Storia di Al Blue Lewis. Una notte di luglio del ’72, sfidò Ali a Dublino…

Era luglio anche allora, da quel giorno sono passati quarantotto anni.
Questo articolo nasce dalla voglia di sapere qualcosa in più sull’uomo che, nella calda estate del ’72, affronta Muhammad Ali sul ring di Dublino.
Stavo leggendo un vecchio USA Today dedicato al più grande. Ho visto quel nome: Al Blue Lewis. La curiosità mi ha spinto a conoscerlo meglio, sono fatto così. Alla fine ho avuto l’ennesima conferma. La boxe è uno sport meraviglioso, perché tutti i suoi protagonisti hanno un’interessante storia da raccontare. Basta cercarla.

E se diventi farfalla nessuno pensa più a ciò che è stato
quando strisciavi per terra e non volevi le ali.
(Alda Merini)

Madison, Wisconsin, 30 aprile del ’59.
Cassius ha solo 17 anni, il suo avversario tre in più. Si giocano un posto per i PanAmericani che si svolgeranno a Chicago.
Il più giovane gira sul ring, tira colpi, ma non riesce a centrare il bersaglio, È spesso fuori tempo e fuori misura.
Alla fine quel match è deciso da un verdetto contrastato.
Un giudice per lui, due per Amos Johnson. L’uomo che a Chicago vincerà la medaglia d’oro.
Cassius rischia il posto tra i mediomassimi per l’Olimpiade di Roma ’60.

Detroit, qualche mese dopo.
Alvin, che tutti chiamano Al, entra con un complice in una farmacia. È l’ennesima rapina della sua vita. Finisce male, il proprietario si ribella, lo colpiscono alla testa. Arriva la polizia. Il ferito viene ricoverato in ospedale, loro due finiscono in carcere. L’uomo muore. Alvin viene condannato a una pena che va da 20 a 35 anni da scontare nella prigione Jackson State. Anche lui, come Ali, ha diciassette anni.

Roma, 1960.
Alla fine Cassius ce la fa. Ai Trials conquista l’accesso all’Olimpiade.
In finale affronta Allen Hudson, soldato dell’Esercito di stanza a New York City. Il match si presenta facile. Clay domina. Tutto procede secondo le previsioni, fino a quando l’altro non gli spara un colpo a tradimento con il gomito sinistro. Una botta selvaggia, una scorrettezza brutale. L’arbitro Vern Bybel conta Clay come se si trattasse di un normale knock down. Cassius è furioso.
Poggia le mani sul tappeto, si tira su, aspetta l’8 e poi si scaglia contro Hudson. Due rapidi sinistri al mento e l’altro finisce sulle corde, per poi scivolarvi sopra e andare giù. Ha gli occhi vitrei, sanguina dal naso e dalla bocca. Ma il signor Bybel gli permette di ripresentarsi al centro del ring. Un diretto destro di Clay lo centra al mento, stavolta non si regge proprio in piedi, le ginocchia non lo tengono. È kot al terzo round. Anche Bybel si arrende.
L’uomo che gli Stati Uniti schiereranno nella categoria delle 178 libbre a Roma, sarà Cassius Marcellus Clay: 102 match all’attivo, 62 dei quali vinti prima del limite e 32 ai punti. Otto le sconfitte.

In prigione Al trova due dei suoi fratelli, ma scopre anche uno sport che gli piace subito. La Jackson State Prison ospita un torneo di boxe. Lewis lo vince per cinque volte consecutive. Durante la detenzione cresce molto. Adesso è alto 1.80 e pesa poco meno di cento chili. È cambiato anche nella testa.
Alvin Lewis nasce a East Detroit. Chi viene dall’inferno di Black Botton non ha molte alternative. Soprattutto se in casa le bocche da sfamare sono diciassette, quindici figli e due genitori. Da quelle parti puoi scegliere tra tre strade. Il basket degli Harlem Globe Trotters, la boxe di Joe Louis che viene qui ad allenarsi, la musica con Diana Ross a fare da apripista. Lui opta per la quarta via, quella delinquenza.
E paga.
Forte e robusto, il pugilato in carcere gli sembra un modo per tenersi in forma e focalizzare i pensieri su un obiettivo.
Dopo il quinto torneo vinto consecutivamente, Steve Eisner, un promoter locale, lo avvicina.
“Se, per miracolo, riuscissi a uscire da queste mura, vieni da me. Ti farò diventare un pugile professionista”.

Cassius Clay professionista lo diventa alla fine del 1960.
Sale sul ring e vince, fino a quando arriva la grande notte.
Il 25 ottobre del ’64 batte Sonny Liston e diventa campione del mondo dei pesi massimi. Subito dopo cambia nome, assume quello di Muhammad Ali. Domina la categoria, la boxe, lo sport, il mondo.
Vince e parla. Parla e vince.
Rifiuta di partire per il Vietnam.
Lo sospendono, gli tolgono la licenza, non può difendere il titolo.
Il 22 marzo del 1967 disputa l’ultimo match.
Resterà fermo per tre anni e mezzo.

Al Lewis è sempre in carcere.
A inizio ‘66 accade qualcosa di strano anche a lui.
Nella Jackson State Prison scoppia una rivolta. I detenuti si impossessano dei locali, la violenza è padrona di ogni cosa. Al salva una guardia carceraria che sta per essere uccisa. È un atto di coraggio che viene ricompensato.
Gli concedono la libertà sulla parola.
Esce di prigione.
La prima scelta della nuova vita è una visita a casa di Steve Eisner. Il promoter mantiene la parola.
Il 21 giugno del 1966 Al esordisce al professionismo e batte per ko 1 Art Miller, detto il clown.

Ali torna a combattere il 26 ottobre del ’70 contro Jerry Quarry.
In preparazione a quell’incontro, fa sparring con alcuni professionisti statunitensi.
Alla Cobo Hall di Detroit sale sul ring assieme a un giovanotto di 28 anni, alto poco più di un 1.90, dal fisico possente. Si chiama Al Lewis, ma per Ali il nostro Al diventa subito Blue. Non chiedetemi il perché di quel soprannome, non sono riuscito a scoprirlo.
Casco e conchiglia protettiva sopra i pantaloncini, si scambiano colpi potenti. In platea si agita uno strano pubblico.
C’è la crema delle gang della città, e un numeroso gruppo di guardie carcerarie della Jackson State Prison. Gangster e secondini fanno un tifo d’inferno per Al Blue Lewis, neppure si trattasse di un match vero.
E quello comincia a crederci. Centra duramente Ali con un gancio alle costole, l’altro non gradisce.

Estate del ’72. È il 19 luglio e l’ex campione del mondo si è ricostruito una totale credibilità. È quasi pronto per una nuova sfida al titolo.
Sul ring del Crock Park di Dublino affronta Al. Stavolta si tratta di un vero match, addirittura sulle dodici riprese.
Ali, che prenderà una borsa di 200.000 dollari, arriva in città otto giorni prima del combattimento. Riceve un trattamento da re.

“Era dal giorno in cui il presidente John Fitzgerald Kennedy era venuto in Irlanda, nel 1963, che un visitatore straniero non aveva una simile accoglienza” scrive il Cork Examiner.
Incontra l’attore Peter O’Toole, il regista John Huston, il governatore della California, quel Ronald Reagan che si è battuto per non fargli restituire la licenza.
Ma soprattutto viene ricevuto in Parlamento dal primo ministro Jack Lynch.
Otto giorni indimenticabili per gli abitanti di Dublino.
Uno di loro, il giornalista Dave Hannigan, ci scriverà addirittura un libro: The Big Fight, edito dalla Yellow Jersey Press e venduto per 10 sterline.

La borsa di Lewis sarà di 35.000 dollari.
Nel viaggio di ritorno li nasconderà in una custodia segreta della camicia. Gli serviranno per comprare una casa, completa di mobili, per la mamma. In famiglia nessuno ne aveva mai posseduta una.

Gong, si comincia.
Ali ha un record di 38-1, Lewis è fermo a 27-3.
Nelle riprese iniziali del match Al se a cava, mette a segno qualche bella azione, riesce a tenere il ring. Poi, nel quinto round, un destro corto dell’ex campione del mondo lo centra alla mascella e lui finisce al tappeto.
L’arbitro Lew Eskin conta fino a 9, poi fa riprendere l’incontro.
Angelo Dundee urla dall’angolo di Ali.
“Ehi arbitro, è rimasto giù più di venti secondi. Sono forse cambiate le regole?”
Eskin finge di non sentire.
Dundee ha ragione, Lewis è rimasto al tappeto per sedici secondi.
Il suono del gong che chiude il round, lo salva.

Sta per iniziare l’undicesima ripresa, Muhammad Ali è in totale controllo del combattimento. Prima che suoni il gong, guarda negli occhi il suo manager e gli dice qualche parola che è ben udibile anche da bordo ring.

“Non ce la faccio più! Devo pisciare. Ho fretta”.
Gong.
Ali balla e colpisce. Colpisce e balla.
Sinistro, sinistro, destro lungo. Gancio, sinistro, sinistro.
L’altro non ce la fa più. Le gambe gli tremano, non si regge in piedi.
Finalmente Lew Eskin si decide a fermare la sfida.
Muhammad Ali batte Al Blue Lewis per kot dopo 1:15 dell’undicesimo round.
Festa sul ring, interviste, lenta camminata verso gli spogliatoi.
Solo venticinque minuti dopo il verdetto Ali può finalmente raggiungere il bagno e soddisfare i suoi bisogni.

 

 

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