Foreman, le tre vite del gigante

Immagine

 HOUSTON, ghetto di Fifth Ward. L’anno è il 1963.

Ehi Monk, Herb è proprio forte, eh?

È un vero eroe.”

Un vero eroe, eh?

Sì. Ha una cicatrice sulla faccia, è un duro. È stato in prigione, dicono che abbia ucciso un porco di una gang nemica.”

«Un vero eroe, eh».

Houston, 2501 di Lone Oak, Chiesa del Signore Gesù Cristo. L’anno è il 2001.

Reverendo, chi è un eroe?

Chi aiuta la gente. La nostra vita è piena di buchi neri e molti di noi finiscono per caderci dentro. Alcuni vanno così giù che nessuno può tirarli fuori. Accade quando violano le leggi del Signore. Un eroe è colui che capisce gli ostacoli che deve affrontare, che non diventa cieco davanti ai pericoli e conosce la strada per evitarli.

Diverso è solo chi pone le domande, a dare le risposte è la stessa persona. George Edward Foreman.

Un jab sinistro pesante, un destro devastante, sia diretto sia montante. Pugile capace di mandare ko gli avversari con un solo colpo, qualità che pochi nella storia della boxe hanno avuto. Ha distrutto il mito di Frazier, infliggendogli due severe punizioni. È stato capace di tornare campione del mondo a quasi 46 anni, (il più vecchio tra i pesi massimi, 20 anni dopo il primo titolo. Grandi doti di incassaggio: ha assorbito apparentemente senza danni i ganci sinistri di Frazier nella prima sfida. Potente dall’esordio all’ultimo match. È stato dominato, in 81 incontri, solo dal magnifico talento di Muhammad Ali.

UN SABATO di fine gennaio ’76, sul ring allestito sotto un tendone all’interno del Caesars Palace di Las Vegas, Ron Lyle guarda l’ex campione del mondo steso al tappeto. L’ex galeotto lo ha messo giù con un colpo tremendo.

Il più duro che io abbia mai subito” ricorda Foreman.

Big George non fa in tempo a rialzarsi che Lyle lo rispedisce giù.

È giunta la mia ora, morirò prima che l’arbitro abbia contato fino a otto.”

Immagine

Il pubblico assiste stupefatto alla distruzione di quel gigante che fino a due anni prima spaventava il mondo intero. Ma Big George non è uno tenero. Si rialza e manda knockdown per tre volte il povero Lyle (di spalle nella foto). Dopo cinque round l’arbitro ferma uno dei più violenti match nella storia della boxe. Ognuno dei cinque atterramenti sembrava dovesse essere quello definitivo.

Foreman può guardare avanti, chiuderà la carriera ventuno anni dopo quella drammatica sfida…

LA NOSTRA storia comincia il 10 gennaio 1949, quando George Edward Foreman nasce a Marshall, Texas. La madre è Nancy. Gli fa da papà J.D., operaio che si guadagna da vivere montando rotaie per le ferrovie. I soldi dello stipendio finiscono però al bar, si perdono nelle cento bottiglie di liquori che J.D. spazza via come un uragano. Quando torna a casa ubriaco, si scatena in violente liti con Nancy. Spesso i due si separano, per poi tornare insieme.

È durante uno dei periodi di lontananza che la signora Foreman conosce Leroy Moorhead, un militare di carriera decorato con la medaglia d’onore per le imprese durante la Seconda Guerra Mondiale. È lui il padre biologico del quinto dei sette figli di Nancy, ma George lo scoprirà solo a 25 anni. Dopo la sconfitta con Muhammad Ali, appena quattro anni prima che Leroy muoia.

Non è una vita facile quella di Nancy. Lavora come cuoca in un ristorante, sette giorni su sette, ogni tanto riesce a far sparire dalla cucina qualcosa da portare a casa. Un hamburger, una bistecca. In quei momenti è festa grande. La carne va divisa in otto pezzetti: uno per la mamma, gli altri sette per i ragazzi. George prende la sua parte, la bacia, l’annusa e solo dopo la mangia. Vuole conservare a lungo il ricordo di quell’attimo di felicità.

A dodici anni ha già scelto il futuro. Si piazza al centro del marciapiede, pochi isolati da casa, a Fifth Ward: il ghetto che tutti chiamano The Bloody Fifth, la sanguinaria quinta. Ogni settimana un ragazzo muore in quelle strade, ucciso dalla coltellata tirata da un brutto ceffo di una banda rivale. Drogati, spacciatori, ladri e assassini sono gli abitanti del quartiere.

Big George, che a quella età era già un gigante, se ne sta in mezzo al marciapiede e prentende 25 cent da chiunque voglia passare di là. Preso il quarto di dollaro, congeda il donatore con un calcio nel sedere. A fine giornata spende tutto per ubriacarsi. È una strada che non porta lontano. Comincia a rompere finestre, a taglieggiare i negozianti, a partecipare a qualche piccola rapina.

Non porta armi con sé.

L’arma è lui” dice Roy, il fratello.

Immagine

VINCE Lombardi è l’allenatore dei Green Bay Packers, football americano. Siede allo stesso tavolo del diciannovenne George Foreman (al centro nella foto tra Frazier e Ali).

Come hai potuto sventolare la bandiera in quel modo, quando i fratelli stavano portando avanti la loro battaglia?

Big George ha appena conquistato l’oro ai Giochi di Città del Messico ’68. Ha battuto l’azzurro Giorgio Bambini in semifinale, il sovietico Cepulis in finale. Quando ha avuto la medaglia al collo ha fatto il giro del ring sventolando una bandierina americana.

Messico ’68 è l’Olimpiade di Tommie “Jet” Smith e John Carlos, oro e bronzo nei 200 metri di atletica leggera. Sono due studenti del College di San José in California, entrambi membri del “Progetto olimpico per i diritti umani”: un’associazione che si batte per il popolo nero d’America. Salgono sul podio e durante l’inno statunitense, in segno di protesta per tutti i diritti calpestati dei neri, alzano al cielo il pugno avvolto in un guanto nero nel gesto reso celebre dalle Pantere Nere.

L’America dei bianchi ci dà credito solo in occasione delle vittorie olimpiche. È in occasioni come questa che mi riconosce come americano. Se faccio qualcosa di sbagliato, sono solo un negro.” Carlo urla al mondo la protesta.

Foreman, nero anche lui, se ne va per il ring sventolando la bandierina e diventando così l’eroe della media borghesia bianca. Con l’aiuto di un giornalista rimasto sconosciuto, scrive un messaggio alla nazione. “C’erano più di 2000 atleti neri in ogni sport nei Giochi del Messico. Ero dispiaciuto che nonostante la scritta USA sulla tuta loro potessero pensare che io non mi sentissi americano. Voglio che tutti sappiano che sono un americano felice. Ecco perché ho preso la bandierina dalla mia borsa e l’ho sventolata ai quattro angoli del ring.

Il vecchio allenatore di football non ci casca. Le parole di Vince Lombardi colpiscono Foreman come solo Ali avrebbe poi saputo fare.

LUCIEN Chen lavora per il Governo della Giamaica, promuove il turismo. Al primo tentativo la sua viene etichettata come un’idea folle, quando ci riprova il Primo ministro vacilla.

Perché non tentare?

Si trovano anche i soldi, il match si farà. Joe Frazier avrà 850.000 dollari di borsa garantiti e George Foreman ne prenderà 350.000. Si affronteranno al Kingston Stadium per il titolo dei massimi. Due picchiatori imbattuti, due pugili che conoscono un solo modo di concepire la boxe. Darsele senza pietà. Arthur Mercante è l’arbitro. Joe Frazier il favorito: i bookmaker lo danno a 1/5. Foreman non ha nomi importanti nel suo record, pochi anche gli avversari noti al grande pubblico, con l’eccezione di Gregorio Peralta e George Chuvalo. Qualcuno però si chiede quanto Frazier abbia lasciato sul ring nella sfida contro Ali. A credere in quell’omone del Texas rimangono solo quelli del clan.

Dick Sadler è il manager, suo fratello Sandy, ex campione del mondo dei piuma, è il maestro. È quello che tiene il sacco quando George si allena, è quello che deve stare attento a non finire per terra sotto le mazzate del ragazzo.

Vedere Foreman colpire il sacco è un’esperienza affascinante. Scarica martellate, pugni di una potenza devastante. Alla fine, lì dove ha colpito con più insistenza c’è un incavo. E tu pensi che si sia fermato giusto un attimo prima di fare un buco in quel pesantissimo attrezzo da allenamento.

Kingston, Giamaica. E’ il 22 gennaio 1973.

Immagine

Primo round. Frazier mette a segno due terribili ganci sinistri, Foreman continua ad avanzare. Montante destro di Big George (a destra nella foto), Smokin’ Joe è al tappeto. Sono passati 2’ dall’inizio del match. Joe finirà kd altre due volte prima della fine della ripresa.

Secondo round. Destro alla mascella. Foreman va ancora a segno, Frazier finisce al tappeto, Foreman guarda l’angolo e chiede a Yank Durham di interrompere quell’incubo, altrimenti finirà per uccidere il suo uomo. Si va avanti. Due ganci sinistri di Big George e Frazier è ancora giù. Al sesto atterramento, finalmente Arthur Mercante pone fino all’incubo: 275 secondi di match e George Foreman è il nuovo campione del mondo.

FRED Weymer, Modunga Bula, Hank Schwartz e John Daly sono uomini d’affari. Assieme a  un quinto uomo siedono a Parigi attorno a un tavolo nel ristorante di un famoso albergo. È qui che definiscono il match più pagato della storia del pugilato: cinque milioni di dollari per Ali, stessa cifra per Foreman. A pagare sarà Mobuto, il dittatore dello Zaire a caccia di una patente di credibilità.

Il quinto uomo si chiama Donald King, per tutti è Don King (foto sotto). È uscito non molto tempo prima dal carcere dove ha scontato una pena per omicidio colposo. Ora è impegnato nell’affare del secolo. Padrone solo di una grande dialettica, ha convinto i due rivali a firmare un contratto per la sfida. Poi, ha trovato i soldi.

Immagine

Nasce “The Rumble in the Jungle”.

A Kinshasa tutti sanno chi è Ali. È un eroe. Foreman non sanno neppure che faccia abbia, solo quando arriva scoprono che anche lui è nero. Quando scende dalla scaletta dell’aereo, si fa precedere da un pastore tedesco. Quel cane offende gli africani perché i belgi, quando il Congo era una loro colonia prima di diventare Zaire, usavano proprio i pastori tedeschi come cani poliziotto per le loro spedizioni punitive.

Ali vive in mezzo alla gente, è uno di loro. Parla, parla senza sosta. Affascina, incanta, entusiasma. Foreman è solo, lui e il clan. Lontano dagli africani, solo con la sua superbia.

Ha avuto cinque mogli che gli hanno dato dieci figli, cinque di loro li ha chiamati George.

Un pugile deve prepararsi al tempo in cui perderà la memoria. Un solo nome da ricordare è più facile di cinque” scherza.

Con una delle sue compagne la separazione è stata tumultuosa, lei è scappata con i due bambini ai Caraibi. Lui l’ha raggiunta con l’aiuto di alcuni trafficanti di droga e ha riportato a casa i figli.

Il divorzio dalla seconda moglie è stato tormentato, George è stato anche citato in giudizio, gli è stato proibito di combattere negli Stati Uniti. È la ragione per cui difende due volte il mondiale all’estero, con Roman a Tokyo e con Norton a Caracas, la ragione per cui affronta Ali a Kinshasa.

Ancora una volta a molti sembra un match già scritto. Dicono che nel clan di Ali siano tristi. Non perché temano che il proprio pugile perda la sfida, ma perché hanno paura che Foreman lo uccida. Ali non si arrenderebbe mai. Ma sul ring la storia è un’altra. Con lui non c’è mai un match scritto prima. Conosce i pugili, ma conosce soprattutto le debolezze degli uomini e sa come sfruttarle a proprio favore. Fa sfogare Foreman, un bisonte infuriato che picchia selvaggiamente per quattro riprese e mezzo. Non ha una strategia Big George, nella sua testa c’è solo rabbia.

Per la prima volta nella sua vita, Ali ha paura. Si chiede perché mai quel tipo lì davanti continui a picchiare, non senta l’influenza della sua personalità, non ceda qualcosa al carisma del più grande. Quando mancano trenta secondi alla fine del quinto round, Foreman è stanco. Forse non si è allenato bene, forse sta pagando lo sforzo. Sicuramente non è più il padrone del ring.

Ali, che poi racconterà a tutti la storia del “rope-a-dope”: prendi al laccio un drogato, gli sussurra nell’orecchio.

Ehi George, è tutto qui quello che sai fare?

Immagine

Nell’ottavo round lo sfidante (a destra nella foto) si toglie dalle corde, porta una serie veloce di colpi e chiude con un destro.

Lentamente Big George scivola al tappeto. Battuto, umiliato. Per la prima volta vittima e non più carnefice. Non si è allenato come sempre, e ha pagato.

Niente è gratis nella boxe, eccetto, a volte, il dolore.”

L’OMONE fatica a rimettersi in piedi. Cerca la rivincita lontano dalla boxe. Riempie il garage di macchine, da una Rolls Royce al fuoristrada; si compra un leone e una tigre e per loro prende solo cibo proveniente dallo zoo di Houston; gira con 30.000 dollari in contanti chiusi in un sacco di plastica. E’ l’unica cosa che riesca a dargli sicurezza. Va a vivere a Humble in una casa con otto stanze da letto e sei bagni, la sauna, la piscina, il salone da gioco.

Dopo quindici mesi torna sul ring. Mette in fila Lyle, ancora Joe Frazier, Scott LeDoux, Dino Dennis, Pedro Agosto. Tutte vittorie per ko. Poi, arriva la sconfitta con Jimmy Young a Portorico. Nello spogliatoio “sente le voci”, vede il suo corpo morire e l’anima staccarsi. I medici dicono che sono allucinazioni dovute alla disidratazione, lui dice che è la chiamata del Signore. Vende la villa di Beverly Hills, regala i quindici televisori che aveva in casa, diventa predicatore della Chiesa di Nostro Signore. Apre un istituto per la gioventù, si prende cura dei ragazzi, predica cinque volte alla settimana in Chiesa.

Il pugilato? Appartiene al mondo dei ricordi. Il reverendo Foreman non vuole più sentirne parlare. Fino al 1987. Dopo dieci anni torna sul ring. Ricompra un televisore e scopre che una volta c’erano solo tre canali, mentre ora può passare l’intera notte a cambiare stazione. Rientra e promette di riconquistare il mondiale. Ridono tutti.

Foreman è allegro, spiritoso, ama sentire attorno a sé il calore della gente. Ma quella non è una battuta. Il 5 novembre 1994 sconfigge Michael Moorer (foto sotto) e dopo vent’anni torna campione dei pesi massimi. Sta per festeggiare il 46esimo compleanno.

Immagine

HAMBURGER, libri di cucina, griglie che annullano le negatività dei grassi, grandi mangiate. George Foreman è un perfetto testimonial. I bambini lo adorano. Piace a tutti questo gigante che ormai tocca facilmente i 140 chili, un omone che ha avuto tre intense vite. Ha regalato paura, angosce, gioie ed emozioni. Unico a vivere da protagonista sia l’epoca di Ali che quella di Tyson. Ha imparato molto dalla vita e solo ora la sua testa sarebbe pronta alla sfida con Ali. Big George ha finalmente trovato la chiave giusta per leggere la mente di chi gli sta davanti. Proprio quello che nel lontano 1974 gli è mancato per sconfiggere il mito e diventare lui stesso una leggenda.

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...