Batki, dalla paura nasce l’argento

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UNA SOLA volta sono salito sulla piattaforma. L’ho fatto, diciamo, per gioco. Ero a Perth per i Mondiali del 1998 e si stava festeggiando l’oro del Setterosa nella pallanuoto. Si andava su e ci si lanciava di piedi. Gli altri. Io ho subito capito che non mi sarei mai potuto tuffare da quell’altezza inquietante. Né di piedi, né calandomi con una corda. Provateci voi. E se non avete una piscina in zona, affacciatevi dal quarto piano di un palazzo e guardate giù. Allora, che mi dite?

Quando sono sceso, molto lentamente, dalle scalette ho pensato che ero un fifone. Poi negli anni a venire ho parlato con chi i tuffi li fa per professione e ho capito che lanciarsi da 10 metri è come scalare la montagna sacra. Incute timore.

Me lo ha detto Tania Cagnotto.

Per tanto tempo non ne volevo sapere. Vedevo tanti amici fasciati, si facevano male in continuazione. Avevo paura. Da lassù tutto è difficile, faticoso, rischioso.”

Me l’ha confermato Noemi Batki.

La piattaforma fa paura. Ne parlo a ragion veduta.

La ragazza ha perso l’orientamento nel 2008 a Roma ed è caduta di schiena. La botta ha toccato i nervi del collo e sono dovuti andare a recuperarla. Non riusciva a muoversi. Ha fatto passare l’intera estate e solo dopo altri tre mesi di allenamento si è convinta a tornare lassù per ripetere il tuffo maledetto.

Un doppio salto mortale e mezzo indietro. Quando so che devo provarlo mi tremano ancora le gambe, la paura è andata via ma non è scomparsa del tutto.”

Ti sei fatta aiutare da uno psicologo?

Uno?

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Noemi è la ragazza di cui oggi vi voglio parlare.

Una protagonista nel mondo antico dei tuffi, una che ha vinto cinque medaglie europee (l’ultimo argento è arrivato venerdì a Berlino) e raramente è stata illuminata dai riflettori della fama. Nella sua specialità va forte, ma gareggia in una disciplina che concede la ribalta solo se riesci ad essere super: Tania Cagnotto, tanto per capirci.

Noemi è popolare nella nicchia dei tuffatori. Ogni Europeo si ritaglia a suon di medaglie una spazio anche sui media. Stavolta è stata più dura del solito. Due stagioni deludenti, poi la ragazza di Budapest si è ripresa il palcoscenico.

In Ungheria è nata ed ha vissuto sino a tre anni. Figlia di Ibolya Nagy e Sandor Batki. Poi i genitori hanno divorziato e da ventitrè anni il papà di Noemi è Dario Mosena. Vivono a Trieste, dopo un’esperienza a Belluno, dove la mamma l’allena. C’è un rapporto molto intenso tra le due.

Ricordo sempre una frase della signora Nagy.

Stavamo analizzando la gara della figlia a bordo vasca, eravamo a Budapest nel 2010 e lei aveva i lucciconi della felicità per l’argento appena conquistato.

Prima della gara mi ha detto che solo Dio sa quello che io voglio. In realtà eravamo in due a saperlo, assieme a Dio c’ero io.”

Noemi Batki ha vinto la paura.

Si lancia dai dieci metri della piattaforma con il massimo rispetto per quello che fa, la sua non è una sfida ma un atto di coraggio calcolato.

I tuffi sono esercizi che si fanno al 90% con la testa, il rimanente 10% con il corpo. Avere troppi dubbi intacca le tue sicurezze e allora rischi di sbagliare.

Da lassù vedi il mondo più piccolo, proprio come la piscina che è ai tuoi piedi.

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Stavolta la ragazza ha voluto addirittura capovolgerlo quel mondo. Una verticale con doppio salto mortale indietro. Ha giocato il jolly nell’ultimo tuffo e ha avuto ragione.

Pensavo fosse ancora in cerca di certezze questo caporale maggiore dell’Esercito che studia Comunicazione e marketing all’Università, legge i gialli del norvegese Jo Nesbo e ha una passione sfrenata per la ginnastica acrobatica. E invece, e per fortuna, l’ho ritrovata ancora una voltà lassù. Al limite della piattaforma in posizione verticale, mentre si reggeva sulle braccia mantenendo teso il resto del corpo, pronta a lanciarsi in una piscina d’argento.

Per vederla dovevi alzare il naso all’insù.

Poi lei si è tuffata e tutti hanno applaudito, ammirati per l’audacia e la precisione del gesto tecnico.

Il tuffo richiede doti di coordinazione neuromuscolare, destrezza, tempismo, coraggio. Qualità che quando ci si lancia dalla piattaforma vengono esaltate al massimo.

Come spesso accade nello sport, le discipline più difficili e rischiose non trovano riscontri mediatici adeguati. Ma nessuna tuffatrice si è mai lamentata, anzi. Tania Cagnotto ha più volte fatto presente quanto sia difficile reggere la pressione che a lei arriva dai successi e da un cognome importante.

Noemi Batki questo problema non ce l’ha. La mamma è la più severa critica che deve convincere. Poi deve convincere anche se stessa, perché si pone ancora troppe domande e si lascia (sempre meno, per fortuna) condizionare da quello che le balla attorno. Un gesto, un applauso, una critica, una colazione andata male, un risveglio troppo brusco. Un po’ tutto insomma.
Cancellata la delusione olimpica e mondiale, la ragazza a Berlino ha ricominciato a volare. Una verticale e un doppio salto mortale indietro l’hanno riportata nell’elite di queso sport dove una col suo talento dovrebbe stare di diritto. Sempre.

Appuntamento al prossimo tuffo.

Lei lassù e io con il naso all’insù a chiedermi come diavolo faccia ad abbinare così bene coraggio e abilità.

 

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