La Motta vs Robinson, è la notte del massacro di San Valentino

Non capisco perché Cupido sia stato scelto per rappresentare San Valentino. Quando penso a qualcosa di romantico, l’ultima cosa che mi viene in mente è un bimbo tappo e ciccione che mi punta l’arma addosso.
(Paul McGinty)

Chicago, 14 febbraio 1951

C’erano quindicimila spettatori quella notte allo stadio. L’incasso era stato di oltre 180.000 dollari, niente male. Jack ne aveva messi in banca 65.000, a Sugar Ray ne erano andati poco più di 22.000. Loro due assieme avevano creato un evento che nessuno dei milioni di soci del club della boxe avrebbe più dimenticato.

Aveva uno strano corpo Jake LaMotta. Tozzo per essere un peso medio, con un gran testone, due piccole braccia muscolose che sembravano messe lì solo per tirare mazzate.
L’ho incrociato una volta, quando era già anziano. Mi è bastato vederlo da vicino per capire quanto avesse sofferto, quanto avesse fatto soffrire.
Su quel volto duro e pieno di rabbia potevi leggere, tra le rughe, le battaglie di una vita. 

È stato un bulldozer del ring, un fuoristrada che travolgeva tutto sul suo cammino. Si feriva, soffriva, piegava le gambe ma veniva avanti. Coraggio, resistenza, pugni pesanti e un grande cuore. Questo era il Toro del Bronx, uno che aveva ben chiaro come interpretare il ruolo del pugile.
“Non puoi entrare sul ring ed essere un ragazzo simpatico. Io stavo un mese, due mesi, senza fare sesso. Questo faceva di me un animale pericoloso. Non puoi combattere e provare compassione o qualsiasi cosa gli assomigli”.

L’altro alla nascita si chiamava Walker Smith jr, era venuto al mondo nel quartiere Black Bottom di Detroit. Una zona malfamata. Papà muratore dedito all’alcool. Il divorzio dei genitori lo aveva portato con la mamma a New York, dove lei lavorava in una lavanderia a 15 dollari la settimana. Anche Walker jr contribuiva al bilancio familiare. Vendeva la legna da fuoco che prima rubava in un magazzino sotto la West Side Highway.
Ballava il tip tap sui marciapiedi di Broadway assieme ai piccoli amici. Prendevano la metropolitana, uscivano nelle fermate accanto ai teatri e cominciavano ad esibirsi. Un piattino davanti ai loro piedi serviva per raccogliere le offerte.
Nei fine settimana faceva il lustrascarpe.
La boxe l’aveva scoperta al Brewster Center, dove era subito diventato amico di Joseph Louis Barrow che poi sarebbe diventato Joe Louis, il più grande peso massimo di sempre.
Walker jr era piccolino, un peso piuma. Ed era stata proprio questa la categoria in cui aveva disputato il primo match.
Aveva 15 anni.
Amava la danza e adorava il ballerino nero Bojanges Bill Robinson. La scelta era stata facile. La sua carriera l’avrebbe fatta come Ray Robinson, poi una signora ed un giornalista attento gli avrebbero regalato anche il soprannome.
Sugar, zucchero, dolce come la sua boxe.

Sugar Ray Robinson suonava la batteria e ballava nei teatri di Broadway.
Girava per le strade di New York con una Cadillac decappottabile. L’aveva voluta completamente rosa. L’aveva comprata in un autosalone di Manhattan, poi l’aveva portata a dipingere: trecento dollari per farla diventare come la cravatta di Lou Viscusi, il manager di Willie Pep. Una cravatta che Robinson si era fatto prestare e che poi si era portato dietro per fare capire al carrozziere quale fosse esattamente il colore che aveva scelto. Ognuno è strano a modo suo.

Jack La Motta era un tipo bizzaro, gli erano sempre piaciuti il caos, la frenetica voglia di battersi a viso aperto contro tutto e tutti.
“Sarà la famiglia da cui vengo. Tutto quello che ricordo, da quando ero ragazzino in poi, è che facevo a botte e strillavo e lavoravo e rubavo e più di tutto facevo a botte. E il mio vecchio che mi menava… Doveva sempre prendere a botte qualcuno, mia madre o noi ragazzi. Me non più, di certo. Perché adesso sa che se prova a mettermi un dito addosso lo butto giù dalla finestra”, diceva proprio così nell’autobiografia Raging Bull, scritta assieme ai giornalisti Joseph Carter e Peter Savage.

Si erano già affrontati cinque volte, La Motta era riuscito a spuntarla una sola volta. Quella notte la sfida era stata incerta sino a metà incontro.
 Poi Sugar Ray Robinson aveva dilagato e negli ultimi round il combattimento era diventato a senso unico.
Jack LaMotta era scosso, le gambe non gli reggevano più, sanguinava, incassava colpi terribili.
Robinson vinceva per kot dopo 2:04 della tredicesima ripresa.
Era stato un finale cruento, feroce. Il Toro del Bronx era stato torturato dai colpi di Sugar. Sangue, sofferenza, dramma. I giornalisti l’avevano subito etichettato come “Il massacro di San Valentino”.
Jack aveva perso ancora una volta.
«Io l’affrontavo cercando vendetta. Lui mi affrontava tirandomi pugni. Robinson ha aperto ogni cosa io avessi chiusa e chiuso ogni cosa avessi aperta. Ma c’è una cosa che potrai sempre dire parlando di me come pugile. Ho salvato la mia testa. Ho perso i miei denti, ma ho salvato la mia testa».
E ancora.
«C’è troppa violenza nel mondo. Molta di questa è stata perpretata su di me da Sugar Ray».
A chiudere.
«Ho affrontato tante di quelle volte Sugar, che è un miracolo che non abbia il diabete».

Tutto questo l’avrebbe detto dopo, quando appesi i guantoni al chiodo, era diventato un attore. Recitava i suo show sui palcoscenici di locali affollati da uomini e donne che andavano a vedere il mito che si esibiva.
Un campione anche lì.
Ma quello che era accaduto la notte del 14 febbraio del ’51 era tutta un’altra cosa.
Quella, era la vita.

 

 

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