Roma scopre il pirata Nadal

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Un caldo giorno di maggio del 2005 Roma scopriva quello che sarebbe presto diventato il suo eroe. Rafa Nadal, non aveva ancora 19 anni, batteva Guillermo Coria e conquistava il primo trofeo sulla terra rossa del Foro. Ne avrebbe vinti altri sei. Tra meno di un mese scatteranno gli Internazionali di tennis e lui sarà ancora il favorito. E’ il momento giusto per ricordare quella magica impresa. 

 

IL PIRATA è arrivato a Roma e ha segnato con il suo marchio una finale incredibile. Rafael Nadal ha lottato per 5 ore e 14 minuti, ha sconfitto un fantastico rivale come Guillermo Coria. Lo ha fatto con la mano sinistra coperta di piaghe. Aveva un ematoma all’indice, il palmo era tormentato da una vescica. Per un mancino è quasi un miracolo arrivare sino in fondo in quelle condizioni. Lui è andato oltre, la partita l’ha anche vinta.

Una sfida infinita. Hanno finito mentre il pomeriggio entrava nella sera. Si è rischiato addirittura di sconfinare nella notte. Per la prima volta la finale romana si è chiusa al tie break, mai una gara di questo torneo e dell’intero Masters Series era durata così a lungo.

Il nuovo re di Roma è un ragazzo con la faccia simpatica, uno che veste come un pirata. Ha grandi doti fisiche. Un corpo muscoloso costruito in palestra attraverso le arti marziali. Quando si sposta sulla parte destra del campo al rivale arriva un segnale inquietante. L’incubo è appena cominciato. Da lì spara colpi terribili, sia di rovescio che affidandosi ad un dritto anomalo che gli riesce naturale.

«Ecco, quello è un colpo che mi sarebbe piaciuto avere» ha detto John McEnroe a Sergio Palmieri che gli sedeva accanto in tribuna.

Il pirata è un fenomeno nel fisico, ma ha nella testa la forza più grande.

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Sa reagire, non si arrende mai. Picchia la palla e il pensiero già corre veloce al prossimo colpo. Anche quando è sotto e sembra impossibile possa uscire da una situazione irrecuperabile, eccolo tirare fuori dal cilindro una serie da paura.

Guillermo Coria gode di un soprannome nel suo Paese, lo chiamano “mago”. Ieri le magie ha dovuto soprattutto subirle.

Il popolo del Foro ha preso il giovanotto di Mallorca sotto la sua protezione. E così l’altro, l’argentino che viene dalla provincia di Santa Fè, si è sentito solo in mezzo a migliaia di persone. E ha cominciato a fissare con lo sguardo i nemici. “Sta calando di concentrazione”, avrà pensato qualcuno. Errore. Più semplicemente lui si nutriva di quella rabbia per continuare a lottare. E’ uno che non cede mai Guillermo. Viene dalla zona che ha dato i natali a Carlos Monzon. Non poteva chiamarsi fuori senza avere tentato tutto. E così ha fatto.

Ha scelto di osare di più nel secondo set e lo ha portato a casa, è riuscito a recuperare una partita persa nel quarto dopo avere ceduto nel set precedente il game più incredibile delle 5 ore e 14′ di incontro.

Parliamo del nono. E’ durato 22 minuti, a Nadal sono occorsi 28 punti per conquistarlo e aggiudicarsi il set per 6-3.

Soffriva in tribuna Carla, la moglie dell’argentino. In campo, Coria stringeva gli occhi e cento rughe andavano a invecchiare un viso da bambino. Il ragazzo dall’altra parte della rete giocava un tennis incredibile e non sembrava avere nessuna voglia di arrendersi. Guillermo aveva capito che per conquistare le migliori occasioni sarebbe dovuto entrare in campo per cercare di chiudere il punto, finchè fosse rimasto ancorato a due metri dalla linea di fondo il terreno di caccia lo avrebbe lasciato in mano a Nadal.

«Il ragazzo spagnolo ha la miglior difesa che io abbia mai visto», commentava un entusiasta McEnroe.

Urlavano gli argentini arrivati da Venado Tuerto, il paese di Coria. Agitavano la bandiera e invocavano il suo nome. Ritmavano cori gli spagnoli, accompagnati dal resto del pubblico romano. Poi, improvvisamente, restavano muti. Il fisioterapista andava incontro al loro eroe. Tintura, polvere di cicatrene e una doppia fasciatura. Prima sull’indice sinistro, poi sul palmo della mano. Sembrava la svolta, il segnale di una resa imminente, l’inizio della fine.

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Coria portava a casa il quarto set. Il 18enne di Manacor sembrava improvvisamente stanco, metteva in fila una preoccupante serie di errori, non reagiva. La sua immagine mi ricordava quella di un pugile alle corde, in affanno, incapace di battersi, testo solo a risparmiare energie nel sogno disperato di una ripresa imminente.

L’argentino apriva il quinto e decisivo set con tre game vinti di fila e si portava per due volte a un punto dal 4-0. I tifosi di Nadal si guardavano in faccia. Erano tristi e scuotevano la testa.

Erano pochi quelli che avevano ancora fiducia. Popolo di miscredenti, per battere Rafa devi colpirlo senza lasciargli la possibilità di rialzarsi. Se non ne sei capace vai incontro a brutte sorprese.

Eccolo rinascere sulle ceneri di un tennista a pochi colpi dalla sconfitta. Tirava fuori dal cilindro le energie per rimettersi in piedi. La gente era impazzita, lungo i gradoni del Foro anziani signori inscenavano curiosi balletti ad ogni punto importante messo a segno da Nadal. E lui si issava sino a guadagnare il primo match point sul 6-5 30-40 con Coria al servizio.

Solo chi non conosceva Guillermo poteva pensare si fosse rassegnato. Correva ancora a prendere qualsiasi colpo negli angoli più lontani del campo. Rimetteva palle impossibili e lo faceva cercando di marcare a sua volta il punto che lo avrebbe tirato su dal burrone. Poi osava fino al limite dell’incoscienza e sparava una palla sulla riga. Annullava il match point, si rimetteva in partita fino a chiudere con un pallonetto su un attacco di Nadal.

Sarebbe stato il tie break a decidere la finale.

Un fascio di muscoli Nadal, un folletto che volava sul campo dopo oltre cinque ore di lotta Coria. Due match point per Nadal sul 6-4. Annullati. Poi, raccogliendo le stille di energia ancora rimaste, lo spagnolo chiudeva la sfida. Coria, un grande rivale, era stato battuto. Il pirata aveva vinto una fantastica finale. John McEnroe si alzava in piedi e applaudiva. Avevamo appena vissuto una grande giornata di sport.

 

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