Brasca, una vecchia intervista. Le idee di un uomo che ama la boxe…

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Alberto Brasca, fiorentino di 77 anni, si è innamorato del pugilato il 21 marzo 1951, quando il papà lo portò al Teatro Moderno di Lucca per vedere il match tra Gino Buonvino e il francese Emile Bentz. È stato pugile, peso welter, dirigente e infine presidente federale. È stato vice-sindaco di Firenze dal 1995 al 1999, presidente della Provincia dal 1985 al 1990, presidente del Consiglio Comunale dal 1999 al 2004, presidente dell’Unione Province d’Italia dal 1986 al 1992.
Alberto Brasca è un’eccezione nel panorama dei dirigenti pugilistici italiani. Ha grande cultura, capacità di analisi, proprietà di linguaggio, esperienze politico amministrative di alto livello. E ama la boxe. Ha commesso degli errori, ha avuto il coraggio di ammetterli.
Ha pagato le sue debolezze, l’ha fatto con grande dignità.
Leggete l’intervista, è datata 12 gennaio 2017. In queste parole di oltre tre anni fa c’è uno sguardo al futuro. Una visione meno manichea di quella presentata oggi dalla quasi totalità dei dirigenti sportivi. È un un uomo onesto che ha avuto molto meno di quello che ha dato.
Non ha certo bisogno di consigli, ma visto che siamo quasi coetanei mi permetto di dargliene uno. Resti fuori dai giochi, non si lasci coinvolgere. Sono tutti troppo lontani dal suo mondo.
L’intervista l’ho fatta dopo la candidatura alle ultime elezioni, quelle che si sono tenute nel 2017. Avviso ai naviganti. Il botta e risposta è datato, avete avuto tre anni di tempo per rispondere. Non provateci adesso. Grazie.

Alberto Brasca, lei aveva annunciato l’intenzione di non ricandidarsi alla presidenza della Federazione Pugilistica Italiana. Cosa le ha fatto cambiare idea?

“È vero. Avevo giurato, soprattutto a me stesso, di non ripresentarmi. La delusione olimpica e gli ultimi due pesantissimi Consigli Federali mi avevano portato a fare questa scelta. Poi ho deciso di fare questo ultimo tuffo, l’ho fatto per debolezza. Non sono stato capace di respingere le pressioni di molti amici che mi hanno letteralmente perseguitato in questi giorni”.

Bene, ma quale è stata la scatenante? Cosa l’ha spinta ad arrendersi alle pressioni?

“Un tarlo che avevo nella testa. L’esigenza di fare chiarezza, di spiegare perché avessi fatto quel passo indietro. Sentivo la necessità di confrontarmi, soprattutto con me stesso”.

Lei ha parlato di due pesantissimi Consigli Federali, vuole spiegare cosa li abbia resi tali?

“A quei Consigli mi sono presentato con una diagnosi degli errori fatti e con tre proposte nette e precise.
1. La priorità assoluta del prossimo quadriennio è il tentativo di rilancio del professionismo in Italia. Se resta quello che è oggi, siamo spacciati. Ci sono condizioni nuove rispetto a un recente passato dettate anche da alcune decisioni dell’organismo mondiale, l’Aiba. Dobbiamo muoverci in questo solco.
2. Cambiamento radicale della gestione della nazionale. E quando dico questo non mi riferisco solo all’allenatore. Non dobbiamo cercare un mago, perché non esiste. Dobbiamo cambiare metodo, evitare in modo assoluto che il pugile diventi un impiegato. Dobbiamo ridurre al minimo i tempi dei ritiri. Per i primi due anni credo sia necessario non avere titolari, ma un gruppo di 20 atleti che si allenano nelle loro palestre, con i loro maestri, quelli che sono stati capaci di costruire tanti bravi pugili. Convocazioni a rotazione, in modo di non far sentire nessuno come un escluso. Ci vuole un coinvolgimento totale degli insegnanti. Sono contrario al mago straniero, anche perché non credo che Pedro Roque sia molto più bravo dei nostri migliori. E poi l’arrivo di un tecnico straniero vorrebbe dire conservare l’intelaiatura del passato: un gruppo ristretto su cui lavorare, tenendo fuori tutti gli altri. Dobbiamo invece mettere assieme una ventina di elementi, farli incontrare tra loro in test match e portare ai grandi appuntamenti i vincitori di queste selezioni. Come accade negli Stati Uniti, come accadeva in Italia nei tempi d’oro. Deve cambiare il ruolo del Centro Nazionale di Santa Maria degli Angeli. Deve diventare una scuola di alta specializzazione, sia per i pugili che per i tecnici. Ma il tempo da passare lì sarà di una settimana al massimo, il resto dell’allenamento dovranno farlo a casa con i loro maestri. Dobbiamo far crescere e valorizzare le risorse che abbiamo.
3. Ho manifestato l’esigenza fortissima di un ampio ricambio dirigenziale. Ho detto che ero contrario alla conferma della squadra in blocco. Naturalmente mettevo sul piatto delle mancate conferme anche la mia. Rinnovamento a cominciare dal presidente. Oppure quasi totale rinnovo dei quadri”.

Come hanno reagito i consiglieri?

“Musi lunghi da parte di tutti. Lo scontro fondamentale è stato sulla gestione della nazionale. Sembrava che fossi l’unico a volere una squadra affidata ai maestri italiani. Lai ha portato avanti la proposta di Pedro Roque e ha convinto della bontà di questa scelta il resto del CF. Ho perso, inutile negarlo. Così mi sono fatto da parte”.

Fino a qualche giorno fa ero convinto che lei avrebbe fatto squadra con Andrea Locatelli. Mi sbagliavo?

“No. Ma non si è trovata un’intesa su come procedere e su quali punti cardine puntare. Lo rispetto e sono conscio del suo valore, ma alla fine ho pensato fosse meglio percorrere un’altra strada. Non mi importa vincere, glielo dico sinceramente. Mi importa moltissimo che le mie tesi, l’analisi degli errori e le proposte per il futuro siano valutate dall’assemblea”.

Credo che l’ultimo quadriennio pugilistico sia stato fallimentare, lei ovviamente non sarà d’accordo.

“Non penso che la boxe italiana sia all’anno zero. Le ultime quattro stagioni hanno segnato alcuni aspetti estremamente positivi. Il rilancio del pugilato femminile è quello più evidente. Dopo Simona Galassi era diventato un movimento in clamoroso affanno, ora abbiamo una delle più forti squadre del mondo. Anche sui numeri siamo cresciuti: seicento donne affiliate, siamo competitivi a livello youth, junior ed elite. C’è stato un grande rilancio del movimento giovanile. Siamo passati da 300 a 3000 ragazzi sotto i 13 anni. Non mi prendo il merito di questo. Il merito è di tutti”.

Non pensa che davanti ai numeri in crescita si sia operato in modo sbagliato all’interno della nazionale, continuando sempre e solo con gli stessi elementi ottenendo il risultato negativo che qualche altro pugile stanco di aspettare sia uscito dal giro?

“Le proposte di cui parlavo all’inizio sono figlie di un’analisi degli errori. Qualche elemento è stato lasciato per tanto tempo in lista d’attesa e l’abbiamo perso. Non voglio una squadra già bella e fatta sin dal primo giorno, non voglio che si continui a lavorare sugli stessi uomini e solo su quelli per quattro anni. Voglio una nazionale che sia figlia del Paese, del movimento reale”.

Quale è stato il suo errore più grande?

“Quello di avere avuto poco polso. Non è vero che si sia costruito niente in questi quattro anni, abbiamo portato avanti ragazzi di valore. Siamo andati avanti bene sino a un certo punto. I risultati non sono stati poi così disastrosi. Vero, abbiamo fallito ai Mondiali e all’Olimpiade. Ma credo possa starci una stagione storta. Questo non cambia il mio modo di vedere il problema. Sono stato debole soprattutto nel non bloccare il clima di divisione che c’era tra i tecnici federali. Ciascuno diceva la sua, non c’era unità di intenti. Sono stato debole nel non risolvere questa situazione. Ho pensato potesse essere una soluzione riportare Filimonov nel team. Ma questo paradossalmente ha aggravato il problema anziché risolverlo, dal momento che il tecnico russo ha cambiato metodologia, rivoluzionando uno stato di fatto che aveva invece bisogno di maggiore continuità tecnica”.

World Series of Boxing e APB sono stati momenti negativi dell’ultimo quadriennio. Come li giudica?

“Le WSB erano una follia totale. Viaggi da un continente all’altro ogni quindici giorni, voli transoceanici come niente. Uno stress fisico, psicologico ed economico notevole. E non è che l’APB sia stata una cosa migliore, a suo tempo l’ho definita un bagno di sangue e tale è stata”.

Eppure la Federboxe non si è opposta né all’una, né all’altra.

“Ho tentato di ostacolare l’APB in tutti i modi. Mi sono rifiutato di far partecipare l’Italia alle WSB nella penultima edizione. E questo non è piaciuto, al punto che ce l’hanno fatta pagare. Non è che a Rio abbiamo avuto giudici comprensivi… Con l’Aiba abbiamo avuto rapporti tesi, ma non si può scegliere. Sei obbligato a starci dentro. È una Federazione mondiale con oltre 200 nazioni affiliate, è l’unico referente internazionale del Coni. Non c’è margine. Vero, ha gestito malissimo l’inserimento dei professionisti alle Olimpiadi. Ma ne ha legittimato la partecipazione, e questo è un aspetto positivo che ci torna utile. Ha fatto sparire le macchinette che stavano snaturando il pugilato, ha messo in piedi un calendario così denso di impegni che non ha precedenti nella storia. Ha commesso degli errori, ma non va demonizzata”.

Vi ha spinto a trattenere i pugili trasformandoli in dilettanti a vita, vi ha convinto che fosse l’unica politica da seguire. Il risultato di questo atteggiamento è stato devastante per il professionismo.

“Non credo sia stata l’Aiba a colpire il nostro professionismo. Certo, se Cammarelle fosse passato pro’ dopo l’Olimpiade di Pechino 2008 il movimento avrebbe trovato un grande protagonista a cui appoggiarsi. Ma come fare? Non glielo potevamo certo imporre. Io ho favorito in tutti i modi il passaggio di chiunque fosse intenzionato a farlo. Ho firmato personalmente la delibera di Turchi, affinché fosse nei tempi giusti per il primo match da professionista”.

Ha un’idea della squadra che lavorerà con lei in caso di vittoria?

“Non ho ancora un’idea precisa. La mia è una decisione recente, fresca, forse fuori tempo. I giochi dovrebbero già essere fatti, ma sento forte la necessità di una verifica sui programmi e non posso tirarmi indietro. In squadra vorrei anche alcuni di quelli che hanno fatto parte del precedente Consiglio Federale”.

Pensa che tre candidati alla presidenza possano portare a una spaccatura dell’Italia pugilistica?

“Ci sarà una dispersione di voti, questo sì. Durante la campagna elettorale ci sarà qualche contrasto. Ma subito dopo l’elezione, finirà ogni divergenza. Siamo in Italia, tutti sono già pronti a saltare sul carro del vincitore”.

 

 

Dramma sul ring. Un match improponibile, un ko veloce, tanta paura…

Boxe da Indio, California.
Ho visto un pugile fantastico, Vergil Ortiz jr.
Ho visto uno scandalo che poteva trasformarsi in tragedia.
Due donne sul ring.
Semiesa Estrada (foto sotto), 28 anni, un record di 18-0. Campionessa silver Wbc dei minimosca.
Il match era valido per il titolo, la sfidante avrebbe dovuto essere Jacky Calvo. Un infortunio al ginocchio le ha impedito di combattere. La fretta di trovare a tutti i costi una sostituita ha generato una decisione da condannare senza attenuanti.

Miranda Adkins (in alto), la nuova rivale designata, compirà 43 anni mercoledì prossimo. È pugile professionista dall’8 settembre 2018. Non solo ha scoperto la boxe a 41 anni, ma ha disputato quattro match contro altrettante debuttanti e il quinto lo ha sostenuto contro una che aveva già sconfitto e aveva un record di 0-2-0.
In altre parole, tanto per riassumere, cinque incontri contro rivali che non avevano mai vinto un combattimento.

8-9-2018 Tony Yong al debutto +kot3
13-10-2018 Alyson Tyron al debutto +kot1
11-1-2019 Tatiana Williams al debutto +kot1
20-4-2019 Shania Ward al debutto +kot2
26-10-2019 Shania Ward 0-2-0 +kot1

Due delle sue avversarie (Yong e Tyron) non hanno più combattuto. Le altre due (Williams e Ward) hanno attualmente ha un record di 0-3-0 (tre sconfitte per ko).

Alcune domande.
La prima. Che valore può avere un titolo se si permette a una quasi quarantatreenne, con un record simile, di battersi per la cintura?
La seconda. Salvare un match è più importante che mettere a rischio la salute di una persona?
La terza. Un errore così marchiano, e potenzialmente pericoloso, degli organizzatori sarà in qualche modo punito?
Data per scontata la risposta negativa al terzo quesito, dico che se i criteri sono quelli attuali qualsiasi titolo (escluso quello mondiale, assoluto e senza paroline magiche accanto tipo gold, ad interim, silver o altro) non ha alcun valore.
Il secondo interrogativo è inquietante. Non è certo la prima volta che vedo accoppiamenti che possono tramutarsi in tragedia. La boxe è uno sport che ha in sè rischi elevati, aggiungerne altri è decisamente da condannare.
Seniesa Estrada ha messo ko Miranda Adkins dopo cinque pugni e sette secondi. Chi si occupa di statistiche ha sottolineato che è il più veloce knock out nella storia del pugilato femminile. Un record di cui la boxe avrebbe fatto volentieri a meno.

La Adkins, spaurita e immobile durante la serie che ha chiuso l’incontro, è crollata al tappeto. Gambe leggermente divaricate, braccia allargate, occhi chiusi. Medici e paramedici sul ring. Poi, per fortuna, si è ripresa.

Dempsey, storia di un uomo che ha preso a pugni i rivali e la vita…


Tutti lo chiamano One Punch perché riesce a stendere qualsiasi avversario con un solo colpo. Il vero nome è Bill Hancock e ha appena preso la decisione sbagliata.

Goldfield è un paesino nel deserto del Nevada, un posto che ha cominciato ad animarsi dopo l’apertura dell’ufficio postale nel 1904. Il clima è la cosa peggiore da queste parti. Fa un caldo soffocante. E il match si svolgerà nella stanza sul retro del vecchio saloon.

One Punch Hancock ha accettato di battersi contro un ragazzino che ogni tanto sfida i clienti del saloon. Si chiama Kid Blackie.
Al vincitore andrà l’intera posta in palio, venti dollari.
Un pugno, uno solo dopo appena quindici secondi e Hancock è ko.

«C’è qualcuno che vuole prendere il suo posto?» urla Hardy Downey, l’organizzatore.
«Ci provo io.»
«Chi sei?»
«Mi chiamo John Hancock, sono il fratello di Bill.»
«Fatti avanti.»

Un pugno, uno solo, dopo appena venti secondi, e anche il fratello di One Punch è knock out. Quaranta dollari in trentacinque secondi, il ragazzo sa come fare soldi in fretta.

Lo chiamano Kid Blackie, il vero nome è William Harrison Dempsey. Il mondo presto lo conoscerà come Jack Dempsey, il maciullatore di Manassa.

Lavora come minatore, lavapiatti, contadino, cowboy, portiere d’albergo e raccoglitore di frutta. Boxa in strada, nei teatri, all’Opera, nei saloon, negli stadi, al Madison Square Garden. Dorme sulle panchine di Central Park, in alberghi di terz’ordine in cui a fargli compagnia trova solo topi, in suite di gran lusso. È un avventuriero che cavalca da protagonista i ruggenti Anni Venti.

Hyrum Dempsey è un uomo forte, come lo era suo padre Big Andrew. Nel 1868 sposa Mary Celia Surot, figlia di un irlandese, che nelle vene ha sangue cherokee. Hyrum diventa mormone, vende a un dollaro l’uno i trecento acri avuti in eredità dal papà e con quei soldi compra una carovana, poi parte a caccia di fortuna verso il lontano Ovest. Il Far West.

Siccità, temperature altissime, polvere nei polmoni. La cavalcata della famiglia Dempsey non è certo semplice. Il 24 giugno del 1895 nasce a Manassa in Colorado il nono figlio. Lo chiamano William Harrison, come il comandante dell’esercito del Nord Ovest che sconfisse gli inglesi sul fiume Tamigi, nell’Ontario, e nel 1841 divenne il nono presidente degli Stati Uniti. Con il passare degli anni diventerà, più semplicemente, Jack.

Jess Willard viene da una famiglia di poveri contadini. È alto e grosso, pesa 28 chili più di Jack. È diventato campione dei massimi battendo Jack Johnson in un match disputato all’Avana, un incontro che molti hanno definito truccato.

Il 4 luglio del 1919 affronta Dempsey a Toledo, Ohio.
Organizza l’evento George Lewis Tex Rickard, giocatore d’azzardo, geniale promoter. La boxe è illegale a New York, lo resterà fino al 1920. Rickard noleggia un traghetto e ordina al capitano di dirigersi verso Weehowken, nel New Jersey. A bordo ci sono i giornalisti di boxe più importanti d’America. Quando il traghetto lascia le acque dello stato di New York, Dempsey firma il contratto del suo primo campionato del mondo.

Willard è alto poco meno di due metri e pesa 111 chili. Nell’ultimo match ha affrontato John Bull Young, il figlio di un ricco proprietario terriero del Wyoming. Con un terribile montante destro gli ha spezzato le ossa del viso, lo ha ucciso. Teme che la tragedia possa ripetersi anche contro quel piccoletto di Dempsey.
«Voglio l’immunità nel caso lui muoia» confessa prima di firmare il contratto.

Qualcuno corre a riferirlo a Jack, che è in pieno allenamento. The Manassa Mauler mette ko i quattro sparring e scappa via. A essere certo della sua sconfitta è anche Hyrum, che scommette su Willard.
Quando addirittura tuo padre ti punta contro, vuole dire che qualcosa non va.

Il New York World fa un annuncio ai propri lettori.
«Il 5 luglio troverete su questo giornale le foto dell’incontro».
Per garantirsi l’esclusiva, noleggia un biplano italiano S.V.A. e ingaggia un pilota militare: il luogotenente Raymond B. Quick. Ci sono 521 miglia da Toledo a New York, per arrivare in tempo per l’ultima edizione bisogna coprirle in 4 ore e 15’. Il 3 luglio il volo di prova. L’aereo si schianta al decollo. Il pilota si salva, l’edizione straordinaria no.

L’incasso del match è di 452.224 dollari, Tex Rickard è felice.
La campana non funziona, viene sostituita da un fischietto militare. Si perdono dieci secondi che il cronometrista ufficiale Warren Barbour si dimenticherà di recuperare. Il primo gancio sinistro di Dempsey frattura in tredici punti la mascella di Willard, il secondo gli fa saltare cinque denti. Per sei volte Jack spedisce il campione al tappeto. Non esiste ancora la regola dell’angolo neutro in occasione dei knock down. Il pugile finito a terra deve rialzarsi sotto la minaccia immediata di un altro pugno del rivale. Un incubo con conseguenze devastanti.

Al settimo knock down, l’arbitro Ollie Pecord dichiara Willard fuori combattimento.
Jack Doc Kearns esulta. E’ il manager di Dempsey e ha puntato 10.000 dollari su una vittoria per ko al primo round del ragazzo. Corrono tutti negli spogliatoi per festeggiare.
Kearns recupera miracolosamente il suo pugile. Contrordine: il cronometrista, continuando a ignorare il tempo perso nel tentativo di riparare la campana, ha decretato la fine della ripresa con dieci secondi di anticipo. Nessuno però ha sentito il suono del fischietto. Il ko non è regolare, il nuovo campione rischia di perdere il titolo appena vinto.

Willard si rialza e attende che Dempsey torni. Si ricomincia. Altri due terribili round per il boscaiolo del Kansas che rimedia un occhio nero, una ferita alla bocca e altre sulla faccia prima che Pecord dichiari finalmente chiusa la sfida.

Maxine Cates suona il piano in un saloon. Ha il viso spigoloso, i capelli neri e un corpo dai muscoli perfetti. Quando ha tempo e clienti fa anche la prostituta. È la prima moglie di Jack Dempsey. Lei ha 35 anni, lui meno di venti. Il campione la descrive come la donna più sensuale che abbia mai incontrato. Di certo sa come far sparire il denaro. Un amico dei due ha raccontato come nei primi tempi della loro unione Jack e Maxine spendessero più soldi di quanti lui ne guadagnasse. Così lei era tornata a prostituirsi e lui ne era diventato il protettore. Ma sono storie sulla cui autenticità nessuno può giurare.

La seconda moglie si chiama Estelle Taylor (nella foto sopra è con il campione) ed è una soubrette che frequenta produttori e attori di Hollywood. La relazione con il pugile è turbolenta, coinvolge anche il manager Jack Kearns. Lei vuole dirigere il marito anche nella stesura dei contratti di lavoro.

La cantante Hannan Williams è la terza signora Dempsey e dà a Jack le uniche figlie: Barbara e Joan.

Deanna Piattelli diventa l’ultima moglie del campione, quando Jack ha ormai 62 anni. Origini triestine, proprietaria di una gioielleria all’interno dell’Hotel Manhattan. È l’unico matrimonio felice del campione dei massimi.

Maxine è troppo vivace. Estelle ama farsi ritrarre nuda. Prima del match di Dempsey con Firpo si fa regalare una Rolls Royce: deve pur girare per New York. È la donna che scatena l’ira del manager Doc Kearns, al punto da fargli rompere il contratto con il pugile e di denunciarlo in tribunale chiedendo una penale di un milione di dollari per danni morali e materiali. Persa la causa, Doc si vendica lasciando nel testamento una lettera in cui accusa Dempsey di avere usato un trucco in occasione della conquista del mondiale contro Jesse Willard. Lo stesso manager avrebbe applicato sopra la bendatura un sottile strato di gesso. Jack nega sdegnato.

Luis Angel Firpo è un argentino forte e astuto. Cresciuto a Buenos Aires, figlio di un emigrante italiano e di una spagnola, lavora come commesso in un drugstore. Quando arriva negli Stati Uniti gli cuciono addosso il soprannome di Toro delle Pampas.

In tutta la permanenza negli States usa due soli vestiti. Entrambi neri. Vive in un modesto appartamento assieme a un amico che gli fa da segreterio, cuoco, autista, interprete e cameriere. Si chiama Guillermo Widmer e Firpo lo ricompensa con 25 dollari a settimana.

Per la sfida con Dempsey, l’argentino si allena in un cinodromo. Il campione è sulle rive del lago, vicino a Saratoga. Il pubblico comincia ad arrivare al Polo Ground di New York alle 22.45 della sera prima del match. Alle 19 del pomeriggio del giorno dopo ci sono 125.000 spettatori, in 43.000 sono dovuti tornare a casa.

Nel primo round i due finiscono nove volte al tappeto: sette volte Firpo, due Dempsey, che prima del suono del gong vola addirittura sui tavoli dei giornalisti.

«In che round sono stato messo giù?», chiede ai secondi.
«Sei scivolato, sta per cominciare il secondo», gli risponde Kearns.
Firpo finisce ko dopo 3’56″. È un match di una violenza animalesca.

James Joseph Tunney cresce nella zona irlandese del Greenwich Village. Ha un ottimo jab sinistro, classe, intelligenza tattica e un sacro rispetto dell’allenamento. Studia teologia in due istituti religiosi di New York, per pagarsi gli studi insegna educazione fisica. Ottantatré match, una sconfitta. Contro Harry Greb.

Al Capone tifa Dempsey e punta 50.000 dollari su di lui. Il campione gli scrive, pregandolo di non influenzare il match. Il gangster gli risponde con 300 rose rosa e un bigliettino: «Al re degli sportivi».
Boo Boo Hoff è un mafioso e tifa Tunney.

Settimo round, cinquanta secondi dopo il suono del gong. Dempsey si alza quasi sulle punte per sparare il gancio sinistro sulla mascella di Tunney.
Ancora un destro, un gancio sinistro e Gene Tunney va giù.
Dave Barry è l’arbitro.
«Jack, vai all’angolo neutro».
«Io resto qui».

Barry prende il braccio di Dempsey e lo trascina nell’angolo più lontano. Paul Beeler è il cronometrista ufficiale e scandisce il tempo. L’arbitro non lo sente. Quando comincia il conteggio, il ko di Tunney avrebbe dovuto già essere stato decretato. Ho visto più volte il filmato del mondiale, ho cronometrato l’intervallo di tempo tra l’atterramento e l’inizio del conteggio: 15 secondi! Il Long Count entra nella storia.

All’otto Tunney è in piedi, sono passati 23” dall’atterramento. Gene comincia a scappare.

«Smetti di fuggire. Questo è un combattimento, non scappare figlio di puttana. Vieni e battiti, bastardo senza fegato», gli urla Dempsey.
Gene Tunney vince ai punti in 10 riprese e diventa il nuovo campione del mondo dei pesi massimi. Si aggiudica anche la rivincita un anno dopo. Dempsey si ritira, continuando a salire sul ring solo per delle esibizioni.

Lo trovano morto ai piedi del suo letto una sera di fine maggio dell’83. Soffriva alle vie respiratorie e aveva problemi cardiaci. Ventiquattro giorni dopo avrebbe compiuto 88 anni.

Nel periodo più felice del dopo boxe, gestiva un ristorante sulla Broadway vicino a Times Square, New York (sopra, sfila davanti al ristorante accanto alla quarta moglie Deanna Piattelli). Sedeva nel primo tavolo a destra, subito dopo l’ingresso. Firmava autografi, conversava con chiunque volesse chiedergli qualcosa.

Era partito per la grande avventura sulla carovana dei genitori. Aveva attraversato il deserto, combattuto in vecchi saloon, sconfitto il gigante, annientato la paura. Era stato amico di Chaplin, Babe Ruth, Rodolfo Valentino.
La vita aveva provato a metterlo ko, ma alla fine aveva vinto lui.

 

Tyson, Jones jr e la nostalgia dei ricordi. Le illusioni muoiono all’alba

Sembra sia ufficiale.
Il 12 settembre a Carson, California, Mike Tyson (54 anni) salirà sul ring per otto round di esibizione contro Roy Jones (51 anni).
Useranno il caschetto e guantoni più pesanti di quelli solitamente in uso tra i pesi massimi.
Dicono che il match sarà per beneficenza. Ma quante sono le persone interessate a dove andranno a finire i soldi? Quanti quelli che hanno già cominciato a fantasticare dove potrebbe arrivare il nuovo Iron Mike, dimenticando che è un signore di 54 anni, lontano dall’agonismo da quindici e con una serie di disastri nelle ultime esibizioni ufficiali?
Io la penso così. E questo è quello che mi sembra giusto dire dei due protagonisti.

Mi ero intristito, e spaventato, nove anni fa guardando Roy Jones jr contro Denis Lebedev.
Avevo pregato perché la punizione non fosse più severa di quello che era già stata. Un ko devastante. Dieci colpi consecutivi, due dei quali terribili. Jones a terra per qualche minuto, la moglie che tremava e piangeva sul ring. Ma era tutto già scritto. L’ex campione del mondo, che è stato il miglior pugile pound for pound degli anni Novanta e aveva dominato la scena sino agli inizi del Duemila, al peso aveva segnato 90 chili. Quasi undici in più del match precedente, quasi due e mezzo in più rispetto al mondiale dei massimi contro John Ruiz. Non aveva più velocità di braccia, non aveva più mobilità, non incassava più niente.

Mi ero intristito ancora di più vedendolo combattere cinque mesi dopo all’Atlantic Civic Center davanti a meno di mille spettatori, senza televisioni nazionali a riprenderlo e con la pay per view offerta in saldo a 9,99 dollari. Un’arena indegna del campione che era stato. Lui diceva: “Ho vinto e vado avanti”. Certo aveva messo su un successo ai punti dopo tre sconfitte consecutive, due delle quali per ko. Ma aveva battuto il signor Max Alexander che negli ultimi sette match vantava un record di sei sconfitte e un pari. Uno che non saliva sul ring da oltre due anni, ventisei mesi di inattività. Ci sarà pur stato un motivo. E neppure contro questa sorta di sparring partner, Jones era riuscito a fare qualcosa di accettabile.
Da quel momento altri sette birilli. Successi tanto per giustificare un folle prolungamento di carriera. Poi la storia è scivolata, se possibile, ancora più in basso.

Ma perché saliva ancora sul ring?
La prestigiosa rivista Sports Illustrated sostenseva lo facesse per soldi. Ricordava i due contratti con la televisione HBO: 60 milioni per sei anni e poi 20 milioni per tre match. Ma rammentava anche il fallimento della compagnia discografica, il furto da parte di un impiegato della sua azienda, le spese folli per l’entourage e i familiari, la difficoltà a gestire le operazioni immobiliari in Florida.

Attenzione, non sempre è la boxe a rovinare gli uomini. Sono alcuni pugili a rovinare se stessi. Chi non è capace di fermarsi in tempo non rischia solo le finanze, ma corre anche il pericolo di avere pesanti problemi con la psiche e con la tutela delle proprie condizioni fisiche. E parlo di grandi campioni, non di mezze figure.

Giovedì, 30 giugno, Mike Tyson ha compiuto 54 anni.
Da quindici non combatte e negli ultimi quattro match ha perso tre volte per ko, l’ultima contro Kevin McBride. Un tizio che non sarebbe rimasto in piedi più di un paio di round se Iron Mike fosse stato quello dei giorni migliori.

Sono bastati pochi video diventati subito virali, una mini seduta di allenamento, un fisico di nuovo in forma e un mezzo annuncio, per dare ai nostalgici l’illusione di potere fermare il tempo.

C’è stato chi, in uno slancio a metà via tra la follia e il calcolo venale, ha annunciato la nascita della Veterans’ League. Un’associazione pronta ad allestire una serie di match tra ex professionisti con un’età tra i 45 e i 60 anni. Una televisione è lo sponsor dell’iniziativa, vorrebbe trasmettere il tutto in diretta. Incontri sulle sei riprese da due minuti, con un intervallo di novanta secondi.

Da quando Mike Tyson ha annunciato il ritorno sul ring, si è scatenata la corsa per affrontarlo. Lui ha specificato che combatterà per beneficienza, senza alcuna intenzione di riprendere la strada del pugilato vero. Ma la gente sente quello che vuole sentire. L’onda cresce ogni giorno di più.
Mauricio Sulaiman, presidente del World Boxing Council, ha detto che Tyson potrebbe affrontare Tyson Fury, addirittura per il titolo, sperando di batterlo.
“È stato il più giovane campione del mondo dei pesi massimi e potrebbe diventare anche il più anziano. È una figura straordinaria, leggendaria. Un’icona dello sport, un simbolo del WBC. Poteva mettere fuori combattimento chiunque con un solo pugno, in qualsiasi momento del match! Quindi, noi lo supporteremo. Non mi piace speculare. Questo è un argomento a cui siamo tutti interessati. Un’esibizione è un’altra cosa. Se vorrà tornare sul serio sul ring, dovrà avere la licenza e passare attraverso un processo completo di esami sanitari. Non ucciderò il sogno. Sono molto favorevole a un rientro di Mike Tyson, se lo merita. Se il suo sogno è di dire “Entrerò in classifica”, io rispondo . Lo inseriremo nella classifica. Ogni campione del mondo ha una possibilità di tornare, così come è stato per Sugar Ray (Leonard), che era inattivo. Il caso di Tyson è diverso, è stato via molti anni. Ma sono pienamente d’accordo con Mike. Credo che la sua scelta porterà spettacolo. Al momento stiamo parlando solo di beneficienza, ma se volesse puntare al titolo potrebbe avere la sua occasione”.
Il pugilato ha bisogno di eroi. Mike Tyson lo è stato. Era ed è popolare in tutto il mondo. Ai tifosi ora però, può offrire soltanto il suo nome. Vederlo in un’esibizione, potrebbe generare tristezza. Ma, lo so, potrei essere in minoranza.

Torna sul ring e tutti impazziscono. Mi sembra di vedere ovunque, come nei fumetti di Paperino, gli occhi con il simbolo del dollaro. Gira la ruota del denaro e nessuno riesce a rimanere con i piedi per terra. Si fantastica su quello che potrebbe essere, si innescano discussioni sui risultati che potrebbe avere.

Il miglior risultato sarebbe quello di restarsene lontano dal ring, dagli organizzatori, dalle sfide che il passare del tempo non gli consentono di vivere. Mike Tyson ha avuto mille problemi, non ha bisogno di andarsene a cercare altri.

Il popolo della boxe si goda i campioni di oggi, ce ne sono tanti in giro. Meritano rispetto.
Per quelli di ieri, si accontenti dei ricordi.

 

 

 

 

DAZN, torna la Grande Boxe. Sei riunioni in diretta, clou Whyte vs Povetkin

Torna la Grande Boxe su DAZN.
Da domani al 22 agosto, sei riunioni in diretta: due dagli Stati Uniti e quattro dell’Inghilterra. Singolare la sede di questi ultimi eventi.
Eddie Hearn lo aveva detto. E lo ha fatto. Si combatterà nel giardino della sua casa. Messa così, sembra che il promoter sia improvvisamente andato fuori di testa. La realtà racconta altro.
Ha scritto Allan Hubbard su insidethegames.biz: “Sono stato nel giardino del palazzo della Matchroom, a Brentwood nell’Essex, e credetemi, potreste piazzare lo stadio di Wembley nel mezzo e ci sarebbe ancora spazio per una bancarella di hot dog“.
Un parco gigantesco.
Si comincia domani dalla California con  il 22enne e imbattuto campione WBA “Gold” dei pesi welter Vergil Ortiz Jr (15-0, 15 ko) e l’ex campione Naba, Samuel Vargas (31-5-2, 14 ko). Il match si svolgerà a porte chiuse, in linea con le norme di sicurezza previste a seguito della pandemia.

Questo primo ciclo di eventi si chiuderà il 22 agosto dall’Inghilterra con il titolo ad interim Wbc dei massimi, che in alcuni Paesi sarà visibile in pay per view, tra Whyte e Povetkin.
Nel mezzo ci sarà (nel giorno di Ferragosto) il tentativo di Cecilia Braekhus di segnare un risultato importante: in caso di vittoria, sarà la sua ventiseiesima difesa del titolo.

Ecco gli appuntamenti in programma.

Domani, diretta dalle 2:00 della notte tra venerdì e sabato.
Dal Fantasy Springs Casino di Indio, California.
Welter (12 riprese) Vergil Ortiz jr (15-0)  vs Samuel Vargas (31-5-2).
In cartellone anche: Seniesa Estrada 18-0) vs Miranda Adkins (5-0) per il WBC Silver femminile minimosca (10 riprese), Hector Tanajara (19-0) vs Mercisto Gesta (32-3-3)  per Wbc Stati Uniti leggeri (10 riprese).

Sabato 1 agosto, diretta dalle ore 21:00.
Dal Matchroom Fight Camp di Brentwood, Gran Bretagna.
Ibf Internazionale superwelter (12 riprese) Sam Eggington (28-6-0) vs Ted Cheeseman (15-2-1).
In cartellone anche: James Tennyson (26-3-0) vs Gavin Gwynne (12-1-0) per il titolo britannico dei pesi leggeri.

Venerdì 7 agosto, orario da definire.
Dal Matchroom Fight Camp di Brentwood, Gran Bretagna.
Wbc/Ibo donne superpiuma (10 riprese) Terri Harper (10-0) vs Natasha Jonas (9-1-0).
In cartellone anche: Chris Billam-Smith (10-1-0) vs Nathan Thorley (14-0) titolo del Commonwealth (12 riprese).

Venerdì 14 agosto, orario da definire.
Dal Matchroom Fight Camp, Brentwood, Gran Bretagna.
Titolo del Commonwealth dei medi (12 riprese) Felix Cash (12-0) vs Jason Welborn (24-8-0).
In cartellone anche: Zelfa Barrett (23-1) vs Eric Donovan (12-0) in 12 riprese.

Sabato 15 agosto, orario da definire.
Da Tulsa, Stati Uniti.
Titolo unificato welter femminile (Wbc, Wba, Ibf, Wbo, Ibo, 10 riprese) Cecilia Braekhus (32-0) vs Jessica McCaskill (8-2-0).
In cartellone anche: Israil Madrimov (5-0) vs Eric Walker (20-2-0) superwelter in 12 riprese; Wba Internazionale superleggeri Shakhram Giyasov (9-0) vs Francisco Hernadez Rojo (22-3-0) in 10 riprese.

Sabato 22 agosto, orario da definire.
Dal Matchroom Fight Camp, Brentwood, Gran Bretagna.
Wbc interim pesi massimi (12×3) Dillian Whyte (27-1-0) vs Alexander Povetkin (35-2-1).
In cartellone anche: leggeri titolo unificato femminile (Wbc, Wba, Ibf, Wbo, 10 riprese) Katie Taylor (15-0) vs Delfine Peerson (44-2-0).

Giochi di Tokyo 2020, anticipate a febbraio le qualificazioni europee

Il capo della Task Force del CIO, Morinari Watanabe (presidente della Federazione Internazionale della ginnastica), ha inviato una lettera a tutti i Comitati Olimpici Nazionali e alle Federazioni Pugilistiche del mondo.
Ha ufficializzato la situazione: 112 atleti già qualificati, compresi i 16 del torneo riservato all’Europa e interrotto dopo solo tre giorni di combattimenti per la pandemia. Sommati ai tre spettanti al Paese ospitante e designati dopo il torneo asiatico, agli altri tre che il Giappone dovrà successivamente nominare, agli otto riservati alla Commissione Tripartite (cinque per gli uomini e tre per le donne), si arriva a una quota del 40% di pugili già ammessi a Tokyo 2020.
Al completamento delle qualificazioni mancano due tornei continentali e quello di recupero riservato ad atleti di tutto il mondo, competizione che assegnerà 53 posti.
Watanabe ha confermato che il torneo olimpico si svolgerà a partire dal 23 luglio 2021 nelle sedi già annunciate: la Kokugikan Arena e la Sumida Wand Gymnasium.

La Task Force ha leggermente anticipato lo svolgimento degli ultimi tre tornei.
La selezione europea sarà anticipata a febbraio, l’evento che sceglierà i rappresentanti delle Americhe si svolgerà a marzo. A maggio l’ultimo passo, la qualificazione mondiale.
Le sedi e le date esatte saranno annunciate al massimo tre mesi prima delle singole competizioni.
Watanabe ha ribadito la sospensione dell’AIBA per quanto riguarda l’Olimpiade, almeno sino a dopo la conclusione di Tokyo 2020.
Queste comunicazioni fanno chiarezza su alcuni argomenti base, all’interno di un clima che resta comunque di grande incertezza.

Due i tornei continentali che si sono già conclusi. Un terzo, a Londra, ha assolto parzialmente al suo compito essendo stato interrotto dopo solo tre giorni di combattimenti. Ora bisognerà stabilire dove e quando completare gli incontri mancanti. Totalmente da disputare invece la selezione delle Americhe, che aveva come sede  Buenos Aires.
Al momento la situazione è questa.
Torneo Africa: disputato a Dakar (Senegal, 20-29 febbraio 2020).
Torneo Asia/Oceania: disputato ad Amman (Giordania, 3-11 marzo 2020).
Torneo Europa: interrotto dopo tre giorni a Londra (Gran Bretagna, 14-16 marzo 2020).
Omologati i risultati, saranno validi alla ripresa della competizione che avrà anche lo stesso programma (nessuna modifica ai sorteggi). La data sarà febbraio 2021, giorni e sede da determinare.
Torneo Americhe: da disputare. Periodo previsto: marzo 2021, giorni e sede da determinare.
Torneo Mondiale: la Task Force ha indicato maggio 2021, giorni e sede da determinare. Dovrà comunque cominciare almeno 45 giorni dopo la selezione delle Americhe. Vi parteciperanno i pugili che non hanno la qualificazione per Tokyo 2020.

Veniamo alla situazione degli azzurri.
Il torneo di selezione europea riprenderà da dove si è fermato.

Cinque donne ancora in corsa.
Nei 57 kg Irma Testa trova subito la russa Ludmila Vorontsova, testa di serie numero 1 del torneo.
Nei 60 kg Rebecca Nicoli sfida la Tebelova, ma se vorrà approdare ai Giochi dovrà, in caso di vittoria, sconfiggere nel turno successivo la vincente del match tra la Potkonen (finlandese, leader della categoria) e l’inglese Dubois.
Nei 75 kg la Severin deve passare due turni per volare a Tokyo. Prima sfida contro la turca Demir, poi con molta probabilità quella contro la Magomedlieva, russa temibile.
Un solo incontro e il pass in tasca.
Sarà così per Angela Carini nei 69 kg, la francese Sonvico è l’ultimo ostacolo tra lei e il sogno olimpico. Stessa situazione per Giordana Sorrentino nei 51 kg. La Radovanovic è l’avversaria da battere.

Più complesso il discorso per gli uomini.
Fiori negli 81 kg ha un avversario temibile. Il russo Imam Kathaev ha dimostrato di avere pugno pesante, di essere un rivale davvero pericoloso. In caso di successo il pugile italiano si troverebbe, quasi certamente davanti l’azero Alfonso Dominguez, testa di serie numero 2 del tabellone.
Mouhiidine nei 91 kg affronterà il turco Ylyas, poi dovrebbe incrociare il russo Muslim Gadzhimagomedov, il rivale più pericoloso dell’intera categoria.

Un pronostico?
A me sembra che, sulla carta, le uniche ad avere possibilità siano le ragazze. Due o tre di loro hanno davanti la grande occasione della carriera.

In totale hanno ottenuto il pass sul campo 82 uomini (su 186 posti) e 33 donne (su 100).
Ecco l’elenco completo degli atleti/atlete qualificati/qualificate.

UOMINI

MOSCA (52 kg)

Ryomei Tanaka (Gia) (Paese ospitante).

Mohamed Flissi (Alg), Patrick Chinyemba (Zam), Sulemanu Tetteh (Gha). (Qualificazioni Africa).

Hu Jianguan (Cina), Thitisan Panmot (Tai), Amit Panghal (Ind), Shakhobidin Zoirov (Usb), Alex Winwood (Aus), Saken Bibossinov (Kaz). (Qualificazioni Asia/Oceania).

Billal Bennama (Fra), Sakhil Alakhverdovi (Geo), Brendan Irvine (Irl), Gabriel Escovar (Spa), Galal Yafai (Gbr), Koryun Soghomonyan (Arm), Cosmin Girleanu (Rom), Batuthan Ciftci (Tur). (Qualificazioni Europa).

ITALIA: Manuel Cappai (Fiamme Oro) eliminato al primo match (1-4) dal tedesco Touba.

PIUMA (57 kg)

Everisto Mulenga (Zam), Nick Okoth (Ken), Samuel Takyi (Gha). (Qualificazioni Africa)

Mirzazbek Mirzakhalilov (Uzb), Mohammad Al-Wadi (Gio), Serik Temirzhanov (Kaz), Nguyen Van Durong (Vie), Danial Shahbakhsh (Iran), Chatchai Butdee (Tai). 
(Qualificazioni Asia/Australia)

Peter McGrail (Gbr), Roland Galos (Ung), Samuel Kistohurry (Fra), Tayfur Aliyev (Aze), Mykola ALiuev (Aze), Mikola Butsenko (Ucr), Josè QUiles (Spa), Albert Batyrgaziev (Rus), Hamsato Shadalov (Ger). (Qualificazione Europa)

ITALIA: Francesco Maietta (Esercito) eliminato al primo match (2-3) dal ceco Godla.

LEGGERI (63 kg)

Daisuke Narimatsu (Gia) (Paese ospitante)

Jonas Junius (Nam), RIcharno Colin (Mau), Abdelhaq Nadir (Mar). (Qualificazioni Africa).

Elnur Abduraimov (Uzb), Zakir Safiullin (Kaz), Baatarsukhiin Chinzorig )Mon), Obada Al-Kasbeh (Gio), Manish Kaushik (Ind), Bajhodur Usmonov (Tjk). (Qualificazioni Asia/Oceania).

ITALIA: Paolo Di Lernia (Esercito) eliminato al primo match (0-5) dall’ucraino Khartsyz.

WELTER (69 kg)

Stephen Zimba (Zam), Albert Mengue (cam), Shadiri Bwogi (Uga).(Qualificazioni Africa).

Zeyad Ishaish (Gio), Vikas Krishan Yadav (Ind), Bobo-Usmon Baturov (Uzb), Abaikan Zhussupov (Kaz), Sewon Okazawa (Gia). (Qualificazioni Asia/Oceania).

ITALIA: Vincenzo Mangiacapre (Fiamme Azzurre) eliminato al primo match (1-4) dall’israeliano Kapuler).

MEDI (75 kg)

Yuito Moriwaki (Gia). (Paese ospitante)

Younes Nemouchi (Alg), David Tshama (Cod), Wilfried Ntsengue (Cam). (Qualificazioni Africa).

Eumir Marcial (Fil), Abilkhan Amankul (Kaz), Ashish Kumar (Ind), Tuohetaerbieke Tanglatihan (Cin), Shahin Mousavi (Iran). (Qualificazioni 
Asia/Oceania).

ITALIA: Salvatore Cavallaro (Fiamme Oro) eliminato al primo match (1-4) dall’armeno Darchinyan.

MEDIOMASSIMI (81 kg)

Abdelrahman Oraby (Egi), Mohammed Houmri (Alg), Mohammed Assaghir (Mar). (Qualificazioni Africa).

Bekzad Nurdauletov (Kaz), Paulo Okuso (Aus), Odai Al-Hindawi (Gio), Chen Daxiang (Cin), Shabbos Negmatulloev (Tjk). (Qualificazioni Asia/Australia).

ITALIA: Simone Fiori (Fiamme Oro) vince (5-0) il primo match contro il finlandese Aliu; prossimo incontro negli ottavi con il russo Kathaev.

MASSIMI (91 kg)

Abdelhafid Benchabla (Alg), Youness Baalla (Mar). 
(Qualificazioni Africa).

Vassiliy Levit (Kaz), David Nyika (Nzl), Hussein Ishaish (Gio), Sanjar Tursonov (Uzb). (
Qualificazioni Asia/Oceania).

ITALIA: Abbes Mouhidiine (Fiamme Oro) vince il primo match (3-2) contro Bosnjak; prossimo incontro negli ottavi contro il turco Ilyas.

SUPERMASSIMI (oltre 91 kg)

Mazime Yegnong (Cam), Chouaib Bouloudinat (Alg). (Qualificazioni Africa)

Bakhodir Jalolov (Uzb), Justis Huni (Aus), Satish Kumar (Ind), Kamshybek Kunkabayev (Kaz). 
(Qualificazioni Asia/Australia)

ITALIA: Clemente Russo (Fiamme Azzurre) eliminato al primo turno per walk over contro il britannico Clarke.

DONNE

MOSCA (51 kg)

Roumaysa Boulam (Alg), Rabab Cheddar (Mar), Christine Ongare (Ken).(Qualificazioni Africa)

Chang Yuan (Cin), Tsukimi Namiki (Gia), Mary Kom (Ind), Huang Hsiao-wen (Tpe), Irish Magno (Fil), Tursonoy Rakhimova (Uzb). (Qualificazioni Asia/Oceania)

ITALIA: Giordana Sorrentino (Carabinieri) vince (5-0) il primo match contro la tedesca Guttlob; al secondo incontro batte (5-0) l’armena Grygorian. Nel prossimo combattimento, quarti di finale, affronterà la serba Radovanovic.

PIUMA (57 kg)

Khouloud Hlimi (Tun), Keamogetse Kenosi (Bot). (Qualificazioni Africa)

Lin Yu-ting (Tpe), Sena Irie (Gia), Skye Nicolson (Aus), Im Ae-ji (Cor). 
(Qualificazioni Asia/Australia).

ITALIA: Irma Testa (Fiamme Oro) nel primo match batte (5-0) la svizzera Brugger; nel secondo incontro, ottavi di finale, affronterà la russa Vorontsov.

LEGGERI (60 kg)

Imane Khelif (Alg), Mariem Homrani (Tun). (Qualificazioni Africa)

Oh Yeon-ji (Cor), Simranjit Kaur (Ind), Sudaporn Seesondee (Tai), Wu Shih-yi (Tpe). (Qualificazioni Asia/Oceania)

ITALIA: Rebecca Nicoli (Fiamme Oro) esordirà negli ottavi di finale contro la slovacca Triebelova.

WELTER (69 kg)

Oumayma Bel Ahbib (Mar), Acinda Panguana (Moz). (Qualificazioni Africa).

Gu Hong (Cin), Chen Nien-chin (Tpe), Lovlina Borgohain (Ind), Baison Manikon /Tai). (Qualificazioni Asia/Oceania)

ITALIA: Angela Carini (Fiamme Oro) ha sconfitto (5-0) nel primo match l’irlandese Desmond; nei quarti di finale affronterà la francese Sovinco.

MEDI (75 kg)

Khadija El-Mardi (Mar), Rady Gramane (Moz). (Qualificazioni Africa).

Li Qian (Cin), Caitlin Parker (Aus), Pooja Rani (Ind), Nadezhda Ryabets (Kaz). (Qualificazioni Asia/Australia).

ITALIA: Flavia Severin (Treviso Ring) esordirà negli ottavi contro la turca Demir.

L’avversario di Vianello positivo al Covid, salta il match di Las Vegas

Era segnato che questo match non si dovesse fare.
Guido Vianello tornerà in Italia senza aver potuto disputare l’ottavo match della carriera professionistica.
Il romano (7-0, 7 ko) inizialmente avrebbe dovuto battersi contro Danny Roosvelt Kelly jr (10-3-1, 9 ko). Un ventinovenne che è nato e vive nel Maryland, uno che ha debuttato nell’agosto del 2012. Una carriera non scivolata via senza problemi. Un buon inizio, poi uno stop di 17 mesi (agosto 2014/gennaio 2016). Ancora fermo, stavolta per quasi tre anni e mezzo (doppia sconfitta nelle ultime due esibizioni): dal maggio 2016 a ottobre 2019 , quando è rientrato mettendo facilmente kot in due riprese Nick Kisner (21-4-1 all’epoca del match, sotto il filmato dell’incontro).

Un successo senza problemi, un match che si ricorda solo per l’insulto sparato da Kisner in faccia a Kelly (Fuck you!) dopo il primo dei tre atterramenti.
A due giorni dal match contro Vianello ha comunicato la sua indisponibilità.
La Top Rank si è immediatamente attivata e ha trovato Kingsley Ibeh: un nigeriano che da tempo si è trasferito in Arizona, alla periferia di Phoenix.


Nel 2015 giocava a football americano, come defensive lineman, per l’Università di Washbum.
Nel 2017 se ne è andato in Canada con gli Stampeders.
Poi è tornato negli States e ha cominciato a lavorare come assicuratore.
Una mattina lo ha chiamato un signore interessato a stilare un contratto. Era il titolare di una palestra di pugilato, vicino casa di Kingsley Ibey. L’assicuratore si è subito appassionato a questo sport e ha cominciato a praticarlo. Era il 2018.
Il nigeriano è un mancino di 26 anni, alto 1.93 e decisamente pesante: nei sei match sinora disputati ha oscillato tra 129 e 135 chili.
Nell’agosto del 2019 ha esordito da professionista, praticamente senza alcuna esperienza da dilettante.
È passato poco meno di un anno e lui ha messo assieme un record di 5-1-0 (4 ko). Prima della pandemia combatteva ogni due mesi. Alla ripresa ha ricominciato in gran fretta. Quello di ieri notte avrebbe dovuto essere il terzo match in meno di un mese.
Il 25 giugno ha sconfitto per ko 4 Waldo Cortes Acosta (video).
Il 2 luglio ha battuto per MD (58-56, 57-57, 58-56) Patrick Morlata.
Purtroppo al momento di sostenere il test,  Kingsley Ibeh, asintomatico, è risultato positivo al tampone del COVID-19. È stato fermato e obbligato a osservare la quarantena.
A quel punto anche quelli della Top Rank si sono arresi.
Il match era previsto sulla distanza delle quattro riprese, in apertura di programma.

Harrison, ex campione WBO, torna sul ring dopo oltre otto anni…

Scott Harrison (27-3-2, 15 ko) è stato per due volte campione WBO dei pesi piuma.
Nel settembre del 2008 è stato arrestato e condannato a otto mesi di detenzione per guida in stato di ebrezza e aggressione. È stato rilasciato l’ultimo dell’anno.
Ha avuto problemi di alcolismo.
Nell’aprile del 2009 è stato nuovamente arrestato a Malaga e condannato a trenta mesi di carcere. Ha presentato appello ed è uscito in attesa del giudizio, nel settembre dello stesso anno.
Il 20 aprile 2012 ha perso ai punti in 12 riprese contro Liam Walsh ed è uscito dalla scena pugilistica.
Il 3 maggio del 2013 ha perso l’appello e la condanna è stata prolungata a quattro anni.
È uscito dal carcere nei primi mesi del 2018.

Sabato è tornato sul ring dopo oltre otto anni di inattività.
Il British Boxing Board of Control (BBBC) gli ha negato la licenza, la British and Irish Boxing Authority (BIBA) gliel’ha concessa.
L’incontro non è segnalato sui risultati di boxrec.com che attribuisce al suo avversario Paul Peers un record di 0-2 (entrambe le sconfitte, una nel 2017 e una nel 2018, per ko).
La BIBA riporta un curriculum di 7-4-0.
Il match si è svolto in un albergo di Aberdeen, sponsorizzato da Papa John’s Pizza e organizzato da Lee McAllister&Assassin Promotions.
Harrison ha vinto per kot 3. Ha messo una prima volta al tappeto il rivale con un gancio sinistro al fegato e una seconda volta con un altro colpo al corpo. Peers si è rialzato, ma l’angolo ha lanciato l’asciugamani.

L’ex campione del mondo ha pubblicato un post sul suo profilo Twitter: “Questo rientro significa tutto per me e per i miei figli. Grazie e Dio vi benedica. Al prossimo match.”
Alla televisione che lo intervistava ha affidato il suo motto.
“Never give up”.
Non mollare mai.

Eddie Pace, cinquant’anni fa ha legato le storie di Monzon, Nino e Sandro

C’erano undicimila spettatori paganti quella notte al Luna Park di Buenos Aires.
Era il 18 luglio del 1970, cinquant’anni fa.

Carlos Monzon era il favorito, il suo manager Tito Lectoure aveva praticamente chiuso l’accordo con Rodolfo Sabbatini per il mondiale dei pesi medi contro Nino Benvenuti in Italia.
Ancora un paio di match e sarebbe partito per la grande avventura.

L’avversario si chiamava Eddie Pace, detto Bossman. Il capo.
Veniva da Los Angeles, anche se era nato in Texas. Lavorava come infermiere in un ospedale di Los Angeles e occasionalmente faceva la comparsa a Hollywood, interpretando quasi sempre l’indiano nei film western. Non molto alto (1.73), fisico tozzo, capelli in stile afro, ventinove anni vicino ai trenta. Ma era soprattutto un pugile di valore. Veniva dai welter, adesso si muoveva tra superwelter e pesi medi. Aveva un record di 32-22-1 (9 ko) ed era campione nordamericano, titolo vinto dopo la vittoria per squalifica contro Fred Little a Roma nel gennaio del ‘70. Nella capitale aveva già combattuto nel dicembre del ’69, perdendo chiaro contro Carlo Duran, in una delle migliori esibizioni di Carlo. Aveva battuto Little, Cokes, Hurrican Kid. Aveva perso ai punti con Emile Griffith e Luis Rodriguez.

Monzon (65-3-9) era il numero 1 della classifica mondiale nei pesi medi ed era campione sudamericano. Dodici centimetri più alto del rivale era indicato dagli esperti come vincitore certo. L’altro era un incontrista, abile dalla corta distanza, ottima mascella e resistente alla fatica. Ma doveva avvicinarsi per esercitare la sua boxe migliore, il sinistro dell’argentino lo avrebbe tenuto a distanza, il destro avrebbe fatto il resto del lavoro.

Così era stato. Netta la vittoria ai punti per Monzon: 99-94, 99-94, 99-95 nell’ultimo test impegnativo in previsione del grande appuntamento. Prossima tappa (il 19 settembre dello stesso anno) Santiago Rosa, messo via in quattro riprese. Poi, il 7 novembre del 1970 ci sarebbe stato Nino Benvenuti sul ring del Palazzo dello Sport romano. Successo per kot 12 e titolo mondiale riportato in Argentina.

Eddie Pace avrebbe combattuto di nuovo il 10 settembre di quell’anno al Vigorelli di Milano contro Sandro Mazzinghi, che nell’occasione aveva all’angolo assieme al fratello Guido anche il nuovo manager Umberto Branchini, che aveva esordito al suo fianco in occasione del precedente impegno a Las Vegas.

Sandro aveva faticato, ma ce l’aveva fatta con pieno merito, anche se il verdetto era stato una split decision: 49-47, 49-47, 43-47.
Eddie Pace chiudeva lì la sua avventura sul ring.
Mazzinghi si sarebbe concesso un ultimo combattimento a Bologna, il 31 ottobre contro Willie Warren. Vittoria per ko 8 e ritiro.
Sarebbe tornato sette anni dopo, ma questa è un’altra storia.

Era il 1970, cinquant’anni fa. Le vicende di Benvenuti, Monzon, Mazzinghi si incrociavano, legate l’una all’altra da minimo comune denominatore: Eddie Pace, infermiere, comparsa, pugile di valore. Un uomo che nel 1971 se ne sarebbe andato per sempre, uscendo da questo mondo a soli trent’anni, stroncato da un infarto.

Sabato Nunn torna sul ring, a 57 anni, per un match di kickboxing…

Su boxrec.com, il più importante sito di statistiche/informazioni che il pugilato abbia nel mondo, accanto al suo nome c’è scritto pro kickboxer. Poco più in là debut.
Sabato, sul ring di Davenport (Iowa), la sua città, Michael Nunn tornerà sul ring.
A 57 anni, si cimenterà in uno sport che non ha mai praticato.
Il suo avversario si chiama Pat Miletich, è una ex gloria delle arti marziali, campione dell’UFC.
Ha 52 anni e non combatte dal 2008.
Nunn è fermo dal 2002, l’anno in cui è finito in prigione per acquisto e spaccio di droga.

Una farsa, con l’aggravante che si svolgerà davanti a un pubblico pagante: 50 dollari i posti più economici, 150 il bordo ring, 24.95 la pay per view.
Sembra possa esserci una folla che andrà da 3000 a 7000 spettatori alla Mississippi Valley Fairgrounds. Nessuna misurazione della febbre prevista all’ingresso nell’arena, niente mascherine obbligatorie (in ogni caso saranno messe in vendita al prezzo di un dollaro l’una…), mancato rispetto della distanza sociale. Con i problemi che gli Stati Uniti hanno con la pandemia da Covid-19 non è una bella prospettiva.
Due componenti della Commissione Pugilistica dell’Iowa hanno detto di essere pronti alle dimissioni se l’evento dovesse avere luogo. Non sembra che questa minaccia abbia preoccupato gli organizzatori.
Nove match di pugilato e tre di kickboxing in programma.
L’incontro principale sarà quello tra due leggende locali e mondiali come Nunn e Miletich.
Una versa sciagura. Spero che qualcuno li fermi.

È il 6 agosto del 2002.
Due uomini sono seduti attorno al tavolino di un bar all’interno di un albergo a Davenport, Iowa.
Primo uomo: “Allora?
Secondo uomo: “La prendo”.
Il primo uomo mette sul tavolo un pacchetto. Dentro c’è un chilo di cocaina, valore commerciale 24.000 dollari.
Il secondo uomo mette sul tavolo 200 dollari.
Uno scambio vantaggioso, decisamente incomprensibile.
Almeno fino a quando il primo uomo non tira fuori dalla giacca un tesserino.
Sono un agente federale sotto copertura. Sei in arresto con l’accusa di acquisto e spaccio di droga”.
Il secondo uomo ammette la prima colpa, nega l’altra.

Il processo si svolge a fine gennaio 2004.
Numerosi testimoni confermano la tesi della procura: il secondo uomo non solo comprava droga da molto tempo, ma a partire dal 1993 la spacciava. E durante le contrattazioni per la vendita della cocaina era stato visto più volte usare una pistola.
Lui si difende accusando.
Molti dei testimoni sono carcerati che direbbero qualsiasi cosa per avere in cambio una riduzione della pena. Voi ragazzi non avete dimostrato niente. Dove sono le sue prove, signor procuratore?
Il giudice William Gritzener lo riconosce colpevole di acquisto e spaccio di droga, con l’aggravante dell’uso delle armi.
La condanna è a 24 anni e due mesi di reclusione.
Fine pena 2028.
Il primo uomo viene portato nell’Istituto Correzionale di Oxford, un carcere di media sicurezza nel Wisconsin.
La pena è stata ridotta per buona condotta.
Michael Nunn è uscito di prigione l’8 agosto dello scorso anno.

Ai tempi d’oro era soprannominato Second To, che con l’aggiunta del cognome si trasformava in Second To Nunn, un gioco di parole che pronunciato nella lingua inglese si trasformava in: secondo a nessuno.
Il 17 aprile scorso ha compiuto 57 anni.
In carriera ha guadagnato oltre sei milioni di dollari
È stato campione del mondo dei medi Ibf e dei supermedi Wba. Ha chiuso l’attività con un record di 58-4, 38 ko.
Il 25 marzo dell’89 ha battuto per ko dopo 1:28 del primo round Sumbu Kalambay sul ring dell’Hilton Hotel di Las Vegas. Quel knock out è stato considerato il migliore dell’anno da Ring Magazine. In carriera ha guadagnato oltre sei milioni di dollari.

Ora si lancia in una imbarazzante avventura, con l’aggravante del pericolo di contagio in piena pandemia.
In molti rischiano di farsi male davvero.
Ci sono ancora quattro giorni per evitare che il triste e pericoloso spettacolo vada in scena.