Il calcio in Tv va male. Colpa di troppe partite e di chi le racconta…

Il calcio in Tv va male.
Dalla ripresa del campionato di Serie A, nessuna partita ha fatto meglio di quelle trasmesse nell’era pre-Covid. L’audience media delle pay tv (nella giornata del 20 giugno) è stata di 56.000 spettatori per Sky Serie A, 26.000 per DAZN, 24.700 per SkySport Uno (fonte Corriere della Sera, elaborazione Geca e iPort Nielsen su dati Auditel). Numeri bassi.
Calcio a ripetizione.
Il mercato fa un’offerta a seconda di quale sia la domanda? Era vero una volta, ora non più. Perché a forza di nutrirci di pallone, ne siamo ormai sazi. O perlomeno, abbiamo affinato i nostri gusti, pretendendo solo materiale di qualità.

Il prodotto proposto offre uno spettacolo noioso. La ripetitività delle partite a breve scadenza contribuisce al calo di interesse, come sempre accade quando l’offerta supera la domanda. Ma c’è dell’altro.
In una situazione in cui si avrebbe bisogno di una guida attraverso il labirinto di un campionato no stop, l’aiuto offerto da chi va in video è deludente.

Se il telecronista si trasforma in radiocronista e ci racconta quello che già vediamo con i nostri occhi, la sua figura diventa ininfluente.
Davanti a un probabile fallo in area, deve dire chiaramente la sua verità. È questo l’aiuto che il telespettatore chiede, sapere quale sia l’opinione di chi si presuppone sappia più di lui.
Ma molti telecronisti preferiscono strillare per un tiro che finisce a cinque metri dalla porta, definire fantastico uno stop, esaltante un passaggio ravvicinato, prodigioso un intervento in anticipo. Siamo arrivati al punto che è obbligatorio ingigantire la normalità. Serve per continuare a tenere alto il livello di interesse. Ma siamo sicuri che i telespettatori siano così poco attenti nel giudicare il prodotto? E poi, se tutto è proposto come eccezionale, alla fine niente più lo sarà.
Lascio da parte gli errori sui nomi, lo scambio di persona (un giocatore preso per un altro), l’esaltazione anche per un fallo laterale. E passo ai commentatori tecnici.
Ci sono quelli bravi, è ovvio.
Bergomi, Marchegiani, Guidolin, tanto per citarne tre sul campo. Fuori diretta, credo che Stefano De Grandis e Paolo Condò rappresentino al meglio quello che dovrebbe essere il ruolo del giornalista in tv.

Hanno competenza, non sono supponenti, parlano usando un italiano pulito e non fanno uso né di termini gergali, né di frasi astruse al cui interno si trovano parole che non esistono nella nostra lingua. Non urlano, non insultano. Argomentano. Illustrano tecnicamente, fanno riferimenti storici, supportano con i fatti le loro interpretazioni. Non cercano il consenso, hanno il giusto ritmo nella narrazione. Appartengono a una razza in via di estinzione, quella dei commentatori televisivi ancora convinti che il protagonista delle trasmissioni sia lo sport, non il proprio ego.

E poi ci sono anche quelli che anziché spiegarci come e perché, ci raccontano quello che abbiamo già visto. Così facendo, abbiamo un doppione inutile. Telecronista e commentatore assumono a volte lo stesso ruolo dei sottotitoli, anziché quello di narratori dell’evento.

Vorrei poi chiedere quale sia il ruolo, quali le capacità professionali, la conoscenza tecnica, la percezione della notizia, il lampo sull’interpretazione della chiave di lettura di una partita di Diletta Leotta. Parliamoci chiaro, c’è un solo professionista che se dovesse insegnare in una scuola di giornalismo la citerebbe come esempio?

Per carità, il decadimento del mestiere non è certo imputabile a lei. È in buona compagnia.

Le urla di entusiasmo anche davanti alla noia assoluta, lo scandire del nome e cognome (presto, dopo un gol, arriveremo alla declamazione dell’intero albero genealogico) per un tocco in porta a due metri dalla linea, la diagnosi medica fatta a tre secondi dall’incidente pure essendo assai lontani dall’infortunato e non dotati di laurea in medicina, l’invenzione di slogan che solo chi li pronuncia è convinto che producano fidelizzazione e ammirazione. Questo e altro ci viene dispensato quotidianamente.

Sono anziano, mi ricordo i tempi in cui un direttore come Giorgio Tosatti ci diceva che il protagonista della narrazione è l’atleta, l’evento in sé. Non il giornalista che ne è testimone. Questo, l’ho capito da tempo, appartiene alla preistoria. Soprattutto in televisione.

Purtroppo però, i numeri ci dicono che la formula è logora. Andrebbe cambiata.
Sky ha grandi meriti. Dal punto di vista tecnico ci ha fatto scoprire uno sport come non l’avevamo mai visto. Ha avuto per qualche momento dei professionisti che ce l’hanno raccontato in maniera accattivante, prendendo quel minimo di distanza che rendeva più gradevole la narrazione.

Ma adesso sembra non basti più.
È accaduto ai quotidiani sportivi, sta accadendo alle televisioni.
Nessuno pensava fino a qualche anno fa che i giornali subissero crolli così catastrofici. Nei tempi delle vacche grasse si rideva davanti alle previsioni di una possibile scomparsa di testate storiche. Oggi sono sempre più convinto che, se il trend continuerà ad essere quello corrente, di quotidiani ne resteranno veramente pochi.
Ma anche calcio e televisione dovrebbero percepire l’allarme.
Il canone per la tv via cavo è alto, ci sono meno soldi nelle tasche degli italiani. Questo alza il livello delle pretese. Sia sotto il profilo dello spettacolo offerto che in quello della narrazione che lo accompagna. In video vada chi non è convinto che il personaggio più importante della storia sia lui, chi ha la forza di affrontare un’intervista sempre con la stessa decisione. Sia l’intervistato un nome importante, che un giocatore alle prime armi.
Perché certe domande e certe battute che ascoltiamo fare a atleti/allenatori di seconda fascia, non vengono ripetute con la stessa ironia o durezza a Conte o Sarri?

L’ironia è un fantastico strumento per raccontare lo sport. Ma va usata con accortezza, trasformare l’intero spettacolo in quella che a Roma si chiama cojonella, non contribuisce ad alzare il livello delle trasmissioni.

Quando si passava da un successo economico all’altro si facevano grandi feste, ci si autocelebrava. Ora si continua a ballare mentre il Titanic affonda. Mediaset Premium è scomparso, DAZN è stato inglobato (Sky offre gratuitamente l’abbonamento ai clienti EXTRA). Dal prossimo anno (dicono) cambierà tutto.
A chi come me paga l’abbonamento a prezzo pieno, basterebbe che diminuissero le urla e l’enfasi.
Non si conquista il pubblico solo perché si chiama per nome l’intervistato, perché si è amici del protagonista.
E poi, e la finisco qui, è mai possibile che su duemila partite trasmesse non ce ne sia neppure una cha sia stata brutta, ma davvero brutta? C’è? E allora ditelo. Fateci anche il piacere di dire che tizio ha sbagliato un gol clamoroso, caio ha commesso un fallo da rigore, che anche un fenomeno come Cristiano Ronaldo (cito il più forte di tutti) possa giocare una partita pessima, che anche un fuoriclasse come Gigi Buffon possa fare una papera. Non esiste il calcio perfetto. Le porte del paese delle meraviglie non sono più spalancate come un tempo.
Lottate per non farle chiudere.

Storia di Al Blue Lewis. Una notte di luglio del ’72, sfidò Ali a Dublino…

Era luglio anche allora, da quel giorno sono passati quarantotto anni.
Questo articolo nasce dalla voglia di sapere qualcosa in più sull’uomo che, nella calda estate del ’72, affronta Muhammad Ali sul ring di Dublino.
Stavo leggendo un vecchio USA Today dedicato al più grande. Ho visto quel nome: Al Blue Lewis. La curiosità mi ha spinto a conoscerlo meglio, sono fatto così. Alla fine ho avuto l’ennesima conferma. La boxe è uno sport meraviglioso, perché tutti i suoi protagonisti hanno un’interessante storia da raccontare. Basta cercarla.

E se diventi farfalla nessuno pensa più a ciò che è stato
quando strisciavi per terra e non volevi le ali.
(Alda Merini)

Madison, Wisconsin, 30 aprile del ’59.
Cassius ha solo 17 anni, il suo avversario tre in più. Si giocano un posto per i PanAmericani che si svolgeranno a Chicago.
Il più giovane gira sul ring, tira colpi, ma non riesce a centrare il bersaglio, È spesso fuori tempo e fuori misura.
Alla fine quel match è deciso da un verdetto contrastato.
Un giudice per lui, due per Amos Johnson. L’uomo che a Chicago vincerà la medaglia d’oro.
Cassius rischia il posto tra i mediomassimi per l’Olimpiade di Roma ’60.

Detroit, qualche mese dopo.
Alvin, che tutti chiamano Al, entra con un complice in una farmacia. È l’ennesima rapina della sua vita. Finisce male, il proprietario si ribella, lo colpiscono alla testa. Arriva la polizia. Il ferito viene ricoverato in ospedale, loro due finiscono in carcere. L’uomo muore. Alvin viene condannato a una pena che va da 20 a 35 anni da scontare nella prigione Jackson State. Anche lui, come Ali, ha diciassette anni.

Roma, 1960.
Alla fine Cassius ce la fa. Ai Trials conquista l’accesso all’Olimpiade.
In finale affronta Allen Hudson, soldato dell’Esercito di stanza a New York City. Il match si presenta facile. Clay domina. Tutto procede secondo le previsioni, fino a quando l’altro non gli spara un colpo a tradimento con il gomito sinistro. Una botta selvaggia, una scorrettezza brutale. L’arbitro Vern Bybel conta Clay come se si trattasse di un normale knock down. Cassius è furioso.
Poggia le mani sul tappeto, si tira su, aspetta l’8 e poi si scaglia contro Hudson. Due rapidi sinistri al mento e l’altro finisce sulle corde, per poi scivolarvi sopra e andare giù. Ha gli occhi vitrei, sanguina dal naso e dalla bocca. Ma il signor Bybel gli permette di ripresentarsi al centro del ring. Un diretto destro di Clay lo centra al mento, stavolta non si regge proprio in piedi, le ginocchia non lo tengono. È kot al terzo round. Anche Bybel si arrende.
L’uomo che gli Stati Uniti schiereranno nella categoria delle 178 libbre a Roma, sarà Cassius Marcellus Clay: 102 match all’attivo, 62 dei quali vinti prima del limite e 32 ai punti. Otto le sconfitte.

In prigione Al trova due dei suoi fratelli, ma scopre anche uno sport che gli piace subito. La Jackson State Prison ospita un torneo di boxe. Lewis lo vince per cinque volte consecutive. Durante la detenzione cresce molto. Adesso è alto 1.80 e pesa poco meno di cento chili. È cambiato anche nella testa.
Alvin Lewis nasce a East Detroit. Chi viene dall’inferno di Black Botton non ha molte alternative. Soprattutto se in casa le bocche da sfamare sono diciassette, quindici figli e due genitori. Da quelle parti puoi scegliere tra tre strade. Il basket degli Harlem Globe Trotters, la boxe di Joe Louis che viene qui ad allenarsi, la musica con Diana Ross a fare da apripista. Lui opta per la quarta via, quella delinquenza.
E paga.
Forte e robusto, il pugilato in carcere gli sembra un modo per tenersi in forma e focalizzare i pensieri su un obiettivo.
Dopo il quinto torneo vinto consecutivamente, Steve Eisner, un promoter locale, lo avvicina.
“Se, per miracolo, riuscissi a uscire da queste mura, vieni da me. Ti farò diventare un pugile professionista”.

Cassius Clay professionista lo diventa alla fine del 1960.
Sale sul ring e vince, fino a quando arriva la grande notte.
Il 25 ottobre del ’64 batte Sonny Liston e diventa campione del mondo dei pesi massimi. Subito dopo cambia nome, assume quello di Muhammad Ali. Domina la categoria, la boxe, lo sport, il mondo.
Vince e parla. Parla e vince.
Rifiuta di partire per il Vietnam.
Lo sospendono, gli tolgono la licenza, non può difendere il titolo.
Il 22 marzo del 1967 disputa l’ultimo match.
Resterà fermo per tre anni e mezzo.

Al Lewis è sempre in carcere.
A inizio ‘66 accade qualcosa di strano anche a lui.
Nella Jackson State Prison scoppia una rivolta. I detenuti si impossessano dei locali, la violenza è padrona di ogni cosa. Al salva una guardia carceraria che sta per essere uccisa. È un atto di coraggio che viene ricompensato.
Gli concedono la libertà sulla parola.
Esce di prigione.
La prima scelta della nuova vita è una visita a casa di Steve Eisner. Il promoter mantiene la parola.
Il 21 giugno del 1966 Al esordisce al professionismo e batte per ko 1 Art Miller, detto il clown.

Ali torna a combattere il 26 ottobre del ’70 contro Jerry Quarry.
In preparazione a quell’incontro, fa sparring con alcuni professionisti statunitensi.
Alla Cobo Hall di Detroit sale sul ring assieme a un giovanotto di 28 anni, alto poco più di un 1.90, dal fisico possente. Si chiama Al Lewis, ma per Ali il nostro Al diventa subito Blue. Non chiedetemi il perché di quel soprannome, non sono riuscito a scoprirlo.
Casco e conchiglia protettiva sopra i pantaloncini, si scambiano colpi potenti. In platea si agita uno strano pubblico.
C’è la crema delle gang della città, e un numeroso gruppo di guardie carcerarie della Jackson State Prison. Gangster e secondini fanno un tifo d’inferno per Al Blue Lewis, neppure si trattasse di un match vero.
E quello comincia a crederci. Centra duramente Ali con un gancio alle costole, l’altro non gradisce.

Estate del ’72. È il 19 luglio e l’ex campione del mondo si è ricostruito una totale credibilità. È quasi pronto per una nuova sfida al titolo.
Sul ring del Crock Park di Dublino affronta Al. Stavolta si tratta di un vero match, addirittura sulle dodici riprese.
Ali, che prenderà una borsa di 200.000 dollari, arriva in città otto giorni prima del combattimento. Riceve un trattamento da re.

“Era dal giorno in cui il presidente John Fitzgerald Kennedy era venuto in Irlanda, nel 1963, che un visitatore straniero non aveva una simile accoglienza” scrive il Cork Examiner.
Incontra l’attore Peter O’Toole, il regista John Huston, il governatore della California, quel Ronald Reagan che si è battuto per non fargli restituire la licenza.
Ma soprattutto viene ricevuto in Parlamento dal primo ministro Jack Lynch.
Otto giorni indimenticabili per gli abitanti di Dublino.
Uno di loro, il giornalista Dave Hannigan, ci scriverà addirittura un libro: The Big Fight, edito dalla Yellow Jersey Press e venduto per 10 sterline.

La borsa di Lewis sarà di 35.000 dollari.
Nel viaggio di ritorno li nasconderà in una custodia segreta della camicia. Gli serviranno per comprare una casa, completa di mobili, per la mamma. In famiglia nessuno ne aveva mai posseduta una.

Gong, si comincia.
Ali ha un record di 38-1, Lewis è fermo a 27-3.
Nelle riprese iniziali del match Al se a cava, mette a segno qualche bella azione, riesce a tenere il ring. Poi, nel quinto round, un destro corto dell’ex campione del mondo lo centra alla mascella e lui finisce al tappeto.
L’arbitro Lew Eskin conta fino a 9, poi fa riprendere l’incontro.
Angelo Dundee urla dall’angolo di Ali.
“Ehi arbitro, è rimasto giù più di venti secondi. Sono forse cambiate le regole?”
Eskin finge di non sentire.
Dundee ha ragione, Lewis è rimasto al tappeto per sedici secondi.
Il suono del gong che chiude il round, lo salva.

Sta per iniziare l’undicesima ripresa, Muhammad Ali è in totale controllo del combattimento. Prima che suoni il gong, guarda negli occhi il suo manager e gli dice qualche parola che è ben udibile anche da bordo ring.

“Non ce la faccio più! Devo pisciare. Ho fretta”.
Gong.
Ali balla e colpisce. Colpisce e balla.
Sinistro, sinistro, destro lungo. Gancio, sinistro, sinistro.
L’altro non ce la fa più. Le gambe gli tremano, non si regge in piedi.
Finalmente Lew Eskin si decide a fermare la sfida.
Muhammad Ali batte Al Blue Lewis per kot dopo 1:15 dell’undicesimo round.
Festa sul ring, interviste, lenta camminata verso gli spogliatoi.
Solo venticinque minuti dopo il verdetto Ali può finalmente raggiungere il bagno e soddisfare i suoi bisogni.

 

 

Panatta, il tennis in controtempo. Settanta volte auguri, Adriano

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Adriano Panatta ha vinto dieci tornei. Nel 1976 ha conquistato Internazionali d’Italia, Roland Garros e Coppa Davis. È stato 4 del mondo. Giocatore d’attacco sapeva rubare il tempo all’avversario. Ottimo servizio, eccezionali riflessi a rete dove le doti acrobatiche gli permettevano colpi di grande spettacolarità e di assoluta efficacia. Sapeva mascherare bene la palla corta e aveva grande senso della posizione. Oggi compie settant’anni. Questo è un articolo vintage, antico, di molti anni fa. Mi sembra che regga bene il tempo. Auguri, Adriano.

 

CDS

 “Solo una persona può decidere il mio destino, e quella persona sono io”
(Orson Welles, Quarto potere)

 

Adriano, cosa non ti piace del tennis di oggi?

“Non amo i picchiatori. A parte Federer e Nadal giocano tutti uguale. La differenza la fanno quattro pallate a tutto braccio, a volte un po’ casuali. Prima dietro un punto c’era un’idea, un’invenzione, fantasia.”

Quale è stato il momento in cui tutto è cambiato?

“Quando è cambiato l’attrezzo. Le nuove racchette ti permettono di scegliere soluzioni tecniche che con quelle di legno non potevi neppure immaginare. E poi con queste tireresti forte anche tu.”

Nella tua epoca c’erano più variazioni tattiche?

“Giocavamo su ritmi più lenti, potevamo prenderci il lusso di pensare. Oggi tirano forte, è più facile.”

Federer è l’eccezione?

“Non ho mai visto uno giocare così bene, Laver compreso. Gli ho visto fare cose che pensavo fossero impossibili per un essere umano. Ha una forza di polso spaventosa. In molti, anche quelli che vincono tanto, non giocano bene a tennis. E’ un fenomeno che è sempre esistito, Borg compreso.”

Adriano, cosa ti piace di Federer?

«Sa giocare a tennis. Non vorrei essere frainteso: sono pochi quelli capaci di esprimere un tennis di simile talento. Dico Lendl e Sampras tra tutti quelli che ho visto.»

Come si manifesta sul campo il talento dello svizzero?

«Dal modo in cui colpisce la palla, dal cambio di ritmo, dalle soluzioni tecniche e tattiche che decide di adottare. Colpisce la palla con violenza, ma lo fa sempre nella maniera giusta. In un modo classico, ma nello stesso tempo moderno. Si è parlato a sproposito della scuola svedese, di quella spagnola. Federer è svizzero, viene dunque da una nazione che non ha una tradizione alle spalle. Lui gioca divinamente, come si deve fare: la palla davanti al corpo, non dietro come avviene spesso oggi. Gioca in lift, in back. Sa come e dove tirare da ogni parte del campo. E’ un grande campione.»

Altri riferimenti per spiegare meglio quali sono quelli che a tuo giudizio sanno ”giocare a tennis”?

«Dico Laver, Sampras, ma anche Agassi. Insomma è questo il modo di conquistare la gente. Io, tranne nelle occasioni in cui lo faccio per lavoro, mi siedo davanti alla televisione solo se c’è lui in campo. Ho ancora negli occhi la partita contro Hewitt agli US Open del 2004. Non ho mai visto giocare così, è quasi impossibile farlo.»

 

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Perché oggi questo fenomeno è più evidente?

“Da quando il mercato del tennis internazionale si è allargato, si gioca in continuazione. Fa poca differenza arrivare in forma o meno nei tornei più importanti. Lo scopo è guadagnare tanto e fare più punti possibili. Questo ha cambiato il gioco, ma anche il carattere dei giocatori. Li ha resi più chiusi, più introversi.”

Il modo di giocare così simile in tanti tennisti moderni dipende solo dalle racchette?

“I maestri non insegnano tutto ai bambini, insistono solo sulla specializzazione di quei colpi che potrebbero essere determinanti nella carriera professionistica. Così il ragazzo a un certo punto non cresce più e scopre che gli manca qualcosa. Sono bravi di dritto e rovescio. Tirano in allenamento quello che noi tiravamo per fare un passante vincente in partita. Ma se devono ammorbidire una palla, cappottano.”

Tra quelli che “sanno giocare a tennis” c’è dunque solo Federer?

“No. Nadal è un grande campione, come Borg. Come lui ha avuto un’evoluzione tecnica notevole. Col tempo ha imparato a giocare meglio a rete, a muovere meglio la palla da fondocampo. Ha capito che per vincere sempre doveva limare i suoi difetti.”

E gli altri?

“Ogni giocatore di livello ha per talento e predisposizione alcune qualità. Quello che gli manca dovrebbe allenarlo. L’ha fatto Nadal, l’ha fatto Borg, l’ha fatto Wilander, l’ho fatto io.”

Il problema dunque sono gli allenatori?

“Vedo deficienze tecniche anche tra giocatori forti che, sia chiaro, rimangono comunque forti.”

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È un discorso che vale per tutti?

“No. Guardate Nadal. E’ molto migliorato rispetto al passato, pur essendo da tempo un campione. Segno che chi lo allena è intelligente e lui è stato così intelligente da seguirlo sul discorso tecnico.”

Perché è così difficile intraprendere questa strada?

“Il 90% dei giocatori non ama lavorare sui difetti. E il tecnico, che ha nel giocatore il suo datore di lavoro, certi tipi di allenamenti glieli evita.”

Quale è la soluzione?

“I giocatori devono capire che un tecnico che li fa lavorare sui loro punti deboli è un tecnico bravo. L’allenatore deve avere carisma e capacità per spiegare sempre i perché del suo lavoro. I tecnici devono liberarsi del concetto che l’unico modo di vivere il tennis oggi sia quello di tirare forte. Paolo Bertolucci, quando allenava Pistolesi e cercava di fargli fare certe cose e non ci riusciva, parlo di una palla corta, di un chop, di un diagonale, insisteva per quanto possibile. Bisogna lavorare sulle pecche. È l’unica soluzione per migliorare.”

Adriano Panatta, con l’aiuto della televisione, ha il merito di avere dato una spallata al mondo del tennis di casa nostra. Ha buttato giù il vecchio edificio e creato una nuova realtà. Più dinamica, popolare, universale oserei dire.

Era l’estate del ‘76. La società stava cambiando. I diciottenni avevano votato per la prima volta, il Partito Comunista di Enrico Berlinguer aveva ottenuto uno straordinario successo e la Democrazia Cristiana aveva faticato a conservare il suo ruolo di partito di maggioranza.

Il mito dell’epoca si chiamava Nicola Pietrangeli ed era un elegante signore, nipote di un impresario edile e figlio del concessionario della Lacoste per l’Europa. Tennista per passione. Applausi, gesti bianchi, pacche sulle spalle dello sconfitto. Nicola aveva avuto il merito di aprire la strada, era stato il primo a imporsi come personaggio capace di uscire dai confini dello sport.

La televisione a metà anni Settanta aveva avuto il grande merito di rendere popolare il tennis. Aveva portato il gioco dentro le nostre case. Anche le nonne sedevano davanti a quella scatola magica, assieme alle casalinghe, ai giovani studenti. Tutti assieme si erano lasciati coinvolgere da quella stregoneria chiamata tifo.

I successi di Panatta erano accompagnati dalla passione. Sulle tribune degli stati il coro Aaa-dria-no, Aaa-dria-no era una sorta di amorosa, ossessiva colonna sonora. La gente assisteva allo spettacolo e si sentiva partecipe, in piena sintonia con l’eroe.

Dopo essere stato lo sport dei nobili, dei benestanti, il tennis ora apparteneva anche anche a chi censo e illustri natali non aveva. Parlare di riscatto sociale, mi sembrerebbe eccessivo. Anche se potrebbe esserci una percentuale di verità.

La televisione, oltre alla popolarità, aveva portato i soldi. Si firmavano i primi contratti milionari di sponsorizzazione. I club aprivano le porte ai ragazzi, ai signori di mezza età. I circoli subivano un’autentica trasformazione.

Il passaggio da Nicola Pietrangeli a Adriano Panatta era stato un salto verso il futuro. E non a tutti era piaciuto. La tribù dei puristi vedeva il tennis involgarito dalla contaminazione con una folla sempre più grande. Meglio custodirlo nella nicchia di pochi eletti che offrirlo a una divulgazione di massa che lo stava privando della nobiltà. Dimenticavano che le emozioni hanno sempre arricchito gli animi. Il passaggio da sport di élite a popolare aveva fatto conoscere nuovi orizzonti, conquistare altri mercati. Ora il tennis, anche in Italia, aveva un respiro mondiale.

Quella ’76 era diventata con il passare dei mesi una stagione irripetibile. Mai un giocatore italiano aveva messo assieme successi così importanti, mai un altro sarebbe riuscito a imitarlo.

Adriano cominciava a Roma, vincendo gli Internazionali.

“Una vittoria casareccia, una cosa che apparteneva a noi romani. Nel senso che sentivo attorno odori, sentimenti, passioni che conoscevo. Nessuno era più a casa di me al Foro Italico. Per questo ho sentito quel successo come qualcosa di intimo, meno pubblico degli altri. Su quei campi avevo vissuto la mia giovinezza. Andavo a palleggiare contro il muro della Pallacorda, lì giocavo con i miei amici. Lì ho capito cosa fosse il tennis. Della finale ricordo l’ultimo punto. Sembrerà strano, ma io di quegli undici match point annullati ne ricordo appena uno. Un passante vincente. L’immagine successiva è quella del trionfo”.

Poi arrivava il Roland Garros.

“La domenica vincevo al Foro, il martedì ero in campo a Parigi. Allora Internazionali e Roland Garros erano attaccati. I francesi mi volevano bene. A Wimbledon la gente è innamorata della loro manifestazione, del gioco in sé. Il pubblico parigino è sportivo, competente, esperto. Ama i giocatori, predilige quelli che attuano una tattica brillante. Li preferisce ai regolaristi. In quel periodo solo due attaccanti vincevano sul rosso parigino: Noah e io. Su quei campi sono stato l’unico a battere Borg, l’ho fatto per due volte. Come ci sono riuscito? E che mai poteva farmi? Per perdere il punto dovevo sbagliare io. Anche se a Roma nel ’78 mi ha battuto pur avendo giocato bene. Ma gli sono serviti cinque set in finale per riuscirci. Prima dell’ultima partita contro Solomon mi sentivo tranquillo. Ero sicuro di vincere. La sfida in semifinale contro Dibbs era stato il mio miglior match del torneo. Contro Solomon ho avvertito un po’ di stanchezza, in fondo stavo giocando da due settimane di fila! Ma non ho mai avuto grossi problemi”.

Con le vittorie arrivava il numero 4 nella classifica mondiale.

“La cosa a cui tenevo di più era essere il numero 1 sulla terra battuta. Vivevo in un’epoca in cui su quella superficie c’erano fenomeni come Borg, Orantes, Ramirez, Solomon, Dibbs, Nastase. E non potevi certo dirti fortunato se nel sorteggio pescavi Connors o Ashe. Ma in quel magico ’76 mi riusciva tutto facile”.

L’ultimo colpo da mago, la vittoria in Coppa Davis assieme a Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci e Tonino Zugarelli. Capitano non giocatore Nicola Pietrangeli.

“Non volevano che andassimo in Cile, dove il dittatore Pinochet aveva preso il potere tre anni prima e il presidente Allende era stato ucciso. Il “No al Cile” era strillato in molte piazze. Chi si diede molto da fare per rendere possibile quell’avventura fu Nicola Pietrangeli. Ma il caso era politico e toccò a un politico risolverlo. Sembra sia stato Enrico Berlinguer a convincere tutti che sarebbe stato un errore lasciare al dittatore Pinochet il vanto del trionfo sportivo. A Santiago si avvertiva un clima pesante. Non bisognava essere dei geni per capire che eravamo in un Paese che soffriva l’oppressione del regime. Chi vive un grande evento sportivo spesso si muove in una relatà che non esiste. È tutto ovattato, ti sembra di muoverti in un paradiso. Ma io sono sempre stato curioso, chiedevo informazioni ai giocatori cileni e avevo un quadro più preciso di quello che ci stava attorno. Una finale facile. Loro avevano solo il doppio forte. Ma anche Paolo e io eravamo tra le miglioi coppie del mondo. Un po’ di sofferenza e la Davis è stata nostra. La vera impresa l’abbiamo fatta contro l’Australia. Newcombe e Roche erano clienti scomodi. Siamo riusciti a superarli e poi siamo andati in Cile a prenderci la Coppa”.

Una spallata al mondo un po’ nobile e molto impaurito di un tennis che temeva di lasciarsi travolgere da un’ondata che non sarebbe riuscito a controllare. Ma siamo ancora qui, 44 anni dopo, a parlare di quei giorni. Adriano ha conservato la sua popolarità e nessuno sul campo è ancora riuscito a imitarlo.
Internazionali, Roland Garros, Davis e numero 4 del mondo.
Prendetelo, se potete.

Auguri, Adriano.

Kelly, a fine 2019 sul ring dopo tre anni e mezzo di stop, sfiderà Vianello

 

Si chiama Danny Roosvelt Kelly jr, ha 29 anni e un record di 10-3-1, 9 ko.
Il 21 di questo mese, sul ring dell’MGM Grand di Las Vegas, affronterà Guido Vianello (7-0, 7 ko).
Amici e tifosi lo chiamano Smooth.
È nato e vive nel Maryland, ha debuttato nell’agosto del 2012. La carriera non è scivolata via senza problemi. Un buon inizio, poi uno stop di 17 mesi (agosto 2014/gennaio 2016). Ancora fermo, stavolta per quasi tre anni e mezzo (doppia sconfitta nelle ultime due esibizioni): dal maggio 2016 a ottobre 2019 , quando è rientrato mettendo facilmente kot in due riprese Nick Kisner (21-4-1 all’epoca del match, sotto il filmato dell’incontro). Un successo senza problemi, un match che si ricorda solo per l’insulto sparato da Kisner in faccia a Kelly (Fuck you!) dopo il primo dei tre atterramenti,

Danny, 1.91 per 101 chili nell’ultimo incontro, ha resistito dieci riprese contro Adam Kownacki (al tempo 12-0, 10 ko) nel 2016. A dirla tutta ha perso in pratica ogni round (79-73, 80-72, 80-72) ed è stato letteralmente dominato dal rivale che, come dice boxrec.com, lo ha portato all’inferno.
La riunione, organizzata dalla Top Rank di Bob Arum, avrà come clou il combattimento tra i superpiuma Oscar Valdez (27-0, 21 ko) e Jayson Velez (29-6-1, 21 ko). Sarà trasmessa in diretta negli States da ESPN.

Cinquant’anni fa. Bossi batte Little, l’Italia ha tre campioni del mondo

Monza, 9 luglio 1970

Fred Little è un barbuto insegnante di educazione fisica di New Orleans. Lo guida Ernst Whitey Esneault, lo stesso signore con una gamba sola che ha nel suo gruppo Ralph Dupas e Willie Pastrano. Una vecchia conoscenza per noi italiani. Il cerchio sta per chiudersi.
Fred è nato a Picayune, nel Mississippi, quaranta miglia a nord di New Orleans tra il Lago Pontchartrain e il fiume Pearl River. Sul ring è uno che sa quello che fa e sa come farlo.
Una breve carriera nei dilettanti e poi ha debuttato al professionismo nel 1957. Ha un record di 46-5-1, più un no contest contro Sandro Mazzinghi nel mondiale della WBA.

È diventato campione dei superwelter il 17 marzo del ’69, battendo ai punti Stanley Hayward. Ci aveva già provato nel ’67 a Seul contro Ki-Soo Kim ed era stato dato incredibilmente sconfitto al termine di quindici riprese in cui aveva messo al tappeto due volte il campione. I giudici coreani avevano visto vincere il connazionale per due e quattro punti. L’americano in giuria aveva dato a Little undici punti di margine…

Ha un tipo di boxe difficile da contrastare. Pericoloso alla mezza distanza, efficace con quel sinistro che parte sempre dal basso. Ha guardia larga e gambe lente, ma sa schivare bene sul tronco e i suoi colpi dalla media distanza scattano veloci e potenti.

Carmelo Bossi è un romantico che si traveste da duro.
Il suo manager è Libero Cecchi, un toscano adottato da Milano.
È sposato con Anna Pocaterra, hanno una figlia. Un altra è in arrivo.
Quando la moglie vede quella scatola di caramelle, non pensa neppure un istante di resistere alla tentazione, la apre e sorride. Sollevato il coperchio pieno di ghirigori e fiori colorati, si trova davanti il tesoro del suo uomo. Lì dentro c’è la storia di una vita. Medaglie che testimoniano le vittorie, ma anche i sacrifici, le sofferenze e le battaglie, di un uomo a cui nessuno ha mai regalato niente.
Lei fa ruotare le medaglie con l’indice della mano destra, delicatamente, quasi si senta in imbarazzo davanti ai sentimenti che la scatola nasconde. Poi, tira su la Croce di Cavaliere. La ammira, commossa. Il suo uomo è davvero un tipo particolare.
Quei trofei non li ha mai esposti, non li mostra a chiunque passi per casa. Preferisce tenerli dentro una scatola di caramelle, quasi si vergogni di rendere pubbliche le sue conquiste. A quella scatola però, tiene in maniera particolare. È un oggetto che lo ha seguito ovunque. L’ha portata con sè anche quando si è trasferito da Milano a Ferrara, nella prima metà degli anni Sessanta.

“Doveva aver fatto qualcosa di storto e se ne era andato in esilio”, racconta Anna. “E si era così portato dietro le sue cose”. O almeno, quelle a cui tiene di più.
I match all’Olimpiade di Roma ’60 sono tra i pochi a cui Anna assiste, anche se solo davanti a un televisore.
Carmelo non vuole che lei stia a bordo ring. E così quando, nel luglio del 1970, lui va ad affrontare Fred Little per il titolo mondiale professionisti, Anna rimane a casa. Incinta di otto mesi della primogenita. Quell’incontro lo vede sul letto, con amiche e parenti che cercano continuamente di calmarla.
Carmelo non ha mai avuto paura di nessuno. Per difendere un amico, il fotografo Vito Liverani con cui poi avrebbe lavorato anche come produttore vendendo le foto ai settimanali, si mette contro un ragazzo della Milano bene.
Liverani sta fotografando gli allenamenti sul ring del Vigorelli, quando inavvertitamente urta il signorino.
“Ehi, pirla. Guarda dove metti i piedi, sei davvero un pirla.”
Chiedi scusa al mio amico. Lui qui sta lavorando, tu ti stai solo divertendo.
“Io non chiedo scusa a nessuno,”
Te lo ripeto per l’ultima volta. Tu l’hai offeso, tu gli chiedi scusa.
“Altrimenti, cosa fai?”
Altrimenti, ti sparo un cazzotto sui denti.
“Falla finita anche tu.”
Alla u, parte il destro di Bossi. L’altro crolla al tappeto. Svenuto. Quando si rialza, va a fare la denuncia. Un vero duro, il signorino.

 

Carmelo è un tipo spiritoso, uno che sa essere autoironico.
Balbetta, ma non ha mai fatto un dramma del problema. Ci gioca su.
Gli piaceva ballare, divertirsi. Con Vito Liverani va spesso in un bar all’angolo di Piazza Benedetto Marcello. Lì c’è il loro “grup de bagai”, il gruppo di amici. Con loro ama tirar tardi.
Sul ring è intelligente, ha istinto pugilistico, sembra essere nato per fare questo sport. Spreca poco, è dannatamente concreto. Lo chiamano il ragioniere. Bravo nel lavoro al corpo.
Anche da dilettante ha la tecnica di un professionista.
La rincorsa alla maglia azzurra è piena di tensione e di domande senza risposte. Lui boxa tra i welter e pensa che quella sarà la sua categoria anche all’Olimpiade di Roma. Ma Rea, il capo allenatore, ha deciso in maniera diversa. A spingere il tecnico, si dice all’interno della nazionale, è la convinzione che Wilbert McClure, l’americano che i compagni di squadra chiamano “la zanzara”,  è più adatto ai mezzi del milanese che a quelli di Benvenuti.
Bossi sostiene che nessuno lo ha informato di questo, che l’ha scoperto da solo in palestra. Per qualche giorno ha visto Nino allenarsi ingolfato, coperto di tute e maglioni. La curiosità gli è cresciuta dentro fino a quando non le ha dato libero sfogo.
Nino, che hai? Fatichi a fare il peso?
“Certo. Non è facile per uno che si è ormai stabilizzato nei superwelter, a 71 chili, scendere tra i welter a 67.”<
Tutto qui. Uno schiaffo senza preavviso.
Carmelo giura che con Benvenuti è, e rimarrà, amico. Quello che lo infastidisce è l’aver saputo del cambio di categoria per caso, solo perché non ha saputo tenere a freno la curiosità. Ma lui non è certo tipo da farne un dramma.
E nella tre giorni romana, dal 4 al 6 luglio, dà spettacolo.
Si combatte al Palazzetto dello Sport per la selezione olimpica. È l’ultimo appuntamento.
Bossi batte Sandro Mazzinghi nel primo match. Un incontro duro, disputato su buoni ritmi e vinto dal lombardo che si dimostra più vario nei colpi e soprattutto più preciso. Sandro fatica a entrare in azione. Quando si sblocca, quando scioglie i muscoli, è già tempo di scendere dal ring.

Poi supera Galmozzi, infine ha la meglio anche contro Remo Golfarini, al termine di un incontro non entusiasmante.
Baci, abbracci, complimenti e la maglia azzurra sembra un sogno diventato realtà. Ma non tutti sono convinti che sia l’uomo giusto. C’è una grande riunione tra i federali, vengono fuori mille dubbi. Alla fine decidono che il biondino dal volto pallido dovrà superare un altro ostacolo prima di fare il suo ingresso al Villaggio Olimpico. E così mettono Tommaso Truppi davanti a Bossi. Una sfida insolita, un welter salito di peso e un medio sceso di categoria. Il pugile lombardo la affrontata con tanta rabbia dentro. Si sente boicottato, è convinto che il clan romano (gli allenatori Rea e Poggi, con l’appoggio della Federazione) ce l’abbia con lui, che in tanti stiano facendo di tutto per lasciarlo a casa.
Sfoga tutta l’energia contro il povero Truppi che finisce al tappeto nel corso del secondo round. A quel punto dirigenti e tecnici pongono fine al combattimento e consegnano la maglia di titolare a Carmelo Bossi, milanese, classe 1939.

Ai Giochi perde, ma solo in finale, contro Wilbert McClure al termine di un grande match.
Nel professionismo centra ogni traguardo. Campione italiano, poi europeo e adesso eccolo pronto a battersi per il titolo del mondo. L’occasione gliel’ha procurata l’organizzatore romano Rodolfo Sabbatini. Allo stadio ci sono 12.000 persone per un incasso di 22 milioni.
La boxe di Carmelo è completa, arricchita da una grande determinazione. Non sempre riesce a entusiasmare le grandi plate, ma soddisfa chi di pugilato ne sa abbastanza. Un campione nel senso pieno della parola. Un uomo d’altri tempi.
Il 9 luglio del 1970, la sfida.
Carmelo Bossi contro il campione Fred Little.
Si sono già affrontati, il 31 ottobre del ’69. Una scontro involontario di teste, dopo due round poco entusiasmanti, provoca una brutta ferita al naso dell’italiano. Il medico chiede la sospensione del match, l’arbitro Carlo Fantozzi lo asseconda. L’americano se ne torna a casa con una vittoria per decisione tecnica alla terza ripresa.
Si combatte nella Capitale, i romani non gradiscono la conclusione e lanciano di tutto sul ring: frutta, pane, cuscini, giornali.
La rivincita, mondiale in palio, si disputa allo Stadio Gino Sada di Monza. Arbitra l’inglese Roland Dakin. Un match non bello, confuso, scorretto. Fred Little è in vantaggio nella prima metà, sembra avviarsi verso un altro successo.

All’undicesimo round la svolta.
Un destro largo di Bossi centra il campione alla mascella, quello va giù. Ma Darkin dice che è una scivolata.
“Lo giuro sulla mia bambina, era proprio un destro. Altro che scivolata – dice l’italiano negli spogliatoi – Peccato. Era convinto di avercela fatta. Mi sono detto: Carmelo, ci sei riuscito, quello non si alza più. E invece un attimo dopo era ancora lì, davanti a me.”
Dakin è arbitro e giudice unico.
Alla fine deve scegliere tra la boxe, l’aggressività, il coraggio e l’orgoglio dello sfidante contrapposto alle ostruzioni, all’apatia, alle scorrettezze del campione. Little è stato più solido per sette round, l’altro ha dimostrato di meritare qualcosa in più nelle restanti riprese. Sul piano stilistico, ma anche su quello dell’efficacia dei colpi a partire dall’undicesimo round, il più bravo è stato lui. Merita la vittoria.

L’arbitro inglese asseconda questa analisi.
“Vince per 73 a 69 Carmelo Bossi ed è il nuovo campione del mondo dei superwelter per la WBA.”
Un po’ generoso, ma sostanzialmente nel giusto.
Una decisione che sancisce la grandezza italiana nella boxe dell’epoca. In quel momento abbiamo tre campioni assoluti: Nino Benvenuti, Bruno Arcari e Bossi!
Quando i giornalisti entrano nello spogliatoio, lo trovano seduto su una panca, la faccia tra le mani, il corpo che sussulta. Sta piangendo Carmelo, singhiozza.
È felice, ma nella testa ha un solo pensiero. Correre a casa a raccontare tutto alla Anna. Non hanno il telefono nella nuova abitazione, non ha ancora potuto parlarle. L’ha già fatta soffrire troppo. Una volata, un abbraccio, un bacio e poi tornerà al ristorante per continuare la interviste e godere della sua conquista.
Carmelo Bossi era un duro dal cuore tenero.

 

 

 

AIBA e WBA unite per il bene dei pugili. Ma fateci il piacere…

L’AIBA ha mandato un comunicato
alla stampa specializzata

I presidenti di AIBA e WBA hanno espresso il desiderio di avvicinare le organizzazioni agli interessi degli atleti.
Il presidente ad interim dell’International Boxing Association Dr. Mohamed Moustahsane e il presidente della World Boxing Association Gilberto Mendoza sono desiderosi di costruire forti relazioni tra le organizzazioni per il miglioramento delle condizioni dei pugili.
WBA e AIBA desiderano lavorare su tre temi: sviluppo, competizione ed etica.
Il Dr. Moustahsane è stato invitato come ospite alla cerimonia di apertura ufficiale della 99a Convention della World Boxing Association. I due presidenti sono rimasti in contatto per qualche tempo, discutendo delle possibilità di cooperazione.
“Dal 2015 abbiamo fatto molti incontri. Ora è il momento di costruire qualcosa di eccezionale per lo sport e per i nostri atleti” ha affermato il dott. Moustahsane.
Il presidente della WBA ha dichiarato che “lavoreremo sodo per elevare la qualità della boxe al livello di appartenenza”.
Entrambi hanno espresso il desiderio di creare una task force per il lavoro congiunto. “È un piacere costruire una nuova relazione”, ha osservato Mendoza.
“Dobbiamo assicurarci che i nostri pugili siano i vincitori di questo lavoro di collaborazione”, ha concluso il dott. Moustahsane.

Mohamed Moustahsane è stato nominato presidente ad interim dell’AIBA il 24 marzo 2019.
Il 6 agosto dello stesso anno si è dimesso.
Il 31 agosto, in occasione del Congresso Straordinario, ha ritirato le dimissioni e ha annunciato di voler chiudere l’anno di mandato in attesa dell’elezione del nuovo presidente. Il suo mandato scadeva il 24 marzo 2020, ma essendo saltato (causa pandemia) il Congresso Elettivo, il tutto è stato rinviato a nuova data.
Lo scorso anno la Commissione di Inchiesta del CIO ha rilevato come l’AIBA abbia ricevuto accuse coerenti con l’esperienza relativa ai sorteggi, alle decisioni arbitrali e ai giudizi che hanno causato da tempo una preoccupazione costante per gli atleti.
Una commissione AIBA, presieduta da Tom Virgets, ha indagato sulle accuse di corruzione tra alti funzionari, giudici e arbitri. Tutti i 36 arbitri e giudici di Rio sono stati sospesi durante le indagini. Questa inchiesta ha riportato prove di una cattiva cultura interna guidata dal potere, dalla paura e dalla mancanza di trasparenza.

Durante le Olimpiadi di Rio 2016, il presidente della Commissione sorteggi era Mohamad Moustahsane
“. (articolo 3.2.4 del rapporto della Commissione Inchiesta del CIO).

E ancora: “Il comitato investigativo speciale dell’AIBA ha stabilito che la manipolazione del sorteggio degli arbitri e dei giudici durante i Giochi Olimpici di Rio 2016 sia stata il risultato degli interventi di diversi attori nell’ambito della responsabilità principale del signor Karim Bouzidi, uno dei quali è il presidente della Commissione sorteggi: il signor Mohamad Moustahsane successivamente nominato Presidente ad interim“. (articolo 3.3 del rapporto della Commissione di Inchiesta del CIO).
Adesso Moustahsane associa l’AIBA (federazione mondiale sotto sospensione almeno sino ad agosto 2021 o, nel caso di mancato cambiamento totale del Comitato Esecutivo, fino a dopo Parigi 2024) alla World Boxing Association.
L’associazione governata negli ultimi 38 anni dalla famiglia Mendoza, la WBA dalla classifiche improbabili, dei pugili deceduti che continuavano a essere presenti nelle graduatorie, dei 42 campioni in 17 categorie, delle tasse pesanti, del caos tra i pesi massimi.

L’AIBA, sospesa dal Comitato Olimpico Internazionale, ed estromessa dai Giochi di Tokyo, per conflitti di interesse, situazione finanziaria debitoria, insufficiente gestione del settore arbitri/giudici, assenza di processi di governo chiari, si unisce alla WBA (colpevole di quanto scritto poche righe sopra) per “costruire qualcosa di eccezionale per lo sport e per i nostri atleti” (Moustahsane), “lavorare sodo per elevare la qualità della boxe al livello di appartenenza” (Mendoza).

Potete ingannare tutti per qualche tempo, o alcuni per tutto il tempo, ma non potete prendere per i fondelli tutti per tutto il tempo. (Abraham Lincoln)

 

 

Dossier WBC. Quarantacinque anni sotto la stessa famiglia, i Sulaiman

Il World Boxing Council nasce il 14 febbraio 1963.
La famiglia Sulaiman lo governa dal 1975.

Josè Sulaiman è stato eletto il 5 dicembre di quell’anno ed è rimasto in carica sino al giorno della sua morte, il 16 gennaio 2014.

Un mese dopo gli è succeduto il figlio Mauricio, eletto all’unanimità su proposta di  Rex Walker: ex pugile, arbitro e supervisore.
Mauricio Sulaiman è tuttora a capo del Consiglio.

Il WBC rischia pesantemente due volte.
La prima a causa degli attacchi violenti e documentati dei media americani che (nel periodo che va dal 1978 al 2005) sistematicamente sottolineano il forte legame tra il promoter Don King e il Consiglio Mondiale.

La seconda per la causa intentata dal pugile Graziano Rocchigiani nel 1998.
All’inizio di quell’anno Roy Jones jr annunciava che avrebbe rinunciato al titolo dei massimi leggeri. Il WBC ordinava un match tra Graciano Rocchigiani e Michael Nunn per la corona vacante.
Il 21 marzo il tedesco vinceva combattimento e cintura.
Nelle classifiche ufficiali era indicato come campione del mondo dei massimi leggeri.

Roy Jones jr ci ripensava e chiedeva di riavere indietro il titolo.
Il WBC lo assecondava.
Restituiva la corona all’americano e informava Rocchigiani che la dicitura sulle classifiche era imputabile a un errore in tipografia.
Il tedesco faceva causa al World Boxing Council presso un Tribunale Federale degli Stati Uniti.

Il 7 maggio 2003 il giudice dava ragione al querelante e imponeva il pagamento di trenta milioni di dollari come risarcimento danni.
Il WBC cercava inutilmente un accordo, nell’aprile del 2004 annunciava che avrebbe fatto procedure di liquidazione, chiudendo in pratica l’attività.
A metà luglio, Graciano Rocchiggiani accettava il patteggiamento.
Il WBC era salvo.

Veniamo ai nostri giorni.
L’argomento di moda è il conferimento del titolo di campione franchise (ovvero campione simbolo). L’idea, nata lo scorso anno, ha già visto Canelo e Lomachenko godere dei benefici di questo status. Non sono obbligati a difendere il titolo nei termini stabiliti dal regolamento, possono programmare l’attività a proprio piacimento.

Voci insistenti dicono che il prossimo a fregiarsi del titolo di campione franchise sarà Tyson Fury. Questo gli permetterebbe di pianificare il prossimo futuro (Wilder, Joshua e forse Whyte) come meglio crede.

È l’ennesima trovata per aumentare il numero dei titoli e di conseguenza vedere crescere la tassazione degli stessi. Ma per il WBC significa anche togliersi, in parte, dalla minaccia di cause con l’incubo di giganteschi risarcimenti danni.

Prendete Dillian Whyte. È campione ad interim da tre anni, sfidante ufficiale. Adesso si è stancato. È andato in Tribunale e ha fatto causa.
Mauricio Sulaiman ha fatto sapere che potrà battersi per il titolo entro il 22 febbraio del 2021.
A chi gli ha chiesto perché non prima, ha risposto che il WBC riconosce come valido l’accordo del terzo match tra Fury e Deontay Wilder.
Questo mi fa tornare alla mente il famoso Codice Wbc.

Il regolamento dice (articoli 3.5 e 3.6)
3.5
Obblighi difesa obbligatoria
Tutti i campioni del WBC devono fare almeno una (1) difesa obbligatoria l’anno, salvo deroga concessa dal WBC a sua unica discrezione. Al campione può essere richiesto di effettuare più di una difesa obbligatoria l’anno, nel caso in cui il WBC abbia designato per qualsiasi motivo più di uno sfidante ufficiale. Nessun incontro potrà essere considerato una difesa obbligatoria a meno che non espressamente approvato come tale dal WBC e realizzato esclusivamente con lo sfidante designato dal WBC. Lo sfidante che vince il titolo eredita gli obblighi della difesa obbligatoria del campione che ha sconfitto, a meno che il WBC non decida diversamente.
3.6
Tempi e prolungamento dell’obbligo di una difesa ufficiale.
I periodi di tempo per le difese ufficiali indicati in queste regole possono essere modificati dal WBC a sua unica discrezione nel caso di circostanze particolari.

Come ho scritto qualche tempo fa, senza andare tanto per le lunghe il WBC avrebbe potuto risolvere la questione introducendo un solo articolo.
1.1
Se il mondo è pieno di prepotenti la colpa è di chi non lo è (Alessandro Morandotti)
Il Wbc è libero di decidere come vuole, sempre e comunque.

Restiamo tra i pesi massimi.
Deontay Wilder vince il titolo il 17 gennaio 2015 contro Bermane Stiverne.
Non lo difende contro i migliori in circolazione.
Il 17 maggio 2017 dovrebbe affrontare Luis Ortiz.
Stiverne ha preso soldi per farsi da parte, come campione ad interim avrebbe avuto il diritto di battersi per la cintura.
Ortiz viene fermato perché fallisce il controllo antidoping.

Il WBC ripropone Stiverne come avversario. Il pugile non combatte da due anni, gli ultimi due match dicono: sconfitta contro Wilder, sofferta vittoria ai punti contro Derric Rossy (30-10-0) dopo essere andato al tappeto nel primo round.
Il mondiale si fa.
Lo sfidante si presenta in condizioni imbarazzanti.
Lui, alto 1.88, pesa 115.500 kg.
Una pancia che non riesce a essere contenuta nella cintura, tette abbondanti.
Un’autentica vergogna.
Subisce tre knock down e perde per kot a 2:59 del primo round.

Quattro le cinture in palio in quasi tutte le categorie: campione mondiale, campione silver, campione ad interim, campione Diamond. L’ultimo è un titolo poco più che onorifico e serve solo come giustificativo nella tassazione.
Le cinture sono l’ossessione dell’attuale presidente. Quattro non gli bastano, così ne crea una per ogni occasione. O quasi.
Si presenta con la Money Belt per l’improbabile sfida tra Floyd Mayweather jr e Connor McGregor. Crea la Cintura Huichoe (dei nativi americani) per Saul Alvarez vs Gennady Golovkin,  Canelo la rifiuta sdegnosamente.
E via di questo passo.
Non è il suo unico punto debole, un altro problema è che spesso si lancia in improbabili dichiarazioni.

Tra maggio e giugno ha detto di essere onorato del fatto che Mike Tyson pensi di tornare al pugilato. Non contento, ha aggiunto che è pronto a inserirlo in classifica. Poi, seguendo un’imbarazzante escalation, ha aggiunto che potrebbe anche concedergli la qualifica di sfidante. A chi gli chiedeva in base a quali risultati, rispondeva: “Se è stato il più giovane campione del mondo dei pesi massimi, perché dovremmo noi impedirgli di tentare di diventare anche il più anziano?”.
Ieri Iron Mike ha festeggiato 54 anni, non combatte da quindici e negli ultimi quattro match ha subito tre sconfitte prima del limite.

Tanto per restare sull’imbarazzo, c’è il caso Billy Wright, meglio conosciuto come Bronco Billy.
Nel 2015 fa parlare a lungo di lui.
Nasce a Morenci, nell’East Arizona, il 10 dicembre 1964. Vive a Las Vegas dove è titolare di un negozio a mezza via tra lo sfasciacarrozze e il rivenditore di jeep usate. Ha nove figli e otto nipoti.
Un’infanzia difficile in orfanotrofio, il primo lavoro a 12 anni, il primo match da dilettante a 15. Dal 1986 è professionista, un avvio di carriera sotto la guida dell’ex campione del mondo dei pesi medi Gene Fullmer. Mette assieme 48 vittorie e 4 sconfitte. È stato otto anni inattivo (1998/2007).

Ha 50 anni compiuti.
Quando sale sul ring la sua struttura fisica è imbarazzante: 1.93 per un peso che oscilla tra i 135 e i 147 chili!
Lento di braccia, poco mobile, discreto lavoro al corpo e nulla più.
Di nomi importanti ne ha affrontati quattro: contro tre di loro ha perso per ko, con l’altro (James Broad) ha vinto ai punti in sei round. Ma Broad all’epoca era salito sul ring portandosi dietro 145 chili e una pancia da fare spavento.
Per il WBC vale comunque il numero 17 del mondo…

Strani campioni, tragici errori, misteriose scalate.
Credevo fosse lo slogan in esclusiva della WBA, adesso vedo che si adatta benissimo anche al più pretenzioso WBC.

 

La Motta vs Robinson, è la notte del massacro di San Valentino

Non capisco perché Cupido sia stato scelto per rappresentare San Valentino. Quando penso a qualcosa di romantico, l’ultima cosa che mi viene in mente è un bimbo tappo e ciccione che mi punta l’arma addosso.
(Paul McGinty)

Chicago, 14 febbraio 1951

C’erano quindicimila spettatori quella notte allo stadio. L’incasso era stato di oltre 180.000 dollari, niente male. Jack ne aveva messi in banca 65.000, a Sugar Ray ne erano andati poco più di 22.000. Loro due assieme avevano creato un evento che nessuno dei milioni di soci del club della boxe avrebbe più dimenticato.

Aveva uno strano corpo Jake LaMotta. Tozzo per essere un peso medio, con un gran testone, due piccole braccia muscolose che sembravano messe lì solo per tirare mazzate.
L’ho incrociato una volta, quando era già anziano. Mi è bastato vederlo da vicino per capire quanto avesse sofferto, quanto avesse fatto soffrire.
Su quel volto duro e pieno di rabbia potevi leggere, tra le rughe, le battaglie di una vita. 

È stato un bulldozer del ring, un fuoristrada che travolgeva tutto sul suo cammino. Si feriva, soffriva, piegava le gambe ma veniva avanti. Coraggio, resistenza, pugni pesanti e un grande cuore. Questo era il Toro del Bronx, uno che aveva ben chiaro come interpretare il ruolo del pugile.
“Non puoi entrare sul ring ed essere un ragazzo simpatico. Io stavo un mese, due mesi, senza fare sesso. Questo faceva di me un animale pericoloso. Non puoi combattere e provare compassione o qualsiasi cosa gli assomigli”.

L’altro alla nascita si chiamava Walker Smith jr, era venuto al mondo nel quartiere Black Bottom di Detroit. Una zona malfamata. Papà muratore dedito all’alcool. Il divorzio dei genitori lo aveva portato con la mamma a New York, dove lei lavorava in una lavanderia a 15 dollari la settimana. Anche Walker jr contribuiva al bilancio familiare. Vendeva la legna da fuoco che prima rubava in un magazzino sotto la West Side Highway.
Ballava il tip tap sui marciapiedi di Broadway assieme ai piccoli amici. Prendevano la metropolitana, uscivano nelle fermate accanto ai teatri e cominciavano ad esibirsi. Un piattino davanti ai loro piedi serviva per raccogliere le offerte.
Nei fine settimana faceva il lustrascarpe.
La boxe l’aveva scoperta al Brewster Center, dove era subito diventato amico di Joseph Louis Barrow che poi sarebbe diventato Joe Louis, il più grande peso massimo di sempre.
Walker jr era piccolino, un peso piuma. Ed era stata proprio questa la categoria in cui aveva disputato il primo match.
Aveva 15 anni.
Amava la danza e adorava il ballerino nero Bojanges Bill Robinson. La scelta era stata facile. La sua carriera l’avrebbe fatta come Ray Robinson, poi una signora ed un giornalista attento gli avrebbero regalato anche il soprannome.
Sugar, zucchero, dolce come la sua boxe.

Sugar Ray Robinson suonava la batteria e ballava nei teatri di Broadway.
Girava per le strade di New York con una Cadillac decappottabile. L’aveva voluta completamente rosa. L’aveva comprata in un autosalone di Manhattan, poi l’aveva portata a dipingere: trecento dollari per farla diventare come la cravatta di Lou Viscusi, il manager di Willie Pep. Una cravatta che Robinson si era fatto prestare e che poi si era portato dietro per fare capire al carrozziere quale fosse esattamente il colore che aveva scelto. Ognuno è strano a modo suo.

Jack La Motta era un tipo bizzaro, gli erano sempre piaciuti il caos, la frenetica voglia di battersi a viso aperto contro tutto e tutti.
“Sarà la famiglia da cui vengo. Tutto quello che ricordo, da quando ero ragazzino in poi, è che facevo a botte e strillavo e lavoravo e rubavo e più di tutto facevo a botte. E il mio vecchio che mi menava… Doveva sempre prendere a botte qualcuno, mia madre o noi ragazzi. Me non più, di certo. Perché adesso sa che se prova a mettermi un dito addosso lo butto giù dalla finestra”, diceva proprio così nell’autobiografia Raging Bull, scritta assieme ai giornalisti Joseph Carter e Peter Savage.

Si erano già affrontati cinque volte, La Motta era riuscito a spuntarla una sola volta. Quella notte la sfida era stata incerta sino a metà incontro.
 Poi Sugar Ray Robinson aveva dilagato e negli ultimi round il combattimento era diventato a senso unico.
Jack LaMotta era scosso, le gambe non gli reggevano più, sanguinava, incassava colpi terribili.
Robinson vinceva per kot dopo 2:04 della tredicesima ripresa.
Era stato un finale cruento, feroce. Il Toro del Bronx era stato torturato dai colpi di Sugar. Sangue, sofferenza, dramma. I giornalisti l’avevano subito etichettato come “Il massacro di San Valentino”.
Jack aveva perso ancora una volta.
«Io l’affrontavo cercando vendetta. Lui mi affrontava tirandomi pugni. Robinson ha aperto ogni cosa io avessi chiusa e chiuso ogni cosa avessi aperta. Ma c’è una cosa che potrai sempre dire parlando di me come pugile. Ho salvato la mia testa. Ho perso i miei denti, ma ho salvato la mia testa».
E ancora.
«C’è troppa violenza nel mondo. Molta di questa è stata perpretata su di me da Sugar Ray».
A chiudere.
«Ho affrontato tante di quelle volte Sugar, che è un miracolo che non abbia il diabete».

Tutto questo l’avrebbe detto dopo, quando appesi i guantoni al chiodo, era diventato un attore. Recitava i suo show sui palcoscenici di locali affollati da uomini e donne che andavano a vedere il mito che si esibiva.
Un campione anche lì.
Ma quello che era accaduto la notte del 14 febbraio del ’51 era tutta un’altra cosa.
Quella, era la vita.