I giornali, lo sport e il calcio

quotidiani180914

C’È un gruppo su Facebook, si chiama “Leggo la Gazzetta alla rovescia”. Mi sembra sia chiaro chi ne faccia parte, sono tutti quelli a cui piacciono gli “sport vari”. Così i cultori del dio calcio chiamano con una punta di disprezzo il resto del mondo. Atletica, ciclismo, pugilato, moto, pallavolo, basket, ginnastica, formula 1, tennis, nuoto, pallanuoto, rugby, sci e via dicendo sono discipline che devono lottare per avere cittadinanza nel mondo mediatico.

Ancora una volta i soci del club di Facebook si chiedono: “Perché?”

Lo spazio mediamente accordato al “non calcio” è il 25% del totale. E quel 25% va diviso fra tutti gli sport, mentre il 75% del calcio è monotematico.

Detto questo mi piacerebbe fissare alcuni punti.

  1. Il calcio è largamente, enormemente, indiscutibilmente lo sport più popolare in Italia. Ieri c’erano 42.000 spettatori a Roma, 22.000 a Bergamo. E non sono certo cifre record. Le altre discipline, moto e F. 1 escluse, non arrivano mai a questi livelli. E se li sfiorano se ne parla per giornate intere.
  2. L’audience televisiva del calcio è anni luce davanti a quella degli altri sport (sempre con i motori a fare eccezione, e non è un caso che moto e F. 1 siano le discipline che strappano i maggiori spazi all’interno dei quotidiani). Nella classifica dei 45 programmi (di ogni genere) più visti di sempre troviamo solo partite di pallone.
  3. I giornali sono fatti per esser venduti, per questo si rivolgono al pubblico potenzialmente più vasto. Toglietevi dalla testa che servano a promuovere la cultura sportiva, la vedrebbero come beneficenza.

Detto questo, mi piace sottolineare proprio come sia il terzo punto quello che paradossalmente potrebbe far cambiare il modo di inquadrare il problema.

tutto

La stampa attuale soffre in larga parte di una mancanza di rinnovamento nel modo di fare informazione. Ha scarsa originalità nella confezione del materiale proposto e un’inesistente voglia di stimolare gli approfondimenti.

A questo si aggiunga il lento declino della professione, un avvilente livellamento verso il basso che permette a un grande giornale nazionale di inserire in prima pagina la foto sbagliata del reporter americano trucidato dall’Isis. E oggi, tornando allo sport, quella di Destro che va in gol usando non l’immagine della partita con il Verona ma quella di due giornate prima contro il Cagliari.

È la stessa rilassatezza che porta un altro quotidiano a inserire due volte lo stesso articolo nella stessa pagina, a sbagliare tre titoli su cinque, a dare informazioni errate.

Il fenomeno della stampa italiana è un cane che si morde la coda. Poche vendite, riduzione degli organici, scadimento del prodotto, ancora meno vendite. E si torna alla casella di partenza per poi ricominciare il triste balletto.

Ma non voglio allontanarmi dal problema.

Si ignora il “non calcio”, non gli si concede lo spazio che merita anche e soprattutto perché chi guida i settori, sia un caporedattore per i quotidiani politici che un direttore per i giornali sportivi, non ha una cultura sportiva totale. Gli manca la visione generale del problema. Pensa, erroneamente, “questo è quello che vogliono i lettori”. Non si domanda mai: perché se questo è quello che vogliono i lettori noi ne abbiamo sempre di meno?

corriere

La stampa sportiva è quella più lenta a cambiare. Le ultime innovazioni sono datate fine anni Sessanta/inizio anni Settanta e riguardano pagelle e interviste. Poi, stop. E da qualche tempo è sparita anche l’informazione. Si è delegato tutto al web, al sito. Senza però farsi un’ulteriore domanda: come mai neppure sul sito riusciamo ad avere una notizia in esclusiva?

Lo scoop è rimasto territorio riservato ai film, ai libri. Sono stati tagliati i legami con il popolo degli atleti, dei dirigenti, degli operatori. Ormai sono loro che si servono dei giornali, usandoli come cassa di risonanza solo quando ne ricavano un’utilità per il proprio lavoro.

Diminuiscono a vista d’occhio gli specialisti di settore.

Io mi occupo di pugilato da quarant’anni. Ieri sera mi ha chiamato un amico e mi ha chiesto a chi potesse rivolgersi all’interno dei giornali italiani per sollecitare un intervento sul nostro sport. Sono riuscito a dargli solo quattro nomi, due dei quali di colleghi che ormai ne scrivono semestralmente.

I numeri del “non calcio” sono bassi, bisogna riconoscerlo. Nessun responsabile di giornale se la sente di giocare la carta del cambiamento. L’innovazione fa paura, soprattutto se non conosci la materia. Ma questo non significa che ignorare, o quasi, eventi mondiali sia scusabile.

Sento salire un’altra obiezione. Non avevamo un inviato sul posto, avremmo dovuto mettere un’agenzia. A parte che in alcuni casi l’inviato lo avevate e non gli avete chiesto il servizio, non pensate sia meglio stampare lo stesso articolo di altri piuttosto che non metterlo? E poi non sarebbe una novità. Se i giornali non dovessero pubblicare sport tratto da notizie di agenzia, avrebbero buchi pazzeschi. Se pubblicate quotidianamente interviste di calciatori/allenatori registrate dalla televisione, perché dovreste vergognarvi di mettere in pagina un’agenzia scritta da bravi giornalisti?

Non ci sono teste per cambiare, non c’è coraggio, non c’è visione globale del panorama che si deve quotidianamente raccontare. Mancano i capi, ormai mi sembra si sopravviva in attesa dell’inevitabile.

Mancano soprattutto gli inviati. Leggo quotidianamente con grande interesse i servizi di Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera. Racconta andando sul posto i conflitti che stanno dilaniando il mondo. Lo fa offrendo informazioni, messaggi, analisi. Lo fa scrivendo benissimo. Ho comprato ogni giorno quel quotidiano quasi esclusivamente per leggere i suoi pezzi. Questo non dice niente a chi gestisce i media?

Chiudo tornando al concetto che ha ispirato il mio intervento.

sito copia

cartaceo copia

Resto convinto che il calcio in quanto a popolarità sia anni luce davanti agli altri sport, ripeto, moto e F. 1 esclusi. Ma non sono assolutamente d’accordo con la distribuzione degli spazi. Anche perché non tengono conto dei numeri (gli spettatori del mondiale di volley femminile giustificherebbero ben altra attenzione), né del fatto che un mutamento epocale potrebbe essere una delle poche soluzioni per provare a difendersi.

Gazza

Oggi siamo fermi a: calcio 75%, tutti gli altri sport 25%. Ed è una visione ottimista del problema.

Gazzetta dello Sport esclusa, e i numeri sembra le stiano dando ragione (per questo pubblico le tabelle del sito e del cartaceo in occasione degli ultimi dati). Calma, non è la soluzione finale. Internet e televisione continueranno la loro opera di massacro. Ma arrendersi senza essersi difesi mi sembra ancora peggio. E questo vale per i quotidiani di informazione, quanto per gli sportivi.

C’è ampia possibilità di manovra. Qualcuno avrà il coraggio per provarci?

 

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One Comment Add yours

  1. A Datasport il posto di Direttore è libero e disponibile. Disponibile come imprenditore anche a far compartecipare agli utili. Io non riesco a farmi ascoltare dai responsabili degli altri sport … come mai?

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