L’Arena di Ruiz jr vs Joshua (15.000 posti) costruita in otto settimane

La Diriyah Arena è pronta.
Il 7 dicembre ospiterà la rivincita mondiale Wba, Wbo, Ibf dei pesi massimi tra il campione Andy Ruiz jr (33-1-0, 22 ko) e lo sfidante Anthony Joshua (22-1-0, 21 ko).
L’impianto, che ha una capienza di 15.000 posti, è stato costruito in sole otto settimane. Vi hanno lavorato 175 persone. La notte del match saranno in duemila a rendere più agevole lo svolgimento della manifestazione.
L’Arabia Saudita ha investito (fonte The Telegraph) cento milioni di dollari sull’evento.
Per la costruzione sono servite 295 tonnellate di acciaio, il 95% delle quali sarà nuovamente usato per altri avvenimenti. L’impianto infatti verrà smontato a partire dal 9 dicembre. Per completare lo smantellamento è previsto un mese di lavoro.

Il colosso che viene dalla Cina adesso ha fretta. Rischia contro Rudenko

Zhilei Zhang ha trentasei anni e mezzo, non combatte da settembre 2018, non ha affrontato pugili di primo livello. Eppure anche lui e il suo clan pretendono di battersi per il mondiale.
“Sarà il primo cinese a diventare campione dei pesi massimi”.
È alto 199 centimetri, ha un peso forma di 111 chili. Da dilettante ha vinto un bronzo ai Mondiali del 2007 e l’argento all’Olimpiade di Pechino 2008, dove è stato messo ko da Roberto Cammarelle in finale.
Ha esordito al professionismo  l’8 agosto 2014. Da allora ha collezionato 20 vittorie, 16 per ko.
Boxa da quando aveva 15 anni, prima aveva provato con la canoa. È cresciuto guardando i video di Muhammad Ali, Mike Tyson e dei fratelli Klitschko. Ora vive e si allena negli Stati Uniti.
L’ho visto maltrattato da Cammarelle a Pechino nel 2008, l’ho rivisto perdere a Londra 2012 nei quarti di finale da Anthony Joshua. Mancino, discreto pugno, buona velocità. Ma credo che dovrà fare molto ma molto di più di quanto ha fatto sinora se vorrà mantenere la sua promessa. A cominciare da sabato a Montecarlo dove sfiderà Andriy Rudenko (32-4-0, 20 ko) sulla distanza dei dieci round.
In Cina, ma soprattutto negli States, lo chiamano Big Bang.
Il tempo per non sparare a salve sta scadendo.

Wilder: Il mio stile è questo, ho battuto tutti. Chiedo rispetto!

Interessante intervista di boxingscene.com a Deontay Wilder.
Ecco, in sintesi, le sue dichiarazioni.
“Non vedo l’ora di affrontare i migliori della categoria. Ho già detto che ho intenzione di dedicare solo pochi altri anni al pugilato, intendo rispettare questa promessa. Chiedo a tutti il dovuto rispetto e il giusto riconoscimento di quello che valgo. Il mio stile è questo. La gente parla sempre di abilità, abilità e abilità. Io sono ancora imbattuto. Ho sconfitto tutti quelli che ho avuto di fronte. Il mio record parla da solo. Quindi, signori, datemi il rispetto che merito. Per quel che riguarda un’ipotetica classifica pound for pound credo che i pesi massimi siano un caso a parte. Restiamo sempre nella stessa categoria, non possiamo andare su e giù come gli altri. Quindi è più difficile dire se uno di noi sia il migliore o no nel ranking pound for pound. E poi lo sport è questo. Avrai sempre persone che tifano per te. Avrai sempre persone a cui non piaci. La boxe è solo una parte della vita. Non mi preoccupo mai delle cose che non posso controllare, di ciò che la gente vede e di ciò che non vede. La storia sarà sempre la stessa. Pagheranno per vedermi vincere, pagheranno per vedermi perdere. Ma alla fine della notte, avranno il loro grande spettacolo. “

Il medagliere di Rio 2016 va azzerato, ma Aiba e Cio tacciono

Siamo al teatro dell’assurdo.
La questione arbitrale a livello olimpico è davvero imbarazzante.
Il CIO ha ufficialmente comunicato che “nessun arbitro o giudice coinvolto nei Giochi Olimpici di Rio 2016 sarà elegibile nè per le qualificazioni nè per il torneo di Tokyo 2020”.
Questo nota è stata trasmessa pochi giorni dopo che lo stesso CIO aveva inviato proprio a quegli arbitri/giudici il modulo da compilare per essere inseriti nella lista olimpica.
Preoccupata per le voci che, sulla stampa e tra gli addetti ai lavori, parlavano di sospensione, ieri l’AIBA ha fatto una comunicazione che recita: “Gli arbitri e giudici utilizzati a Rio non sono mai stati sospesi dall’AIBA. Il Comitato Esecutivo ha deciso di congelare questi funzionari fino a quando il Comitato Speciale incaricato di indagare non avrà stilato il suo rapporto. Tutte gli arbitri e giudici di Rio hanno il diritto di lavorare per le loro Federazioni di competenza a livello nazionale, qualsiasi coinvolgimento a livello internazionale sarà possibile solo dopo un ulteriore preavviso”.
Trentasei ufficiali di gara in rappresentanza di trentadue nazioni sono fuori dal giro internazionale e ancora non sanno quando e se potranno tornare ad officiare. L’inchiesta è cominciata tre anni e tre mesi fa.
A tre giorni dalla conclusione del torneo di Rio, l’AIBA aveva sospeso i sette arbitri più affermati, i cosiddetti cinque stelle, i capi.
A Olimpiade brasiliana appena conclusa, l’AIBA aveva emesso un comunicato: “I risultati dell’indagine attualmente in corso consentiranno all’AIBA di valutare pienamente quali possano essere le misure finali da adottare. Nel frattempo è stato deciso che i 36 giudici e arbitri che sono stati utilizzati nell’Olimpiade brasiliana non potranno officiare in qualsiasi evento Aiba fino a quando l’indagine non avrà la sua conclusione e le commissioni non sanciranno ulteriori misure da adottare nei confronti di chi ha sbagliato.
L’AIBA, come ha successivamente sottolineato anche il CIO, aveva scoperto anche che il sorteggio di arbitri e giudici era stato manipolato in occasione dei Giochi del 2016.
Congelamento da parte dell’Ente mondiale di riferimento di tutti gli arbitri e giudici che avevano officiato all’Olimpiade, sospensione di tutti e sette i capi del settore, allontanamento del direttore esecutivo, non elegibilità di quegli stessi trentasei arbitri e giudici  annunciata dal CIO per i Giochi di Tokyo.
La domanda che mi faccio è:
COME HANNO FATTO, COME FANNO AIBA E CIO A OMOLOGARE I RISULTATI DEL TORNEO OLIMPICO DEL 2016?
IL MEDAGLIERE VA AZZERATO!

Il Comitato Olimpico Internazionale ha escluso la federazione pugilistica mondiale da qualsiasi coinvolgimento nel torneo giapponese, tra le cause di tale provvedimento c’è anche la pessima gestione di giudici e arbitri. A un anno dai Giochi il CIO ha confermato la decisione presa tre anni fa dall’AIBA ma non ha fatto neppure un accenno, non ha detto neppure una parola sull’omologazione dei risultati di Rio 2016.
È un atteggiamento che a me sembra poco corretto. Così facendo non sono per nulla ottimista.
Arbitri e giudici. Il torneo olimpico di pugilato a Tokyo 2020 sarà un disastro.

 

Il 22 febbraio Wilder vs Fury, i bookmaker danno favorito lo sfidante

Frank Warren dice che la data è fissata: sabato 22 febbraio, quasi sicuramente a Las Vegas, il campione dei massimi WBC, lo statunitense Deontay Wilder (42-0-1, 41), difenderà il titolo contro Tyson Fury (29-0-1, 20 ko).
Lo stesso Wilder ha confermato, sabato notte subito dopo avere messo ko Ortiz, che il prossimo avversario sarà Fury. Anche se il 22 febbraio, ha detto, gli sembra un po’ presto. Certo della vittoria, ha aggiunto che poi si concentrerà sull’unificazione del mondiale della categoria.
Di parere diverso i bookmaker che danno favorito Tyson Fury. Pagano la sua vittoria a 1.72, offrono quella di Wilder a 2.1. Il pari è quotato 19.
Annunciato per il 2020 anche il rientro sul ring di Floyd Mayweather jr (50-0, 27 ko) impegnato in due match: il primo a maggio, il secondo a settembre. Gli avversari dovrebbero essere Manny Pacquiao (62-7-2, 39 ko) e il fenomeno UFC Khabib Nurmagomedov (28-0) che l’ex campione affronterebbe in una sfida con le regole del pugilato. Uno dei due match si dovrebbe svolgere all’interno del nuovo stadio dei Raiders, che partecipano al campionato NFL, che sarà inaugurato proprio il prossimo anno e che è costato poco meno di due miliardi di dollari. La realizzazione del combattimento contro il campione dell’UFC è resa complicata, nella scelta della data, da una sfida di mega importanza che lo stesso dovrebbe sostenere contro Tony Fergusson (12-0).

Due ko nella stessa notte, emozioni forti per la famiglia Wilder

Wilder è stato sconfitto per knock out sabato notte all’MGM Grand di Las Vegas. Un gancio sinistro lo ha spedito al tappeto. Un colpo, uno solo ed era tutto finito.
È il secondo ko subito negli ultimi cinque match dal pugile di Tucaloosa, gli altri tre si sono chiusi con due vittorie e un no decision.
A infliggergli la punizione è stato Dusting Long, un signore di 37 anni con un record prima del match di due vittorie e altrettante sconfitte.
Il primo a mandarlo ko era stato Williams Deets (6-12-0) il 26 gennaio scorso. La conclusione era arrivata al quarto round, esattamente come è accaduto sabato notte.

Wilder, peso massimo leggero, di nome fa Marsellos ed è il fratello maggiore di Deontay che poche ore dopo, su quello stesso ring e nella stessa riunione, ha messo ko al settimo round Luis Ortiz, difendendo così  il titolo WBC dei pesi massimi.

È stata una notte piena di emozioni, belle e brutte, per la famiglia Wilder.

Alessio Lorusso, campione d’Italia. Cosa c’è dietro i tatuaggi…

Alessio Lorusso (9-4-2, 5 ko, lombardo di 23 anni) ieri ha sconfitto chiaramente ai punti Jacopo Lusci (5-6-1) e ha conquistato la cintura italiana dei supergallo. Il suo promoter Mario Loreni vuole allestire per inizio 2020 (a Milano, Como o Varese) un derby contro Juliano Gallo (calabrese, trapiantano a Binago) per la prima difesa del titolo.
Alessio è facilmente riconoscibile sul ring,
ha il corpo interamente tatuato. Di questo e altro
ho parlato con lui in una lunga chiacchierata.

 

 

Alessio, come reagiscono le persone davanti al tuo corpo pieno di tatuaggi?
“La gente giudica senza sapere. Qualcuno vede i tatuaggi e dice: quello è un delinquente. In pochi perdono tempo nel tentativo di capire cosa ci sia dietro quei disegni, che persona in realtà io sia, cosa ho dentro”.

Come definiresti questo atteggiamento?
“Razzismo, per i tatuati. Non ho mai pensato di toglierli, non perché sia praticamente impossibile, ma perché senza sarei un’altra persona. E poi mi sento libero di farli. Con il mio atteggiamento non vado a intaccare minimamente la libertà degli altri. Per questo non capisco le reazioni di molti”.

Per quasi tutti gli appassionati del genere, ogni disegno rappresenta un momento della loro vita. È così anche per te?
“Al 90% rsì, mi ricordano una cosa bella, una vicenda triste. Raccontano la mia storia. Mi piacciono, mi guardo allo specchio e mi piaccio”.

E come ti vedi quando gli anni passeranno e supererai i sessanta?
“Più bello di oggi (ride)”.

Hai un 13 sulla fronte, cosa significa?
“Ho impresso sul corpo tanti numeri che mi rappresentano. Il 13 significa tutto per me. Ma è una cosa completamente mia. Non mi sento di dividerla con nessuno”.

Quanti anni avevi quando hai fatto il primo?
“Tredici. E ho fatto tutto da solo, ho preso ago e china e ho tatuato sul petto la A, prima lettera di Auretta. Il nome della mia mamma”.

È stato doloroso?
“Dolorosissimo. Il tatuaggio è doloroso, così ricordi meglio perché l’hai fatto”

Ora hai esaurito i posti per nuovi disegni.
“No, ho ancora qualche spazio libero sulle gambe…”.

Campione italiano. E adesso?
“Il percorso per chiunque abbia ambizione è sempre lo stesso. Difesa del titolo nazionale, campionato Unione Europea, europeo e poi il sogno del mondiale”.

Hai messo dentro, ovviamente, anche l’europeo. Ma hai pensato a cosa sarebbe una sfida con Luca Rigoldi, che è un tuo amico?
“Certo. Sarebbe difficilissima. Non solo per il suo valore, ma per la nostra amicizia. Come era amico Jacopo (Lusci, ndr) contro cui ho vinto il tricolore. Con Rigoldi ci siamo allenati assieme, abbiamo fatto sparring di qualità. Insomma, siamo amici. Ma voglio affrontarlo, voglio essere io il campione. Questo non significa che sarebbe una cosa semplice. Dovrei faticare a trovare la giusta cattiveria, la grande determinazione. Dovrei convincermi che mi stia battendo con un rivale qualsiasi. Sul ring devi cercare di isolarti, di tenere lontano tutto quello che è attorno al match. In fondo è il mio lavoro, devo portare a casa la vittoria. Il rispetto per l’amico resta, ma devo comunque cercare di metterlo in difficoltà. Sarebbe dura, molto dura”.

Quanto c’è di testa e quanto di fisico in una vittoria sul ring?
“Il risultato arriva al 95% per merito di testa e cuore. La testa comanda il corpo, se non ci sei di testa non ci sei neppure di corpo. Al fisico lascio il rimanente 5%. Ovvio che allenamento duro e talento sono un’indispensabile aggiunta”.

Usciamo per un attimo dal pugilato, parliamo del privato. Come è la vita in casa tua.
“Abito a Besana Brianza con la mia compagna Federica e il mio cane, un pitbull che ho chiamato Floyd. Anche lui fa parte dei miei tatuaggi. Il nome mi ricorda un idolo: Floyd Mayweather. Un campione che ho ammirato, come ho ammirato Edwin Valero o Zab Judah. Ma il mio modello di riferimento resta Guillermo Rigondeaux. Classe, tecnica, colpi di incontro, mancino. Mi rivedo, in piccolo, in lui. Il sogno è diventare come lui. Sognare in fondo non costa nulla”.

Hai avuto un periodo buio, in quei mesi sono racchiuse le quattro sconfitte della carriera. Cosa è successo da luglio 2017 a dicembre 2018?
“Tanti match, nove, in cui ci sono anche due pareggi. Quasi sempre fuori casa, spesso con avversari a cui regalavo quattro/cinque chili di peso. Verdetti che in gran parte non ho condiviso”:

Poi, il cambio di marcia. Quattro combattimenti, altrettante vittorie, il titolo.
“Ho firmato con Mario Loreni. Ho conservato Giovanni Gigliotti come allenatore e Stefano Abello come preparatore atletico. Il dottor Mario Ireneo Sturla mi ha aiutato come medico. Ha funzionato. Siamo una squadra vincente”.

Quanto sei legato al pugilato?
“Sono totalmente legato. Il mio rapporto con la boxe è 24 ore su 24. Guardo qualsiasi match trasmetta la televisione, mi alleno, parlo di pugilato. Non posso rimanerne un minuto lontano. Sotto questo aspetto sono un tormento per chi mi sta vicino. Ma ho un debito di riconoscenza con questo sport”.

In che senso?
“Mi ha salvato la vita, ma non per modo di dire. Mi ha davvero salvato la vita. Ero uno sbandato, sarei finito davvero male. Avevo dei problemi in famiglia, se non ci fosse stato il pugilato mi sarei perso. Ne sono certo. Avrei buttato via la mia vita in cose brutte come la droga, le cattive compagnie, le risse in strada. Ero sempre stravaccato su una panchina senza pensare al domani. Mi infilavo i ogni rissa, delinquenza e rischi di tossicodipendenza a un passo. È stata mia mamma a portarmi in palestra. Abbiamo lottato assieme. La vita l’abbiamo riconquistata l’una accanto all’altro. Sono molto legato a lei. Eravamo soli, ce l’abbiamo fatta”.

C’è qualcun altro in famiglia che ti ha aiutato?
“Mio zio Romeo, ha 43 anni e lavora nella ristorazione. Mi fa compagnia, si allena con me, facciamo footing assieme. Mi dà una mano anche nelle sedute di sparring. Non so se ce l’avrei fatta senza di lui. È un grande!”

Il tuo pugilato è fatto di velocità, colpi d’incontro e grande ritmo. Sei uno dei pochi che dalle nostre parti tiri montanti efficaci. È un colpo che ti viene naturale?
“L’ho sempre portato, il lavoro in palestra l’ha migliorato. Lo so, è un pugno pericoloso: ti esponi ai colpi d’incontro, soprattutto al gancio. Ma mi piace tirarlo mi aiuta a vincere, e poi sono veloce a tornare in guardia”.

Oltre a tirare i colpi, cosa ti ha insegnato la boxe?
“Mi ha insegnato che dedizione, sacrificio, impegno sono le chiavi del successo. Nello sport e nella vita, sono i veri valori. E poi il rispetto dell’avversario, non deve mai mancare. Per ultimo, ma non ultimo, mi ha insegnato a capire bene le persone. In altre parole, pochi amici ma buoni”.

Mayweather jr: Nel 2020 torno a combattere. Sarà un evento spettacolare

Due giorni fa ha detto che non sarà mai più impegnato in un match di pugilato.
Adesso lo ha ribadito.
“La boxe è uno sport molto, molto brutale. Negli ultimi anni molti pugili sono morti dopo un combattimento. Devi capire quando dire basta. Ho avuto una grande carriera. Continuerò a viaggiare e a fare esibizioni”.
Anche perché, ha aggiunto: “Un’esibizione mi fa guadagnare tra i 10 e i 30 milioni di dollari”.
Attraverso il suo account Instagram ha fatto un ulteriore annuncio: “Nel 2020 tornerò a combattere”. In poco tempo 843.000 persone hanno messo Mi Piace al suo post.
Successivamente ha precisato che sta lavorando con Dana White (boss della UFC, una delle organizzazione della MMA) a un evento spettacolare per il prossimo anno.
Mayweather jr (50-0, 27 ko) ha disputato gli ultimi due incontro contro altrettanti rappresentanti della MMA: Conor McGregor e Tenishu Nasukawa.
Di spettacolare c’è stato davvero poco.

Holmes vuole un posto nella storia. È un campione che merita rispetto

“Del pugilato di oggi odio una cosa: parlano di tutti i pesi massimi della storia, parlano di tutti… tranne che di me. Mostrano i match di Ali, Frazier, Foreman, di tutti questi ragazzi, ma non fanno mai vedere i miei incontri. Questo mi fa sentire un po’ triste, ma ormai ho imparato a conviverci. A dare il giusto peso al mio valore, ci penso io. Perché so di essere stato uno dei grandi pesi massimi della storia, peccato solo che il mondo della boxe non voglia darmi il credito che merito.”
(intervista a boxingscene.com, per i suoi 70 anni).

 

«Fuck you» urla Angelo Dundee a Drew Bundini Brown che implora un altro round per Ali.
«Fottiti, è finita» urla il manager all’uomo che più di tutti è stato vicino al campione.
Il massacro ha finalmente termine. Seduto sullo sgabello all’altro angolo del ring Larry Holmes piange. Per dieci riprese gli è sembrato di picchiare suo padre. L’uomo che gli sta davanti è un fantasma. Bundini non strilla più con quella sua voce melodiosa che viene dall’anima.
«Balla, campione, balla.»
Holmes attraversa il ring, copre Muhammad Ali con il suo asciugamano, lo bacia sulla testa.
«Ti amo. Spero che saremo per sempre amici. Non volevo farti del male. Ti prego, non combattere più. Se avrai bisogno di soldi, chiamami. Te li darò.»
«Non capisco. Se mi volevi così bene, perché mi hai ridotto così?»
Il mondo maledice Don King.

A fare da manager al giovane professionista Larry Holmes ci ha pensato, per 21 combattimenti, Ernie Butler. Buon peso leggero negli anni Quaranta, ha scoperto il talento del ragazzo dopo averlo visto protagonista di una lite nelle strade di Easton. L’arte del pugilato gliel’hanno insegnata Ray Arcel e Freddy Brown.
Poi nella vita del pugile è entrato Don King. La prima volta che l’aveva incontrato Holmes gli aveva chiesto l’autografo. Qualche anno fa ha confessato a Wally Matthews di «Newsday» che il promoter gli ha rubato oltre venti milioni di dollari.
«È dura essere negro. Ti è mai capitato di esserlo? A me sì, una volta. Quando ero povero.»

Lawrence Holmes, detto Larry, nasce l’11 marzo del 1949 a Cuthbert in Georgia. Sono anni duri per la popolazione nera che nel profondo Sud è costretta a vivere ai margini della società, con poche garanzie sui propri diritti. Per questo la famiglia Holmes si trasferisce nel 1954 a Easton in Pennsylvania. Due anni dopo John Henry e Flossie, i genitori, divorziano. Larry deve lasciare la scuola, in casa ci sono altri undici tra fratelli e sorelle: i dollari non servono per i libri, ma per sfamare la famiglia.
Il primo lavoro è come lustrascarpe. Gira per i bar in cerca di clienti.
«Mi davano 25 cents per ogni paio di scarpe lucidate. Qualcuno mi metteva la mano sulla testa e me ne dava altri 25. Alcuni bianchi credono che strofinare i capelli di un bambino negro porti fortuna
Poi va a lavorare da “Jet Car Wash”, un autolavaggio. Ogni giorno percorre a piedi la strada fino a Phillipsburg, New Jersey. A 17 anni è già sposato con Dianne Robinson, dopo due anni è papà di due bambine, Misty e Lisa. Poi arriveranno anche Kandy Larie e Larry junior.
La boxe l’assapora un po’ alla volta, non è del tutto convinto che possa risolvergli la vita. Nell’ultimo match da dilettante affronta Duane Bobick per le selezioni olimpiche in vista di Monaco ’72. Scappa per tre round, evita la battaglia, tanto da costringere l’arbitro a squalificarlo. La stampa americana gli cuce addosso il marchio di vigliacco. Faticherà a levarselo di dosso.

Esordisce tra i professionisti il 21 marzo 1973, batte ai punti in quattro round Rodell Dupree e incassa 63 dollari di borsa. Sono i tempi in cui lui ed Ernie Butler dormono in macchina o sulle panchine d’attesa dei Greyhound per risparmiare i soldi dell’alloggio. Nessun manager importante vuole sentire parlare di quel lungone che la televisione nazionale ha fatto vedere a tutto il Paese mentre correva sul ring durante i Trials. Solo quando avrà messo in fila quindici vittorie, Richie Giachetti si accorgerà di lui.
Fra manager e pugile nasce una forte intesa, che poi si tramuta però in violentissimi contrasti fino alla rottura. Conclusione inevitabile nel momento in cui Holmes scopre che Giachetti, su richiesta della FBI, che sta indagando su Don King, gli ha fatto mettere dei microfoni ambientali all’interno di casa. Sotto il letto, in cucina, nel telefono.

Larry Holmes  diventa sparring di Muhammad Ali nel 1972. Per quattro anni vive nel suo cono d’ombra, gli ruba ogni segreto del ring. È con lui nello Zaire, gli fa compagnia nella trionfale campagna contro George Foreman. A differenza del maestro, Larry non è bello. Il volto all’altezza degli zigomi è sempre un po’ troppo gonfio, come lo sono le guance. Gli occhi a palla completano il ritratto di un uomo che non ha grande fascino. Prima della loro triste sfida, Ali gli regalerà il soprannome di “Peanut”, nocciolina.
È alto, robusto, sempre però con qualche chilo di troppo. Ma è intelligente, ha capito che uno come Ali può essere una miniera da cui attingere. E lui lo studia, fa sua l’idea che sul ring si debba essere eleganti, che con un buon sinistro si possa comandare il mondo.
Ad Ali, Holmes deve tutto, il campione combatte spesso e per Larry c’è sempre lavoro. Il jab di Holmes è uno dei più belli e potenti che un peso massimo abbia mai avuto. A quello stantuffo, lui riesce spesso a far seguire il gancio destro. Quando accade, per il rivale non c’è speranza.

Il titolo mondiale lo vince il 9 giugno del ’78 contro Ken Norton. La corona è vacante. Leon Spinks si è rifiutato di affrontare lo sfidante ufficiale, preferendo i miliardi della rivincita con Ali. C’è una vera guerra di nervi nell’avvicinarsi al match e, la sera dell’incontro, Holmes e Norton si odiano dal più profondo del cuore.
Non è un incontro di boxe, è una guerra. L’ultimo round, il quindicesimo, è una lotta selvaggia. Con quella prova di coraggio, di forza, di carattere, Holmes cancella finalmente la vergogna dell’incontro con Bobick. Otto difese dopo, tutte vinte per ko, arriva Ali.
A proporre quel mondiale è Harold Smith, che si presenta a Holmes con un’offerta di cinque milioni di dollari. Ma mentre i due stanno parlando, la lunghissima limousine bianca di Don King parcheggia davanti al vialetto di casa. Il promoter scende, suona, offre cartoni pieni di cibo cinese a Holmes e comincia a insultare Smith. Alla fine, Larry firma per il suo vecchio organizzatore a 2,5 milioni di dollari.

Ferdie Pacheco è sempre stato il medico di Ali ed è decisamente contrario al match. Tim Whiterspoon, all’epoca un ragazzo con appena sette incontri alle spalle, picchia sistematicamente il campione in allenamento. Dopo pochi giorni gli chiedono di non colpirlo più al corpo. La Commissione Atletica del Nevada impone al vecchio eroe un esame medico presso la Mayo Clinic di Rochester, nel Minnesota.
«L’esame ha mostrato una variazione nella forma del piccolo foro della membrana che separa i ventricoli del cervello. Il foro può allargarsi in seguito a eventuali colpi alla testa
Questo e altro è scritto nel rapporto della famosa clinica. Ali corre dei seri pericoli al punto che a mondiale concluso il dottor Pacheco dirà: «è stato fortunato a sopravvivere».

Ci sono otto milioni di borsa da prendere, al campione ne finirano “solo” 2,3, e il fisco insiste per essere pagato.
Larry sale sul ring con la scimmia sulle spalle. Il peso del fascino di Ali l’ha oppresso per tutta la carriera. Non gli è bastato diventare campione del mondo, distruggere un rivale terribile come Ernie Shavers, difendere il titolo altre sette volte. Per tutti continua a essere lo sparring di Ali. Niente di più.
Batterlo, metterlo kot dopo undici angosciose riprese, serve solo ad aumentare il peso sulle sue spalle. In pochi gli perdonano la punizione inflitta al mito. È stato sempre così nella storia di questo sport che molti pensano sia solo violenza, ma che nasconde nel suo cuore mille emozioni. È accaduto a Gene Tunney quando ha superato Jack Dempsey, a Ezzard Charles quando ha sconfitto Joe Louis.
E poi Larry Holmes è nero. Non come Joe Frazier, personaggio integrato nel sistema; né come lo stesso Ali, capace di rappresentare l’eccezione, la contestazione, la ribellione. È un normale campione nero che non riesce a scuotere la fantasia. Bravo sul ring, senza sussulti fuori dalla boxe, privo di carisma. E allora la ricerca della grande speranza bianca diventa ossessiva. Fino a quando tutti si convincono che l’ora giusta sia finalmente arrivata.

L’uomo si chiama Gerry Cooney, ha ventisei anni e un record di 25 incontri con 21 vittorie per ko e 4 ai punti. Lo chiamano “gentleman”.
I servizi segreti entrano nello spogliatoio del gigante di origini irlandesi, fanno installare un telefono “pulito”, non controllato. Mezz’ora prima del match quel telefono suona, c’è il presidente Ronald Reagan all’altro capo del filo a chiedere a Gerry Cooney di riportare a casa il mondiale dei massimi. Nel camerino del campione c’è solo il silenzio.
«Cooney mi ha sempre trattato come se fossi immondizia. Era incapace di tirare fuori il buono che c’è nella gente, era bravo solo a esaltare la cattiveria che c’è nei bianchi. Se ne stava al Caesars Palace e non voleva che nessuno passasse per il suo piano quando era in stanza. E quelli dell’albergo lo hanno accontentato. Con me non l’hanno mai fatto, eppure io lì avevo combattuto dieci volte. Tutti erano con lui, contro di me.»
Holmes tortura il rivale, lo scuote nel secondo, nel sesto e nel dodicesimo round. Lo metto ko nel tredicesimo. Cinque persone si suicidano per quella sconfitta. Nel Mississippi alcuni bianchi sparano e uccidono dei neri. A Kansas City ci sono tumulti, i neri vengono picchiati nelle strade. La casa di Larry a Easton viene imbrattata con scritte razziali, la sua buca della posta è piena di lettere che contengono minacce di morte. Non è stato solo un match di boxe quello che il campione ha appena vinto.

Il 21 settembre 1985 Larry Holmes sale sul ring di Las Vegas contro Michael Spinks. Ha disputato 48 match, vincendoli tutti. Ne manca solo una per uguagliare il record di Rocky Marciano, l’unico re dei massimi a essersi ritirato imbattuto.
E qui commette il primo errore.
«Ho 36 anni e combatto contro uno di 29. Marciano ne aveva 32 e affrontava un vecchio di 42, eppure con Archie Moore ha rischiato di perdere.»
Non avrebbe dovuto dirlo. Non c’era motivo per offendere un mito. Si prende una libertà che taglia la sua già debole immagine pubblica. Il secondo sbaglio lo fa quando disputa il match nonostante soffra di forti dolori alla schiena causati da un’ernia del disco curata male. Il terzo, decisivo, errore lo commette sottovalutando l’avversario.
A bordo ring c’è una strana atmosfera. Non si respira il clima del grande evento. Holmes non cattura simpatie, non regala emozioni. Si parla di record, statistiche, numeri. Ma non ci sono sentimenti in giro, Rocky Marciano era capace di sconvolgerti con il suo pugilato fatto di cuore, coraggio, forza e volontà. La boxe di Holmes ha più classe, il suo jab sinistro è degno di entrare nella leggenda. Ma la boxe non è solo tecnica. Senza l’anima non si entra nella storia.
Michael Spinks lo batte, ne limita la potenza accorciando sistematicamente la distanza; sfrutta la maggiore velocità di braccia, impone un ritmo elevato e brusche variazioni tattiche. Diventa così il primo mediomassimo a vincere il titolo dei massimi, brucia il sogno di Larry Holmes di uguagliare il record di Rocky, lo espone alla reazione della famiglia Marciano.
A bordo ring ci sono il fratello Peter, i figli Marianne e Rocky junior. Tutti e tre ringraziano Spinks e urlano insulti all’indirizzo di Holmes. È una conferenza stampa imbarazzante quella del dopo match.
Larry annuncia il ritiro. Come quasi tutti i pugili, non mantiene la promessa. Combatte fino a 52 anni compiuti. E non lo fa certo per soldi. È uno dei pochi personaggi della boxe che ha saputo investire i guadagni.

Ha 100 milioni di dollari in banca. Vive sempre a Easton, in una villa pagata 4 milioni. Undici stanze, nove bagni, una palestra, la sauna, la sala biliardo, una piscina coperta a forma di guantone da boxe. Ha comprato una discoteca a suo fratello, ha sponsorizzato la squadra locale di football, ha costruito una scuola. È proprietario di un ristorante, un night club, un albergo, è titolare di una compagnia di limousine. Gestisce la società “Larry Holmes Enterprises” dagli uffici del suo palazzo a Northampton Street.
È un uomo ricco. Un nonno felice, un marito soddisfatto. Eppure ha continuato a girare gli Stati Uniti per misurarsi con altri vecchi campioni come lui per titoli fantasiosi come quello del “campionato delle leggende”.
«Non ho padroni, Lincoln ha affrancato anche me.»

È un uomo libero Lawrence Larry Holmes. Dice di non sentirsi più nemmeno un negro adesso che è ricco. Ha molto, gli manca però il riconoscimento del suo status di fuoriclasse. Per sette anni ha dominato il mondo dei pesi massimi, ha incontrato qualsiasi rivale. Ma sta ancora pagando i suoi peccati. Non si può distruggere il mito di Ali, offendere quello di Rocky Marciano e sperare di essere amati universalmente. Allo sparring di Muhammad Ali nessuno vuole dare il lasciapassare per il regno dei più grandi di sempre. La scimmia è sempre sulle spalle di Larry che ha continuato a salire sul ring nella speranza di sentirsi finalmente libero, fuori dal cono d’ombra del Grande Uomo. Holmes giura di non avere padroni. In realtà ne ha uno solo. Finché penserà di doverlo combattere, non riuscirà a liberarsene. Per ritrovare la pace, dovrebbe anche lui lanciare l’urlo di Angelo Dundee a Bundini.
«Fottiti.»

Che gli uomini della boxe pensino quello che vogliono. Larry Holmes ha attraversato il pugilato da protagonista. Ha scritto la storia, il resto sono stupide chiacchiere.

LARRY HOLMES è nato a Easton (Pennsylvania) il 3 novembre 1949. Record: 69-6-0 (44 ko). Campione del mondo dei massimi WBC dal 9 giugno 1978 al 10 settembre 1983 (sedici difese). Campione del mondo dei massimi IBF dal 9 novembre 1984 al 21 settembre 1985 (due difese). Ha sconfitto Shavers, Norton, Evangelista, Weaver, Ali, Berbick, Leon Spinks, Snipes, Cooney, Whiterspoon, SMith, Williams, Mercer.

Presentato Eravamo l’America. Nonostante il nubifragio, sala piena

Garbatella, 15 novembre 2019.
Ore 17:30.
Piove forte da quattro ore, con un’insistenza che mette in crisi traffico e sistema nervoso. Le strade sono allagate, il nubifragio si manifesta con violenti acquazzoni e pochi attimi di tregua. Sento l’umidità che mi entra nelle ossa, non parlo dei vestiti che ormai sono pronti per essere strizzati.
Sono nervoso.
Tra mezz’ora presento il mio ultimo libro al civico 9 di via Massaia, all’interno dell’Enoteca Melograno. Poche decine di sedie messe in fila nell’ottimistica previsione che altrettante persone osino sfidare il nubifragio. Ci siamo tenuti bassi perché sperare in una partecipazione più alta, sarebbe stata pura utopia. Ma adesso anche quella previsione minima ci sembra fin troppo ottimistica.
Arrivano i primi tre, poi un secondo gruppetto di cinque, altri due ancora, la porta si apre in continuazione, gente bagnata ma sorridente fa il suo ingresso nella sala. Velocemente il posto si riempie. Alla fine le sedie non bastano più, c’è gente in piedi, pieno anche il corridoio (un angolo del Melograno, foto Viggiani).

Sono commosso da tanto affetto.
Giornalisti, ex pugili, amici, dirigenti mondiali, lettori. In molti hanno pensato che valesse la pena sfidare il temporale pur di esserci.
Abbiamo chiacchierato per novanta minuti.
Si è parlato del libro, ERAVAMO L’AMERICA.
Oliva, Parisi, Maurizio e Loris Stecca, Damiani, Nati, Rosi e Kalambay. Tre ori olimpici e sette campioni del mondo in un solo decennio. La magia degli anni Ottanta, quando l’Italia della boxe aveva il mondo in pugno.
Abbiamo discusso  anche della società italiana dell’epoca, dei media, del pugilato di ieri e di oggi, dei grandi temi di questo sport, dei social e di come vengano usati, di campioni e comprimari.
Il tempo è volato via veloce, mi dispiace per voi che non c’eravate.
Siamo una band che non fa musica, ma racconta a suo modo la vita. Storyteller minimalisti. Federico Zamboni alla regia dà ritmo e tempi allo show, Giuseppe Ippoliti voce solista impreziosisce con la sua vena d’artista puro lo spettacolo, ed io. Andiamo in tour tra biblioteche, ristoranti, enoteche, teatri e palestre. Arriviamo in qualsiasi spazio sia disposto ad ospitarci. Raccontiamo, a chi ha voglia di starci a sentire, storie di vita, aneddoti di sport, avventure dei campioni.
Presentiamo libri, i miei, nella speranza di trovare qualcuno che sia disposto ad ascoltare e, soprattutto, a leggere.

Martelliamo ignorando la fatica, insistiamo sino allo sfinimento. Ci divertiamo, soprattutto. Nella speranza che chi viene ad ascoltarci riesca a fare altrettanto.
Grazie a tutti gli avventurosi esploratori della vita che ieri hanno sfidato acqua, traffico e difficoltà di parcheggio, per venirci a sentire.
Alla prossima.
Applausi, a voi.
Con affetto
Dario Torromeo

(il libro presentato) ERAVAMO L’AMERICA di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free, 274 pagine, 15 euro.