Hamilton, veloce per amore

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Lewis Hamilton sta andando forte a Shanghai nelle prove del GP Cina che si correrà domenica. Mi è sembrato il momento giusto per riproporre un reportage che ho fatto a Melbourne 2007 in occasione del suo esordio in Formula 1. Dopo quei giorni c’è stato un titolo mondiale nel 2008, ventiquattro vittorie nei Gran Premi, il consolidamento del ruolo di protagonista assoluto. C’è stata, è vero, anche qualche follia da miliardario. Come i venti milioni di dollari spesi per l’acquisto di un Bombardier CL 600 solo per rendere più semplice il rapporto con Nicole Scherzinger, sua compagna e cantante del gruppo Pussycat Dolls. Questo e altro è oggi l’ex bambino prodigio. Ma già dai giorni dell’esordio si capiva che…

 

«Il momento più bello non è quando hai vinto e tutti ti abbracciano. Il momento più bello è la mattina della gara quando ti svegli e te la fai sotto. Quella sensazione di aver fatto tutto il possibile e di essere pronto. Una sensazione che chi gioca sporco non potrà mai provare.»

LEWIS Carl Davidson Hamilton aveva appena dieci anni quando si è trovato nello stesso salone delle feste con Ron Dennis. Erano lì per una premiazione organizzata dalla rivista Autosport. Lewis era un bambino, ma era già diventato campione nazionale di karting. Il più giovane nella storia britannica. Con lo stesso coraggio con cui affrontava le gare, si era presentato al boss della McLaren.

«Mi chiamo Lewis Hamilton e voglio solo farle sapere che mi piacerebbe guidare una sua macchina in futuro».

Tre anni dopo Ron Dennis entrava in casa Hamilton e faceva firmare a padre e figlio un contratto con cui legava il ragazzo alla McLaren. Nel 2007 esordiva in Formula 1.

Si è tanto parlato di questo pilota. Soprattutto perchè è di pelle nera, ereditata dal nonno paterno che negli anni Cinquanta è emigrato dalle Isole Grenadine (Caraibi) a Londra. Lewis è stato il primo in questo sport ad arrivare così in alto. Un altro nero aveva già guidato una Formula 1. Lo statunitense Willy Ribbs nel 1986 aveva provato con la Brabham all’Estoril. La cosa però non aveva avuto un seguito.

Ha avuto un’infanzia dura Lewis Hamilton. E’ cresciuto in una famiglia borghese, accanto al fratello Nicolas che è anche il suo migliore amico. Nicolas che soffre di disturbi cerebrali e ha continuo bisogno di cure.

Campione britannico di Formula Renault, campione europeo di Formula 3, vincitore di due serie nel GP2. La fila dei successi è lunga. Li ha meritati tutti. E’ un pilota di talento, ma è anche un uomo che sa tenere la scena diventandone un naturale protagonista. Nei modi e nelle parole, Lewis ci ricorda i grandi incantatori dello sport. Una sorta di Muhammad Ali, ma con quel pizzico di modestia che al Più Grande mancava anche agli inizi di carriera.

Damon Hill, l’ultimo britannico campione del mondo, ha detto: «Troppe pressioni su di lui. Gli do sei mesi di tempo. Se non dovesse cogliere successi in questo periodo si sentirà un fallito.» Lui gli ha risposto: «Sei mesi mi serviranno per imparare a non sbagliare, per imparare a vincere.»

Hanno detto che per uno che non conosce il mondo della Formula 1 tutto può diventare incredibilmente difficile.

«So come diventare il migliore. Ho solo bisogno di tempo».

Tutti sorridevano davanti alle provocazioni di Ali quando ancora si chiamava Cassius Clay. Hanno imparato ad ascoltarlo.

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Hanno chiesto ad Hamilton: «Se avessi tre desideri, cosa chiederesti?».

Ha risposto come solo un grande sa fare.

«Per prima cosa chiederei più desideri, poi vorrei salute e ricchezza per la mia famiglia, infine chiederei di poter fare qualcosa di positivo per chi è stato meno fortunato di me.»

Dice di lui il grande Jackie Stewart.

«Lewis ha tutte le qualità per diventare un pilota di successo. Sono convinto del suo grande talento. E’ l’esordiente più preparato mai apparso in Formula 1.»

C’è curiosità, un po’ di scetticismo e tanta passione attorno all’esordio di un uomo che ha sempre creduto in se stesso. Il talento regala fiducia, ma serve anche una personalità forte che sappia accompagnarlo nei momenti di difficoltà.

«Sono pronto a realizzare i miei sogn.i»

C’è un ragazzo nuovo in città. Si chiama Hamilton, Lewis Hamilton, e vuole diventare il più grande.

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UN CAFFE’ a Parigi. Anche se si vive a Londra. Dicono che, non molto tempo fa, Lewis Hamilton sia salito in macchina nella City ed abbia guidato fino alla capitale francese solo per far visita alla sua ragazza (all’epoca non era ancora Nicole Scherzinger, foto sopra). Due ore a Parigi, poi di nuovo a Londra. Di quel viaggio conservano un romantico ricordo e il gusto di un caffè parigino.

E’ tosto il ragazzo. Ha cominciato nella maniera giusta. Esordio in Formula 1, primo podio dopo essere stato a lungo davanti al campione del mondo Fernando Alonso. Il mondo della F. 1 è impazzito. Lewis, alla vigilia del GP Australia, aveva chiesto sei mesi per imparare a vincere. Forse salterà qualche classe ed arriverà lì davanti molto prima del previsto.

«E’ fantastico. Fino allo scorso anno questi piloti li guardavo in Tv, e adesso eccomi qui accanto a loro. Ma c’è tanto lavoro dietro questo risultato. Sono felice di essere rimasto così a lungo davanti al due volte campione del mondo. Non è cosa da tutti i giorni. Appena sceso dalla macchina mi sono chiesto: ma cosa ho fatto? Non credevo di essere davvero riuscito a fare quello che sognavo.»

Il primo che ha incrociato dopo l’arrivo è stato Anthony, il papà. Una lunga risata liberatoria per celebrare un terzo posto che vale un trionfo. Un risultato decisamente migliore di quelli che sta raccogliendo nel calcio la sua squadra del cuore, l’Arsenal. Ma non c’erano davvero Wenger e Henry nei suoi pensieri.

«Sono estasiato. Credo sia la parola migliore per esprimere quello che provo. Per qualcuno sarò una sorpresa. Ma io sapevo di potercela fare. Ho lavorato per questo. Fernando (Alonso, nella foto sotto con Hamilton) è un pilota molto veloce, ma io ho provato a stargli davanti. E ci riproverò ancora. Essere in squadra con un campione del mondo, mi esalta. Perchè ogni volta che riesco a fare qualcosa di buono, prendo fiducia. E’ vero, mi sento dentro un sogno. Siamo solo all’inizio, ma è un inizio meraviglioso. Sono andato più forte di quanto qualcuno pensasse, sono andato contro le scommesse. Ma io sono fatto così. So cosa devo fare e so come farlo.»

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Stavolta non fa proclami. Ma è la personalità di questo giovanotto che mi emoziona. Ha tante sicurezze, ma porta con sè anche quel minimo di dubbi che l’aiutano a non sbagliare.

C’è Anthony, il papà, accanto a lui. Il nonno si chiamava Davidson e nel 1954 è emigrato dalle Isole Grenadine a Londra. Sono neri, ma Lewis dice di non essere mai stato vittima, se non qualche volta da piccolo, di episodi di razzismo. Il fatto che nessun pilota di colore abbia mai corso in Formula 1 ha ingigantito l’attesa attorno al suo nome.

C’è un ragazzo nuovo in città. Il suo nome è Hamilton, Lewis Hemilton. E vuole diventare Il Più Grande.

L’UOMO nuovo della Formula 1 è pronto a ripetersi.

Ha firmato un contratto con la McLaren per un ingaggio di 750.00 dollari, ma nell’accordo c’è anche un bonus di 250.000 dollari per ogni Gran Premio che riuscirà a vincere. E’ forse anche per questo che ha affrontato in quel modo la prima curva dell’Albert Park di Melbourne.

Famiglia borghese, infanzia difficile. I genitori hanno divorziato quando lui aveva solo due anni. E’ cresciuto col papà, Anthony di 50 anni, ma va spesso a trovare la mamma Carmen Lockhart che lavora in una Casa di Salute a Londra.

Il giorno che in televisione hanno annunciato il suo ingaggio da parte della McLaren di Formula 1, il papà era davanti al teleschermo. E’ esploso di felicità, ha fatto un salto incredibile. Si è stirato un muscolo del polpaccio e si è dovuto far ricoverare in ospedale.

In gara Lewis usa sempre un casco giallo, lo fa da quando correva con i kart. E’ il padre a volerlo. Così lo riconosce subito. E’ un tipo precoce il giovanotto. A 6 anni ha fatto la prima esibizione in televisione nello spettacolo per bambini “Blue Peter”, guidava una macchina radiocomandata.

Vive nel villaggio di Tewin, nello Hertfordshire. Una chiesa e due pub. Il suo più caro amico è il fratello Nicolas, di 14 anni. Soffre di disturbi cerebrali, ha bisogno di cure continue, ma è il punto di riferimento di Lewis.

«Nicolas è un fantastico ragazzo. E’ un’ispirazione per me. Ha sempre un sorriso, è sempre positivo, non si lamenta mai per quello che ha. Tiene semplicemente il mento su. Ogni volta che credo di avere un problema, penso a quanti problemi più grandi riempiono la sua vita. Averlo come fratello migliora il mio modo di affrontare il mondo.»

Il contratto con la McLaren ha una clausola particolare: la casa inglese può sostituirlo senza pagare una penale se Hamilton non si dimostra abbastanza veloce.

«Diventerà campione del mondo. E’ solo questione di tempo», parola di Martin Whitmarsh, capo esecutivo della McLaren.

«So come diventare il migliore, ho solo bisogno di tempo», ha risposto lui.

C’è un ragazzo nuovo in città. Il suo nome è Hamiltom, Lewis Hamilton.

 

Roma scopre il pirata Nadal

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Un caldo giorno di maggio del 2005 Roma scopriva quello che sarebbe presto diventato il suo eroe. Rafa Nadal, non aveva ancora 19 anni, batteva Guillermo Coria e conquistava il primo trofeo sulla terra rossa del Foro. Ne avrebbe vinti altri sei. Tra meno di un mese scatteranno gli Internazionali di tennis e lui sarà ancora il favorito. E’ il momento giusto per ricordare quella magica impresa. 

 

IL PIRATA è arrivato a Roma e ha segnato con il suo marchio una finale incredibile. Rafael Nadal ha lottato per 5 ore e 14 minuti, ha sconfitto un fantastico rivale come Guillermo Coria. Lo ha fatto con la mano sinistra coperta di piaghe. Aveva un ematoma all’indice, il palmo era tormentato da una vescica. Per un mancino è quasi un miracolo arrivare sino in fondo in quelle condizioni. Lui è andato oltre, la partita l’ha anche vinta.

Una sfida infinita. Hanno finito mentre il pomeriggio entrava nella sera. Si è rischiato addirittura di sconfinare nella notte. Per la prima volta la finale romana si è chiusa al tie break, mai una gara di questo torneo e dell’intero Masters Series era durata così a lungo.

Il nuovo re di Roma è un ragazzo con la faccia simpatica, uno che veste come un pirata. Ha grandi doti fisiche. Un corpo muscoloso costruito in palestra attraverso le arti marziali. Quando si sposta sulla parte destra del campo al rivale arriva un segnale inquietante. L’incubo è appena cominciato. Da lì spara colpi terribili, sia di rovescio che affidandosi ad un dritto anomalo che gli riesce naturale.

«Ecco, quello è un colpo che mi sarebbe piaciuto avere» ha detto John McEnroe a Sergio Palmieri che gli sedeva accanto in tribuna.

Il pirata è un fenomeno nel fisico, ma ha nella testa la forza più grande.

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Sa reagire, non si arrende mai. Picchia la palla e il pensiero già corre veloce al prossimo colpo. Anche quando è sotto e sembra impossibile possa uscire da una situazione irrecuperabile, eccolo tirare fuori dal cilindro una serie da paura.

Guillermo Coria gode di un soprannome nel suo Paese, lo chiamano “mago”. Ieri le magie ha dovuto soprattutto subirle.

Il popolo del Foro ha preso il giovanotto di Mallorca sotto la sua protezione. E così l’altro, l’argentino che viene dalla provincia di Santa Fè, si è sentito solo in mezzo a migliaia di persone. E ha cominciato a fissare con lo sguardo i nemici. “Sta calando di concentrazione”, avrà pensato qualcuno. Errore. Più semplicemente lui si nutriva di quella rabbia per continuare a lottare. E’ uno che non cede mai Guillermo. Viene dalla zona che ha dato i natali a Carlos Monzon. Non poteva chiamarsi fuori senza avere tentato tutto. E così ha fatto.

Ha scelto di osare di più nel secondo set e lo ha portato a casa, è riuscito a recuperare una partita persa nel quarto dopo avere ceduto nel set precedente il game più incredibile delle 5 ore e 14′ di incontro.

Parliamo del nono. E’ durato 22 minuti, a Nadal sono occorsi 28 punti per conquistarlo e aggiudicarsi il set per 6-3.

Soffriva in tribuna Carla, la moglie dell’argentino. In campo, Coria stringeva gli occhi e cento rughe andavano a invecchiare un viso da bambino. Il ragazzo dall’altra parte della rete giocava un tennis incredibile e non sembrava avere nessuna voglia di arrendersi. Guillermo aveva capito che per conquistare le migliori occasioni sarebbe dovuto entrare in campo per cercare di chiudere il punto, finchè fosse rimasto ancorato a due metri dalla linea di fondo il terreno di caccia lo avrebbe lasciato in mano a Nadal.

«Il ragazzo spagnolo ha la miglior difesa che io abbia mai visto», commentava un entusiasta McEnroe.

Urlavano gli argentini arrivati da Venado Tuerto, il paese di Coria. Agitavano la bandiera e invocavano il suo nome. Ritmavano cori gli spagnoli, accompagnati dal resto del pubblico romano. Poi, improvvisamente, restavano muti. Il fisioterapista andava incontro al loro eroe. Tintura, polvere di cicatrene e una doppia fasciatura. Prima sull’indice sinistro, poi sul palmo della mano. Sembrava la svolta, il segnale di una resa imminente, l’inizio della fine.

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Coria portava a casa il quarto set. Il 18enne di Manacor sembrava improvvisamente stanco, metteva in fila una preoccupante serie di errori, non reagiva. La sua immagine mi ricordava quella di un pugile alle corde, in affanno, incapace di battersi, testo solo a risparmiare energie nel sogno disperato di una ripresa imminente.

L’argentino apriva il quinto e decisivo set con tre game vinti di fila e si portava per due volte a un punto dal 4-0. I tifosi di Nadal si guardavano in faccia. Erano tristi e scuotevano la testa.

Erano pochi quelli che avevano ancora fiducia. Popolo di miscredenti, per battere Rafa devi colpirlo senza lasciargli la possibilità di rialzarsi. Se non ne sei capace vai incontro a brutte sorprese.

Eccolo rinascere sulle ceneri di un tennista a pochi colpi dalla sconfitta. Tirava fuori dal cilindro le energie per rimettersi in piedi. La gente era impazzita, lungo i gradoni del Foro anziani signori inscenavano curiosi balletti ad ogni punto importante messo a segno da Nadal. E lui si issava sino a guadagnare il primo match point sul 6-5 30-40 con Coria al servizio.

Solo chi non conosceva Guillermo poteva pensare si fosse rassegnato. Correva ancora a prendere qualsiasi colpo negli angoli più lontani del campo. Rimetteva palle impossibili e lo faceva cercando di marcare a sua volta il punto che lo avrebbe tirato su dal burrone. Poi osava fino al limite dell’incoscienza e sparava una palla sulla riga. Annullava il match point, si rimetteva in partita fino a chiudere con un pallonetto su un attacco di Nadal.

Sarebbe stato il tie break a decidere la finale.

Un fascio di muscoli Nadal, un folletto che volava sul campo dopo oltre cinque ore di lotta Coria. Due match point per Nadal sul 6-4. Annullati. Poi, raccogliendo le stille di energia ancora rimaste, lo spagnolo chiudeva la sfida. Coria, un grande rivale, era stato battuto. Il pirata aveva vinto una fantastica finale. John McEnroe si alzava in piedi e applaudiva. Avevamo appena vissuto una grande giornata di sport.

 

Lo sport vuole uscire dal buio

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VISIBILITA’. E’ la necessità che figura al primo posto nello scadenziario delle Federazioni.
Non ne soffre il calcio che ha però legato in modo eccessivo il suo destino alle televisioni. I diritti Tv rappresentano il 57% delle entrate, i biglietti dello stadio sono fermi all’11%. Anche lo sport principe del panorama italiano ha dunque un rapporto sbagliato con il principale mezzo di diffusione. Dal momento che circa il 70% della popolazione nazionale non ha abbonamenti alla pay tv, se ne deduce che a lungo raggio potrebbe crearsi un calo di interesse, una minore fidelizzazione dell’utente/spettatore che finirebbe per incidere in modo importante sul futuro del pallone.

Per il calcio l’ipotesi crisi è a lungo termine, per le altre discipline è il presente. Quasi tutte mancano infatti della visibilità necessaria per sopravvivere o per migliorare. Se non puoi mostrare il tuo prodotto, per quanto bello sia non avrà valore. Gli sponsor calano, le entrate diminuiscono, i tifosi scappano. Bisogna risolvere in fretta il problema.

Il presidente Giovanni Malagò vuole creare una sorta di SuperSport con a capo il Coni che mandi in onda quelle discipline che hanno bisogno di una visibilità negata dal sistema televisivo attuale.

Gianni Petrucci ha annunciato a breve la nascita di una tv monotematica dedicata al basket, un canale che si ispirerebbe a quello della Federtennis.

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I numeri di SuperTennis indicano infatti che quella del presidente Angelo Binaghi è stata una scommessa vincente. L’aumento dei praticanti, la crescita esponenziale del fatturato degli Internazionali di Roma e della commercializzazione del prodotto tennis hanno non solo pareggiato i costi della produzione televisiva, ma hanno anche generato risorse con cui potenziare il settore tecnico.

Lo sport in Tv costa. Sky e Mediaset Premium hanno abbonamenti onerosi. Ma soprattutto ospitano con appuntamenti costanti solo eventi di vertice e di una ristretta cerchia di discipline: calcio soprattutto, Formula 1, motociclismo e Nba.

Anche il Sei Nazioni di rugby, che comunque continua a portare sessantamila spettatori allo stadio, dopo essere stato ospitato da Rai (quando il torneo era ancora a cinque), La7 e Sky è passago ora sugli schermi di Dmax (con buoni risultati di ascolto).

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Spesso quando si apre un dibattito sul perché lo sport manchi di visibilità ci si limita a individuare un solo colpevole: i media che non contribuiscono ad elevare la cultura sportiva italiana allargando l’orizzonte degli interessi.

Non credo sia così semplice. La cultura sportiva nasce da più fattori.

La prima fonte dovrebbe essere la famiglia. E qui ci troviamo davanti a un’esasperazione tipica del nostro Paese. La maggior parte dei genitori porta i figli sui campi perché spera di allevare un campione che diventi popolare, guadagni milioni di euro e possa vivere senza problemi. Basta andare una domenica mattina sui campi di calcio che ospitano le partite delle categorie allievi, juniores o addirittura delle squadre dilettanti per capire come il concetto di cultura sportiva non abiti qui. E non si salvano gli altri sport. Le tribune delle piscine sono piene di genitori con il cronometro in mano, quelle dei campi da tennis ospitano papà e mamme urlanti contro l’avversario del loro figliolo/campione. E via dicendo.

La seconda fonte dovrebbe essere la scuola. E qui precipitiamo, se possibile, ancora più giù. L’educazione motoria nelle elementari è ancora lontana dai livelli che dovrebbe avere una nazione civile. Le ore di ginnastica nelle medie o alle superiori sono spesso ospitate in teatri che non sono certamente idonei alla pratica. Di sport si parla solo a livello passivo, da tifosi delle squadre di calcio. La parte attiva è limitata a un po’ di pallavolo, qualcosa di basket e finisce lì. Come può nascere cultura dove manca anche il semplice approfondimento del concetto sportivo?

La terza fonte dovrebbe essere la politica. Lo sport crea persone sane, diminuisce la percentuale di bambini obesi che sono una delle piaghe della società moderna, riduce le spese medicinali, forma concetti base utili anche nella vita: solo con il sacrificio e nel rispetto delle regole si possono raggiungere gli obiettivi. Ma nessun politico sembra accettare l’idea di impegnarsi a fondo sul tema. Sono convinti che non porti voti.

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Anche i media hanno le loro colpe. E’ cambiato il loro modo di affrontare lo sport. I giornalisti hanno spostato l’obiettivo, si è passati dalla fase tecnica a quella narrativa, con il racconto dei protagonisti delle imprese, per approdare oggi al gossip puro. Non sono ancorato al passato per questioni legate alla mia età, credo di conservare un minimo di modernità nell’approccio alla professione. Ma spiegatemi perché dovrei appassionarmi alla vicenda Icardi/Nara/Lopez, per quale motivo dovrei sentire il mio cuore battere leggendo di Balotelli e delle sue donne. Il fatto è che oggi finiscono in prima pagina solo gli eccessi. Sui siti Internet sono i culi delle signorine di turno, sui quotidiani sono spesso vicende che nulla hanno a che fare con il racconto dello sport.

Tutto vero. Ma per favore non venitemi a sbandierare sotto il naso L’Equipe e le sue prime pagine dedicate a curling, palla tamburello, rugby o chissà cos’altro. Il quotidiano sportivo francese agisce in un regime di assoluto monopolio. La Francia non ha altri giornali che parlino di sport. Né monotematici, ma neppure i politici che limitano a una pagina o meno l’informazione di settore. Da noi le sezioni dedicate allo sport su Corriere della Sera, Repubblica, Stampa, Messaggero e via dicendo sono corpose e il lunedì assumono le dimensioni di un quotidiano a parte. Senza contare i tre quotidiani sportivi che, anche se in calo, rappresentano pur sempre una solida concorrenza.

L’Equipe può gestirsi senza problemi di concorrenza. Chi ama lo sport, dal calcio alle bocce, ha una sola scelta. Credo che in quelle condizioni sia più semplice decidere cosa mettere in copertina. E poi, è vero, c’è una divrsa mentalità. Pensate che da noi un titolo del genere (foto sotto) sarebbe stato possibile?

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Resta il problema della visibilità. Due quotidiani sportivi su tre, con la sola eccezione della Gazzetta, dedicano a sport che non siano calcio il 15% degli spazi.

Le televisioni fanno ancora peggio.

A questo punto sembra che l’unica via da intraprendere sia quella percorsa dalla Federtennis. Non a caso Petrucci ha incontrato Binaghi per capire meglio su quale terreno andrebbe a muoversi, non a caso altre Federazioni (ciclismo, pallavolo, atletica e nuoto) hanno chiesto informazioni. Ma la soluzione non è così semplice.

Come per ogni progetto importante, servono soldi. SuperTennis ha in bilancio dai tre ai cinque milioni di euro l’anno per produzione, stipendi e acquisizione dei diritti televisivi. Le altre Federazioni possono disporre di questo capitale? La Fit ha il volano magico negli Internazionali di Roma, una fonte inesauribile di risorse grazie ad un’amministrazione attenta e capace.

La Federbasket potrebbe muoversi su questo sentiero. Ha i soldi per farlo. Le altre non so. La Fip ha un altro vantaggio: un calendario fisso, con date e protagonisti noti per tempo. E soprattutto una costanza di eventi per l’intero arco della stagione. E’ quello che si chiede, dopo i soldi, a una tv monotematica.

La creazione di un fenomeno di casa aiuterebbe a risolvere ogni problema. Se ci fosse Tomba o la Compagnoni l’audience dello sci toccherebbe picchi vertiginosi. Se Panatta tornasse a vincere Roma, Roland Garros e Coppa Davis il tennis non avrebbe bisogno di una sua Tv per farsi conoscere. Se Moser, Saronni, Gimondi tornassero sulle strade, il ciclismo ritroverebbe appassionati e lo share sarebbe da sogno.

Ma se non ci sono campioni italiani capaci di dettare legge nel mondo, ci si deve affidare alla forza del prodotto in sé. Con qualche rischio.

Il rugby ha compiuto un autentico miracolo. Ha venduto un’idea. E ha avuto successo. Non importava che l’Italia perdesse quasi tutte le partite giocate, l’attenzione era sempre alta. Poi però la bellezza dello spettacolo in sé non è più stata sufficiente a garantire una vetrina televisiva nazionale di vertice. Forse il lavoro promozionale e di crescita tecnica non è più stato al pari della spettacolarità dell’evento e le televisioni più importanti hanno ceduto il passo.

Resta, come ho detto, la grande passione popolare che riempie gli stadi. Ma a lungo andare qualche contraccolpo si potrebbe sentire. Anche perché gli eventi di grande richiamo sul territorio nazionale sono due o tre partite l’anno del Sei Nazioni e nulla più.

Le Federazioni sportive non possono più vivere dei soli contributi Coni, devono trovare risorse altrove. Ma gli sponsor se non hanno una vetrina dove mostrarsi si allontanano. Le soluzioni a questo punto, a mio avviso, sono soltanto tre.

La creazione di canali monotematici, che hanno però come visto costi elevati, è la più affascinante.

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In alternativa potrebbe esserci una diversa alleanza con RaiSport. La televisione di Stato può offrire spazi, anche se non può garantire adeguati compensi. Ma l’aspetto principale da migliorare sarebbe quello della promozione dell’evento. La Rai raramente esalta quello che ha in casa. Una nuova programmazione, su basi diverse e con maggiore coinvolgimento di entrambe le parti, potrebbe offrire quella visibilità che oggi lo sport italiano, calcio escluso, va cercando.

La terza strada potrebbe essere quella delle alleanze. Considerando il fatto che più di una Federazione non ha un calendario eventi in grado di coprire l’intera stagione, e dal momento che i costi di produzione sono elevati, le Federazioni potrebbero costituire un gruppo di gestione comune che tenga conto in percentuale degli spazi occupati. In questo modo si abbasserebbero i costi e si avrebbe sufficiente materiale per occupare l’intero palinsesto.

A, dimenticavo, ci sarebbe una quarta strada. Quella di continuare a lamentarsi, restando saldamente immobili. Tipico atteggiamento di una dirigenza sportiva vecchia di mentalità e ancorata a una gestione che appartiene a un passato che non esiste più.

Secondo voi su quale percorso si incammineranno le nostre Federazioni?

 

Garcia, nel nome del padre

 

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BAYAMON è un piccolo centro nell’immediato entroterra nord orientale di Portorico. Confina ad est con Guaynabo, la località dove è nato Luvi Callejas. Sono stato laggiù una sola volta, per la difesa mondiale di Loris Stecca, ed ho riportato a casa tanti ricordi. Il calore della gente; un caldo asfissiante che mi faceva sentire come se fossi immerso nella melassa; la poesia di un gruppo di anziani che giocavano a domino su tavolini in marmo, lungo i vicoli del porto. E soprattutto la grande passione per la boxe. Un sentimento religioso, ascetico, al confine con il fanatismo. Ma anche un rispetto estremo per una disciplina che da quelle parti hanno sempre considerato davvero nobile.

La palestra dove si allena Danny Garcia a Filadelfia ha le pareti coperte dai ritratti di Felix Trinidad, Hector Macho Camacho, Miguel Angel Cotto, Wilfredo Benitez. Li ha disegnati un amico che di mestiere fa il tatuatore.

Quelli sono pugili che hanno scritto pagine di storia in questo sport. Il locale è in una stanza di un vecchio edificio abbandondato, acquistato e ristrutturato dalla famiglia Garcia. Nello stesso stabile ci sono anche un barbiere, un rivenditore di ricambi per auto e uno studio di registrazione.

Ma quella stanza con un ring al centro è il regno dei Garcia.

GarciaMatDanny (a destra nella foto contro Matthysse), il campione del mondo dei superleggeri, è nato a North Philly, la zona a rischio della vecchia Filadelfia. La crisi economica degli anni Ottanta l’aveva segnata profondamente. Lì si muoveva gente che voleva fare soldi in fretta.

Era la zona dei Blue Tape Warriors, una gang che gestiva lo spaccio di droga tra l’Ottava strada e Butler. Un commercio all’aperto, senza sentire la necessità di nascondersi. I muri attorno erano ricoperti di graffiti. Parlavano il linguaggio delle gang, predicavano l’illegalità.

Angel Garcia ci aveva provato a rimanere onesto. Veniva da Bayamon, sua moglie Mariza era di Noguabo. Una coppia di portoricani come tanti, con due figli da accudire. Erik, il più grande, e Danny più piccolo di due anni.

Angel aveva trovato lavoro in una fabbrica di vestiti. Ma a fine mese riusciva a mettere assieme poche centinaia di dollari, vendendo droga ne accumulava migliaia. E poi era la cultura del posto a dirgli che quella era l’unica cosa giusta da fare. Ovunque si girasse vedeva gente che soffriva e uomini che potevano permettersi macchine di lusso, cappotti da mille dollari e cibo sicuro per tutta la famiglia.

Angel era tornato a spacciare per i Blue Tape Warriors.

Danny cresceva in fretta. Era un bambino vivace, spesso correva per casa tirando pugni all’aria. A sette anni il papà l’aveva portato in una palestra e gli aveva fatto vedere come si portano gancio, diretto e montante, i colpi principali. Anche lui avrebbe voluto essere un pugile, ma non ce l’aveva fatta. Il figlio l’avrebbe aiutato a realizzare un sogno.
Era stata quella una visita veloce, la regola diceva che prima del decimo compleanno un ragazzino non poteva frequentare una palestra di boxe. Una regola che neppure Angel poteva infrangere.

Aveva dieci anni Danny Garcia il 20 marzo del 1998, quando aveva finalmente fatto il suo ingresso ufficiale all’Harrowgate Boxing Club. Cinque mesi dopo il papà veniva arrestato.

Angel si trovava in una casa di Hunting Park, la sua zona di spaccio. Mariza l’aveva pregato di non andare. Aveva fatto un brutto sogno ed aveva paura che potesse accadergli qualcosa di terribile. Lui aveva scrollato le spalle, si era chiuso la porta di casa alle spalle ed era andato al “lavoro”.

La polizia aveva circondato l’edificio, Angel per scappare si era lanciato dal secondo piano. Per sua fortuna non si era rotto nulla, ma appena piombato sul prato era stato ammanettato e portato via.

Il processo era stato veloce. Lui si era dichiarato colpevole e il giudice l’aveva condannato a due anni di prigione.

Ne aveva viste tante nella sua vita Angel Garcia. Il cognato era stato ucciso da un colpo di pistola quando era ancora un ragazzo, un amico era stato trucidato con dieci pallottole sulla faccia. Lui stesso aveva avuto due pistole puntate alla testa. Gli era andata bene ancora una volta, i rapinatori gli avevano preso ottomila dollari di cocaina ed erano scappati via.

In cella aveva riflettuto a lungo. E aveva deciso di cambiare. Mariza, Erik e Danny avevano bisogno di un marito e di un padre. Lui aveva bisogno di una famiglia.

dannyepapaAveva comprato quel vecchio edificio a North Philly e l’aveva rimesso a nuovo. Ora aveva una missione da compiere. Portare suo figlio al titolo mondiale (nella foto, Angel a destra e Danny alla conferenza stampa dopo il match con Matthysse).

Per riuscirci lo ha sottoposto a un regime militare. Ne ha gestito la dieta in maniera ossessiva, ha controllato tutte le amicizie del ragazzo, ha concesso rare uscite con le amiche. Ma non andate a dire a Danny Garcia che il papà ha sbagliato. Sarebbe il modo più veloce per farlo arrabbiare.

Da dilettante Danny andava molto bene, nel suo record 107 vittorie e 13 sconfitte. Sognava i Giochi di Pechino. Era il 2006 e il destino aveva deciso che la parola felicità non dovesse entrare in casa Garcia.

Ad Angel avevano diagnosticato un tumore alla gola. I dottori gli avevano pronosticato al massimo sei mesi di vita.

Un’intensa chemioterapia, un periodo di digiuno quasi assoluto (non poteva mangiare e veniva alimentato solo attraverso un tubo nello stomaco), una debolezza sensa confini.

Il figlio, giovane pugile in ascesa, aveva perso la passione per lo sport. In casa erano tanti quelli che venivano a proporsi come nuovo maestro, manager di fiducia e chissà quanto altro ancora. Luiringraziava tutti e li rimandava via.

Come nelle favole, il papà allenatore tornava in palestra. Era il 2007. Non stava ancora benissimo, ma aveva recuperato gran parte delle forze (solo nel 2009 avrebbe avuto la certezza della regressione della malattia).

Era arrivato il grande momento. Danny passava professionista e diventava “the swift”, il veloce.

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Da allora ha vinto tutti e 28 in match che ha disputato, sedici volte ha chiuso prima del limite. Ha battuto due volte Erik Morales, ha sconfitto Amir Khan e Zab Judah. E’ diventato campione del mondo dei superleggeri. Ha sconfitto Lucas Martin Matthysse, un argentino che aveva collezionato 34 vittorie, trentadue delle quali per ko. E’ stato quello il match che lo ha definitivamente consacrato protagonista assoluto (http://www.youtube.com/watch?v=35mN61yBtC0).

Soldi, popolarità. Molto è cambiato nella vita di Danny Garcia, ma non è cambiato l’amore. E’ sempre legato a Erica Mendez (nella foto sopra con il campione del mondo), sua fidanzata da molti anni. Erica è una talentuosa artista che produce in proprio i suoi spettacoli di cantante, ma allo stesso tempo non molla gli studi in legge. Diventare avvocato è uno degli obiettivi della sua vita.

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Ora Danny passerà tra i welter, salirà di categoria. Lo ha già annunciato. E, forse, in un prossimo futuro potremmo vederlo contro Floyd Mayweather.

Il ragazzo mi ha entusiasmato. E’ un pugile che ha sempre il match in mano, uno capace di gestirsi con infinita pazienza e grande coraggio. Abile nello smontare qualsiasi iniziativa dello sfidante, preciso ogni volta che decide di contrattaccare. Una saggezza tattica che appartiene ai fuoriclasse. Ho visto un grande ed ho deciso di scrivere la sua storia.

Ho saccheggiato i giornali americani, ho parlato con qualche amico nordamericano (avevo la fortuna di trovarmi da queste parti), ho riletto alcuni scritti del passato ed ho messo assieme il racconto di una vita che a me sembra regali molti spunti di ottimismo.

Puoi precipitare in fondo al burrone, ma se lotti con coraggio e volontà potrai tornare a vedere la luce. Nello sport, come nella vita.

La boxe spesso viene additata come luogo di violenza e perdizione. Io dico che da queste parti si può trovare la redenzione. Altrove, non so.

Il gol, magia che cambia la vita

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Il Genoa è avanti 0-1 sul campo del Torino. I novanta minuti di gioco si sono appena conclusi, Gilardino ha segnato all’85’. Quattro i minuti di recupero. Dopo due pareggia Immobile, dopo tre Cerci con un gol da favola regala la vittoria al Toro. Incredibile, fantastico, ma già visto. E a livelli decisamente più alti.

 

IL BUIO della notte ha appena coperto Barcellona. Dormono tutti i ragazzi del Manchester United, solo uno di loro non riesce a prendere sonno. Ole Gunner Solskjaer si rigira nel letto. Il compagno di stanza Jaap Stam russa rumorosamente. Impossibile non sentirlo. Solskjaer cerca di rilassarsi, alza il telefono e chiama il suo più caro amico. Un infermiere di Trondheim, Norvegia. Fa il turno di notte, è sveglio anche lui.

Perché non dormi, Ole?

“Jaap fa più rumore del motore di un aereo in partenza.”

Rilassati, domani è il grande giorno.”

“Farai il tifo per me?”

Certo, ma non potrò farlo sino in fondo. Più o meno quando voi sarete attorno al 15’ del secondo tempo, io comincerò a lavorare. Non ho potuto chiedere il permesso, siamo in pochi in ospedale.”

“Devi farti registrare la finale, accadrà qualcosa di speciale. Lo sento.”

Tranquillo Ole, ci ho già pensato.Ho la persona giusta.  Buonanotte.

“’notte anche a te.”

Il giorno che sta per arrivare sarà davvero speciale. Al Nou Camp di Barcellona il Manchester United si giocherà la Coppa dei Campioni contro il Bayner Monaco. L’ultima volta che è riuscito a vincerla è stato nel 1968, in panchina il manager si chiamava Matt Busby ed era sopravvisuto al disastro aereo che nel 1958 aveva distrutto la squadra.

La finale di Barcellona si gioca il 26 maggio 1999, novant’anni esatti dopo la nascita di Busby, venticinque anni fa.

Al 6’ del primo tempo una punizione, un interno destro a rientrare, calciata da Mario Basler porta in vantaggio i tedeschi.

Al 36’ della ripresa Ole Gunnar Solskjaer finisce di soffrire in panchina. Si era agitato, aveva cercato con gli occhi lo sguardo del coach Alex Ferguson, aveva sperato di essere chiamato come sostituto. Sapeva di poter fare bene. Era entrato nel finale anche contro Liverpool e Nottingham Forrest e aveva segnato in entrambe le occasioni. Cosa aspettava il tecnico a metterlo in campo?

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Ferguson (nella foto sopra festeggia con Solskjaer) gli dice di prepararsi a entrare, sostituirà Andy Cole.

Ricordo tutto. Ricordo il colore delle gote di Ferguson, erano viola. E ricordo il silenzio rassegnato dei nostri tifosi.

Con lui i Diavoli Rossi entrano all’inferno, ne usciranno solo da vincitori.

L’addetto alza il tabellone che indica il recupero concesso dall’arbitro, l’italiano Pierluigi Collina. Ancora tre minuti da giocare e il Bayern è sempre avanti 1-0.

Quei tre minuti cambiarono non solo la mia vita da calciatore, ma forse anche il mio modo di percepire la realtà. Neppure noi ci credevamo, ma sapevamo che dovevamo ugualmente insistere.”

Ferguson è in trance agonistica. Si muove nervoso davanti alla panchina, pensa a qualsiasi soluzione pur di cambiare quel maledetto risultato.

Non sapevo neppure chi fossi, dove fossi. Se avessi avuto dieci punte le avrei schierate tutte.”

Johansson, presidente dell’Uefa, lascia la tribuna e si dirige verso il campo per la premiazione.

Trentasei secondi dopo la segnalazione del recupero, Beckham batte un calcio d’angolo da sinistra. Giggs prova a tirare in porta, ma colpisce male. Palla a Teddy Sheringham che di piattone destro la piazza all’angolino basso alla destra di Oliver Khan. E’ il gol dell’1-1.
L’inferno inghiotte il Bayern Monaco.

Solskjaer confessa sincero.

Cosa ho pensato? Che culo! In area c’era anche il nostro portiere Peter Schmeichel. Pensavamo proprio fosse finita.

Steve McClaren il secondo di Ferguson chiede il permesso di fare riscaldare le riserve.

Li faccio muovere, così sono pronti per i supplementari.

Il grande Alex non è sulla stessa lunghezza d’onda.

Tu non fai proprio niente. Questa partita non è ancora finita.”

Ole Gunnar Solskjaer è l’unico a non correre incontro a Sheringham per festeggiarlo. Si avvia verso il centrocampo. E’ teso, concentrato. Sa che i trenta minuti dei supplementari richiedono il massimo di energie psico fisiche.

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Secondo minuto di recupero.

Altro angolo di Beckham, testa di Sheringham e palla sul destro di Solskjaer.

Il norvegese si allunga in un movimento irregolare, una sorta di spaccata senza grazia. Tocca con il collo del piede, la palla si alza e finisce in rete appena sotto la traversa. E’ il gol del 2-1, quello della vittoria, quello che consegna la Coppa Campioni al Manchester United. In quella torsione si è danneggiato i legamenti mediali della gamba destra, ma non sente neppure il dolore. Pazzo di gioia si getta sul campo umido, freddo. Non sente niente, solo una gioia infinita che gli cresce dentro.

Salta Ferguson, saltano impazziti i giocatori, urlano di gioia i trentamila tifosi venuti dall’Inghilterra, il Nou Camp è una bolgia indescrivibile.

Esiste un momento in cui dici: adesso posso anche smettere. Questo è uno di quei momenti.”

Il presidente Johanson esce dal tunnel e vede una scena che non riesce a capire.

I vincitori stavano piangendo (foto sopra) e i perdenti stavano ballando. Cosa diavolo era accaduto in quei tre minuti?

Solskjaer avrebbe firmato migliaia di foto di quel magico gol, avrebbe incontrato migliaia di tifosi che gli avrebbero detto la stessa cosa.

Quella è stata la più bella notte della mia vita, più bella anche della prima notte di matrimonio.”

Lui avrebbe commentato con un sorriso ironico.

Lo dicevano sempre e solo quando le mogli erano lontane.”

Un fan avrebbe scritto a un amico.

Non credere a questo messaggio, io sono morto quella sera a Barcellona.”

Sembrava un incubo, era diventato un sogno meraviglioso. Ole Gunnar Solskjaer quei tre minuti non li ha mai dimenticati. La magia di un gol gli aveva cambiato la vita e l’aveva fatto entrare nella storia del calcio.

 

Avrei scelto Totti, non Cassano

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CESARE Prandelli ha deciso. Dentro Cassano, fuori Totti. Nella Nazionale che volerà in Brasile per i Mondiali ci sarà posto solo per un “anziano”, il ct ha optato per il barese. La scelta credo fosse limitata ai due, Toni e Di Natale giocano in un altro ruolo, non erano in corsa.

Serve inventiva, velocità di giocata, intuizioni negli ultimi trenta metri. Magari per un utilizzo nella fase finale delle partite, in quelle gare difficili da risolvere se non si ha chi possa innescare la miccia. Discorso che non fa una piega, solo che mi permetto di dissentire sulla scelta.

Tecnicamente non si discutono. Ma la tecnica di Totti è sempre al servizio della squadra. Gioca per il gruppo, esalta il valore di chi viene schierato al suo fianco. Anche quest’anno ha mandato in gol i compagni, nove gli assist.

Cassano ha spunti da grande calciatore, ma ha sempre faticato a trovarsi a suo agio nel gruppo. La capacità di concentrazione sull’obiettivo è più fragile di quella del capitano della Roma. Ha cambiato sette squadre in carriera: Bari, Roma, Real Madrid, Sampdoria, Milan, Inter e ora Parma. Grandi club, altrettante occasioni perse per strada. La sua migliore stagione resta quella romana, con il capitano giallorosso al fianco.

Totti ha carisma. Ha giocato da campione chiunque abbia avuto a fianco. Cassano fatica a farsi accettare per le sue esuberanze, non è un caso che prima di farlo rientrare Prandelli abbia avuto un lungo colloquio con il resto della squadra, con i senatori.

Grandi fionde per mandare in rete altri, ma capaci anche loro di fare gol. Totti nella specialità è un autentico fenomeno. Ne ha segnati 234 in carriera, ma soprattutto ne ha fatti 19 nelle ultime due stagioni. Vede la porta con la stessa genialità con cui capisce prima di tutti il taglio del compagno lanciato in attacco. Anche qui Cassano arriva secondo, 18 gol e una continuità solo ora ritrovata.

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Prandelli dice che il discorso è soprattutto fisico. Nessuno pensa che voglia far giocare Cassano dall’inizio. E allora, visto che l’impiego sarebbe relativo ai trenta minuti finali, il ct è davvero convinto che Totti sul piano prettamente fisico offra minori garanzie? Il capitano romanista ha una capacità di sacrifico superiore a quella di Cassano, una velocità di inserimento a partita in corso decisamente più alta. La maturità di Totti lo porta ad accettare cambi o utilizzo nel finale con serenità. Non so se lo stesso possa dirsi anche oggi di Antonio Cassano. Le incomprensioni con Donadoni in una fase di questo campionato testimonierebbero il contrario.

Resta il problema anagrafico. Trentasette anni Totti, quasi trentadue Cassano. Il campo ha detto che non è su questo piano che si fanno le scelte. Non è la carta di identità a comandare.

Fossero al meglio della condizione, non ci sarebbero dubbi. Ma anche così, dovendo sceglierne uno solo e con quella possibilità di utilizzo, avrei optato per Francesco Totti. Come me la pensano i bokkmaker inglesi che, nonostante la realtà dei fatti, continuano a indicare una quota per la convocazione mondiale del capitano. La pagano 7,5 volte la posta. Una puntatina si potrebbe sempre fare.

Alla fine del discorso preciso che queste non sono parole dettate dal tifo. Sono milanista, non l’ho mai nascosto. Ma forse proprio per questo ho scelto il romanista. Avrei tanto voluto vederlo con la maglia rossonera. L’altro l’ho visto e non ne ho un gran ricordo. Due campionati, trentatrè presenze, sette gol e un’espulsione. Niente di memorabile.

Un piano a coda per La Motta

 

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IL VECCHIO Jack stava suonando un piano a coda bianco. Indossava uno smoking dello stesso colore, aveva un minuscolo papillon nero al collo di una camicia di un bianco accecante. Era il 14 aprile del 1985 e Jack La Motta (nella foto tra Fulvia Franco e la sua seconda moglie Vicky)  stava festeggiando il matrimonio con Theresa Miller sulla scalinata accanto alla piscina all’aperto del Caesars Palace di Las Vegas. Era la sesta volta che si sposava e a giudicare dal sorriso sembrava proprio divertirsi.

Avevo avuto la fortuna di sedere a un tavolo vicino al pianoforte e potevo sentire Jack mentresparava battute a raffica.

«Una delle mie mogli era una donna davvero strana. Le piaceva fare l’amore sul sedile posteriore della nostra macchina. L’unica cosa che mi chiedeva, era di guidare con attenzione.»

Pausa, il tempo per godersi l’applauso, poi un’altra battuta.

«Voi tutti ricorderete Vickie, la mia seconda moglie. Vickie era sempre preoccupata, diceva che non aveva nulla da indossare. Non le ho creduto fino a quando non l’ho vista su Playboy.»

A due tavoli dal mio sedeva Sugar Ray Robinson. L’avevo visto qualche giorno prima, era stato un incontro triste. Il grande campione se ne stava afflosciato su una sedia alle mie spalle. Alla sua destra la moglie, a sinistra un amico che lo sorreggeva. Davanti a noi, su un ring che sembrava preso di peso da una sagra paesana Thomas Hearns faceva finta di allenarsi. Una sessione di guanti con uno sparring lento, impacciato, incapace di impegnarlo.

Eravamo al Convention Center, Ballroom Four, del Caesars Palace. Tappeti ovunque, musica a palla e in fondo alla sala un ring. I tifosi avevano pagato due dollari per entrare. C’erano tremila persone in sala. Chiasso, urla, nessuna possibilità di concentrarsi.

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Hearns salutava gli amici, rilasciava un’intervista televisiva, mimava addirittura qualche scena comica. Faceva le figure con Emanuel Steward, il manager/maestro era impostato in guardia falsa come Hagler. A volte si concedevano un giochino per la platea. Hearns sparava un colpo cattivo, il manager schivava e il pugile si ritrovava a colpire solo l’aria. Altre volte aveva avuto per sparring mancini veri come Cecil Pettigrew, Brian Muller ed il mediomassimo Charles Henderson. A fine sessione, Gino Lender, un altro uomo del suo clan, lo colpiva ripetutamente allo stomaco con un pallone medicinale.

Su uno dei due lati lunghi del salone, qualcuno aveva alzato un cartello bianco con una scritta rossa: “Le sentenze di Hearns”. E sotto quattro cartelli più piccoli.

«Sono in gran forma»

«Vorrei che il match fosse oggi»

«Manderò Hagler ko in tre round»

«Lo odio»

Poca fantasia, scarso gusto, inquietanti segnali di paura. Sugar Ray dietro di me, mormorava parole senza senso, non riusciva a capire le domande che tifosi incantati gli ponevano a raffica, li guardava con occhi tristi, poi mi batteva su una spalla.

«Chi ha vinto?»

Credeva fosse un match, era una seduta di allenamento.

E neppure troppo intensa.

La moglie lo proteggeva, pregando tutti noi di parlare con lei. La gente continuava a chiedere, incapace di capire che il vecchio campione non era più in grado di calarsi nella realtà. Ormai viveva in un mondo così lontano dal nostro da non avere neppure un punto di contatto.

Del mitico Sugar Ray Robinson era rimasto ben poco. Una faccia stropicciata dagli anni e dalla malattia, i baffetti e nulla più. Le parole che apparivano sui giornali tipo «Io li avrei battuti entrambi per ko», messagio rivolto a Hagler&Hearns, appartenevano all’ultima compagna di una vita che recitava una parte che non le apparteneva. Il mitico Robinson non era in grado di articolare una frase che avesse un senso compiuto. Aveva gli occhi velati di tristezza e, ma di questo non sono poi così sicuro, a poco meno di 64 anni sentiva già la vita scappargli via.

JLM2Jack La Motta (nella foto accanto nella fase di un match col grande Sugar Ray, nella foto sopra manda fuori dalle corde del ring Robinson) continuava ad omaggiarlo.

«Io l’affrontavo cercando vendetta. Lui mi affrontava tirandomi pugni. Robinson ha aperto ogni cosa io avessi chiusa e chiuso ogni cosa avessi aperta. Ma c’è una cosa che potrai sempre dire parlando di me come pugile. Ho salvato la mia testa. Ho perso i miei denti, ma ho salvato la mia testa».

«C’è troppa violenza nel mondo. Molta di questa è stata perpretata su di me da Sugar Ray».

«Ho affrontato tante di quelle volte Sugar, che è un miracolo che non abbia il diabete»

Aveva uno strano corpo Jack La Motta. Tozzo per essere un peso medio, con un gran testone, due piccole braccia muscolose che sembravano messe lì solo per tirare mazzate. Su quel volto duro e pieno di rabbia potevi leggere, tra le rughe, le battaglie di una vita. Mi era bastato vederlo da vicino per capire quanto avesse sofferto, quanto avesse fatto soffrire.

Erano tutti lì i grandi della boxe, nel giardino all’aperto del Caesar Palace. Avevo visto Jack La Motta, Sugar Ray Robinson, Larry Holmes, Don Curry, Josè Torres. Erano lì per ammirare Marvin Hagler che avrebbe difeso il mondiale dei pesi medi contro Thomas Hearns. Grandi campioni a cui La Motta aveva rubato la scena. Almeno per quella sera, era tornato ad essere il protagonista assoluto. Un intrattenitore che, su testi di altri, si divertiva a prendere in giro anche se stesso.

«Lei ha divorziato perché io facevo a pugni con i colori delle tende».

Pausa, risate.

«Sono in gran forma per un uomo di 64 anni. Ogni arteria del mio corpo è dura come una roccia».

Altra pausa, altre risate.

«Mia moglie non si era accorta che ero un alcolizzato fino a quando, una notte, non mi ha visto sobrio.»

JLM1Pausa, risate, applauso.

«Ehi Jack, raccontaci ancora quella su Rocky Graziano»

«Ve l’ho raccontata mille volte. Ma voi volete risentirla. E va bene. Quando il manager gli ha chiesto: “Vuoi combattere per la corona?”, lui ha risposto: “Uuhh, posso battere la Regina Elisabetta in tre round”. Vi giuro che è tutto vero, di mio non ho aggiunto una parola».

Era fatto così La Motta (sopra, in una foto di qualche anno fa). Donne, alcool, sigari, pugni e battute. Bob Arum e Rodolfo Sabbatini mi avevano dato un invito per la sua festa di matrimonio ed io mi stavo davvero divertendo. Ero arrivato a Las Vegas per lo show del Meraviglioso, ma non volevo perdermi nulla dello spettacolo che gli era stato costruito attorno. Un’aria magica circondava il grande evento. Ci sentivamo un po’ tutti La Motta in quei giorni. Smoking bianco e pianoforte a coda in tinta.

Le parole contano molto nella vita, non sempre i pugili riescono ad usarle con la stessa abilità dei pugni. Il vecchio Jack sapeva farlo come se fossero armi. E non sbagliava un colpo.

Se metti ko Ali ti fai male

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«FUCK YOU» urla Angelo Dundee a Drew Bundini Brown che implora un altro round per Ali.

«Fottiti, è finita» urla il manager all’uomo che più di tutti è stato vicino al campione.

Il massacro ha finalmente termine. Seduto sullo sgabello all’altro angolo del ring Larry Holmes piange. Per dieci riprese gli è sembrato di picchiare suo padre. L’uomo che gli sta davanti è un fantasma. Bundini non strilla più con quella sua voce melodiosa che viene dall’anima.

«Balla, campione, balla.»

Holmes attraversa il ring, copre Muhammad Ali con il suo asciugamano, lo bacia sulla testa.

«Ti amo. Spero che saremo per sempre amici. Non volevo farti del male. Ti prego, non combattere più. Se avrai bisogno di soldi, chiamami. Te li darò.»

«Non capisco. Se mi volevi così bene, perché mi hai ridotto così?»

Il mondo maledice Don King.

A FARE da manager al giovane professionista Larry Holmes ci ha pensato, per 21 combattimenti, Ernie Butler. Buon peso leggero negli anni Quaranta, ha scoperto il talento del ragazzo dopo averlo visto protagonista di una lite nelle strade di Easton. L’arte del pugilato gliel’hanno insegnata Ray Arcel e Freddy Brown.

Poi nella vita del pugile è entrato Don King. La prima volta che l’aveva incontrato Holmes gli aveva chiesto l’autografo. Qualche anno fa ha confessato a Wally Matthews di «Newsday» che il promoter gli ha rubato oltre venti milioni di dollari.

«È dura essere negro. Ti è mai capitato di esserlo? A me sì, una volta. Quando ero povero.»

Lawrence Holmes, detto Larry, nasce l’11 marzo del 1949 a Cuthbert in Georgia. Sono anni duri per la popolazione nera che nel profondo Sud è costretta a vivere ai margini della società, con poche garanzie sui propri diritti. Per questo la famiglia Holmes si trasferisce nel 1954 a Easton in Pennsylvania. Due anni dopo John Henry e Flossie, i genitori, divorziano. Larry deve lasciare la scuola, in casa ci sono altri undici tra fratelli e sorelle: i dollari non servono per i libri, ma per sfamare la famiglia.

Il primo lavoro è come lustrascarpe. Gira per i bar in cerca di clienti.

«Mi davano 25 cents per ogni paio di scarpe lucidate. Qualcuno mi metteva la mano sulla testa e me ne dava altri 25. Alcuni bianchi credono che strofinare i capelli di un bambino negro porti fortuna

Poi va a lavorare da “Jet Car Wash”, un autolavaggio. Ogni giorno percorre a piedi la strada fino a Phillipsburg, New Jersey. A 17 anni è già sposato con Dianne Robinson, dopo due anni è papà di due bambine, Misty e Lisa. Poi arriveranno anche Kandy Larie e Larry junior.

La boxe l’assapora un po’ alla volta, non è del tutto convinto che possa risolvergli la vita. Nell’ultimo match da dilettante affronta Duane Bobick per le selezioni olimpiche in vista di Monaco ’72. Scappa per tre round, evita la battaglia, tanto da costringere l’arbitro a squalificarlo. La stampa americana gli cuce addosso il marchio di vigliacco. Faticherà a levarselo di dosso.

Esordisce tra i professionisti il 21 marzo 1973, batte ai punti in quattro round Rodell Dupree e incassa 63 dollari di borsa. Sono i tempi in cui lui ed Ernie Butler dormono in macchina o sulle panchine d’attesa dei Greyhound per risparmiare i soldi dell’alloggio. Nessun manager importante vuole sentire parlare di quel lungone che la televisione nazionale ha fatto vedere a tutto il Paese mentre correva sul ring durante i Trials. Solo quando avrà messo in fila quindici vittorie, Richie Giachetti si accorgerà di lui.

Fra manager e pugile nasce una forte intesa, che poi si tramuta però in violentissimi contrasti fino alla rottura. Conclusione inevitabile nel momento in cui Holmes scopre che Giachetti, su richiesta della FBI, che sta indagando su Don King, gli ha fatto mettere dei microfoni ambientali all’interno di casa. Sotto il letto, in cucina, nel telefono.

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LARRY Holmes (sopra in una recente foto) diventa sparring di Muhammad Ali nel 1972. Per quattro anni vive nel suo cono d’ombra, gli ruba ogni segreto del ring. È con lui nello Zaire, gli fa compagnia nella trionfale campagna contro George Foreman. A differenza del maestro Larry non è bello. Il volto all’altezza degli zigomi è sempre un po’ troppo gonfio come lo sono le guance. Gli occhi a palla completano il ritratto di un uomo che non ha grande fascino. Prima della loro triste sfida, Ali gli regalerà il soprannome di “Peanut”, nocciolina.

È alto, robusto, sempre però con qualche chilo di troppo. Ma è intelligente, ha capito che uno come Ali può essere una miniera da cui attingere. E lui lo studia, fa sua l’idea che sul ring si debba essere eleganti, che con un buon sinistro si possa comandare il mondo.

Ad Ali, Holmes deve tutto, il campione combatte spesso e per Larry c’è sempre lavoro. Il jab di Holmes è uno dei più belli e potenti che un peso massimo abbia mai avuto. A quello stantuffo, lui riesce spesso a far seguire il gancio destro. Quando accade, per il rivale non c’è speranza.

Il titolo mondiale lo vince il 9 giugno del ’78 contro Ken Norton. La corona è vacante. Leon Spinks si è rifiutato di affrontare lo sfidante ufficiale, preferendo i miliardi della rivincita con Ali. C’è una vera guerra di nervi nell’avvicinarsi al match e, la sera dell’incontro, Holmes e Norton si odiano dal più profondo del cuore.

Non è un incontro di boxe, è una guerra. L’ultimo round, il quindicesimo, è una lotta selvaggia. Con quella prova di coraggio, di forza, di carattere, Holmes cancella finalmente la vergogna dell’incontro con Bobick. Otto difese dopo, tutte vinte per ko, arriva Ali.

A proporre quel mondiale è Harold Smith, che si presenta a Holmes con un’offerta di cinque milioni di dollari. Ma mentre i due stanno parlando, la lunghissima limousine bianca di Don King parcheggia davanti al vialetto di casa. Il promoter scende, suona, offre cartoni pieni di cibo cinese a Holmes e comincia a insultare Smith. Alla fine, Larry firma per il suo vecchio organizzatore a 2,5 milioni di dollari.

Ferdie Pacheco è sempre stato il medico di Ali ed è decisamente contrario al match. Tim Whiterspoon, all’epoca un ragazzo con appena sette incontri alle spalle, picchia sistematicamente il campione in allenamento. Dopo pochi giorni gli chiedono di non colpirlo più al corpo. La Commissione Atletica del Nevada impone al vecchio eroe un esame medico presso la Mayo Clinic di Rochester, nel Minnesota.

«L’esame ha mostrato una variazione nella forma del piccolo foro della membrana che separa i ventricoli del cervello. Il foro può allargarsi in seguito a eventuali colpi alla testa

Questo e altro è scritto nel rapporto della famosa clinica. Ali corre dei seri pericoli al punto che a mondiale concluso il dottor Pacheco dirà: «è stato fortunato a sopravvivere al match».

Ma ci sono otto milioni di borsa da prendere, al campione ne finirano “solo” 2,3, e il fisco insiste per essere pagato.

Larry sale sul ring con la scimmia sulle spalle. Il peso del fascino di Ali l’ha oppresso per tutta la carriera. Non gli è bastato diventare campione del mondo, distruggere un rivale terribile come Ernie Shavers, difendere il titolo altre sette volte. Per tutti continua a essere lo sparring di Ali. Niente di più.

Batterlo, metterlo kot dopo undici angosciose riprese, serve solo ad aumentare il peso sulle sue spalle. In pochi gli perdonano la punizione inflitta al mito. È stato sempre così nella storia di questo sport che molti pensano sia solo violenza, ma che nasconde nel suo cuore mille emozioni. È accaduto a Gene Tunney quando ha superato Jack Dempsey, a Ezzard Charles quando ha sconfitto Joe Louis.

E poi Larry Holmes è nero. Non come Joe Frazier, personaggio integrato nel sistema; né come lo stesso Ali, capace di impersonificare l’eccezione, la contestazione, la ribellione. È un normale campione nero che non riesce a scuotere la fantasia. Bravo sul ring, senza sussulti fuori dalla boxe, privo di carisma. E allora la ricerca della grande speranza bianca diventa ossessiva. Fino a quando tutti si convincono che l’ora giusta sia finalmente arrivata.

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L’uomo si chiama Gerry Cooney, ha ventisei anni e un record di 25 incontri con 21 vittorie per ko e 4 ai punti. Lo chiamano “gentleman”.

I servizi segreti entrano nello spogliatoio del gigante di origini irlandesi, fanno installare un telefono “pulito”, non controllato. Mezzora prima del match quel telefono suona, c’è il presidente Ronald Reagan all’altro capo del filo a chiedere a Gerry Cooney di riportare a casa il mondiale dei massimi. Nel camerino del campione c’è solo il silenzio.

«Cooney mi ha sempre trattato come se fossi immondizia. Era incapace di tirare fuori il buono che c’è nella gente, era bravo solo a esaltare la cattiveria che c’è nei bianchi. Se ne stava al Caesars Palace e non voleva che nessuno passasse per il suo piano quando era in stanza. E quelli dell’albergo lo hanno accontentato. Con me non l’hanno mai fatto, eppure io lì avevo combattuto dieci volte. Tutti erano con lui, contro di me.»

Holmes tortura il rivale, lo scuote nel secondo, nel sesto e nel dodicesimo round. Lo metto ko nel tredicesimo. Cinque persone si suicidano per quella sconfitta. Nel Mississippi alcuni bianchi sparano e uccidono dei neri. A Kansas City ci sono tumulti, i neri vengono picchiati nelle strade. La casa di Larry a Easton viene imbrattata con scritte razziali, la sua buca della posta è piena di lettere che contengono minacce di morte. Non è stato solo un match di boxe quello che il campione ha appena vinto.

IL 21 SETTEMBRE 1985 Larry Holmes sale sul ring di Las Vegas contro Michael Spinks. Ha disputato 48 match, ha centrato altrettante vittorie. Ne manca solo una per uguagliare il record di Rocky Marciano, l’unico re dei massimi a essersi ritirato imbattuto. E qui commette il primo errore.

«Ho 36 anni e combatto contro uno di 29. Marciano ne aveva 32 e affrontava un vecchio di 42, eppure con Archie Moore ha rischiato di perdere.»

Non avrebbe dovuto dirlo. Non c’era motivo per offendere un mito. Si prende una libertà che taglia la sua già debole immagine pubblica. Il secondo sbaglio lo fa quando disputa il match nonostante soffra di forti dolori alla schiena causati da un’ernia del disco curata male. Il terzo, decisivo, errore lo commette sottovalutando l’avversario.

A bordo ring c’è una strana atmosfera. Non si respira il clima del grande evento. Holmes non cattura simpatie, non regala emozioni. Si parla di record, statistiche, numeri. Ma non ci sono sentimenti in giro, Rocky Marciano era capace di sconvolgerti con il suo pugilato fatto di cuore, coraggio, forza e volontà. La boxe di Holmes ha più classe, il suo jab sinistro è degno di entrare nella leggenda. Ma la boxe non è solo tecnica. Senza l’anima non si entra nella storia.

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Michael Spinks lo batte, ne limita la potenza accorciando sistematicamente la distanza; sfrutta la maggiore velocità di braccia, impone un ritmo elevato e brusche variazioni tattiche. Diventa così il primo mediomassimo a vincere il titolo dei massimi, brucia il sogno di Larry Holmes di uguagliare il record di Rocky, lo espone alla reazione della famiglia Marciano.

A bordo ring ci sono il fratello Peter, i figli Marianne e Rocky junior. Tutti e tre ringraziano Spinks e urlano insulti all’indirizzo di Holmes. È una conferenza stampa imbarazzante quella del dopo match.

Larry annuncia il ritiro. Come quasi tutti i pugili, non mantiene la promessa. Combatte fino a 52 anni compiuti. E non lo fa certo per soldi. È uno dei pochi personaggi della boxe che ha saputo investire i guadagni.

Ha 100 milioni di dollari in banca. Vive sempre a Easton, in una villa pagata 4 milioni. Undici stanze, nove bagni, una palestra, la sauna, la sala biliardo, una piscina coperta a forma di guantone da boxe. Ha comprato una discoteca a suo fratello, ha sponsorizzato la squadra locale di football, ha costruito una scuola. È proprietario di un ristorante, un night club, un albergo, è titolare di una compagnia di limousine. Gestisce la società “Larry Holmes Enterprises” dagli uffici del suo palazzo a Northampton Street.

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È un uomo ricco. Un nonno felice, un marito soddisfatto. Eppure ha continuato a girare gli Stati Uniti per misurarsi con altri vecchi campioni come lui per titoli fantasiosi come quello del “campionato delle leggende”.

«Non ho padroni, Lincoln ha affrancato anche me.»

È un uomo libero Lawrence Larry Holmes. Dice di non sentirsi più nemmeno un negro adesso che è ricco. Ha molto, gli manca però il riconoscimento del suo status di fuoriclasse (nella foto, da sinistra Ken Norton, George Foreman, Larry Holmes. Seduti, Joe Frazier e Muhammad Ali) . Per sette anni ha dominato il mondo dei pesi massimi, ha incontrato qualsiasi rivale. Ma sta ancora pagando i suoi peccati. Non si può distruggere il mito di Ali, offendere quello di Rocky Marciano e sperare di essere amati universalmente. Allo sparring di Muhammad Ali nessuno vuole dare il lasciapassare per il regno dei più grandi di sempre. La scimmia è sempre sulle spalle di Larry che ha continuato a salire sul ring nella speranza di sentirsi finalmente libero, fuori dal cono d’ombra del Grande Uomo. Holmes giura di non avere padroni. In realtà ne ha uno solo. Finché penserà di doverlo combattere, non riuscirà a liberarsene. Per ritrovare la pace, dovrebbe anche lui lanciare l’urlo di Angelo Dundee a Bundini.

«Fottiti.»

Che gli uomini della boxe pensino quello che vogliono. Larry Holmes ha attraversato il pugilato da protagonista. Ha scritto la storia, il resto sono stupide chiacchiere.

 

 

Un milione per un centesimo

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Ieri agli Europei di sollevamento pesi a Tel Aviv l’albanese Erkand Qerimaj (http://www.youtube.com/watch?v=2GNiiNMyND0) ha conquistato l’oro nei 77 kg, battendo il connazionale Daniel Godelli (a destra nella foto sotto). Entrambi hanno tirato su 349 chili. Per capire chi avesse vinto si sono dovuti pesare: il primo ha fermato la bilancia a 76,680, il secondo a 76,700. Venti grammi pagati a peso d’oro. La vicenda mi ha ricordato un’altra storia…

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UN CENTESIMO di secondo può cambiarti la vita. Nel bene, nel male.

Michael Phelps è il più grande nuotatore di sempre. L’ho sentito ripetere più volte da Cornel Marculescu, il direttore esecutivo della Federazione Mondiale durante l’Olimpiade cinese. Lo ripeteva anche mentre stava cercando di difendersi dai sospetti che la finale dei 100 farfalla aveva scatenato ai Giochi di Pechino 2008.

Dalla tribuna e a occhio nudo mi era sembrato che Milorad Cavic avesse toccato per primo. Avevo visto il replay, poi la moviola. Il serbo per me era sempre oro olimpico.

Ma nel nuoto non puoi fidarti neppure del fotofinish, figuriamoci della tua vista. Per convalidare l’arrivo un nuotatore deve fare pressione sul touchpad (la piastra sotto il blocco di partenza) fino a un limite minimo stabilito dai regolamenti che è quello di tre chili. Non basta dunque toccare la piastra, devi esercitare la necessaria pressione.

Gli ultimi venti metri erano stati entusiasmanti.

Phelps era in recupero. Settimo dopo la prima vasca in 24″04. Cavic cercava di resistere, difendendo i suoi 62 centesimi di vantaggio.

Poi, l’arrivo convulso.

Il serbo toccava allungando, spingendo sott’acqua. L’americano decideva di giocarsi tutto nell’ultima bracciata a metà della quale toccava la piastra.

Lunghi attimi di silenzio, poi il cronometraggio elettronico decretava 50″58 per Phelps (http://www.youtube.com/watch?v=DNKrQBGdYW0). Un centesimo di secondo in meno del serbo, la miseria di 4,7 millimetri. Un niente, meno di un sospiro. Abbastanza però per portare nelle sue tasche un milione di dollari in più. Tanto era infatti il premio la Speedo gli aveva promesso per i sette ori olimpici.

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Michael Phelps (è quello in alto nella foto sopra) grazie a quel centesimo di vantaggio era appena entrato nella storia, aveva uguagliato il record di Mark Spitz a Monaco ‘72. Ma lo aveva fatto in un mare di sospetti. E nell’unica gara in cui non aveva segnato il record del mondo.

La Serbia faceva reclamo. I giudici visionavano il filmato Omega, anche la ditta svizzera era tra gli sponsor di Phelps, e annunciavano il verdetto attraverso l’arbitro Ben Ekumbo.

«Il dubbio era se Phelps fosse arrivato a pari merito o meno. Ora non ci sono più dubbi. E’ estremamente chiaro che il nuotatore serbo ha toccato per secondo

Tutto chiaro, ma la Fina bloccava la diffusione alla stampa delle riprese dell’arrivo.

«Non abbiamo intenzione di distribuire il filmato. Non facciamo cose del genere. Cosa vorreste farne? Rivedere quello che i serbi hanno già visto? Il caso per noi è chiaro. Lui ha toccato per primo, non so perchè insistete per avere quel nostro documento. Cosa vorreste farne?» Queste, piò o meno, le parole di Cornel Marculescu.

I dubbi rimanevano lì. Ce ne erano abbastanza anche nella testa di Phelps.

«Quando ho dato l’ultima bracciata, pensavo di avere perso

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Ne aveva più di uno Cavic.

«Anche l’elettronica sbaglia. Per tutta la mia vita sentirò la gente ripetermi: avevi vinto. Ma l’oro resterà nella mani di Phelps».

Personaggio scomodo Milorad Cavic, californiano con genitori serbi. Si allena in Florida con Gary Hall jr, ma ha deciso di gareggiare per il Paese di mamma e papà.

In marzo, agli Europei di Eindhoven, aveva vinto l’oro nei 50 farfalla e si era presentato alla premiazione con una maglietta rossa con su scritto “Kosovo is Serbia”.

La Len lo aveva sospeso dai campionati.

Alla vigilia della finale olimpica dei 100 farfalla, aveva parlato ai giornalisti.

«Una sconfitta di Phelps sarebbe un bene per il nuoto».

E invece è arrivato il settimo oro, quello che serviva per fare felice Michelone. Arriverà poi anche l’ottavo con la 4×100 mista a consacrarlo il più vincente di sempre.

«Mi sembra di essere nel mondo dei sogni. A volte devo pizzicarmi per capire che sono sveglio. Sono contento di essere nel mondo reale. Quello che ho fatto è pazzesco.»

Un centesimo può davvero cambiarti la vita.

 

Se la mamma è anche il papà…

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SHABAZZ Napier compirà 23 anni a luglio. E’ alto 1.88 e pesa 83 chili. Per ora il suo nome appartiene solo a quelli che il basket lo conoscono bene, in pochi anni potrebbe farsi conoscere dal resto del mondo. Gioca guardia e ha appena vinto con UConnecticut il titolo NCAA, quello dei college. Per la finale contro Kentucky c’erano quasi ottantamila spettatori all’interno dello stadio dei Dallas Cowboys ad Arlington. Lui è stato il miglior giocatore della partita.

Shabazz viene da Mission Hill, quartiere dei disperati di Roxbury, Boston, Massachussets. Una zona dove il livello dei crimini è doppio rispetto alla media nazionale e il 44.9% della popolazione vive sotto il livello di povertà. E lui non apparteneva certo al restante 55.1%.

Carmen Velasquez, la mamma di origini portoricane, è una ragazza madre. Tre figli a carico, un lavoro saltuario. Per il resto si salva con l’assistenza a favore dei poveri e i buoni pasto. Combatte ogni giorno la dura lotta della vita.

Quando Carmen pensa di non farcela più si affida a Will Blalock. Lui ha giocato con i Detroit Pistons. E’ uno di quelli che ce l’ha fatta. Ha un progetto ambizioso da portare avanti, dice di impegnarsi perché così riuscirà a tirare via dalla strada figlio e nipote. In realtà si batte per decine di ragazzini. E Shabazz è tra questi.

Ha solo cinque anni e mezzo quando comincia a giocare a basket. Lo fa sotto la guida dell’allenatore Tony Richards che vede nel bambino grandi potenzialità. Lo schiera subito nel torneo riservato agli Under 9. E il piccolino non tradisce la fiducia. Si diverte e fa divertire.

Carmen ritrova un lavoro e i ragazzini tornano a casa.

Il motto di Richards è “No books, non ball”, niente libri niente palla. La signora Velasquez lo fa suo e vuole che i figli siano prima di tutto dei bravi studenti. Ce la farà, tutte e tre porteranno a casa almeno il diploma.

C’è l’amore della mamma. Manca quello del papà.

Ho avuto qualche figura paterna come riferimento, ma non ho mai avuto un padre. Non l’ho conosciuto e non me ne importa.” Parola di Shabazz.

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E questa mancanza, come è ovvio che sia, la soffre. Cerca costantemente un sostituto. Lo trova prima in Richards, poi in un amico: Ernes Likely. Dice di considerarlo un fratello maggiore, in realtà è quello su cui scaricare dubbi e angosce. L’altro gli offre la spalla per piangere, ma non è certo un esempio da imitare. Lui dalla giungla di Mission Hill non è mai uscito.

E quando l’11 novembre del 2010, mentre la notte sta cedendo spazio all’alba, un tizio rimasto per sempre sconosciuto gli spara contro quattro colpi di pistola e lo uccide, Napier perde anche l’amico più caro.

Il giorno dopo esordisce nel torneo NCAA con la morte nel cuore.

Per rendergli omaggio si fa crescere una lunga ma sottile treccia, un po’ come quella che porta in giro per i nostri campi di calcio l’interista Palacio.

Io la chiamerei coda di topo. Mi hanno chiesto perché non abbia scelto un tatuaggio per ricordarlo. Ho preferito farlo in questo modo insolito, singolare. Perché Ernest era un tipo insolito, singolare.”

Di tatuaggi il giovane Napier ha pieno il corpo, compreso un dollaro al centro del petto. Ma è quella scritta sul braccio sinistro a incuriosire. E’ una frase che spesso ripeteva la mamma: “Dio concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare. Il coraggio per cambiare quello che posso e la saggezza per riconoscerne la differenza”. La citazione è tratta dalla Serenity Prayer di Reinhol Niebuhr, teologo statunitense.

L’uomo forte, la figura paterna diventa Jim Calhoun. E’ il coach di UConnecticut e dice di avere perso due anni per ogni minuto in cui Naiper ha giocato. In realtà gli vuole un gran bene e riesce a regalargli serenità e consapevolezza del suo valore. Ma poi Calhoun decide di lasciare l’università. Tocca allora a Kevin Ollie raccoglierne l’eredità. Non solo in panchina, ma anche come punto di riferimento paterno di un Napier che nel frattempo è diventato la guida della squadra.

Dopo avere cercato in giro per tanto tempo qualcuno che non gli facesse rimpiangere la mancanza di un padre, Shabazz capisce finalmente di averlo sempre avuto in casa. Il giorno della festa del papà compra un regalo e lo porta a Carmen.

Mamma ha sempre racchiuso in sé entrambe le figure dei genitori. Devo tutto a lei, mi ha insegnato a vivere. E’ il mio mondo. Era giusto che la festeggiassi anche nel giorno dedicato ai papà.”

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La signora siede adorante in tribuna a tutte le partite del figliolo. Comunicano con gli sguardi, gli occhi di Shabazz la cercano sempre nei momenti più caldi della partita. E Carmen non molla mai quel ragazzo con la maglia numero 13 che le ha regalato tante soddisfazioni.

Ma evidentemente non si vive di sole soddisfazioni. Così la guardia di UConnecticut appena messo in tasca il titolo, fa la felicità dei giornalisti con un discorso da sindacalista.

Non credo sia giusto riservare ai ragazzi del College solo la borsa di studio. Noi facciamo guadagnare soldi all’Università, gli allenatori guadagnano, altre figure che girano nell’ambiente vengono pagate. Non dico che dovrebbero darci centinaia di migliaia di dollari. Ma qualcosa lo meritiamo. Quando vedo vendere le magliette con il mio nome penso sempre la stessa cosa. I soldi della borsa di studio non coprono tutto. A volte ci sono sere in cui vado a letto affamato, non ho dollari per comprarmi da mangiare.”

Forse esagera. Retta universitaria, vitto e alloggio girano attorno ai 55.000/60.000 dollari l’anno. Non è che siano poi così pochi. Ma ora anche quelli del Football hanno cominciato a pensarla così. E la storia ha scosso l’intero sistema universitario americano ancorato a vecchie tradizioni. Al college si gioca per studiare.

UConnecticut ha vinto il titolo dopo essere stata sospesa nel 2013. Sono stati costretti a vedere il campionato alla tv perché i giocatori della rosa non avevano raggiunto gli standard accademici richiesti.

Shabazz Napier si è messo in pari. L’11 maggio si laurerà in sociologia e poi sarà pronto per il draft della Nba. Dopo quello che ha fatto in finale contro Kentucky (22 punti, 6 rimbalzi, 3 assist)  e nell’intero torneo è diventato una stella. Gli hanno addirittura dedicato un rap. Da piccolino sognava di diventare come Superman, l’eroe dei fumetti scelto come idolo. Non è andata proprio così, ma…