno. Pensavano potessi rubare qualcosa. Ancora oggi trovo molte persone diffidenti, nonostante sappiano che sono un pugile che fa il suo lavoro con grande sacrificio. Mi salutano, dicono che sono un bravo ragazzo. Ma dentro di loro conservano un po’ di paura.”

Eppure la tua famiglia ha antiche radici italiane.

Sono arrivati qui secoli fa. Papà commerciava in cavalli, poi ha fatto il muratore. Mamma è una casalinga. Io ho sempre lavorato. Il pugilato è un lavoro come gli altri, sono fortunato perché mi dà da vivereNon capisco questo atteggiamentoDa tempo arrivano qui personaggi di qualsiasi etnia. Certo, in questo mondo ci sono ladri, stupratori, truffatori. Ma appartengono a tutte le nazionalità. Io sono italiano. Canto l’Inno di Mameli, combatto per il tricolore, sono e mi sento di questo Paese fino in fondo all’anima. Credo che sia arrivato il momento di giudicare le persone per quelle che sono, senza dare etichette.”

Chi sono i tuoi migliori amici?

“I soldi e la famiglia. I primi mi permettono di vivere meglio, la seconda è la mia ragione di vita.”

Ti sei sposato giovanissimo, poi sono arrivati tre figli.

“Sì. Filomena è diventata mia moglie quando eravamo ancora ragazzi. Abbiamo tre figli: Anna di 13 anni, Jennifer di 11 e Francesco di quattro. Un’autentica peste, una furia scatenata. In palestra la gente si ferma a guardarlo. È un portento, si muove come un professionista. Ha il talento naturale dello sportivo.

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Vivi di pugilato?

“Sì. Ho la fortuna di poterlo fare, anche se è stata dura. Per un anno e mezzo sono andato in giro per l’Italia alla ricerca di un manager e un maestro che potessero garantirmi un futuro. Ho cominciato con Rosanna e Umberto Cavini: mi pagavano un mensile, prendevo le borse e non dovevo spendere soldi né per vitto e alloggi, né per i medici. Poi ho cambiato e sono andato da quello che avevo scelto fin dall’inizio, ma che per qualche piccolo problema non ero riuscito ad agganciare. Sono andato con il migliore. Credo che Salvatore Cherchi sia l’unico che lavori costantemente a livello europeo e mondiale.”

Cosa pensi del dilettantismo?

“Fa parte del percorso di un pugile, è un punto di partenza non di arrivo. Se hai le qualità, se credi di poter diventare un campione devi percorrere la strada del professionismo. Scegli la Nazionale se vuoi stare al sicuro, rischiare di meno e accontentarti. Dipende da quello che cerchi nella vita. Il professionismo è la vera pedana dove misurarti con i migliori.”

Sogni nel cassetto?

“Ovvio. Fare un mondiale.”

Pensi che saresti già pronto per un appuntamento del genere?

“In questo momento dovrei rispondere: non proprio. Se arrivasse l’occasione non rifiuterei, ma dovrei lavorare molto, fare una lunga preparazione soprattutto per evitare che i difetti che ho possano impedirmi di ottenere il meglio dalla mia boxe. Il mondiale è un livello a cui penso di appartenere, ma solo se riuscirò a colmare le lacune che ancora non rendono efficace come vorrei il mio pugilato.”

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La boxe è uno sport popolare nel mondo gitano.

“Ho quattro cugini che hanno ottenuto ottimi risultati: Domenico Spada, Pasquale Di Silvio e due più alla lontana come Romolo e Sandrino Casamonica.”

Per te cosa rappresenta?

“È lo sport che mi ha insegnato a vivere. Mi ha spiegato cosa sia la realtà, ho capito che senza sacrifici non si ha nessun risultato. E poi mi ha fatto capire cosa sia il rispetto. Per l’avversario, per me, per le regole. È una disciplina che mi ha aiutato a crescere nel migliore dei modi.”

C’è stato un momento nella tua vita in cui avresti potuto fare un salto nella grande popolarità. Se ti dico cito l’anno 2008, cosa ti viene in mente?

“Un’occasione sfumata. Ero stato chiamato a far parte del Grande Fratello, mi ero già messo d’accordo. Dovevo solo rispettare un patto di segretezza. Io invece mi sono lasciato sfuggire qualche mezza parola con i giornalisti e mi sono ritrovato con un servizio di quattro pagine su Sorrisi e Canzoni TV: “Il pugile rom al GF”. La mattina dopo mi hanno chiamato per dirmi che era tutto cancellato.”

E tu?

“Ci sono rimasto male, molto male. Era la possibilità per fare un salto importante ed era sfumata per una cretinata.”

Sei il primo rom ad essere diventato campione europeo. Adesso a cosa punti?

“Con le dovute proporzioni, per carità non fraintendetemi, mi piacerebbe diventare per il popolo gitano quello che Muhammad Ali è stato per i neri d’America. Un riferimento, un motivo per cui sentirsi orgogliosi. Per ora qualche piccolo risultato in questo senso l’ho raggiunto, ma il grande sogno si deve ancora realizzare. Sono ottimista, penso possa diventare realtà.”