Dossier WBC. Quarantacinque anni sotto la stessa famiglia, i Sulaiman

Il World Boxing Council nasce il 14 febbraio 1963.
La famiglia Sulaiman lo governa dal 1975.

Josè Sulaiman è stato eletto il 5 dicembre di quell’anno ed è rimasto in carica sino al giorno della sua morte, il 16 gennaio 2014.

Un mese dopo gli è succeduto il figlio Mauricio, eletto all’unanimità su proposta di  Rex Walker: ex pugile, arbitro e supervisore.
Mauricio Sulaiman è tuttora a capo del Consiglio.

Il WBC rischia pesantemente due volte.
La prima a causa degli attacchi violenti e documentati dei media americani che (nel periodo che va dal 1978 al 2005) sistematicamente sottolineano il forte legame tra il promoter Don King e il Consiglio Mondiale.

La seconda per la causa intentata dal pugile Graziano Rocchigiani nel 1998.
All’inizio di quell’anno Roy Jones jr annunciava che avrebbe rinunciato al titolo dei massimi leggeri. Il WBC ordinava un match tra Graciano Rocchigiani e Michael Nunn per la corona vacante.
Il 21 marzo il tedesco vinceva combattimento e cintura.
Nelle classifiche ufficiali era indicato come campione del mondo dei massimi leggeri.

Roy Jones jr ci ripensava e chiedeva di riavere indietro il titolo.
Il WBC lo assecondava.
Restituiva la corona all’americano e informava Rocchigiani che la dicitura sulle classifiche era imputabile a un errore in tipografia.
Il tedesco faceva causa al World Boxing Council presso un Tribunale Federale degli Stati Uniti.

Il 7 maggio 2003 il giudice dava ragione al querelante e imponeva il pagamento di trenta milioni di dollari come risarcimento danni.
Il WBC cercava inutilmente un accordo, nell’aprile del 2004 annunciava che avrebbe fatto procedure di liquidazione, chiudendo in pratica l’attività.
A metà luglio, Graciano Rocchiggiani accettava il patteggiamento.
Il WBC era salvo.

Veniamo ai nostri giorni.
L’argomento di moda è il conferimento del titolo di campione franchise (ovvero campione simbolo). L’idea, nata lo scorso anno, ha già visto Canelo e Lomachenko godere dei benefici di questo status. Non sono obbligati a difendere il titolo nei termini stabiliti dal regolamento, possono programmare l’attività a proprio piacimento.

Voci insistenti dicono che il prossimo a fregiarsi del titolo di campione franchise sarà Tyson Fury. Questo gli permetterebbe di pianificare il prossimo futuro (Wilder, Joshua e forse Whyte) come meglio crede.

È l’ennesima trovata per aumentare il numero dei titoli e di conseguenza vedere crescere la tassazione degli stessi. Ma per il WBC significa anche togliersi, in parte, dalla minaccia di cause con l’incubo di giganteschi risarcimenti danni.

Prendete Dillian Whyte. È campione ad interim da tre anni, sfidante ufficiale. Adesso si è stancato. È andato in Tribunale e ha fatto causa.
Mauricio Sulaiman ha fatto sapere che potrà battersi per il titolo entro il 22 febbraio del 2021.
A chi gli ha chiesto perché non prima, ha risposto che il WBC riconosce come valido l’accordo del terzo match tra Fury e Deontay Wilder.
Questo mi fa tornare alla mente il famoso Codice Wbc.

Il regolamento dice (articoli 3.5 e 3.6)
3.5
Obblighi difesa obbligatoria
Tutti i campioni del WBC devono fare almeno una (1) difesa obbligatoria l’anno, salvo deroga concessa dal WBC a sua unica discrezione. Al campione può essere richiesto di effettuare più di una difesa obbligatoria l’anno, nel caso in cui il WBC abbia designato per qualsiasi motivo più di uno sfidante ufficiale. Nessun incontro potrà essere considerato una difesa obbligatoria a meno che non espressamente approvato come tale dal WBC e realizzato esclusivamente con lo sfidante designato dal WBC. Lo sfidante che vince il titolo eredita gli obblighi della difesa obbligatoria del campione che ha sconfitto, a meno che il WBC non decida diversamente.
3.6
Tempi e prolungamento dell’obbligo di una difesa ufficiale.
I periodi di tempo per le difese ufficiali indicati in queste regole possono essere modificati dal WBC a sua unica discrezione nel caso di circostanze particolari.

Come ho scritto qualche tempo fa, senza andare tanto per le lunghe il WBC avrebbe potuto risolvere la questione introducendo un solo articolo.
1.1
Se il mondo è pieno di prepotenti la colpa è di chi non lo è (Alessandro Morandotti)
Il Wbc è libero di decidere come vuole, sempre e comunque.

Restiamo tra i pesi massimi.
Deontay Wilder vince il titolo il 17 gennaio 2015 contro Bermane Stiverne.
Non lo difende contro i migliori in circolazione.
Il 17 maggio 2017 dovrebbe affrontare Luis Ortiz.
Stiverne ha preso soldi per farsi da parte, come campione ad interim avrebbe avuto il diritto di battersi per la cintura.
Ortiz viene fermato perché fallisce il controllo antidoping.

Il WBC ripropone Stiverne come avversario. Il pugile non combatte da due anni, gli ultimi due match dicono: sconfitta contro Wilder, sofferta vittoria ai punti contro Derric Rossy (30-10-0) dopo essere andato al tappeto nel primo round.
Il mondiale si fa.
Lo sfidante si presenta in condizioni imbarazzanti.
Lui, alto 1.88, pesa 115.500 kg.
Una pancia che non riesce a essere contenuta nella cintura, tette abbondanti.
Un’autentica vergogna.
Subisce tre knock down e perde per kot a 2:59 del primo round.

Quattro le cinture in palio in quasi tutte le categorie: campione mondiale, campione silver, campione ad interim, campione Diamond. L’ultimo è un titolo poco più che onorifico e serve solo come giustificativo nella tassazione.
Le cinture sono l’ossessione dell’attuale presidente. Quattro non gli bastano, così ne crea una per ogni occasione. O quasi.
Si presenta con la Money Belt per l’improbabile sfida tra Floyd Mayweather jr e Connor McGregor. Crea la Cintura Huichoe (dei nativi americani) per Saul Alvarez vs Gennady Golovkin,  Canelo la rifiuta sdegnosamente.
E via di questo passo.
Non è il suo unico punto debole, un altro problema è che spesso si lancia in improbabili dichiarazioni.

Tra maggio e giugno ha detto di essere onorato del fatto che Mike Tyson pensi di tornare al pugilato. Non contento, ha aggiunto che è pronto a inserirlo in classifica. Poi, seguendo un’imbarazzante escalation, ha aggiunto che potrebbe anche concedergli la qualifica di sfidante. A chi gli chiedeva in base a quali risultati, rispondeva: “Se è stato il più giovane campione del mondo dei pesi massimi, perché dovremmo noi impedirgli di tentare di diventare anche il più anziano?”.
Ieri Iron Mike ha festeggiato 54 anni, non combatte da quindici e negli ultimi quattro match ha subito tre sconfitte prima del limite.

Tanto per restare sull’imbarazzo, c’è il caso Billy Wright, meglio conosciuto come Bronco Billy.
Nel 2015 fa parlare a lungo di lui.
Nasce a Morenci, nell’East Arizona, il 10 dicembre 1964. Vive a Las Vegas dove è titolare di un negozio a mezza via tra lo sfasciacarrozze e il rivenditore di jeep usate. Ha nove figli e otto nipoti.
Un’infanzia difficile in orfanotrofio, il primo lavoro a 12 anni, il primo match da dilettante a 15. Dal 1986 è professionista, un avvio di carriera sotto la guida dell’ex campione del mondo dei pesi medi Gene Fullmer. Mette assieme 48 vittorie e 4 sconfitte. È stato otto anni inattivo (1998/2007).

Ha 50 anni compiuti.
Quando sale sul ring la sua struttura fisica è imbarazzante: 1.93 per un peso che oscilla tra i 135 e i 147 chili!
Lento di braccia, poco mobile, discreto lavoro al corpo e nulla più.
Di nomi importanti ne ha affrontati quattro: contro tre di loro ha perso per ko, con l’altro (James Broad) ha vinto ai punti in sei round. Ma Broad all’epoca era salito sul ring portandosi dietro 145 chili e una pancia da fare spavento.
Per il WBC vale comunque il numero 17 del mondo…

Strani campioni, tragici errori, misteriose scalate.
Credevo fosse lo slogan in esclusiva della WBA, adesso vedo che si adatta benissimo anche al più pretenzioso WBC.

 

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