Franziska, all’inferno e ritorno

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Estate del 2002. A Berlino ci sono gli Europei di nuoto. Incontro Franziska van Almsick: quattro argenti e sei bronzi olimpici, due ori e altre quattro medaglie mondiali, diciotto trionfi europei. Ma soprattutto la forza dirompente di una splendida ragazza salita sul palcoscenico a soli 14 anni, capace di trasformarsi in diva, scendere all’inferno e tornare a sorridere. Mi racconta tormenti, paure, sogni, nemici. E’ una confessione di dodici anni fa, ma resta viva anche oggi che quella ragazza ha 36 anni, un compagno e due figli.

 

FRANZISKA si è fatta tatuare sul corpo la storia di una vita. Sulla spalla sinistra c’è la testa di una pantera, il ricordo di quando aggrediva il mondo pronta a sbarnarlo, incurante dei pericoli. In fondo alla schiena, poco sopra il bacino, ci sono due ali d’angelo ed una scritta: “Destiny”.

Oggi Franziska van Almsick il destino lo aiuta dolcemente, arricchita dalle verità che le ha regalato l’esperienza.

La incontro a Potsdam, nel vecchio Centro Federale di Templiner See che un tempo ospitava le atlete della Germania Est e gli esperimenti di dottori che inseguivano il futuro senza porsi tanti domande.

«Non voglio pensare a quello che era. Oggi lo guardo con occhi diversi, è tutto così orribile qui attorno

E’ una donna nuova questa tedesca che a 14 anni (foto sotto con l’allenatore) stupì il mondo vincendo l’argento olimpico sui 200sl a Barcellona ’92. Dieci anni vissuti pericolosamente.

«Sono tanti i problemi che mi hanno accompagnata lungo il cammino. Non sapevo chi fossi, non capivo cosa volessi. E’ stato un periodo folle, pazzo, incredibile. Non era facile gestire le giornate di una quattordicenne che aveva tutto. Non credo di aver perso niente della mia giovenezza, anche se nessuno mi ha mostrato una strada differente per viverla in modo diverso. Non ho rimpianti, non cambierei nulla di quello che ho fatto. Tutti sbagliano, gli errori servono per crescere. Devi solo metterli lì e imparare. La Franzi di oggi mi piace, anche se dentro sento una grande malinconia

E’ sempre bella questa ragazza che è stata testimonial ideale per vendere prodotti alla gioventù tedesca. La ricordo a Roma, otto anni fa. Un Mondiale segnato dal suo nome, una storia incredibile. Per la prima volta Franziska acceta di raccontare i segreti di quella avventura entusiasmante e maledetta.

«Di Roma ricordo tutto, tranne la gara. Dopo la batteria ho saputo di avere segnato il nono tempo, ho capito che ero fuori dalla finale. Sono tornata in albergo piangendo e ho continuato a piangere per ore. Avevo 16 anni e il mondo mi stava crollando addosso. Ero impazzita, tutto sembrava così irreale. Dopo pranzo, l’allenatore mi ha detto che Dagmar (Hase) aveva rinunciato a gareggiare, mi ha detto che avrei avuto la mia occasione. “No”, gli ho risposto. “Non ce la faccio”. Lui mi ha convinto. Ero imbarazzata, sapevo quello che stavano pensando tutti quando sono salita sul blocco: ero la nona ed ero lì, quel posto non mi spettava. Mi sentivo davvero male. Poi è cominciata a salire la rabbia, tanta da rendermi incredibilmente aggressiva. Mi sono tuffata. La gara? Non ricordo niente. Ma ho ancora davanti agli occhi il tempo (1’56″78, record del mondo sui 200sl), ho dentro il cuore la sensazione di quel momento felice. Il più bello della mia carriera. Ma solo dopo la gara, quello che l’ha preceduto vorrei dimenticarlo.».

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E’ andata su verso la Luna, Franziska. Ha messo in cassa medaglie, gloria, soldi, ricchezza. Poi ha cominciato a scendere lungo un burrone sempre più profondo. A mandarla giù erano gli altri, ma lei non faceva nulla per difendersi.

«Ero sempre forte a livello nazionale, vincevo di meno a livello assoluto. Qualche settimana fa sono tornata a segnare tempi vicini a quelli di una volta. E improvvisamente ho ritrovato il rispetto negli occhi della gente. Quando ero due secondi più lenta, mi sorridevano, ma avevano nello sguardo un’espressione di indifferenza. Qualcuno, sottovoce, diceva che ero grassa e lenta. Il fondo l’ho toccato a Sydney. Dopo l’Olimpiade ho pensato di smettere. Ero così delusa per il risultato, per quello che era accaduto, per come mi vedevo negli occhi degli altri. Era diventato un ambiente troppo duro per me. Mi sono detta: basta col nuoto, scappa da questo mondo.»

L’ha riportata sulla terra un ragazzo di 28 anni, Stefan Kretzschmar, un tipo che per lei ha lasciato la moglie. Un punk che va in giro con i capelli a cresta di gallo; il percing al sopracciglio sinistro, al naso e sul labbro; due orecchini per ogni lobo; anelli da un paio di etti su almeno tre dita; un tatuaggio di venti centimetri sul polpaccio, è il ritratto di Franzi; un pizzetto da diavolo e una maglietta a sfondo religioso con il volto di Gesù al centro. Non gli affideresti l’anima a uno così, Franzi gli ha dato il cuore e lui l’ha convinta che dentro il suo corpo c’era ancora tanta forza per provare a vincere come prima.

«Ho parlato a lungo con lui, abbiamo messo a nudo i nostri sentimenti. Mi ha convinto che non era troppo tardi per riprovarci. Anche oggi vorrei che il successo non scappasse, è normale. Ma non sono più disposta a pagare un prezzo troppo alto per averlo. Sono cresciuta, ho capito la mia vita, ho capito gli altri. Adesso so quello che voglio. Sono felice, la sconfitta non è poi così brutta come immaginavo

E’ tornata col primo allenatore, Norbert Warnatzsch, che l’ha guidata fino a undici anni. Ha ripreso a nuotare veloce come una volta. Ed ora è a Berlino, nella sua città, per ricominciare.

«Il destino mi ha messo davanti un’altra occasione e io devo prenderla. Non ne capitano tante nella vita. Mi sento come se avessi fatto un salto all’indietro nel tempo. Tutto ritorna. Ho un po’ di paura a nuotare qui, con gli amici e la mia famiglia in tribuna. Ma mi sento più leggera. Non solo nel corpo, anche nella mente.»

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Ha una serenità malinconica Franziska. E’ come una bambina che, diventata grande, ha tolto il coperchio al vaso della vita e ci ha trovato delle verità che non avrebbe voluto conoscere.

«Non ho consigli da dare. Ho solo qualche considerazione. Prendete Jan Ullrich ad esempio. Tutta la Germania lo adorava, ma vedeva solo il ciclista. Tutti si sentivano in diritto di salire sulla sua bicicletta. Avevano dimenticato che non era solo un atleta, ma anche un uomo. A nessuno interessa l’uomo, tutti guardano il campione che vince. E quando cadi, rimani da solo.»

Saluto la van Almsick, raro esempio di popolarità longeva. Una nuotatrice il cui nome è ancora noto ovunque, anche se gli ultimi grandi risultati individuali sono datati 1996. Era giovane, bella e aggressiva. Ha appena 24 anni oggi quella bambina. E sembra così triste nella sua ostentata felicità.

Poi arrivano i giorni delle gare europee, nella sua Berlino in quell’umida estate del 2002.

La ballata di Franziska. Quella che ho vissuto nella piscina di Landsberger sembra una vecchia canzone popolare: assai più vicina a una favola che alla realtà.

Franziska si è svegliata con il mal di testa, qualche linea di febbre e un dolore forte allo stomaco. Era la paura che si stava impossessandosi del corpo. Era quella pressione, che credeva di essere ormai riuscita a dominare, che tornava padrona. Avrebbe voluto avere accanto Stefan. Ma Stefan era in ritiro a Magdeburgo.

E così Franzi si è sentita di nuovo sola. Avrebbe voluto scappare lontano. Tutti parlavano del record del mondo che avrebbe battuto. Lei era convinta che nella sua vita non ci sarebbe più stato un primato del mondo sui 200 sl. Quella gara l’aveva resa famosa, ricca. Il nuoto era diventato incredibilmente popolare in Germania. E aveva un solo nome, il suo. Per questo le compagne di squadra avevano cominciato a isolarla, a tenerla lontana. Sandra Volker, l’altra leader, non le rivolgeva neppure la parola. E quando è cominciata la discesa, nessuno le ha teso una mano.

Non certamente i giornali. I tabloid hanno scherzato, ironizzato, scritto con mano pesante dei suoi problemi di dieta. Il Berliner Zeitung è arrivato a dipingerla come un’autentica cicciona, ha pubblicato una caricatura con lei che non riusciva ad entrare nel costume ed un titolo “Franzi von Speck”. E allora la van Almsick ha avuto una reazione inaspettata: si è fatta fotografare in atteggiamento sexy da una rivista.

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La piscina è a poche centinaia di metri dalla casa natale di Franziska, nell’ex Germania Est. Prima di uscire, la van Almsick ha chiamato il suo uomo, ha accarezzato il diamante che lui le ha regalato e che lei porta al naso, si è specchiata per vedere i due tatuaggi. Era il momento di scriverlo con le gambe e le braccia il destino. Ma occorreva un’ultima spinta, quella della testa.

L’ultimo aiuto, Franziska (foto sopra oggi, a 36 anni) l’ha avuto appena entrata in piscina. Tremila persone riempievano ogni sedia delle tribune e scandivano il suo nome. Quelle grida non l’hanno spaventata, ma le hanno fatto capire che poteva succhiare linfa dal tifo, dall’amore che la gente era tornata a regalarle.

La partenza è stato l’unico momento di incertezza. Poi ogni altra cosa è stata spazzata via: il terrore di non farcela, i brutti ricordi. Vuoto assoluto. Solo lei, l’oro e il record del mondo. Obiettivo centrato. Non c’è stato champagne a bagnare il trionfo, solo lacrime. Singhiozzi di gioia, salti di felicità. Poi ancora un pianto liberatorio, lungo, interminabile, mentre l’arena tremava per le urla della folla che aveva ritrovato l’eroina capace di riempire di orgoglio una nazione intera.

La ballata di Franziska è stata scritta in modo stupendo. Stupefacente. Da innamorarsene. E con me, sono tornati ad innamorarsi di lei milioni di tedeschi.

 

Storia di una morte annunciata

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E’ UN POMERIGGIO estivo, ma piove e le nuvole hanno oscurato il cielo.

Due colpi sul legno della porta della stanza d’albergo.

Brad sta mangiando una bistecca portata su dal room service, la taglia a piccoli pezzi e mastica molto prima di mandarli giù. Sembra che quella carne abbia perso ogni sapore. Stasera deve combattere. Ha un record di 52 match. Ne ha vinti solo sette, ma non ha perso la speranza. Prima o poi, arriverà il grande momento.

Un altro colpo.

L’avversario sarà un tipo tosto, uno che l’ha già riempito di botte appena tre settimane fa a Salt Lake City. Brad è uno di quei pugili che negli States chiamano journeyman, ma anche tomato can. Una scatola di pomodori pronta a spruzzare rosso sangue ad ogni match. Ha perso gli ultimi ventisette incontri. A inizio 2001 la Commissione Atletica del Nevada gli ha revocato la licenza. Ma lui non poteva fare a meno della boxe perché dice di amarla. E così è salito sul ring per qualche centinaio di dollari e si è fatto picchiare senza risparmiarsi la minima punizione. Ma, non contento, ha messo il suo faccione e la pancia prominente a disposizione di campioni famosi. Ha fatto lo sparring di Mike Tyson, Lennox Lewis, dei fratelli Vitali e wladimir Klitchko. Altri pugni sono andati ad agiungersi a pugni già collezionati in carriera. Lo prendono perché è un tipo tosto, uno che va avanti anche se continuano a centrarlo con jab, diretti, ganci e montanti.

California, Idaho, Utah, Colorado e Texas hanno fatto finta di niente e lui ha combattuto in match ufficiali, seguendo sempre lo stesso percorso. Quello delle sconfitte (nella foto sotto Rone, a sinistra, contro Willie Chapman nel 2001).

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Bussano ancora alla porta.

Brad si alza lentamente dalla sedia e va ad aprire. E’ Roy, l’allenatore. L’unico amico che gli sia rimasto. L’unico che continui a chiamarlo Top Cat, gattone.

Brad, Thelma è morta nella sua casa, a Cincinnati. Stasera non combatti.

Roy non è neppure entrato, si è tolto subito quel peso che da quasi un’ora gli sta facendo piegare le spalle e riempie di dolori lo stomaco.

Mentre parla, fermo sull’uscio della stanza, sta ancora scrollando l’acqua dall’ombrello. Thelma era la mamma di Brad. Tre lavori, nessun uomo accanto, dieci figli da sfamare. La causa della morte, aveva detto il medico legale chiamato di corsa da una vicina che era andata a trovarla, era stata infarto. Da mesi il cuore non funzionava, ma lei non aveva il tempo per riposarsi.

Brad non chiude la porta, torna a sedersi. Manda giù gli ultimi bocconi di carne. Poi ripulisce il piatto con un pezzetto di pane. Beve dalla bottiglia di minerale. Solo quando non trova più nulla che lo aiuti ad allontare il ricordo della mamma alza finalmente lo sguardo verso il maestro. Roy è rimasto in piedi, in silenzio, al centro della stanza.

Non se ne parla. Stasera combatto. Senza gli 800 dollari della borsa, non saprei come pagare i funerali.”

Sale in macchina e guida nervosamente sotto la pioggia di Cedar City, nello Utah. Passa attraverso vie piatte e deserte, file di palazzi tutti uguali accompagnano il lento incedere della vecchia Chevrolet grigia. Fosse per lui guiderebbe sino al deserto del Mojave, in fondo sono appena trenta chilometri. Una volta lì potrebbe sempre perdersi e non dovere mai più fare i conti con una vita che non ha avuto altri colori che il nero della tragedia. Ma ha un dovere da compiere e si ferma davanti all’ingresso principale della Cedar Raceway dove è in cartellone la sfida.

Entra nello spogliatoio, una stanza umida e fredda, e si veste meccanicamente. Mentre indossa i pantaloncini e stringe i lacci delle scarpe, gli occhi si posano su un piccolo manifesto appeso al muro.

RING DEVASTATION” dice la scritta in rosso, così gli organizzatori hanno deciso di promuovere la riunione.

La città è piena di minatori in cerca di uno spettacolo violento in cui affogare le tensioni del lavoro.

Brad fa meccanicamente un po’ di vuoto, colpi sparati all’aria senza una logica precisa, poi si mette una vestaglia logora che non ha mai conosciuto giorni migliori e si incammina verso il ring. E’ solo. Lo era anche prima, quando ha dovuto chiedere a un pugile che aveva appena combattuto di fargli il bendaggio. Roy è impegnato con un altro dei ragazzi. Deve aver pensato che è meglio soffrire all’angolo che stare nello spogliatoio davanti all’angoscia di un uomo che è anche suo amico.

A Brad sembra di essere entrato in un tunnel buio, rivede il film della vita. Nella testa continuano a ronzargli le parole di Helen Ruffin, la donna di cui pensa di essere innamorato.

Non farlo, non combattere. Hai troppi altri pensieri per la testa. Non combattere, Brad. Rinuncia a questo match.”

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E’ sovrappreso, la bilancia ha segnato 118 chili. Decisamente troppi per uno che non arriva a 1.80. Un massimo più largo che alto. Troppi alcolici e pochi allenamenti non portano lontano.

Non sente le urla, nè gli incitamenti che arrivano dall’angolo, non sente più neppure i pugni di quel rivale, che ha dentro una rabbia che lui non riesce a capire. Quei pugni gli stanno devastando il volto, ma non c’è dolore nella mente di Brad. E’ un lusso che non si può permettere.

A cinque secondi dalla fine del primo round, cala il buio totale. Lo giustizia un gancio destro sbucato fuori dal nulla. Almeno per Brad che ha l’arcata sopraccigliare sinistra spaccata. La ferita butta tanto sangue e copre l’occhio, impedendogli di vedere i colpi che arrivano da quella parte. Ancora un destro. Fine del massacro.

Il pugile vittorioso alza le braccia al cielo, ha trovato un knock out da aggiungere al record.

Brad rimane steso al tappeto, immobile.

Avrebbe compiuto 35 anni tra una settimana.

Infarto”, dirà il dottor Randy Delcore.

Ko per sempre.

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Due giorni dopo, gli ottocento dollari che Brad ha guadagnato per quell’ultimo match, servono alla sorella Cecilia per pagare i funerali. Il corteo funebre che entra nel Landmark Cemetry di Springfield in Ohio è formato solo da quattro persone. Madre e figlio vengono seppelliti in un’unica tomba. Costa meno.

Il nome per intero era Bradley Anthony Rone. E’ morto il 18 luglio del 2003 sul ring di Cedar City nello Utah. Giù per sempre, nel match contro il tentunenne Billy Zumbrun.

Questa era la sua storia.

 

 

Gli uomini non sono tutti uguali

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Bruce Jenner (foto sotto a destra) ha 65 anni. Nel 1976 (foto sotto a sinistra) ha vinto l’oro nel decathlon all’Olimpiade di Montreal. Tre matrimoni falliti, padre naturale di sei figli e patrigno di altri quattro. L’ultima moglie è stata Kris Kardashian. I giornali americani hanno riportato in questi giorni la notizia che Bruce Jenner vorrebbe cambiare sesso e per capire meglio a cosa potrebbe andare incontro si è affidato a un’esperta. L’ex decathleta si è sottoposto a un’operazione per l’appiattimento del pomo d’Adamo, si è fatto depilare la barba ed ha un look più femminile che in passato. Ma nega l’intezione di diventare un transessuale. La donna a cui ha chiesto consiglio gli ha messo davanti tutti gli enormi problemi psicologici che dovrebbe affrontare. E’ una che conosce le difficoltà di una scelte del genere. Le ha vissute sulla sua pelle.

 

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RENEE tra quattro mesi compirà 80 anni. Ha due zigomi alti che sembra vogliano strappargli la pelle del viso. Capelli fini, lunghi, castani. Labbra sottili. Due piccoli occhi scuri le regalano uno sguardo duro, sofferente. Fino a poco tempo fa si divertiva ancora a giocare a tennis, a volte anche a golf. Vive a nord di New York, a un’ora di macchina dalla città. E’ titolare di due studi oculistici, uno a Manhattan e l’altro a Westchester County, e gode della stima di tutti. E’ specializzata nella cura dei problemi legati allo strasbismo.

Renée Richards è una donna in salute, 188 centimetri di un corpo ancora perfettamente tonico. Ma sembra avere dimenticato cosa sia la felicità.

La ESPN tre anni fa le ha dedicato un film, settantacinque minuti curati dal regista Eric Drath. La pellicola è andata in onda ad ottobre 2011 sulla televisione americana. Hanno scelto un titolo semplice, una sola parola per portare gli spettatori nel cuore della storia. “Renée”, il suo nome di oggi.

Quando è nata, il 19 agosto del 1934, si chiamava Richard Raskind.

Viene da una famiglia di medici dell’alta borghesia ebraica. Viveva a Forrest Hills, nel Queens.

Capitano della squadra di tennis a Yale, ha prestato servizio militare nella Marina degli Stati Uniti. Gli amici lo chiamavano “Dick”. Alla fine degli anni Sessanta ha scoperto di sentirsi donna nel più profondo dell’anima. Ed ha cominciato a prendere ormoni femminili. L’incontro con una modella ha generato qualche dubbio, il matrimonio e la nascita di un figlio hanno cancellato ogni incertezza. Un brutto divorzio, poi l’operazione per il cambio di sesso.

La prima idea era stata di operarsi a Casablanca, presso la Clinique Parc di Georges Buron. Poi la rinuncia, altri tormenti. Infine la decisione e l’intervento con l’endocrinologo tedesco Harry Bejamin. Del suo passato ha cancellato molte immagini, ha distrutto tutte le foto in cui appariva con la barba, ma ha conservato quelle in divisa da Luogotenente di Marina.

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Renée Richards (foto sopra) si è lasciata alle spalle un passato pieno di rancori. David, il papà chirurgo ortopedico, non ha mai voluto riconoscerla come donna (anche quando lei si presentava a casa in abiti femminili); Josephine, la sorella, ha sempre sostenuto che l’operazione sia stata una follia; la mamma, psichiatra, ha rotto i rapporti. Ma i tormenti più grandi sono arrivati da Nicholas Raskind detto Nick, il figlio che oggi ha più di quarant’anni e vive facendo l’agente immobiliare nello stato di New York. Del genitore dice: “Oggi papà è in un posto tra il tormento e la felicità.” Lo chiama ancora “papà”. Anche perché quando Richard è diventato Renée il bambino aveva appena tre anni e fino a otto lei gli ha nascosto tutto. Quando andava a trovarlo, indossava abiti maschili e una parrucca di corti capelli grigi.

Renée oggi vive con l’ assistente Arleen Larzelere, 60 anni venticinque dei quali passati assieme all’amica. Non c’è un legame amoroso tra le due. Le donne non interessano la Richards. Il problema è che anche con gli uomini ha avuto problemi a relazionarsi. Le storie sono state spesso prive di affetto, soltanto sesso. E poco anche di quello, perché: “Dopo l’operazione non ho più provato la stessa passione di prima.

Giura di non avere rimpianti. Qualche anno fa ha dichiarato alla rivista People: “Meglio essere un uomo intatto, funzionante al 100% con la capacità di fare qualsiasi cosa, che essere un transessuale donna che è sempre una donna imperfetta. Se ci fosse stata una droga, un rito voodoo o qualsiasi magica alterazione della mente che mi avesse fatto restare un uomo intatto, sarebbe stato meglio. Ma non sono pentita. La pressione a cambiare, a diventare una donna era così forte che se non ci fossi riuscita, avrei potuto suicidarmi”.

La Richards dice di non avere mai voluto diventare un’icona del popolo dei transessuali, di non essere mai stata un’attivista. “Puoi essere ebreo anche senza essere un rabbino.” Aggiunge di avere cercato una vita senza dovere obbligatoriamente passare sotto le luci della celebrità. Eppure ha scritto e pubblicato due autobiografie. “Second serve” del 1986 è diventato un film con protagonista Vanessa Redgrave; “No way Renée: The second half of my notorius life” è del 2007. La Richards ha anche accettato di farsi intervistare dalla ESPN, e questa è la parte centrale dell’ultimo film. Ma soprattutto ha deciso di diventare un “caso” nella seconda metà degli anni Settanta.

Giocava da dilettante, poi ha cominciato a fare sul serio. Il servizio era davverto potente per le ragazze dell’epoca. Ha tentato di partecipare agli US Open del 1976, ma si è rifiutata di sottoporsi all’esame del sesso. La Federazione statunitense le ha negato l’iscrizione, lei si è rivolta alla Corte Suprema di New York che nel 1977 le ha dato ragione. Il miglior risultato da singolarista in uno Slam è stato il terzo turno del 1979, quando ha battuto Mary Carillo e Vermaak, per poi arrendersi a Chris Evert. Nel doppio femminile è arrivata in finale, assieme a Betty Ann Stuart, nel 1977. Superate solo dalla coppia Navratilova-Stove. Nel misto ha raggiunto la semifinale assieme a Ilie Nastase. In carriera René Richards (foto sotto) ha sconfitto Hana Mandlikova, Sylvia Hanika, Virginia Ruzici e Pam Shriver. Ha allenato Martina Navratilova in due vittoriosi Wimbledon. Nel 2000, la stessa USTA che le aveva negato l’autorizzazione a giocare, l’ha inserita nella Hall of Fame.

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Dice che non le interessano le spinte del movimento transgender. Che non approva la decisione del CIO di fare gareggiare i transessuali alle Olimpiadi (“La mia età avanzata rispetto alle avversarie, pareggiava i vantaggi”). Vive portando sulle spalle un complesso di colpa per come si è comportata con il figlio. Un ragazzo che ancora oggi ha difficoltà a trovare il giusto equilibrio psicologico e continua a chiamare “dad” il genitore.

E come volete che lo chiami? Quello che so è che ho una mamma donna, mio padre potrebbe avere fatto qualsiasi trasformazione genetica. Essere diventato un elefante, un dromedario o qualsiasi cosa lui volesse. Per me è sempre mio padre.

Da ragazzo è stato espulso dalla scuola. Preso in giro e insultato dai compagni che ne conoscevano la storia, aveva preso lezioni di arti marziali e aveva reagito con violenza agli sberleffi. A 14 anni era scappato in Giamaica. Oggi sta faticosamente ritrovando una pace interiore. Vive a Park Avenue, vende loft ai signori ricchi. Con Renée ha un rapporto affettivo complicato.

Mi chiedete se Nick accetti volentieri di parlare di me. Vi rispondo che lo fa molto volentieri se pensa possa essergli utile a vendere qualche appartamento in più.

Solo nei monti sopra New York, Renée trova un attimo di serenità. Le lunghe passeggiate assieme a Rocco, un San Bernardo di 64 chili; le chiacchierate con Arleen; il sorriso dei pazienti. Ecco la ricetta per recuperare una piccola parte della tranquillità che ha inseguito per una vita senza mai riuscire a trovarla. Forse è per questo che sente il bisogno di sottoporsi all’esame del mondo. Con un libro, un’intervista, un film. Ha bisogno di spiegarsi, di raccontarsi, di parlare per farsi capire. Non è facile. Suo padre non ci ha neppure provato, suo figlio ricaccia indietro ogni cosa metta in discussione il passato. E neppure Martina Navratilova, John McEnroe o Billy Jean King (anche loro hanno fatto parte del film) sono riusciti a dire una parola che potesse aiutarla ad uscire dai dubbi.

Solo ora, a ottant’anni, sembra avere ritrovato la pace. Dicono offra consigli a chiunque pensi di compiere il suo stesso percorso. La chiamano Sex change coach.

Renée Richards non ne parla. Per tutta la vita ha portato dentro di sé l’enorme peso di sentirsi diversa rispetto al corpo che la natura le aveva regalato. Non ha nessuna intenzione di cambiare proprio ora che sta faticosamente ritrovando un minimo di serenità.

Brasile, un incubo Mondiale

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GLI STADI del mondiale brasiliano avrebbero dovuti essere messi a disposizione della Fifa il 15 di questo mese. La scadenza è stata prolungata di trenta giorni. Ma questo non è stato sufficiente per restituire serenità all’organizzazione.

L’Arena Corinthias che dovrebbe ospitare la partita inaugurale (Brasile-Croazia in calendario il 12 giugno) è ancora un cantiere (in alto, foto Sabatino Durante), i parcheggi sono tutti da realizzare (sotto, foto Sabatino Durante) e al momento appaiono totalmente da pavimentare, la copertura da ultimare, un’intera ala è stata realizzata solo al 20%.

Poi ci sono i problemi legati agli spostamenti: oggi ci vuole un’ora di macchina dall’Avenida San Paolo dove si trovano gli alberghi a maggior tasso di turismo all’Arena Corinthias. Cosa accadrà sotto Mondiali? E’ vero, c’è la metropolitana, ma reggerà l’impatto? Ricordo ancora la fiducia sconfinata nella metro da parte dei gestori dell’Olimpiade del 1996 ad Atlanta. Dopo 48 ore la linea era paralizzata per eccesso di viaggiatori e l’intera strategia degli spostamenti si era trasformata in un autentico incubo.

Peggio ancora se si dovesse decidere di prendere un aereo. E’ di pochi giorni fa l’avventura di un nostro amico che per passare i controlli all’aeroporto di Guarulhas a San Paolo ha impieganto 88 minuti! E il Mondiale è ancora relativamente lontano…

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Per non parlare dei costi e del tempo che ci vuole per andare da una sede di gara a un’altra. Mille euro di biglietto per partire alle 4.20 del mattino da San Paolo e atterrare alle 3.20 del pomeriggio a Manaus. Non male.

I problemi non sono finiti qui. La centrale elettrica e quella dell’acqua sono facilmente esposte a tentativi di sabotaggio (lo rivela un’inchiesta dell’Estado de Sau Paulo, quotidiano di informazione).

L’impianto avrebbe dovuto essere edificato a costi ridotti, si parlava di 280 milioni di reals. A consegna avvenuta la stima al momento è di 1,2 miliardi di reals. E a questo va ad aggiungersi l’aggravante della svalutazione della moneta locale. Lo scorso anno il cambio per un euro era di 2,20 reals, oggi ce ne vogliono 3,25.

Tolte domeniche e vari festivi, che da queste parti sono abitudini certificate, restano poco più di 50 giorni per concludere lavori che normalmente necessiterebbero di almeno sei mesi” ha scritto sul Corriere dell’Umbria l’agente Fifa Sabbatino Durante che da qualche mese risiede a San Paolo e per il quotidiano perugino ha realizzato interessanti reportage.

Sono già state fatte ipotesi fantasiose su uno spostamento della partita inaugurale. C’è chi dice che potrebbe svolgersi allo stadio Murumbi, sempre a San Paolo. Altri vanno addirittura oltre pronosticando un cambio a favore di Argentina o Stati Uniti. Io sono certo che Brasile-Croazia si giocherà all’Arena Corinthias, ma non sono altrettanto certo su quali saranno alla fine le misure che dovranno garantire la sicurezza dell’evento sotto ogni aspetto.

Per il Mondiale non siamo pronti” ha detto Jerome Valcke, il numero due della Fifa. E il popolo brasiliano è insorto. I cortei che hanno occupato le strade della maggiori città sono guidati da uomini che agitano cartelli con scritte anti-Fifa. “Paga tu le mie tariffe” gridano. E sì perché per fronteggiare le spese in continua crescita (siamo già arrivati a un investimento di 13 miliardi di euro, un’enormità!) si dovranno pur trovare i soldi da qualche parte. La Fifa interverrà sul budget iniziale, non certo sulla lievitazione dei costi. La gente è furiosa, ma non se la prende con le autorità locali. Il colpevole è fuori dal Paese ed è stato individuato nell’organizzazione mondiale di calcio.

Lavori in ritardo a parte, l’Arena Corinthias dovrà fronteggiare anche le contestazioni dei Vigili del Fuoco che hanno registrato ventisei irregolarità gravi nell’impianto, tra cui le protezioni antincendio e le uscite di sicurezza non ottimali. Il Ministero dei Lavori Pubblici ha fatto sapere che se non saranno risolti i problemi nelle prossime 48 ore, bloccherà i lavori.

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Uno stadio con mille problemi (sopra, foto Sabatino Durante). Lo stanno tirando su con tribune provvisorie per portare la capienza a 68.000 posti. A Mondiale finito butteranno giù quelle gradinate e ridurranno la capienza a 48.000. Non avevo ancora visto l’inaugurazione di un Mondiale di calcio all’interno di uno stadio con tribune provvisorie…

Bilanci in clamoroso passivo, irregolarità strutturali, ritardi rispetto alla tabella stabilita molto tempo fa, come se non bastasse il Brasile deve fare i conti anche e soprattutto con gli otto morti sui cantieri. Tragedie che pretendono giustizia, morti che hanno aperto ampie polemiche sul modo in cui sono gestiti i lavori.

L’Arena Corinthias non è la sola ad avere problemi. Tre altri stadi (quelli di Porto Alegre, Curitiba e Manaus, dove giocherà l’Italia) secondo l’Agenzia nazionale dell’energia elettrica sono a rischio blackout. Mentre l’Arena Pantanal a Cuiabà al primo test ufficiale, la partita di Coppa del Brasile tra Mixto e Santos, è stata vittima di un autentico disastro. Allagamenti e terreni trasformati in pantani a causa della pioggia.

Tra irregolarità, ritardi e tragedie quello brasiliano sembra proprio un Mondiale che non riesce a trovare pace.

 

 

 

Lo sport in Tv costa. Che fare?

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LO SPORT costa. Non solo praticarlo, ma anche vederlo. I canali televisivi in chiaro ormai non partecipano più all’asta per l’aggiudicazione dei diritti televisivi.

Grazie alla Legge 8/99 modificata nel 2012 la Rai (a cui paghiamo un canone di 113,50 euro annui) è riuscita a salvare qualcosa. E’ infatti obbligatorio che i grandi eventi che coinvolgano atleti italiani siano trasmessi in chiaro da un canale con copertura dell’80% della popolazione. Nella lista ci sono tra l’altro Olimpiadi invernali ed estive, le partite della Nazionale di calcio, le finali del Mondiale o dell’Europeo, il GP Italia di Formula 1 di Moto GP.

Salvi per legge. Per il resto bisogna pagare (ogni mese circa 47 euro dopo il primo anno a Sky, 26 euro a Mediaset Premium con offerte diverse).

I prossimi Mondiali di calcio in Brasile li vedremo integralmente su Sky, alla Rai andaranno 25 partite su 64.

Niente Champions League per il triennio 2015-2018, l’asta se l’è aggiudicata Mediaset (sembra) con un’offerta di 700 milioni di euro. Niente calcio straniero. I campionati di Inghilterra, Francia, Spagna e Germania si possono vedere solo su Sky, Fox Sport e Mediaset Premium.

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Sempre su Sky la Formula 1 (tutti i 19 Gran Premi, dieci quelli in differita sulla Rai) e il Motomondiale, mentre la Superbike è di Mediaset. Anche atletica leggera, sport americani, Eurolega e Mondiali di basket (Fox) sono finiti nei canali a pagamento.

Alla Rai restano il Giro d’Italia, Mondiali ed Europei di nuoto, una partita a settimana della Serie A di basket e pallavolo, la Coppa Italia e la SuperCoppa di calcio.

Questo grosso modo il panorama degli sport principali.

Il calcio resta quello più conteso. E non a caso. In una recente statistica fornita dall’Auditel i primi 45 posti degli eventi più seguiti di sempre sono occupati dalle partite di pallone. Grandi ascolti vuol dire grandi incassi pubblicitari. Se ne deduce che senza investimenti, non si guadagna.

Questo è il filone da seguire per capire meglio l’intera vicenda.

Sky ha fatto l’esperimento olimpico su Londra 2012 e Sochi 2014, ne è uscito con un doppio risultato. Grandi apprezzamenti per la qualità del servizio proposto, ottimi indici di ascolto, ma nessun abbonamento in più. L’evento singolo non paga la politica della televisione di Murdoch che deve invece affidarsi a una programmazione che abbia un calendario preciso con più avvenimenti di grande richiamo da proporre. La Serie A ad esempio. E’ lì che si vince la guerra. E’ per questo che i Giochi di Rio 2016 sono finiti alla Rai.

Nelle battaglie per l’aggiudicazione dei diritti quelli che ne pagano maggiormente le conseguenze sono gli spettatori che in un’Italia in crisi non possono permettersi di sottoscrivere l’abbonamento alla pay tv.

Cioè il 70% della popolazione italiana.

Questo ha spinto alcune Federazioni a scegliere altre strade.

Ci sono quelle che hanno stretto accordi con Rai Sport per la trasmissione di eventi dilettantistici o per sport con una penetrazione decisamente minore tra il pubblico. Ma c’è anche chi ha provato un percorso totalmente nuovo. Come la ginnastica che ha creato una propria pagina su You Tube dove è possibile vedere molti avvenimenti dell’attività sul nostro territorio.

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L’eccezione assoluta è costituita da SuperTennis, gestita da una società privata ma con i contributi della Fit. Quindici dipendenti e un costo annuo dichiarato attorno ai tre milioni di euro, acquisizione dei diritti televisivi e produzioni comprese.

Nel 2014 si potranno vedere in chiaro (canale 64 del digitale terrestre) o sul bouquet di Sky (canale 224), e comunque in alta definizione: tutti i tornei Premier Wta e Atp 500; 13 Atp 250; 6 Wta International. La Coppa Davis dell’Italia, più un altro match a turno oltre alla finale. La FedCup: un match a turno (Italia in differita, primi diritti alla Rai) e la finale. Nel 2013 le ore di diretta andate in onda sono state 1.233.

Una scelta coraggiosa ripagata dagli ascolti. Si è partiti da una media di 921 spettatori a novembre 2008 per toccare 17.151 spettatori medi a maggio 2013. Ed è stato proprio in questo mese che SuperTennis ha raggiunto la vetta della sua Hit Parade con 304.692 spettatori medi, 2.41 di share (numero di televisori sintonizzati su quel canale ogni 100 televisori accesi) per gli Internazionali d’Italia. Secondo posto per Berlocq-Fognini in Argentina per la Coppa Davis 2014 con 233.900 di audience e 1.07 di share. Numeri importanti per una televisione monotematica.

Chiunque voglia vedere il tennis sa di avere un punto di riferimento preciso e senza pagare nulla. In chiaro per questo sport è infatti rimasto solo il Roland Garros di cui la Rai ha i diritti, ma a cui non concede ampi spazi.

Il motivo per cui le grandi televisioni non mettano in calendario il tennis è abbastanza chiaro. Una partita non ha mai una durata precisa. Può allungarsi fino a coprire altri eventi in palinsesto creando così problemi alla Rete e alla pubblicità. Solo una Tv che si rivolga esclusivamente a quella nicchia di utenti può permettersi il lusso di gestire la programmazione senza il peso di altri problemi. I risultati di Supertennis sono interessanti e, a detta della Federazione, hanno decisamente ampliato il fenomeno di questo sport. Un lavoro di promozione unico che, spiegano, ha portato alla crescita esponenziale della vendita dei biglietti degli Internazionali e all’aumento dei praticanti.

Per ora quello della Fit è un fenomeno isolato, reso possibile da un bilancio federale assai vicino ai 35 milioni di euro grazie anche e soprattutto al boom degli Internazionali.

Non so se e quando altre Federazioni riusciranno a seguirne l’esempio.

Fino a quel momento per lo spettatore che non può o non vuole spendere soldi per vedere lo sport, non resta che affidarsi ad un percorso che mi sembra comunque complicato. Può guardare gli eventi in streaming sul web. Ci sono alcuni sport già rintracciabili, tipo biathlon, judo, scherma, taekwondo, pugilato. Ma richiedono una certa dimestichezza con il computer e Internet, e tanta pazienza. A volte il segnale che arriva è disturbato, a volte la ripresa salta, l’audio non è sempre ottimale. E’ vero, ci sono streaming a pagamento che danno un prodotto migliore. Ma così si torna all’obolo da versare…

E poi se usiamo lo streaming ci togliamo il gusto di godere una bella serata di sport in compagnia degli amici.

L’Olimpiade di Rio de Janeiro 2016 sarà il prossimo grande evento trasmesso in esclusiva dalla Rai. Fino a quella data chi non è disposto o non può pagare altri soldi oltre al canone obbligatorio dovrà accontentarsi dei racconti dei più fortunati. In attesa che altre discipline vogliano seguire l’esempio della Federtennis…

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L’incredibile storia di Kimiko Date

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IERI KIMIKO Date ha sconfitto Flavia Pennetta al primo turno del torneo di Monterrey. Un po’ poco per definire incredibile la sua storia. Forse il fatto che la giapponese viaggi verso i 44 anni ci aiuta a capire meglio. Ma neppure questo è sufficiente.

Nel 1995 la Date era numero 4 del mondo, aveva vinto sette tornei e si batteva alla pari contro le migliori del circuito. Poi lo stress dovuto alla necessità di mettersi continuamente in gioco aveva cominciato a regalarle più di dubbi che gioie. Improvvisamente si era sentita sola. Nel caos del circuito, sul campo davanti a migliaia di spettatori, in casa dove era diventata un’eroina popolare. Ovunque fosse, Kimiko si sentiva sola. Quello che aveva attorno non aveva più senso. Né le vittorie, nè la classifica o i soldi. E allora aveva smesso. Era la stagione 1996.

Dodici anni dopo si era ripresentata in campo. E qui l’aggettivo incredibile comincia ad avere diritto di citazione. Nessuno era stato fermo così a lungo per poi tornare a giocare in singolare. E andare addirittura a vincere un torneo Wta, quello di Seul, a oltre 39 anni. Soltanto Billy Jean King, nel 1988, aggiudicandosi la finale di Birmingham aveva fatto meglio. All’epoca aveva 39 anni, 11 mesi e 30 giorni, ma non era certo stata ferma per dodici anni.

Kimiko Date ha messo insieme altri colpi per arrivare a farmi definire la sua storia incredibile.

E’ nata mancina. Mangia e scrive con la sinistra. Ma a tennis gioca con la destra. In pubblico non poteva certo usare la mano del diavolo. Il nonno glielo aveva spiegato sin da piccolina. In Giappone sarebbe stato considerato qualcosa di estremamente disonorevole. E così lei aveva cominciato a esercitarsi con l’altra mano. Anche Rafa Nadal ha avuto un problema simile. Nato destrorso si è trasformato in mancino. Ma nel suo caso non è stato un obbligo dettato dalle tradizioni o dall’onore, quanto una scelta di zio Toni che pensava così di agevolarne il gioco.

Timida fino all’esasperazione, Kimiko ha a lungo pensato che non fosse poi così necessario imparare l’inglese e andare ai tornei fuori casa. Il Giappone era abbastanza grande per soddisfare le sue ambizioni. Lentamente si è convinta che così non poteva essere e ha cominciato a viaggiare. Ma senza mai dimenticare le radici, al punto che più di una collega giura di averla vista cucinare polpette e riso negli spogliatoi dei grandi tornei.

Annunciato il ritiro dopo l’Olimpiade di Atlanta 1996, è comunque rimasta attaccata allo sport che amava. Ha fatto la commentatrice tecnica nei tornei dello Slam per la televisione giapponese. Ha lasciato che la pubblicità sfruttasse la sua immagine, è finita addirittura in un videogame. Ha corso, tanto. Ha disputato la maratona di Londra ed ha chiuso sotto le tre ore e mezza. Ha nuotato intere mattinate per lunghi mesi. Si è allenata con costanza certosina. Fino a quando il marito ha ceduto.

Cara, non è meglio se torni a giocare nel circuito? Sento che ti manca.

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E sì, perché negli anni del ritiro Kimiko si era anche sposata con un pilota delle Gran Turismo, nella Formula Nippon, il tedesco Michael Krumm con cui aveva cercato a lungo di avere un figlio. Non era venuto. Ovviamente la coppia era andata a vivere a Tokyo, non in Germania.

Tra tanti momenti positivi, anche una giornata nera. Un infortunio, la rottura del tendine d’Achille. Era il 2004. La Date ha convissuto a lungo con quell’incubo.

Kimiko sentiva che il tennis ormai apparteneva al passato. Per questo aveva scritto l’autobiografia intitolandola “Last game”, l’ultimo gioco. Un libro di grande successo. Perché la ragazza godeva di immensa popolarità in Giappone. Nel tempo libero andava spesso e volentieri a palleggiare a Palazzo Reale con il principe ereditario Naruhito Hironomaya.

Stanca di un ritiro che non la soddisfaceva, la guerriera dal dolce sorriso, uno scricciolo di 53 chili per 1.65, decideva di tornare. Riproponeva al mondo del tennis il suo gioco fatto di tanta grinta, attacchi coraggiosi, rovesci tagliati, volée imprendibili e smorzate killer. Si rimetteva in pista a quasi 39 anni. E non se ne pentiva. Era il 2008, l’anno dopo vinceva Seul.

Al Roland Garros 2010 superava Dinara Safina, numero nove della Wta che aveva appena tre anni quando la giapponese esordiva sulla terra rossa di Parigi. Quest’anno agli Australian Open ha perso in tre set contro la grande speranza Belinda Bencic, nata quando Kimiko era già al suo primo anno dopo il ritiro.

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Tornata nel giro da 201 del mondo, ora è nelle Top 100. Il 28 settembre festeggerà il 44esimo compleanno.

Mancina trasformata in destrorsa per tradizione giapponese, numero 4 del mondo, un ritiro per solitudine lungo dodici anni, un matrimonio con un pilota, gli allenamento col principe ereditario a Palazzo Reale, il ritorno in campo come giocatrice estremamente competitiva al punto da vincere un torneo Wta. Ha battuto le Top Ten e, come ultima impresa, ha sconfitto la tennista più calda del momento. Flavia Pennetta, recente vincitrice di Indian Wells, numero 1 del torneo e numero 12 del mondo.

Credete ci sia abbastanza per definire questa storia incredibile?