Lo sport vuole uscire dal buio

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VISIBILITA’. E’ la necessità che figura al primo posto nello scadenziario delle Federazioni.
Non ne soffre il calcio che ha però legato in modo eccessivo il suo destino alle televisioni. I diritti Tv rappresentano il 57% delle entrate, i biglietti dello stadio sono fermi all’11%. Anche lo sport principe del panorama italiano ha dunque un rapporto sbagliato con il principale mezzo di diffusione. Dal momento che circa il 70% della popolazione nazionale non ha abbonamenti alla pay tv, se ne deduce che a lungo raggio potrebbe crearsi un calo di interesse, una minore fidelizzazione dell’utente/spettatore che finirebbe per incidere in modo importante sul futuro del pallone.

Per il calcio l’ipotesi crisi è a lungo termine, per le altre discipline è il presente. Quasi tutte mancano infatti della visibilità necessaria per sopravvivere o per migliorare. Se non puoi mostrare il tuo prodotto, per quanto bello sia non avrà valore. Gli sponsor calano, le entrate diminuiscono, i tifosi scappano. Bisogna risolvere in fretta il problema.

Il presidente Giovanni Malagò vuole creare una sorta di SuperSport con a capo il Coni che mandi in onda quelle discipline che hanno bisogno di una visibilità negata dal sistema televisivo attuale.

Gianni Petrucci ha annunciato a breve la nascita di una tv monotematica dedicata al basket, un canale che si ispirerebbe a quello della Federtennis.

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I numeri di SuperTennis indicano infatti che quella del presidente Angelo Binaghi è stata una scommessa vincente. L’aumento dei praticanti, la crescita esponenziale del fatturato degli Internazionali di Roma e della commercializzazione del prodotto tennis hanno non solo pareggiato i costi della produzione televisiva, ma hanno anche generato risorse con cui potenziare il settore tecnico.

Lo sport in Tv costa. Sky e Mediaset Premium hanno abbonamenti onerosi. Ma soprattutto ospitano con appuntamenti costanti solo eventi di vertice e di una ristretta cerchia di discipline: calcio soprattutto, Formula 1, motociclismo e Nba.

Anche il Sei Nazioni di rugby, che comunque continua a portare sessantamila spettatori allo stadio, dopo essere stato ospitato da Rai (quando il torneo era ancora a cinque), La7 e Sky è passago ora sugli schermi di Dmax (con buoni risultati di ascolto).

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Spesso quando si apre un dibattito sul perché lo sport manchi di visibilità ci si limita a individuare un solo colpevole: i media che non contribuiscono ad elevare la cultura sportiva italiana allargando l’orizzonte degli interessi.

Non credo sia così semplice. La cultura sportiva nasce da più fattori.

La prima fonte dovrebbe essere la famiglia. E qui ci troviamo davanti a un’esasperazione tipica del nostro Paese. La maggior parte dei genitori porta i figli sui campi perché spera di allevare un campione che diventi popolare, guadagni milioni di euro e possa vivere senza problemi. Basta andare una domenica mattina sui campi di calcio che ospitano le partite delle categorie allievi, juniores o addirittura delle squadre dilettanti per capire come il concetto di cultura sportiva non abiti qui. E non si salvano gli altri sport. Le tribune delle piscine sono piene di genitori con il cronometro in mano, quelle dei campi da tennis ospitano papà e mamme urlanti contro l’avversario del loro figliolo/campione. E via dicendo.

La seconda fonte dovrebbe essere la scuola. E qui precipitiamo, se possibile, ancora più giù. L’educazione motoria nelle elementari è ancora lontana dai livelli che dovrebbe avere una nazione civile. Le ore di ginnastica nelle medie o alle superiori sono spesso ospitate in teatri che non sono certamente idonei alla pratica. Di sport si parla solo a livello passivo, da tifosi delle squadre di calcio. La parte attiva è limitata a un po’ di pallavolo, qualcosa di basket e finisce lì. Come può nascere cultura dove manca anche il semplice approfondimento del concetto sportivo?

La terza fonte dovrebbe essere la politica. Lo sport crea persone sane, diminuisce la percentuale di bambini obesi che sono una delle piaghe della società moderna, riduce le spese medicinali, forma concetti base utili anche nella vita: solo con il sacrificio e nel rispetto delle regole si possono raggiungere gli obiettivi. Ma nessun politico sembra accettare l’idea di impegnarsi a fondo sul tema. Sono convinti che non porti voti.

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Anche i media hanno le loro colpe. E’ cambiato il loro modo di affrontare lo sport. I giornalisti hanno spostato l’obiettivo, si è passati dalla fase tecnica a quella narrativa, con il racconto dei protagonisti delle imprese, per approdare oggi al gossip puro. Non sono ancorato al passato per questioni legate alla mia età, credo di conservare un minimo di modernità nell’approccio alla professione. Ma spiegatemi perché dovrei appassionarmi alla vicenda Icardi/Nara/Lopez, per quale motivo dovrei sentire il mio cuore battere leggendo di Balotelli e delle sue donne. Il fatto è che oggi finiscono in prima pagina solo gli eccessi. Sui siti Internet sono i culi delle signorine di turno, sui quotidiani sono spesso vicende che nulla hanno a che fare con il racconto dello sport.

Tutto vero. Ma per favore non venitemi a sbandierare sotto il naso L’Equipe e le sue prime pagine dedicate a curling, palla tamburello, rugby o chissà cos’altro. Il quotidiano sportivo francese agisce in un regime di assoluto monopolio. La Francia non ha altri giornali che parlino di sport. Né monotematici, ma neppure i politici che limitano a una pagina o meno l’informazione di settore. Da noi le sezioni dedicate allo sport su Corriere della Sera, Repubblica, Stampa, Messaggero e via dicendo sono corpose e il lunedì assumono le dimensioni di un quotidiano a parte. Senza contare i tre quotidiani sportivi che, anche se in calo, rappresentano pur sempre una solida concorrenza.

L’Equipe può gestirsi senza problemi di concorrenza. Chi ama lo sport, dal calcio alle bocce, ha una sola scelta. Credo che in quelle condizioni sia più semplice decidere cosa mettere in copertina. E poi, è vero, c’è una divrsa mentalità. Pensate che da noi un titolo del genere (foto sotto) sarebbe stato possibile?

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Resta il problema della visibilità. Due quotidiani sportivi su tre, con la sola eccezione della Gazzetta, dedicano a sport che non siano calcio il 15% degli spazi.

Le televisioni fanno ancora peggio.

A questo punto sembra che l’unica via da intraprendere sia quella percorsa dalla Federtennis. Non a caso Petrucci ha incontrato Binaghi per capire meglio su quale terreno andrebbe a muoversi, non a caso altre Federazioni (ciclismo, pallavolo, atletica e nuoto) hanno chiesto informazioni. Ma la soluzione non è così semplice.

Come per ogni progetto importante, servono soldi. SuperTennis ha in bilancio dai tre ai cinque milioni di euro l’anno per produzione, stipendi e acquisizione dei diritti televisivi. Le altre Federazioni possono disporre di questo capitale? La Fit ha il volano magico negli Internazionali di Roma, una fonte inesauribile di risorse grazie ad un’amministrazione attenta e capace.

La Federbasket potrebbe muoversi su questo sentiero. Ha i soldi per farlo. Le altre non so. La Fip ha un altro vantaggio: un calendario fisso, con date e protagonisti noti per tempo. E soprattutto una costanza di eventi per l’intero arco della stagione. E’ quello che si chiede, dopo i soldi, a una tv monotematica.

La creazione di un fenomeno di casa aiuterebbe a risolvere ogni problema. Se ci fosse Tomba o la Compagnoni l’audience dello sci toccherebbe picchi vertiginosi. Se Panatta tornasse a vincere Roma, Roland Garros e Coppa Davis il tennis non avrebbe bisogno di una sua Tv per farsi conoscere. Se Moser, Saronni, Gimondi tornassero sulle strade, il ciclismo ritroverebbe appassionati e lo share sarebbe da sogno.

Ma se non ci sono campioni italiani capaci di dettare legge nel mondo, ci si deve affidare alla forza del prodotto in sé. Con qualche rischio.

Il rugby ha compiuto un autentico miracolo. Ha venduto un’idea. E ha avuto successo. Non importava che l’Italia perdesse quasi tutte le partite giocate, l’attenzione era sempre alta. Poi però la bellezza dello spettacolo in sé non è più stata sufficiente a garantire una vetrina televisiva nazionale di vertice. Forse il lavoro promozionale e di crescita tecnica non è più stato al pari della spettacolarità dell’evento e le televisioni più importanti hanno ceduto il passo.

Resta, come ho detto, la grande passione popolare che riempie gli stadi. Ma a lungo andare qualche contraccolpo si potrebbe sentire. Anche perché gli eventi di grande richiamo sul territorio nazionale sono due o tre partite l’anno del Sei Nazioni e nulla più.

Le Federazioni sportive non possono più vivere dei soli contributi Coni, devono trovare risorse altrove. Ma gli sponsor se non hanno una vetrina dove mostrarsi si allontanano. Le soluzioni a questo punto, a mio avviso, sono soltanto tre.

La creazione di canali monotematici, che hanno però come visto costi elevati, è la più affascinante.

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In alternativa potrebbe esserci una diversa alleanza con RaiSport. La televisione di Stato può offrire spazi, anche se non può garantire adeguati compensi. Ma l’aspetto principale da migliorare sarebbe quello della promozione dell’evento. La Rai raramente esalta quello che ha in casa. Una nuova programmazione, su basi diverse e con maggiore coinvolgimento di entrambe le parti, potrebbe offrire quella visibilità che oggi lo sport italiano, calcio escluso, va cercando.

La terza strada potrebbe essere quella delle alleanze. Considerando il fatto che più di una Federazione non ha un calendario eventi in grado di coprire l’intera stagione, e dal momento che i costi di produzione sono elevati, le Federazioni potrebbero costituire un gruppo di gestione comune che tenga conto in percentuale degli spazi occupati. In questo modo si abbasserebbero i costi e si avrebbe sufficiente materiale per occupare l’intero palinsesto.

A, dimenticavo, ci sarebbe una quarta strada. Quella di continuare a lamentarsi, restando saldamente immobili. Tipico atteggiamento di una dirigenza sportiva vecchia di mentalità e ancorata a una gestione che appartiene a un passato che non esiste più.

Secondo voi su quale percorso si incammineranno le nostre Federazioni?

 

Un commento

  1. Questo bell’articolo del bravo Torromeo coglie esattamente il mio pensiero, come sulle pagine di questo gruppo da un paio di mesi sto cercando faticosamente di esprimere. Infatti ho protestato anche sulle pagine della Rai, oltre che inviare mail ai giornalisti sportivi più’ pazienti, da anni ormai, per protestare su come la Rai svilisca proprio gli avvenimenti sportivi di cui detiene i diritti, che vengono relegati su Raisport senza nessuna promozione sui tre canali canonici, senza che prima ne parlino i Tg, ed ovviamente ne parleranno dopo dolo quando un italiano ha dato il grande risultato, mai prima! Basti ricordare che due gg. Prima dell’inizio dei mondiali di atletica di Mosca dell’estate scorsa la Rai con una decisione sconcertante ha deciso di trasmettere i mondiali interamente e solamente su Raisport, contrariamente a quanto aveva fatto in tutte le precedenti edizioni per 30 anni, quando erano stati trasmessi quasi sempre su Rai due e per qualche limitato evento su Rai tre. Il risultato e’ stato che solo una piccola parte della popolazione, appassionati di atletica veri e coloro che seguono abitualmente i canali 57 e 58 del digitale terrestre, ha saputo che c’erano i mondiali di atletica e li ha seguiti di conseguenza. Sui Tg, a parte una fiammata iniziale per l’argento della Straneo nella giornata inaugurale, sono passati solo ridicoli messaggi politici che accusavano Yelena Isinbayeva di avere fatto propaganda anti-gay nella conferenza stampa dopo l’ultimo oro della sua carriera. Vi risulta però’ che la Fidal abbia protestato con la Rai per il modo con cui era stato trattato un avvenimento di assoluta rilevanza sportiva? Assolutamente no, i soliti salamelecchi del presidente di turno ai microfoni dei giornalisti che lo intervistavano. Idem poi con europei di basket e volley, sia maschile che femminile, mondiali di ginnastica artistica, quelli di ginnastica ritmica non dono neanche stati trasmessi, ma alla fine per il grande pubblico c’è poca differenza, tanto nei Tg non è’ passato nulla ed il tipico spettatore della domenica sportiva non ha saputo neanche che c’erano stati questi avvenimenti, tanto ormai da anni non e’ più’ abituato a seguirli, visto che per la Rai non sono più’ importanti” e per Mediaset e la 7 ovviamente, in tempi di audience scarsa, e’ meglio evitare rigorosamente di parlarne, non si sa mai che qualcuno pensi di seguire davvero i canali 57 e 58! Come pure e’ scandaloso che la Rai eviti di fare servizi seri e di dare i risultati del Sei nazioni di rugby, e’ un avvenimento importantissimo a livello mondiale eppure dopo 14 anni le tv italiane continuano ad ignorarlo alla grande, tanto in questo le aiuta anche la Gazzetta dello Sport, che preferisce pubblicare i tabellini della serie D di calcio piuttosto che quelli delle altre due partite del 6 nazioni in cui non gioca l’Italia…Insomma, tutto, la scuola, i media, l’insipienza dei dirigenti federali, troppo legati a piccole logiche di cabotaggio per potere avere il coraggio di criticare il sistema attuale, contribuiscono non a lasciare l’Italia in un’enorme incultura sportiva, ma a fare regredire quel poco di cultura sportiva che nei decenni si era faticosamente creata. Ed alla fine purtroppo credo ormai che il pensiero unico tanto comodo a chi comanda sia ormai irreversibile anche nello sport, anzi ormai ne costituisce una delle colonne portanti – basta vedere come si esprimono i cosiddetti leader politici…

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