Cinquant’anni fa. Bossi batte Little, l’Italia ha tre campioni del mondo

Monza, 9 luglio 1970

Fred Little è un barbuto insegnante di educazione fisica di New Orleans. Lo guida Ernst Whitey Esneault, lo stesso signore con una gamba sola che ha nel suo gruppo Ralph Dupas e Willie Pastrano. Una vecchia conoscenza per noi italiani. Il cerchio sta per chiudersi.
Fred è nato a Picayune, nel Mississippi, quaranta miglia a nord di New Orleans tra il Lago Pontchartrain e il fiume Pearl River. Sul ring è uno che sa quello che fa e sa come farlo.
Una breve carriera nei dilettanti e poi ha debuttato al professionismo nel 1957. Ha un record di 46-5-1, più un no contest contro Sandro Mazzinghi nel mondiale della WBA.

È diventato campione dei superwelter il 17 marzo del ’69, battendo ai punti Stanley Hayward. Ci aveva già provato nel ’67 a Seul contro Ki-Soo Kim ed era stato dato incredibilmente sconfitto al termine di quindici riprese in cui aveva messo al tappeto due volte il campione. I giudici coreani avevano visto vincere il connazionale per due e quattro punti. L’americano in giuria aveva dato a Little undici punti di margine…

Ha un tipo di boxe difficile da contrastare. Pericoloso alla mezza distanza, efficace con quel sinistro che parte sempre dal basso. Ha guardia larga e gambe lente, ma sa schivare bene sul tronco e i suoi colpi dalla media distanza scattano veloci e potenti.

Carmelo Bossi è un romantico che si traveste da duro.
Il suo manager è Libero Cecchi, un toscano adottato da Milano.
È sposato con Anna Pocaterra, hanno una figlia. Un altra è in arrivo.
Quando la moglie vede quella scatola di caramelle, non pensa neppure un istante di resistere alla tentazione, la apre e sorride. Sollevato il coperchio pieno di ghirigori e fiori colorati, si trova davanti il tesoro del suo uomo. Lì dentro c’è la storia di una vita. Medaglie che testimoniano le vittorie, ma anche i sacrifici, le sofferenze e le battaglie, di un uomo a cui nessuno ha mai regalato niente.
Lei fa ruotare le medaglie con l’indice della mano destra, delicatamente, quasi si senta in imbarazzo davanti ai sentimenti che la scatola nasconde. Poi, tira su la Croce di Cavaliere. La ammira, commossa. Il suo uomo è davvero un tipo particolare.
Quei trofei non li ha mai esposti, non li mostra a chiunque passi per casa. Preferisce tenerli dentro una scatola di caramelle, quasi si vergogni di rendere pubbliche le sue conquiste. A quella scatola però, tiene in maniera particolare. È un oggetto che lo ha seguito ovunque. L’ha portata con sè anche quando si è trasferito da Milano a Ferrara, nella prima metà degli anni Sessanta.

“Doveva aver fatto qualcosa di storto e se ne era andato in esilio”, racconta Anna. “E si era così portato dietro le sue cose”. O almeno, quelle a cui tiene di più.
I match all’Olimpiade di Roma ’60 sono tra i pochi a cui Anna assiste, anche se solo davanti a un televisore.
Carmelo non vuole che lei stia a bordo ring. E così quando, nel luglio del 1970, lui va ad affrontare Fred Little per il titolo mondiale professionisti, Anna rimane a casa. Incinta di otto mesi della primogenita. Quell’incontro lo vede sul letto, con amiche e parenti che cercano continuamente di calmarla.
Carmelo non ha mai avuto paura di nessuno. Per difendere un amico, il fotografo Vito Liverani con cui poi avrebbe lavorato anche come produttore vendendo le foto ai settimanali, si mette contro un ragazzo della Milano bene.
Liverani sta fotografando gli allenamenti sul ring del Vigorelli, quando inavvertitamente urta il signorino.
“Ehi, pirla. Guarda dove metti i piedi, sei davvero un pirla.”
Chiedi scusa al mio amico. Lui qui sta lavorando, tu ti stai solo divertendo.
“Io non chiedo scusa a nessuno,”
Te lo ripeto per l’ultima volta. Tu l’hai offeso, tu gli chiedi scusa.
“Altrimenti, cosa fai?”
Altrimenti, ti sparo un cazzotto sui denti.
“Falla finita anche tu.”
Alla u, parte il destro di Bossi. L’altro crolla al tappeto. Svenuto. Quando si rialza, va a fare la denuncia. Un vero duro, il signorino.

 

Carmelo è un tipo spiritoso, uno che sa essere autoironico.
Balbetta, ma non ha mai fatto un dramma del problema. Ci gioca su.
Gli piaceva ballare, divertirsi. Con Vito Liverani va spesso in un bar all’angolo di Piazza Benedetto Marcello. Lì c’è il loro “grup de bagai”, il gruppo di amici. Con loro ama tirar tardi.
Sul ring è intelligente, ha istinto pugilistico, sembra essere nato per fare questo sport. Spreca poco, è dannatamente concreto. Lo chiamano il ragioniere. Bravo nel lavoro al corpo.
Anche da dilettante ha la tecnica di un professionista.
La rincorsa alla maglia azzurra è piena di tensione e di domande senza risposte. Lui boxa tra i welter e pensa che quella sarà la sua categoria anche all’Olimpiade di Roma. Ma Rea, il capo allenatore, ha deciso in maniera diversa. A spingere il tecnico, si dice all’interno della nazionale, è la convinzione che Wilbert McClure, l’americano che i compagni di squadra chiamano “la zanzara”,  è più adatto ai mezzi del milanese che a quelli di Benvenuti.
Bossi sostiene che nessuno lo ha informato di questo, che l’ha scoperto da solo in palestra. Per qualche giorno ha visto Nino allenarsi ingolfato, coperto di tute e maglioni. La curiosità gli è cresciuta dentro fino a quando non le ha dato libero sfogo.
Nino, che hai? Fatichi a fare il peso?
“Certo. Non è facile per uno che si è ormai stabilizzato nei superwelter, a 71 chili, scendere tra i welter a 67.”<
Tutto qui. Uno schiaffo senza preavviso.
Carmelo giura che con Benvenuti è, e rimarrà, amico. Quello che lo infastidisce è l’aver saputo del cambio di categoria per caso, solo perché non ha saputo tenere a freno la curiosità. Ma lui non è certo tipo da farne un dramma.
E nella tre giorni romana, dal 4 al 6 luglio, dà spettacolo.
Si combatte al Palazzetto dello Sport per la selezione olimpica. È l’ultimo appuntamento.
Bossi batte Sandro Mazzinghi nel primo match. Un incontro duro, disputato su buoni ritmi e vinto dal lombardo che si dimostra più vario nei colpi e soprattutto più preciso. Sandro fatica a entrare in azione. Quando si sblocca, quando scioglie i muscoli, è già tempo di scendere dal ring.

Poi supera Galmozzi, infine ha la meglio anche contro Remo Golfarini, al termine di un incontro non entusiasmante.
Baci, abbracci, complimenti e la maglia azzurra sembra un sogno diventato realtà. Ma non tutti sono convinti che sia l’uomo giusto. C’è una grande riunione tra i federali, vengono fuori mille dubbi. Alla fine decidono che il biondino dal volto pallido dovrà superare un altro ostacolo prima di fare il suo ingresso al Villaggio Olimpico. E così mettono Tommaso Truppi davanti a Bossi. Una sfida insolita, un welter salito di peso e un medio sceso di categoria. Il pugile lombardo la affrontata con tanta rabbia dentro. Si sente boicottato, è convinto che il clan romano (gli allenatori Rea e Poggi, con l’appoggio della Federazione) ce l’abbia con lui, che in tanti stiano facendo di tutto per lasciarlo a casa.
Sfoga tutta l’energia contro il povero Truppi che finisce al tappeto nel corso del secondo round. A quel punto dirigenti e tecnici pongono fine al combattimento e consegnano la maglia di titolare a Carmelo Bossi, milanese, classe 1939.

Ai Giochi perde, ma solo in finale, contro Wilbert McClure al termine di un grande match.
Nel professionismo centra ogni traguardo. Campione italiano, poi europeo e adesso eccolo pronto a battersi per il titolo del mondo. L’occasione gliel’ha procurata l’organizzatore romano Rodolfo Sabbatini. Allo stadio ci sono 12.000 persone per un incasso di 22 milioni.
La boxe di Carmelo è completa, arricchita da una grande determinazione. Non sempre riesce a entusiasmare le grandi plate, ma soddisfa chi di pugilato ne sa abbastanza. Un campione nel senso pieno della parola. Un uomo d’altri tempi.
Il 9 luglio del 1970, la sfida.
Carmelo Bossi contro il campione Fred Little.
Si sono già affrontati, il 31 ottobre del ’69. Una scontro involontario di teste, dopo due round poco entusiasmanti, provoca una brutta ferita al naso dell’italiano. Il medico chiede la sospensione del match, l’arbitro Carlo Fantozzi lo asseconda. L’americano se ne torna a casa con una vittoria per decisione tecnica alla terza ripresa.
Si combatte nella Capitale, i romani non gradiscono la conclusione e lanciano di tutto sul ring: frutta, pane, cuscini, giornali.
La rivincita, mondiale in palio, si disputa allo Stadio Gino Sada di Monza. Arbitra l’inglese Roland Dakin. Un match non bello, confuso, scorretto. Fred Little è in vantaggio nella prima metà, sembra avviarsi verso un altro successo.

All’undicesimo round la svolta.
Un destro largo di Bossi centra il campione alla mascella, quello va giù. Ma Darkin dice che è una scivolata.
“Lo giuro sulla mia bambina, era proprio un destro. Altro che scivolata – dice l’italiano negli spogliatoi – Peccato. Era convinto di avercela fatta. Mi sono detto: Carmelo, ci sei riuscito, quello non si alza più. E invece un attimo dopo era ancora lì, davanti a me.”
Dakin è arbitro e giudice unico.
Alla fine deve scegliere tra la boxe, l’aggressività, il coraggio e l’orgoglio dello sfidante contrapposto alle ostruzioni, all’apatia, alle scorrettezze del campione. Little è stato più solido per sette round, l’altro ha dimostrato di meritare qualcosa in più nelle restanti riprese. Sul piano stilistico, ma anche su quello dell’efficacia dei colpi a partire dall’undicesimo round, il più bravo è stato lui. Merita la vittoria.

L’arbitro inglese asseconda questa analisi.
“Vince per 73 a 69 Carmelo Bossi ed è il nuovo campione del mondo dei superwelter per la WBA.”
Un po’ generoso, ma sostanzialmente nel giusto.
Una decisione che sancisce la grandezza italiana nella boxe dell’epoca. In quel momento abbiamo tre campioni assoluti: Nino Benvenuti, Bruno Arcari e Bossi!
Quando i giornalisti entrano nello spogliatoio, lo trovano seduto su una panca, la faccia tra le mani, il corpo che sussulta. Sta piangendo Carmelo, singhiozza.
È felice, ma nella testa ha un solo pensiero. Correre a casa a raccontare tutto alla Anna. Non hanno il telefono nella nuova abitazione, non ha ancora potuto parlarle. L’ha già fatta soffrire troppo. Una volata, un abbraccio, un bacio e poi tornerà al ristorante per continuare la interviste e godere della sua conquista.
Carmelo Bossi era un duro dal cuore tenero.

 

 

 

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