Giovedì esce Eravamo l’America, venerdì presentazione alla Garbatella

Avventure, segreti, notti di confessioni, vigilie di peccato.
A bordo ring della storia, quella di una boxe che scatenava passioni e creava campioni.
Erano gli anni Ottanta e l’Italia aveva il mondo in pugno.

Un lungo viaggio inseguendo ricordi e testimonianze.
Racconto quello che ho visto e sentito in quei giorni vissuti da testimone privilegiato. Sfilano immagini, profumi, retroscena, parole e gesti di un periodo magico per il pugilato di casa nostra.
Dentro ci sono olimpionici, campioni del mondo.
Tutti hanno un’avvincente storia da narrare.

Patrizio Oliva, i fratelli Loris e Maurizio Stecca, Gianfranco Rosi, Patrizio Sumbu Kalambay, Giovanni Parisi, Valerio Nati, Francesco Damiani riempiono con le loro imprese le pagine di un libro che ci riporta al tempo in cui eravamo re.
Eravamo l’America.

Match appassionanti, laceranti sconfitte, vittorie che ripagano di ogni sacrificio, ferite che porteranno dentro per sempre.
Per uno strano caso del destino, ma forse non è un caso e il destino c’entra poco o niente, quei campioni hanno realizzato le loro imprese nello stesso arco di tempo.
Questa è la storia di quei giorni.

Da giovedì in libreria e nei siti di vendita online.
Ecco cosa c’è nel libro.

Venerdì presentazione alla Garbatella.
Interverranno l’autore, il giornalista Federico Zamboni e l’attore Giuseppe Ippoliti che leggerà alcune pagine del libro.

ERAVAMO L’AMERICA, gli anni Ottanta, magia di un’epoca in cui avevamo il mondo in pugno, di Dario Torromeo (Edizioni Absolutely Free, 274 pagine, 15 euro).

 

 

 

In ricordo di Maurizio Zennoni, un uomo che ha lottato per difendere i suoi sogni

Maurizio Zennoni se ne è andato per sempre due anni fa.
Lo ricordo riproponendo un’intervista
in cui abbiamo parlato di boxe e della vita.
Maurizio aveva 64 anni. Riposi in pace.

 

Avevo conosciuto Maurizio Zennoni poco più di dieci anni fa, quando era all’angolo di Paolone Vidoz. Avevo imparato a conoscerlo meglio nell’aprile del 2012 quando ero stato per una settimana a Parma. C’eravamo visti in palestra, al Comune e soprattutto a cena. Avevamo parlato tanto.
Mi era sempre rimasta dentro una gran voglia di andare a fondo, di capire meglio cosa nascondesse quel sorriso triste che si portava dietro.
Aveva una faccia da artista, Maurizio. Le rughe che ne segnavano il volto mi facevano pensare a Keith Richards, il grande musicista, uno dei leader dei Rolling Stones. Quelle rughe raccontavano una vita che non era di certo stata facile.
Mi piaceva Maurizio, con lui potevo parlare di qualsiasi argomento.
Insegnava pugilato. È stato all’angolo di campioni italiani, europei e mondiali. I suoi allievi dicevano e dicono che insegnasse anche a vivere. In tanti gli hanno voluto e gli vogliono un bene dell’anima.
Un pomeriggio di aprile di qualche tempo fa, l’ho chiamato al telefono. Io ero a Montreal, mi stavo godendo figlia e nipotini, lui era a Parma e si preparava ad andare in palestra.
Abbiamo parlato di boxe e non solo.
Ve la ripropongo quell’intervista, non ho cambiato nulla. Ho lasciato dentro anche i riferimenti temporali al match di Fragomeni con Krzysztof Wlodarczyk, a quello di Modugno con Fabio Tuiach e alla storia complicata di Paolone Vidoz.
Maurizio diceva cose interessanti, mi sembrava brutto cancellarle solo perché facevano sentire il pezzo datato.
Sono due anni che se ne è andato Non faccio un elogio funebre. Ve lo racconto attraverso le parole che mi ha detto quel giorno.
Questa, in fondo, è la storia di un uomo che ha lottato per difendere i suoi sogni.

 

Quando hai scoperto la boxe?

“Diciamo che mi sono innamorato a 15 anni.”

Come è nata questa passione?

“Venivo da un paesino di mezza montagna, Montebello, 800 metri sul livello del mare. Quando da ragazzo sono arrivato a Parma, i cittadini ci prendevano in giro. Noi reagivamo e le buscavamo. E poi…”

E poi?

“Avevo dentro tanta rabbia da scaricare. I miei genitori lavoravano soprattutto a mezzadria. E i padroni erano padroni, le cosce delle galline le volevano sempre loro. Bisognerebbe che molti giovani di oggi capissero cosa voglia dire essere mezzadri, affronterebbero la vita in modo diverso. Io l’ho fatto attraverso la boxe.”

Soddisfazioni?

“Soprattutto da dilettante. Andavo benino, i giornali di Parma scrivevano di me. Così ho dovuto dirlo anche a casa.”

I tuoi non sapevano che facevi il pugile?

“No. L’unica ad esserne a conoscenza era mia sorella Erminia. Ma ormai non potevo più tacere, anche perché avevo un occhio nero! O scappavo o confessavo.”

Come l’hanno presa?

“Papà Renato bene, da uomo era orgoglioso di avere un figlio forte. Mamma Maria e la nonna volevano picchiarlo. “Figlio mio, ti ho fatto bello e guarda come ti sei ridotto!” mi diceva scherzando. Ma non troppo.”

Poi, è arrivato il professionismo.

“Prima è arrivata la chiamata al Gruppo dei Carabinieri. Il momento più bello della mia vita sportiva. Ho girato il mondo, mi sono divertito, sono cresciuto. Nel professionismo sono stato poco, due match e basta.”

Era andata male?

“No. Ma nel primo mi ero rotto la mano destra, nel secondo la sinistra. Avevo le manine da signorina. Avevo più paura a picchiare che a prenderle. E poi dovevo lavorare. Quando ho trovato un’occupazione fissa sono tornato dal mio vecchio maestro Odino Baraldi per ricominciare.”

E lui?

“Aveva la vista lunga. Mi ha detto: non ho bisogno di pugili, ho bisogno di qualcuno che continui la mia attività. E ora sono il maestro della Boxe Parma.”

In che categorie hai combattuto?

“Superwelter, medi e mediomassimi.”

Maurizio, da mediomassimo proprio non ti ci vedo.

“E hai ragione, è stata l’unica volta che sono finito con il culo per terra.”

Fai l’insegnante a tempo pieno. E allora dimmi: perché oggi in Italia un ragazzo sceglie di fare il pugile?

“Per passione. Io sono onesto con chi entra in palestra. Spiego che soldi da andare a prendere non ce ne sono. Quella è roba per pochissimi talenti. Se si vuole fare uno sport affascinante, capace di regalare emozioni intense, bene. Ma se si cercano soldi è meglio rivolgersi altrove.”

Parlando di emozioni, come si vive all’angolo di un pugile?

“Si soffre. A volte, dopo una sfida dura, ho dolori fisici per due giorni, come se avessi corso la maratona. Sento la pressione, la responsabilità di dover decidere in una frazione di secondo. Lasciar perdere o continuare? La tensione la sento soprattutto con i giovani, con quelli che conosco meno e non so come reagiranno davanti alle difficoltà. Ma sono chiaro anche su questo. Una mia decisione sul ring non si discute, si accetta.”

Ho sentito dire in giro che i tuoi ragazzi li alleni anche a spaccare la legna. E’ vero?

“Verissimo. Un’ora al giorno. Giù a picchiare con l’accetta sul legno. Come ai vecchi tempi, diventano tutti Rocky lassù in montagna nei boschi di Montebello. Da quando lo facciamo, hanno meno problemi alle mani. E c’è qualcuno che si addirittura è innamorato di tutto questo.”

Nome e cognome del masochista.

“Giacobbe Fragomeni. Gli piace a tal punto che pensa di farne una professione. Vorrebbe diventare taglialegna, una volta chiusa la carriera.”

Ora c’è l’assalto al mondiale di Krzysztof Wlodarczyk.

“Il 6 dicembre a Chicago, negli Stati Uniti.”

E poi?

“E poi spero che vinca, si tolga quest’ultima soddisfazione e si ritiri da campione. Bisogna saper voltare pagina. Dopo la vita da pugile c’è quella da uomo. Si deve arrivare preparati e al meglio a questo appuntamento. Giacobbe ha avuto un’esistenza travagliata. Meglio dimenticare cosa ci sia stato fino a 20 anni. Da 20 a 44 ha vissuto bene. Ma, come gli ho detto più volte, deve imparare a vivere come una persona normale, con 1.500/2.000 euro al mese. Un lavoro posso garantirglielo, ma credo che non debba continuare a rinviare il momento di voltare pagina.”

Cosa ti ha conquistato di Fragomeni?

“La generosità. Come pugile e come uomo. A volte era eccessiva, ma ha imparato a gestirla. Ragiona di più, è meno istintivo. Gli voglio bene come a un fratello. E’ stato un degno campione mondiale, ora deve guardare avanti. E’ tempo di frenare quella generosità.”

Accompagnando i pugili si gira il mondo. Un uomo sempre fuori per lavoro riesce a farsi una famiglia?

“E’ difficile. Parlo per esperienza diretta. A volte sei stanco, hai poco tempo, sei nevorso. E le ragazze giustamente si incazzano. Devi trovare chi ti capisce sino in fondo.”

Ce l’hai fatta?

“Con Roberta funziona. Lei è una sportiva, una che ama correre. A volte si allena con noi. Dice che se mi avesse conosciuto prima, avrebbe fatto la boxe. A me sta bene così. Ci capiamo e questo ci fa andare avanti felici.”

Quanti ragazzi hai alla Boxe Parma?

“Una decina di professionisti e trenta dilettanti. Si va avanti a fatica, soldi in giro per farli combattere ce ne sono pochi.”

Tra i dieci pro’, oltre a Fragomeni, c’è Matteo Modugno. Contro Fabio Tuiach ha disputato un ottimo match.

“E’ migliorato molto. Peccato che…”

Cosa?

“L’Ebu lo ha minacciato di una squalifica di nove mesi se avesse continuato a combattere nelle World Series of Boxing gestite dall’Aiba. Così ha dovuto rinunciare a un guadagno sicuro. Ha dovuto scegliere.”

E cosa ha scelto?

“Di fare il pugile professionista. Ha un contratto con alcuni sponsor che gli garantiscono quattro match l’anno con cui può pareggiare la cifra persa rinunciando alle Wsb.”

Torniamo al match con Tuiach.

“Matteo è stato bravo. Non era un incontro facile, anche sul piano psicologico. Ha fatto un bel passo avanti. E’ veloce, intelligente, ha fisico, sa ascoltare i consigli. Anche se prima della preparazione per la difesa del tricolore abbiamo litigato un giorno sì e l’altro pure. Poi abbiamo cominciato a lavorare e tutto è andato a posto. A livello europeo può dire la sua. Dovremo agire con attenzione, ma può regalare grandi soddisfazioni.”

Come Paolone Vidoz, un altro tuo ragazzo?

“Beh, posso dire con assoluta certezza che le vittorie in Germania di Paolo sono la cosa più bella che mi sia capitata nella carriera di maestro. Lo amo.”

Ottimo pugile, un po’ testa matta.

“Potevamo davvero farlo il mondiale in America. Diciamo che non è stato fortunato, ma diciamo anche che lui non ha dato una mano alla fortuna.”

Ho sentito che hai un passato da attore.

“Da grande attore (ride). Un regista e alcuni veri attori sono stati un paio di mesi in palestra da noi per girare un film televisivo che prendeva spunto dalla mia vita. Non ne ho più saputo niente. Una particina l’ho avuta in un testo andato in scena al Teatro Regio qui a Parma. Alla prima c’erano anche Nino Benvenuti e l’ex presidente Gianni Grisolia. Un testo sul rapporto tra un pugile e il suo maestro. Forte, drammatico, ma bello. Tutto qui.”

Cosa c’è nel futuro del maestro Maurizio Zannoni?

“Altri allenamenti, altri ragazzi da seguire all’angolo, insegnare il lavoro di taglialegna a Giacobbe. La vita di sempre. La vita che amo.”

Ciao, Maurizio.

Accadeva 25 anni fa, Foreman ne aveva 45 e si riprendeva il mondiale

C’è un tempo e un luogo giusto perché
qualsiasi cosa
abbia principio e fine.
(Anne Lambert, Picnic ad Hanging Rock)

 

Teddy Atlas è all’angolo. Ha appena visto qualcosa che non va, il suo uomo fatica a capire da dove possa arrivare il pericolo. Il campione è avanti sui cartellini di tutti e tre i giudici: 86-85 Duane Ford, 88-83 Chuck Giampa, 88-83 Jerry Roth. Ma il coach avverte un forte segnale negativo.
Urla.
“Gira a destra!”
È un’imprecazione, più che un suggerimento.
Ma ormai è troppo tardi, non riesce a salvarlo.
Il diretto destro dello sfidante centra in pieno la mascella, Michael Moorer crolla al tappeto. I diciottomila dell’MGM Grand Arena gridano la loro gioia. L’omone nero, grosso e pelato mormora qualche parola. Spalle appoggiate sul paletto dell’angolo neutro e guantoni sulle corde, guarda in alto e prega.
Moorer prova a tirarsi su, si rotola su se stesso, tenta di fare forza sulle braccia. È stato padrone del match per nove round, poi ecco la maledetta decima ripresa con quel colpo che sembra arrivare dal nulla.
Il campione del mondo fa un ultimo tentativo, ma non ce la fa proprio a tirarsi su, si appoggia al tappeto.

L’arbitro Joe Cortez annuncia: “Out!”.
George Foreman si inginocchia e ringrazia il Signore.
Un’Entità con cui sembra avere un rapporto confidenziale.
“Prima del match l’Onnipotente è entrato nel mio spogliatoio e mi ha detto che per una sera avrei potuto non rispettare il sesto comandamento. Per una volta, ma solo sul ring, avrei potuto anche uccidere”.
“Vergognati, sei un predicatore e parli di uccidere!”
L’urlo arriva dal fondo della sala dove si sta svolgendo la conferenza stampa, è Big Foot Martin a lanciarlo.
Foreman sorride e scuote il capoccione. Il paradosso, l’iperbole, il messaggio ironico non è stato recepito. Meglio andare avanti su un’altra strada.
“Adesso, quando mi annunciano sul ring, non dovranno più dire l’ex campione del mondo. Era ora!”
All’altro capo del tavolo Michael Moorer si copre il volto e piange.
“La cosa più difficile sarà dirlo a mio figlio, l’ho deluso”.
È un momento di grande difficoltà per lui. Alla vigilia del match ha rotto con la moglie Bobbie, una separazione dura, difficile da superare. Gran parte delle cause di questa sorprendente sconfitta potrebbe avere origine in quei giorni di liti continue.

 

È il 5 novembre del 1994 e Foreman si è ripreso il titolo dei pesi massimi dopo vent’anni. Oggi, che ne ha 45, ha riportato a casa le cinture Wba e Ibf.
L’aveva detto prima della grande sfida ad Evander Holyfield.
“Sono come la Cometa di Haley, come un’eclissi di sole. Potete vederla una sola volta nella vostra vita. Forza gente, comprate binocoli e telescopi. So che il clan di Holyfield ha studiato alcuni miei filmati. Errore. Come puoi studiare un miracolo? Cosa è un miracolo? Uno che mangia in continuazione. Io ho un sogno e nessuno mi impedirà di realizzarlo, neppure questo bravo ragazzo accanto a me. Ha muscoli dappertutto, anche nelle orecchie e nelle dita dei piedi. Ma non potrà battermi. Gente, correte a comprare il biglietto. Fatelo velocemente, altrimenti non vedrete il mio capolavoro”.
Il miracolo non gli era riuscito, Evander aveva vinto ai punti.
Stavolta Big George non ha fallito. Ha messo knock out Michael Moorer, si è ripreso il titolo ed è appena entrato nella leggenda.

(da Il match fantasma di Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free)

 

 

Ecco i cartellini di Alvarez vs Kovalev, titolo mediomassimi WBO

Saul Canelo Alvarez (53-1-2, 36 ko) ha dunque sconfitto per kot dopo 2:15 dell’undicesimo round Sergey Krusher Kovalev (34-4-1, 29 ko) e conquistato così il titolo dei mediomassimi WBO.
Dopo le prime dieci riprese, i cartellini dei giudici erano due per Canelom uno pari: Dave Moretti 96-94 (78-74 dopo gli otto round iniziali in cui aveva dato sei riprese a Canelo e due a Kovalev), Julie Lederman 96-94, Don Trella 95-95.

Il pugilato italiano? Io lo vedo in affanno, senza memoria e arrogante

Il pugilato italiano si muove in una realtà virtuale. Simula una situazione reale con la quale interagire. Ma è un passo avanti rispetto al resto del mondo. Alla Boxe Made in Italy non servono occhiali, caschi, guanti dotati di sensori per simulare stimoli tattili. Per il suo videogioco basta un computer e un profilo Facebook o un sito su cui spacciare improbabili verità.
Siamo privi di campioni? Basta inventarne qualcuno.
Basta un titolo qualunque, anche quello parrocchiale per incoronare il nuovo eroe. Sicuramente avrà un esercito di amici che riempiranno di like la notizia della conquista del titolo, che sia quello dei leggeri Silver della Garbatella o dei welter ad interim di Lambrate poco importa. C’è sempre una cintura per riempire il vuoto in cui questo sport si muove da tempo.
Un pugile vince un match contro uno che non è neppure tra i primi duecento del mondo e diventa subito il nuovo Muhammad Ali.
Nella boxe, come nella vita, c’è anche la sconfitta. Ovunque, meno che in Italia. Perché i nostri pugili non perdono mai. Per carità, scippi e rapine esistono, certo. Ma sono episodi, non accadono sempre e comunque quando combatte uno dei nostri. Anche perché in questo campo, furti arbitrali e affini, siamo nella Top 3 del globo terrestre.
Abbiamo fretta di incoronare un campione. A un atleta, maschio o donna che sia, basta vincere un titolo di categoria e si sente autorizzato/a a dichiararsi una spanna sopra di chi nella storia l’ha preceduto/a arrivando a traguardi forse più elevati. Diciamo un oro olimpico o un titolo mondiale professionisti.Non c’è rispetto per il passato. E senza memoria non si costruisce il futuro.
L’altro giorno ero a Castrocaro Terme per la Hall of Fame del Pugilato Italiano. Sono stati celebrati sei pugili che hanno complessivamente disputato 53 (vincendone un’alta percentuale) titoli mondiali. E mi è toccato sentire lamentele da parte di chi non ha scritto neppure una virgola nella storia del pugilato italiano. Ma fatemi il piacere, ogni tanto guardatevi allo specchio e, se possibile, abbiate pietà di voi.
Sui social leggo commenti ridicoli. Gente che si dichiara appassionata ed è pronta a criticare ogni minimo errore, a chiedere dove, quando e chi disputerà un evento, oltre ovviamente a implorare ogni altro tipo di informazione, compresa quella di chi lo trasmetterà. Non sanno nulla dello sport che raccontano di amare. Mi hanno chiesto perché mai Nino Benvenuti non sia entrato nella Hall of Fame di quest’anno. Perché, teste al cui interno c’è molto spazio libero, c’era entrato lo scorso anno!
La valenza del movimento italiano è davvero limitata se confrontata con il resto del mondo.
A partire dall’inizio degli anni Duemila la dirigenza federale ha inseguito il successo immediato, a qualsiasi costo, fregandosene di chi sarebbe venuto dopo. Abbiamo messo in fila sette medaglie olimpiche (di cui una d’oro) in tre edizioni e abbiamo aperto la porta al deserto assoluto. E stata scelta la strada dei dilettanti di Stato, pagati con i soldi dei gruppi militari. I dirigenti hanno spianato la strada al nulla della boxe italiana. Sia tra i professionisti che tra i dilettanti. Non trovo sbagliate le scelte dei pugili che hanno seguito la via (economica e professionale) più sicura, ma quelle di chi doveva gestire il movimento.
Una politica miope, legata al presente senza guardare al futuro. E quando sono stati costretti a vedere cosa c’era dietro l’angolo, hanno scoperto il nulla.
E non sono ottimista neppure su quello che potrà accadere a partire dal prossimo quadriennio, perché mi dicono che chiunque vinca la lotta per il comando, sarà affiancato dallo stesso personaggio che ha generato questa situazione e ha voce in capitolo nell’universo pugilistico nazionale da quasi quarant’anni. E non credo sia neppure giusto addossargli tutti i mali del mondo. In modo altrettanto colpevole si sono comportati tutti quelli che hanno chiesto, chiedono e chiederanno il suo appoggio e ne hanno avallato ogni decisione senza minimamente contrastarlo.
L’urlo di Munch sarebbe la rappresentazione migliore dell’alieno chiamato a giudicare il mondo del nostro pugilato.
Continuano a ballare mentre il Titanic affonda. Si riempiono la bocca con scenari che appartengono alla realtà virtuale. Il mondo che raccontano non esiste se non nei loro sogni.
Hanno creato protagonisti che tali non sono, ma tali si sentono.
Provate a criticarli dopo una serie di sconfitte, precedute da successi di medio/scarso valore. Vi risponderanno che loro hanno già vinto abbastanza. E se per caso tornassero a conquistare una medaglia, sarebbero subito pronti/e a sparare a zero su chiunque abbia avuto l’ardire di raccontare le loro sconfitte.
Qui non si tratta dell’errore di questa o quella persona, di questo o quel dirigente. In Italia è la cultura pugilistica ad essere sbagliata.
Maestri convinti di sapere tutto, pugili certi di essere fenomeni, dirigenti che urlano la loro bravura, federali che raccontano successi a raffica. E io qui a chiedermi: allora perché non siamo una potenza del settore? Perché l’elite che sta in cima alla montagna di questo sport abita altrove?
E già che ci sono, oggi l’avrete capito mi gira decisamente male, vengo alle televisioni. DAZN è il nuovo mondo. È un miracolo che non ci meritiamo, e stiamo facendo di tutto per confermare questa mia sventurata valutazione.
Ringrazio DAZN per tutto quello che ci fa vedere dagli Stati Uniti, quello che ci farà vedere dall’Arabia Saudita e da chissà quale altra parte del mondo. Ci offre il meglio. Non posso dire altrettanto della programmazione legata alla nostra boxe. Qualche match di alto livello, ma la media è decisamente bassa. E non per colpa di chi gestisce l’organizzazione degli eventi, anche se ci mette del suo, ma per colpa di un serbatoio che scarseggia di protagonisti. Non solo di personaggi, come sento dire in giro, ma anche e soprattutto di campioni. E quei pochi che ci sono hanno paura a impegnarli in sfide a rischio.
Turchi vs McCarthy, Patera vs Valentino, Grandelli vs Bellotti hanno dimostrato che anche i nostri possono degnamente reggere lo spettacolo. Basterebbe un po’ di coraggio in più.
E poi a DAZN voglio anche dire che non mi piace assolutamente il modo in cui presenta i suoi show pugilistici. Questo sport contiene una componente drammatica che ne rappresenta la vera forza. Gli scialbi collegamenti con la platea dei VIP, le interviste prive di interesse prima dei match, gli interventi di chi nella boxe non è mai stato (giornalisti compresi), non appartengono alla narrazione di un evento così intenso di emozioni come quello pugilistico.
Guardare ogni tanto la programmazione inglese o americana farebbe bene.
Anche nella confezione dell’evento ci vogliono professionisti preparati e di livello, non solo sul ring.
E, già che ci sono, voglio dire due parole sui giornali.
Sono colpevoli di silenzio totale. Molti quotidiani, quasi tutti, ad esempio non hanno degnato Matteo Signani di un solo articolo. Eppure ha vinto l’europeo dei pesi medi. La boxe ha un richiamo mediatico attualmente assai vicino allo zero assoluto. È scomparsa, tranne nelle occasioni in cui si esalta il nulla. Ormai quasi tutti scrivono solo quando sono legati in qualche modo alla manifestazione. O per raccontare una tragedia.
Buon fine settimana.

«Ecco, ed io gitto con grazia il cappello,
poscia comodamente, pian pianino,
discosto un po’ le falde del mantello
e a vostra grazia dunque m’avvicino.
Voi sarete maestro del duello
Ma io sono maestro dello stocco
E mentre state li, come un tacchino,
a fin della licenza io tocco”.
(Cyrano de Bergerac, atto I, scena IV)

 

 

 

Doppio colpo di scena alla vigilia di Kovalev vs Canelo a Las Vegas

Doppio colpo di scena a Las Vegas.
Sergey Kovalev (34-3-1, 29 ko) fa il peso solo al quarto tentativo. Sale sulla bilancia e segna 176 libbre, si toglie la catenina e scende a 175,5, si toglie anche i boxer e rimane nudo ma il limite è ancora leggermente distante: 175 1/4. Ha un’ora di tempo per perdere 110 grammi. Una formalità, infatti quando torna sulla bilancia centra il limite dei mediomassimi: 175 libbre. Stasera potrà difendere il titolo WBO. Potrebbe comunque essere un segnale di quanto abbia faticato per tenersi nei confini della categoria. In ogni caso è una leggerezza che un campione del suo livello avrebbe dovuto evitare.
Nessun problema per Canelo Alvarez: 175 al primo colpo.
Nel pomeriggio di sabato 2 novembre, il giorno del match, i due protagonisti dovranno sottoporsi a una nuova operazione di peso, il limite da non superare sarà 185 libbre.
L’altra sorpresa è costituita dallo spostamento in avanti dell’orario di inizio del match. Sembra che in considerazione della concomitanza con il match tra Jorge Masvidal e Nate Diaz per UFC 244, il titolo WBO dei mediomassimi potrebbe slittare all’1 di notte, fuso orario di New York. Ovvero alle 6 di domenica mattina in Italia (New York infatti toglierà l’ora legale solo nella notte tra sabato 2 e domenica 3 novembre).
Magari a pensarci prima, vista la rilevanza dell’evento e i soldi che ci sono in ballo, non sarebbe stato male.
Canelo intascherà 35 milioni di dollari, come da contratto con DAZN, più le percentuali sulla pubblicità e sui diritti televisivi in Messico.
Kovalev guadagnerà 12 milioni di dollari, ma dovrà versare una percentuale alla Main Event e alla Top Rank.
Il match sarà trasmesso in diretta in Italia da DAZN. L’inizio del collegamento era previsto alle ore 2 della notte tra sabato e domenica, al momento non è stato annunciato alcuna variazione d’orario.

Ruiz jr continua a calare di peso: “Sarò più veloce e più mobile…”

Andy Ruiz jr continua nella sua operazione dimagrimento.
In una foto postata sul suo profilo Instagram, il peso massimo Michael Hunter mostra il campione WBA, WBC, IBF decisamente più leggero di quando l’1 giugno ha messo ko Anthony Joshua.
All’epoca aveva segnato 121,5 kg, oggi dice di essere a 116,5. Dall’immagine a me sembra che abbia perso qualcosa di più di cinque chili.
“Voglio salire sul ring più leggero. Lui si muoverà molto, punterà a una vittoria ai punti. Io dovrò tagliargli la strada, portarmi a corta distanza e fare il pugilato che preferisco. Essere meno pesante mi aiuterà nei movimenti e aumenterà la mia velocità”.
Piano giusto, solo il ring potrà dirci se porterà al risultato che Ruiz jr spera.

Hearn vuole fare Usyk vs Chisora per il mondiale massimi WBO

Eddie Hearn, boss di Matchroom, ha reso pubblica un’intrigante idea.
A febbraio del 2020 Olexandr Usyk (17-0, 13 ko) e Dereck Chisora (32-9-0, 23 ko) potrebbero affrontarsi per il mondiale WBO dei pesi massimi.
Nessun problema per Usyk che è lo sfidante ufficiale dell’organizzazione (e anche numero 2 della WBA e 5 del WBC), un po’ più difficile per Chisora che al momento non figura tra i Top 15 delle quattro maggiori associazioni.
Su di lui Hearns ha detto: “Dereck è garanzia di spettacolo, è il Benjamin Button dei pesi massimi britannici”.
Benjamin Button è il personaggio interpretato sullo schermo da Brad Pitt: un bambino nato vecchio che con il passare degli anni ringiovanisce.
Chisora (di anni ne compirà 36 il 29 dicembre) ha recentemente sconfitto David Price.
Il titolo WBO è attualmente in possesso di Andy Ruiz jr che lo difenderà il 7 dicembre in Arabia Saudita contro Anthony Joshua, ma già da tempo si parla di una rinuncia dopo la sfida. Rinuncia che renderebbe la cintura vacante.

Chavez jr sospeso dalla NSAC, avrebbe rifiutato il test antidoping…

Julio Cesar Chavez jr non è certo un esempio positivo per il pugilato.
La boxe è sport che richiede sacrificio, dedizione, costanza di allenamento.
Il figlio del mitico JC non sembra seguire questa strada.
Il match in programma il 20 dicembre a Las Vegas contro Daniel Jacobs (35-3-0, 29 ko) è fortemente a rischio.
Lo ha rivelato con un tweet il giornalista americano Mike Coppinger.

Junior (51-3-1, 33 ko) si è rifiutato di sottoporsi a un test a sorpresa della VADA ed è stato temporaneamente sospeso dalla Commissione Atletica del Nevada (NSAC). Dovrà presentarsi il 20 novembre per un’audizione.
La vicinanza delle due date, audizione e a un mese di distanza il match, starebbero far pensando agli organizzatori di sostituire Julio Cesar Chavez jr con Gabe Rosado (24-12-1, 14 ko).