Holmes vuole un posto nella storia. È un campione che merita rispetto

“Del pugilato di oggi odio una cosa: parlano di tutti i pesi massimi della storia, parlano di tutti… tranne che di me. Mostrano i match di Ali, Frazier, Foreman, di tutti questi ragazzi, ma non fanno mai vedere i miei incontri. Questo mi fa sentire un po’ triste, ma ormai ho imparato a conviverci. A dare il giusto peso al mio valore, ci penso io. Perché so di essere stato uno dei grandi pesi massimi della storia, peccato solo che il mondo della boxe non voglia darmi il credito che merito.”
(intervista a boxingscene.com, per i suoi 70 anni).

 

«Fuck you» urla Angelo Dundee a Drew Bundini Brown che implora un altro round per Ali.
«Fottiti, è finita» urla il manager all’uomo che più di tutti è stato vicino al campione.
Il massacro ha finalmente termine. Seduto sullo sgabello all’altro angolo del ring Larry Holmes piange. Per dieci riprese gli è sembrato di picchiare suo padre. L’uomo che gli sta davanti è un fantasma. Bundini non strilla più con quella sua voce melodiosa che viene dall’anima.
«Balla, campione, balla.»
Holmes attraversa il ring, copre Muhammad Ali con il suo asciugamano, lo bacia sulla testa.
«Ti amo. Spero che saremo per sempre amici. Non volevo farti del male. Ti prego, non combattere più. Se avrai bisogno di soldi, chiamami. Te li darò.»
«Non capisco. Se mi volevi così bene, perché mi hai ridotto così?»
Il mondo maledice Don King.

A fare da manager al giovane professionista Larry Holmes ci ha pensato, per 21 combattimenti, Ernie Butler. Buon peso leggero negli anni Quaranta, ha scoperto il talento del ragazzo dopo averlo visto protagonista di una lite nelle strade di Easton. L’arte del pugilato gliel’hanno insegnata Ray Arcel e Freddy Brown.
Poi nella vita del pugile è entrato Don King. La prima volta che l’aveva incontrato Holmes gli aveva chiesto l’autografo. Qualche anno fa ha confessato a Wally Matthews di «Newsday» che il promoter gli ha rubato oltre venti milioni di dollari.
«È dura essere negro. Ti è mai capitato di esserlo? A me sì, una volta. Quando ero povero.»

Lawrence Holmes, detto Larry, nasce l’11 marzo del 1949 a Cuthbert in Georgia. Sono anni duri per la popolazione nera che nel profondo Sud è costretta a vivere ai margini della società, con poche garanzie sui propri diritti. Per questo la famiglia Holmes si trasferisce nel 1954 a Easton in Pennsylvania. Due anni dopo John Henry e Flossie, i genitori, divorziano. Larry deve lasciare la scuola, in casa ci sono altri undici tra fratelli e sorelle: i dollari non servono per i libri, ma per sfamare la famiglia.
Il primo lavoro è come lustrascarpe. Gira per i bar in cerca di clienti.
«Mi davano 25 cents per ogni paio di scarpe lucidate. Qualcuno mi metteva la mano sulla testa e me ne dava altri 25. Alcuni bianchi credono che strofinare i capelli di un bambino negro porti fortuna
Poi va a lavorare da “Jet Car Wash”, un autolavaggio. Ogni giorno percorre a piedi la strada fino a Phillipsburg, New Jersey. A 17 anni è già sposato con Dianne Robinson, dopo due anni è papà di due bambine, Misty e Lisa. Poi arriveranno anche Kandy Larie e Larry junior.
La boxe l’assapora un po’ alla volta, non è del tutto convinto che possa risolvergli la vita. Nell’ultimo match da dilettante affronta Duane Bobick per le selezioni olimpiche in vista di Monaco ’72. Scappa per tre round, evita la battaglia, tanto da costringere l’arbitro a squalificarlo. La stampa americana gli cuce addosso il marchio di vigliacco. Faticherà a levarselo di dosso.

Esordisce tra i professionisti il 21 marzo 1973, batte ai punti in quattro round Rodell Dupree e incassa 63 dollari di borsa. Sono i tempi in cui lui ed Ernie Butler dormono in macchina o sulle panchine d’attesa dei Greyhound per risparmiare i soldi dell’alloggio. Nessun manager importante vuole sentire parlare di quel lungone che la televisione nazionale ha fatto vedere a tutto il Paese mentre correva sul ring durante i Trials. Solo quando avrà messo in fila quindici vittorie, Richie Giachetti si accorgerà di lui.
Fra manager e pugile nasce una forte intesa, che poi si tramuta però in violentissimi contrasti fino alla rottura. Conclusione inevitabile nel momento in cui Holmes scopre che Giachetti, su richiesta della FBI, che sta indagando su Don King, gli ha fatto mettere dei microfoni ambientali all’interno di casa. Sotto il letto, in cucina, nel telefono.

Larry Holmes  diventa sparring di Muhammad Ali nel 1972. Per quattro anni vive nel suo cono d’ombra, gli ruba ogni segreto del ring. È con lui nello Zaire, gli fa compagnia nella trionfale campagna contro George Foreman. A differenza del maestro, Larry non è bello. Il volto all’altezza degli zigomi è sempre un po’ troppo gonfio, come lo sono le guance. Gli occhi a palla completano il ritratto di un uomo che non ha grande fascino. Prima della loro triste sfida, Ali gli regalerà il soprannome di “Peanut”, nocciolina.
È alto, robusto, sempre però con qualche chilo di troppo. Ma è intelligente, ha capito che uno come Ali può essere una miniera da cui attingere. E lui lo studia, fa sua l’idea che sul ring si debba essere eleganti, che con un buon sinistro si possa comandare il mondo.
Ad Ali, Holmes deve tutto, il campione combatte spesso e per Larry c’è sempre lavoro. Il jab di Holmes è uno dei più belli e potenti che un peso massimo abbia mai avuto. A quello stantuffo, lui riesce spesso a far seguire il gancio destro. Quando accade, per il rivale non c’è speranza.

Il titolo mondiale lo vince il 9 giugno del ’78 contro Ken Norton. La corona è vacante. Leon Spinks si è rifiutato di affrontare lo sfidante ufficiale, preferendo i miliardi della rivincita con Ali. C’è una vera guerra di nervi nell’avvicinarsi al match e, la sera dell’incontro, Holmes e Norton si odiano dal più profondo del cuore.
Non è un incontro di boxe, è una guerra. L’ultimo round, il quindicesimo, è una lotta selvaggia. Con quella prova di coraggio, di forza, di carattere, Holmes cancella finalmente la vergogna dell’incontro con Bobick. Otto difese dopo, tutte vinte per ko, arriva Ali.
A proporre quel mondiale è Harold Smith, che si presenta a Holmes con un’offerta di cinque milioni di dollari. Ma mentre i due stanno parlando, la lunghissima limousine bianca di Don King parcheggia davanti al vialetto di casa. Il promoter scende, suona, offre cartoni pieni di cibo cinese a Holmes e comincia a insultare Smith. Alla fine, Larry firma per il suo vecchio organizzatore a 2,5 milioni di dollari.

Ferdie Pacheco è sempre stato il medico di Ali ed è decisamente contrario al match. Tim Whiterspoon, all’epoca un ragazzo con appena sette incontri alle spalle, picchia sistematicamente il campione in allenamento. Dopo pochi giorni gli chiedono di non colpirlo più al corpo. La Commissione Atletica del Nevada impone al vecchio eroe un esame medico presso la Mayo Clinic di Rochester, nel Minnesota.
«L’esame ha mostrato una variazione nella forma del piccolo foro della membrana che separa i ventricoli del cervello. Il foro può allargarsi in seguito a eventuali colpi alla testa
Questo e altro è scritto nel rapporto della famosa clinica. Ali corre dei seri pericoli al punto che a mondiale concluso il dottor Pacheco dirà: «è stato fortunato a sopravvivere».

Ci sono otto milioni di borsa da prendere, al campione ne finirano “solo” 2,3, e il fisco insiste per essere pagato.
Larry sale sul ring con la scimmia sulle spalle. Il peso del fascino di Ali l’ha oppresso per tutta la carriera. Non gli è bastato diventare campione del mondo, distruggere un rivale terribile come Ernie Shavers, difendere il titolo altre sette volte. Per tutti continua a essere lo sparring di Ali. Niente di più.
Batterlo, metterlo kot dopo undici angosciose riprese, serve solo ad aumentare il peso sulle sue spalle. In pochi gli perdonano la punizione inflitta al mito. È stato sempre così nella storia di questo sport che molti pensano sia solo violenza, ma che nasconde nel suo cuore mille emozioni. È accaduto a Gene Tunney quando ha superato Jack Dempsey, a Ezzard Charles quando ha sconfitto Joe Louis.
E poi Larry Holmes è nero. Non come Joe Frazier, personaggio integrato nel sistema; né come lo stesso Ali, capace di rappresentare l’eccezione, la contestazione, la ribellione. È un normale campione nero che non riesce a scuotere la fantasia. Bravo sul ring, senza sussulti fuori dalla boxe, privo di carisma. E allora la ricerca della grande speranza bianca diventa ossessiva. Fino a quando tutti si convincono che l’ora giusta sia finalmente arrivata.

L’uomo si chiama Gerry Cooney, ha ventisei anni e un record di 25 incontri con 21 vittorie per ko e 4 ai punti. Lo chiamano “gentleman”.
I servizi segreti entrano nello spogliatoio del gigante di origini irlandesi, fanno installare un telefono “pulito”, non controllato. Mezz’ora prima del match quel telefono suona, c’è il presidente Ronald Reagan all’altro capo del filo a chiedere a Gerry Cooney di riportare a casa il mondiale dei massimi. Nel camerino del campione c’è solo il silenzio.
«Cooney mi ha sempre trattato come se fossi immondizia. Era incapace di tirare fuori il buono che c’è nella gente, era bravo solo a esaltare la cattiveria che c’è nei bianchi. Se ne stava al Caesars Palace e non voleva che nessuno passasse per il suo piano quando era in stanza. E quelli dell’albergo lo hanno accontentato. Con me non l’hanno mai fatto, eppure io lì avevo combattuto dieci volte. Tutti erano con lui, contro di me.»
Holmes tortura il rivale, lo scuote nel secondo, nel sesto e nel dodicesimo round. Lo metto ko nel tredicesimo. Cinque persone si suicidano per quella sconfitta. Nel Mississippi alcuni bianchi sparano e uccidono dei neri. A Kansas City ci sono tumulti, i neri vengono picchiati nelle strade. La casa di Larry a Easton viene imbrattata con scritte razziali, la sua buca della posta è piena di lettere che contengono minacce di morte. Non è stato solo un match di boxe quello che il campione ha appena vinto.

Il 21 settembre 1985 Larry Holmes sale sul ring di Las Vegas contro Michael Spinks. Ha disputato 48 match, vincendoli tutti. Ne manca solo una per uguagliare il record di Rocky Marciano, l’unico re dei massimi a essersi ritirato imbattuto.
E qui commette il primo errore.
«Ho 36 anni e combatto contro uno di 29. Marciano ne aveva 32 e affrontava un vecchio di 42, eppure con Archie Moore ha rischiato di perdere.»
Non avrebbe dovuto dirlo. Non c’era motivo per offendere un mito. Si prende una libertà che taglia la sua già debole immagine pubblica. Il secondo sbaglio lo fa quando disputa il match nonostante soffra di forti dolori alla schiena causati da un’ernia del disco curata male. Il terzo, decisivo, errore lo commette sottovalutando l’avversario.
A bordo ring c’è una strana atmosfera. Non si respira il clima del grande evento. Holmes non cattura simpatie, non regala emozioni. Si parla di record, statistiche, numeri. Ma non ci sono sentimenti in giro, Rocky Marciano era capace di sconvolgerti con il suo pugilato fatto di cuore, coraggio, forza e volontà. La boxe di Holmes ha più classe, il suo jab sinistro è degno di entrare nella leggenda. Ma la boxe non è solo tecnica. Senza l’anima non si entra nella storia.
Michael Spinks lo batte, ne limita la potenza accorciando sistematicamente la distanza; sfrutta la maggiore velocità di braccia, impone un ritmo elevato e brusche variazioni tattiche. Diventa così il primo mediomassimo a vincere il titolo dei massimi, brucia il sogno di Larry Holmes di uguagliare il record di Rocky, lo espone alla reazione della famiglia Marciano.
A bordo ring ci sono il fratello Peter, i figli Marianne e Rocky junior. Tutti e tre ringraziano Spinks e urlano insulti all’indirizzo di Holmes. È una conferenza stampa imbarazzante quella del dopo match.
Larry annuncia il ritiro. Come quasi tutti i pugili, non mantiene la promessa. Combatte fino a 52 anni compiuti. E non lo fa certo per soldi. È uno dei pochi personaggi della boxe che ha saputo investire i guadagni.

Ha 100 milioni di dollari in banca. Vive sempre a Easton, in una villa pagata 4 milioni. Undici stanze, nove bagni, una palestra, la sauna, la sala biliardo, una piscina coperta a forma di guantone da boxe. Ha comprato una discoteca a suo fratello, ha sponsorizzato la squadra locale di football, ha costruito una scuola. È proprietario di un ristorante, un night club, un albergo, è titolare di una compagnia di limousine. Gestisce la società “Larry Holmes Enterprises” dagli uffici del suo palazzo a Northampton Street.
È un uomo ricco. Un nonno felice, un marito soddisfatto. Eppure ha continuato a girare gli Stati Uniti per misurarsi con altri vecchi campioni come lui per titoli fantasiosi come quello del “campionato delle leggende”.
«Non ho padroni, Lincoln ha affrancato anche me.»

È un uomo libero Lawrence Larry Holmes. Dice di non sentirsi più nemmeno un negro adesso che è ricco. Ha molto, gli manca però il riconoscimento del suo status di fuoriclasse. Per sette anni ha dominato il mondo dei pesi massimi, ha incontrato qualsiasi rivale. Ma sta ancora pagando i suoi peccati. Non si può distruggere il mito di Ali, offendere quello di Rocky Marciano e sperare di essere amati universalmente. Allo sparring di Muhammad Ali nessuno vuole dare il lasciapassare per il regno dei più grandi di sempre. La scimmia è sempre sulle spalle di Larry che ha continuato a salire sul ring nella speranza di sentirsi finalmente libero, fuori dal cono d’ombra del Grande Uomo. Holmes giura di non avere padroni. In realtà ne ha uno solo. Finché penserà di doverlo combattere, non riuscirà a liberarsene. Per ritrovare la pace, dovrebbe anche lui lanciare l’urlo di Angelo Dundee a Bundini.
«Fottiti.»

Che gli uomini della boxe pensino quello che vogliono. Larry Holmes ha attraversato il pugilato da protagonista. Ha scritto la storia, il resto sono stupide chiacchiere.

LARRY HOLMES è nato a Easton (Pennsylvania) il 3 novembre 1949. Record: 69-6-0 (44 ko). Campione del mondo dei massimi WBC dal 9 giugno 1978 al 10 settembre 1983 (sedici difese). Campione del mondo dei massimi IBF dal 9 novembre 1984 al 21 settembre 1985 (due difese). Ha sconfitto Shavers, Norton, Evangelista, Weaver, Ali, Berbick, Leon Spinks, Snipes, Cooney, Whiterspoon, SMith, Williams, Mercer.

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