Calcio, si comincia. E il pallone è sgonfio…

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SI APRE la nuova stagione e il calcio è in emergenza continua. Il pallone è sgonfio.

I Mondiali in Brasile hanno testimoniato la nostra crisi tecnica ed esaltato la forza della Germania. Un risultato facilmente pronosticabile se si fosse analizzato il movimento che c’era dietro i due universi.

In Italia lo sport del pallone è in piena crisi. Sono sette anni che le società continuano ad accumulare perdite, fino ad arrivare a un indebitamento netto di 1,5 miliardi di euro. E il futuro non genera certo ottimismo. La nostra Serie A non è più considerata appetibile per gli investimenti da chi ha a disposizione ingenti risorse finanziarie, a parte sporadiche eccezioni (Roma e Inter).

Gli sceicchi hanno preferito Francia e Inghilterra. Al Paris St Germain in tre anni hanno realizzato +400% di ricavi. Da noi non sarebbe stato possibile.

La sponsorizzazione globale delle venti squadre del campionato non arriva a 90 milioni di euro, in Inghilterra supera abbondantemente i 200.

Sette società (Cesena, Fiorentina, Genoa, Lazio, Palermo, Sampdoria e Roma che per l’esordio contro la Fiorentina avrà @SkySport sulla maglietta) aprono la stagione senza il contratto firmato con uno sponsor principale. Premier League, Bundesliga e Ligue 1 hanno il 100% di copertura. Nella Liga solo Valencia e Levante non hanno il main sponsor.

Per mettere il marchio sul campionato Tim ha pagato meno di 16 milioni di euro. Barclay ne ha versati 63 per la Premier.

TV

È arcinoto come il calcio italiano sopravviva grazie ai diritti televisivi. Rappresentano mediamente il 60% delle risorse. Quest’anno hanno quasi triplicato gli introiti: 572 milioni da Sky e 373 da Mediaset per il triennio 2015-2018: una media di 315 a stagione. Ma ancora molto lontani da 908 milioni della Premier.

Un interessante studio è stato pubblicato da Deloitte Football Money League 2014. Uno sguardo ai primi venti club sotto il profilo degli introiti ci permette di capire quanta e quale sia la differenza tra l’Italia e il resto del mondo.

Nella Top 20 ci sono sei squadre inglesi, quattro italiane (Juventus, Milan, Inter e Roma) e altrettante tedesche, tre spagnole, due turche e una francese. Ma è soprattutto il modo in cui raggiungono il fatturato che rivela il problema.

Il Real Madrid è in testa agli incassi annuali con 518,9 milioni di euro: 23% dal botteghino, 36% dai diritti Tv, 41% dal commerciale. La Juventus che è nona divide così i suoi 272,4 milioni di euro: 38% botteghino, 61% diritti tv e 25% commerciale. Ed è una delle squadre che in Italia può contare di più su biglietti e abbonamenti.

In Inghilterra il Manchester United ha firmato un accordo decennale con l’Adidas per un totale di 941 milioni di euro. La stessa società ne paga 30 a stagione alla Juventus e 20 al Milan.

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Non si riesce a rendere forte il brand neppure nei momenti di massimo splendore. Il caso dell’Inter del triplete di Mourinho è esemplare.

Il marketing in Italia è frenato anche dalla tolleranza del taroccamento. Impensabile replicare l’esempio del Real Madrid che dopo l’acquisto di James Rodriguez ha venduto in una settimana 15 milioni di magliette con il suo nome. Da noi si trovano nelle bancarelle, per strada, in negozi senza alcun contatto con le società. Ovunque insomma. La protezione del marchio è inesistente.

In Germania le società contano sui diritti tv per il 29%, la parte portante dell’economia è retta dalla vendita di abbonamenti e biglietti che raggiungono una media partita di 43.004, con l’eccezione del Borussia Dortmund che è su quote fantastiche: 80.000 (43% del fatturato)!

I ricavi da botteghino in Italia ballano attorno all’11% del bilancio. Negli ultimi cinque anni c’è stato un calo del 9% con una leggera crescita nell’ultima stagione. Nel 2008-09 la media spettatori era di 25.779, nel 2013-14 è stata di 23.365.

Prima di noi vengono Germania (43.004), Inghilterra (36.589), Spagna (27.679).

Molte le ragioni di questa disaffezione. Al primo posto lo sviluppo delle pay tv che consentono di vedere la partita comodamente seduti sul divano di casa.

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Gli stadi sono vecchi, il 50% ha più di sessant’anni. Sono inutilmente grandi. Molti riescono al massimo a riempire il 50% della capienza, quando le cose non vanno peggio e ci si assesta al 20%.

La Juventus ha trovato la soluzione costruendo il proprio stadio, la Roma ci prova. Il Cagliari lo scorso anno era itinerante e ha registrato una media spettatori attorno ai 4.000…

Il crollo della vendita degli abbonamenti è un segnale inquietante anche per il futuro: -75% la Lazio, -66% il Napoli. Ne ha persi ottomila anche il Milan, tradizionalmente legato a doppio filo con la tifoseria. Solo Roma, Atalanta e Torino possono gioire su questo fronte.

La difficoltà nel raggiungimento dell’impianto, la mancanza di parcheggi, la scomodità dei posti sono tra le cause della disaffezione. Poi c’è la brutta visibilità delle fasi di gioco. Molti dei nostri stadi sono circondati da una pista di atletica da sei a nove corsie. Questa allontana lo spettatore, lo costringe all’uso del canocchiale soprattutto se si trova in una delle due curve.

Da qualche anno si è aggiunto un altro fattore negativo. La violenza. Ma soprattutto l’impunità che sembra esserci in quel terreno di nessuno che è lo stadio e nel territorio che lo circonda.

A giustificare il calo di spettatori c’è poi il calo del livello qualitativo del campionato.

Il calcio italiano mi sembra la pubblicità dei sonniferi. Non può essere divertente una partita giocata per non perdere, non può essere eccitante una gara senza fuoriclasse. Mi accontenterei di vederne uno per squadra.

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Dove sono Maradona, Del Piero (foto), Van Basten, Platini, Batistuta, Ronaldo, Ibrahimovich, Baggio, Zidane, Falcao, Rivera, Riva, Mazzola?

I calciatori si sono adattati a un colore grigio anonimo, in campo e fuori. Mancano personaggi con una personalità forte, uomini che sappiano regalare emozioni anche con le parole. In partita quelli che azzardano un dribbling sono rarità assolute e vengono visti con sospetto. È bastato l’innesto di Gervinho a scatenare il panico. La tattica è la nuova dominatrice. E tutto rimane prigioniero di formule magiche.

C’è paura di osare. Non solo con il modulo, ma soprattutto con l’innesto di giovani talenti. Sono rari gli Under 20 messi in campo nel nostro campionato che è il più “anziano” del Vecchio Continente. Guai a fare giocare giovani italiani.

“Non sono pronti”, “Meglio vadano a fare esperienza altrove”, “Troppe responsabilità.” Meglio comprare stranieri, anche se scadenti: l’anno scorso erano quasi il 54% del totale dei giocatori. Lazio e Inter ne avevano l’80%! In Liga la media è 38%, in Germania 46,8%. Solo l’Inghilterra ci supera con il suo 67%. Ma lì sono considerati stranieri gallesi, nordirlandesi e scozzesi…

Da noi meglio gli stranieri, costano meno e si trattano con più facilità.

I migliori del nostro campionato vanno fuori. Da tre anni perdiamo sistematicamente il capocannoniere: Cavani, Ibrahimovic, Immobile. Non arrivano altrettanti campioni, anzi.

E alla fine si paga il conto. Nelle Coppe come al Mondiale.

Nella Liga hanno Real Madrid, Barcellona e Atletico Madrid. Basta vederle giocare per capire quanto possa essere ancora divertente il calcio. Nella Premier League ci sono Chelsea, Liverpool e Manchester City e lo spettacolo è assicurato ogni settimana. Il dominio del Bayern di Guardiola e la forza del Borussia dicono molto sulla forza della Germania. In Francia ci sono Paris St Germain e Monaco a riscuotere consensi.

EUROPA LEAGUE

In Italia, escluse la Juventus di Conte e la Roma di Totti (foto), ci si annoia. E così le tribune presentano larghi vuoti.

Questo è il calcio che sta per cominciare, profondo rosso senza neppure intravedere la luce alla fine del tunnel. Anche perché per tirarci fuori hanno nominato un presidente inadeguato e un vicepresidente che era dimissionario.

È l’Italia bellezza…

 

 

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