Se la mamma è anche il papà…

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SHABAZZ Napier compirà 23 anni a luglio. E’ alto 1.88 e pesa 83 chili. Per ora il suo nome appartiene solo a quelli che il basket lo conoscono bene, in pochi anni potrebbe farsi conoscere dal resto del mondo. Gioca guardia e ha appena vinto con UConnecticut il titolo NCAA, quello dei college. Per la finale contro Kentucky c’erano quasi ottantamila spettatori all’interno dello stadio dei Dallas Cowboys ad Arlington. Lui è stato il miglior giocatore della partita.

Shabazz viene da Mission Hill, quartiere dei disperati di Roxbury, Boston, Massachussets. Una zona dove il livello dei crimini è doppio rispetto alla media nazionale e il 44.9% della popolazione vive sotto il livello di povertà. E lui non apparteneva certo al restante 55.1%.

Carmen Velasquez, la mamma di origini portoricane, è una ragazza madre. Tre figli a carico, un lavoro saltuario. Per il resto si salva con l’assistenza a favore dei poveri e i buoni pasto. Combatte ogni giorno la dura lotta della vita.

Quando Carmen pensa di non farcela più si affida a Will Blalock. Lui ha giocato con i Detroit Pistons. E’ uno di quelli che ce l’ha fatta. Ha un progetto ambizioso da portare avanti, dice di impegnarsi perché così riuscirà a tirare via dalla strada figlio e nipote. In realtà si batte per decine di ragazzini. E Shabazz è tra questi.

Ha solo cinque anni e mezzo quando comincia a giocare a basket. Lo fa sotto la guida dell’allenatore Tony Richards che vede nel bambino grandi potenzialità. Lo schiera subito nel torneo riservato agli Under 9. E il piccolino non tradisce la fiducia. Si diverte e fa divertire.

Carmen ritrova un lavoro e i ragazzini tornano a casa.

Il motto di Richards è “No books, non ball”, niente libri niente palla. La signora Velasquez lo fa suo e vuole che i figli siano prima di tutto dei bravi studenti. Ce la farà, tutte e tre porteranno a casa almeno il diploma.

C’è l’amore della mamma. Manca quello del papà.

Ho avuto qualche figura paterna come riferimento, ma non ho mai avuto un padre. Non l’ho conosciuto e non me ne importa.” Parola di Shabazz.

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E questa mancanza, come è ovvio che sia, la soffre. Cerca costantemente un sostituto. Lo trova prima in Richards, poi in un amico: Ernes Likely. Dice di considerarlo un fratello maggiore, in realtà è quello su cui scaricare dubbi e angosce. L’altro gli offre la spalla per piangere, ma non è certo un esempio da imitare. Lui dalla giungla di Mission Hill non è mai uscito.

E quando l’11 novembre del 2010, mentre la notte sta cedendo spazio all’alba, un tizio rimasto per sempre sconosciuto gli spara contro quattro colpi di pistola e lo uccide, Napier perde anche l’amico più caro.

Il giorno dopo esordisce nel torneo NCAA con la morte nel cuore.

Per rendergli omaggio si fa crescere una lunga ma sottile treccia, un po’ come quella che porta in giro per i nostri campi di calcio l’interista Palacio.

Io la chiamerei coda di topo. Mi hanno chiesto perché non abbia scelto un tatuaggio per ricordarlo. Ho preferito farlo in questo modo insolito, singolare. Perché Ernest era un tipo insolito, singolare.”

Di tatuaggi il giovane Napier ha pieno il corpo, compreso un dollaro al centro del petto. Ma è quella scritta sul braccio sinistro a incuriosire. E’ una frase che spesso ripeteva la mamma: “Dio concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare. Il coraggio per cambiare quello che posso e la saggezza per riconoscerne la differenza”. La citazione è tratta dalla Serenity Prayer di Reinhol Niebuhr, teologo statunitense.

L’uomo forte, la figura paterna diventa Jim Calhoun. E’ il coach di UConnecticut e dice di avere perso due anni per ogni minuto in cui Naiper ha giocato. In realtà gli vuole un gran bene e riesce a regalargli serenità e consapevolezza del suo valore. Ma poi Calhoun decide di lasciare l’università. Tocca allora a Kevin Ollie raccoglierne l’eredità. Non solo in panchina, ma anche come punto di riferimento paterno di un Napier che nel frattempo è diventato la guida della squadra.

Dopo avere cercato in giro per tanto tempo qualcuno che non gli facesse rimpiangere la mancanza di un padre, Shabazz capisce finalmente di averlo sempre avuto in casa. Il giorno della festa del papà compra un regalo e lo porta a Carmen.

Mamma ha sempre racchiuso in sé entrambe le figure dei genitori. Devo tutto a lei, mi ha insegnato a vivere. E’ il mio mondo. Era giusto che la festeggiassi anche nel giorno dedicato ai papà.”

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La signora siede adorante in tribuna a tutte le partite del figliolo. Comunicano con gli sguardi, gli occhi di Shabazz la cercano sempre nei momenti più caldi della partita. E Carmen non molla mai quel ragazzo con la maglia numero 13 che le ha regalato tante soddisfazioni.

Ma evidentemente non si vive di sole soddisfazioni. Così la guardia di UConnecticut appena messo in tasca il titolo, fa la felicità dei giornalisti con un discorso da sindacalista.

Non credo sia giusto riservare ai ragazzi del College solo la borsa di studio. Noi facciamo guadagnare soldi all’Università, gli allenatori guadagnano, altre figure che girano nell’ambiente vengono pagate. Non dico che dovrebbero darci centinaia di migliaia di dollari. Ma qualcosa lo meritiamo. Quando vedo vendere le magliette con il mio nome penso sempre la stessa cosa. I soldi della borsa di studio non coprono tutto. A volte ci sono sere in cui vado a letto affamato, non ho dollari per comprarmi da mangiare.”

Forse esagera. Retta universitaria, vitto e alloggio girano attorno ai 55.000/60.000 dollari l’anno. Non è che siano poi così pochi. Ma ora anche quelli del Football hanno cominciato a pensarla così. E la storia ha scosso l’intero sistema universitario americano ancorato a vecchie tradizioni. Al college si gioca per studiare.

UConnecticut ha vinto il titolo dopo essere stata sospesa nel 2013. Sono stati costretti a vedere il campionato alla tv perché i giocatori della rosa non avevano raggiunto gli standard accademici richiesti.

Shabazz Napier si è messo in pari. L’11 maggio si laurerà in sociologia e poi sarà pronto per il draft della Nba. Dopo quello che ha fatto in finale contro Kentucky (22 punti, 6 rimbalzi, 3 assist)  e nell’intero torneo è diventato una stella. Gli hanno addirittura dedicato un rap. Da piccolino sognava di diventare come Superman, l’eroe dei fumetti scelto come idolo. Non è andata proprio così, ma…

 

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