8 marzo, i numeri della vergogna

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8 MARZO 2014

17 miliardi di euro

E’ la stima del costo economico e sociale della violenza sulle donne in Italia.

41,2%

Percentuale di donne che hanno subito violenza in casa, il 38,6% dal proprio partner, rispetto al totale delle donne oggetto di violenza. Conseguenze fisiche: lesioni addominali, lividi, disabilità, fratture, disturbi ginecologici, sterilità, malattia infiammatoria pelvica. Conseguenze psicologiche e comportamentali: abuso di alcool e droghe, depressione, ansia, disturbi dell’alimentazione e del sonno, fobie e attacchi di panico, comportamento suicida e autolesionista.

130

Le vittime di femminicidi in Italia nel 2013.

2.220

Le donne assassinate in Italia dal 2000 al 2012 (foto sotto: 21 vittime della violenza)

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1.400.000

Sono le donne che hanno subito violenza sessuale prima dei 16 anni.

6.743.000

Le donne tra i 16 e i 70 anni che hanno subito qualche forma di violenza. Sono pari al 31,9% del totale. Una su tre.

91%

I casi di stupro in cui le vittime non hanno sporto denuncia per paura o vergogna.

7.134.000

Sono le donne che subiscono violenza psicologica in Italia.

7

Le donne che guadagnano oltre il 67% del reddito femiliare hanno una percentuale di rischio di subire violenza sette volte superiore a quelle che contribuiscono al bilancio con meno del 33%.

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70%

E’ la percentuale di donne, sul totale delle vittime, che è stata fatta oggetto di stalking.

56,7%

Percentuale delle donne che subiscono violenza attraverso spinte, strattonate, afferrate, frattura del braccio, capelli tirati.

24%

La percentuale in meno del reddito di lavoro femminile in Italia rispetto a quello maschile.

13,8%

La percentuale di disoccupazione femminile sul totale delle donne in età lavorativa contro l’11,9% maschile.

30%

La percentuale di donne al Senato contro il 70% degli uomini.

32%

La percentuale di donne alla Camera contro il 68% degli uomini.

Oggi è la festa della donna.

Foreman, le tre vite del gigante

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 HOUSTON, ghetto di Fifth Ward. L’anno è il 1963.

Ehi Monk, Herb è proprio forte, eh?

È un vero eroe.”

Un vero eroe, eh?

Sì. Ha una cicatrice sulla faccia, è un duro. È stato in prigione, dicono che abbia ucciso un porco di una gang nemica.”

«Un vero eroe, eh».

Houston, 2501 di Lone Oak, Chiesa del Signore Gesù Cristo. L’anno è il 2001.

Reverendo, chi è un eroe?

Chi aiuta la gente. La nostra vita è piena di buchi neri e molti di noi finiscono per caderci dentro. Alcuni vanno così giù che nessuno può tirarli fuori. Accade quando violano le leggi del Signore. Un eroe è colui che capisce gli ostacoli che deve affrontare, che non diventa cieco davanti ai pericoli e conosce la strada per evitarli.

Diverso è solo chi pone le domande, a dare le risposte è la stessa persona. George Edward Foreman.

Un jab sinistro pesante, un destro devastante, sia diretto sia montante. Pugile capace di mandare ko gli avversari con un solo colpo, qualità che pochi nella storia della boxe hanno avuto. Ha distrutto il mito di Frazier, infliggendogli due severe punizioni. È stato capace di tornare campione del mondo a quasi 46 anni, (il più vecchio tra i pesi massimi, 20 anni dopo il primo titolo. Grandi doti di incassaggio: ha assorbito apparentemente senza danni i ganci sinistri di Frazier nella prima sfida. Potente dall’esordio all’ultimo match. È stato dominato, in 81 incontri, solo dal magnifico talento di Muhammad Ali.

UN SABATO di fine gennaio ’76, sul ring allestito sotto un tendone all’interno del Caesars Palace di Las Vegas, Ron Lyle guarda l’ex campione del mondo steso al tappeto. L’ex galeotto lo ha messo giù con un colpo tremendo.

Il più duro che io abbia mai subito” ricorda Foreman.

Big George non fa in tempo a rialzarsi che Lyle lo rispedisce giù.

È giunta la mia ora, morirò prima che l’arbitro abbia contato fino a otto.”

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Il pubblico assiste stupefatto alla distruzione di quel gigante che fino a due anni prima spaventava il mondo intero. Ma Big George non è uno tenero. Si rialza e manda knockdown per tre volte il povero Lyle (di spalle nella foto). Dopo cinque round l’arbitro ferma uno dei più violenti match nella storia della boxe. Ognuno dei cinque atterramenti sembrava dovesse essere quello definitivo.

Foreman può guardare avanti, chiuderà la carriera ventuno anni dopo quella drammatica sfida…

LA NOSTRA storia comincia il 10 gennaio 1949, quando George Edward Foreman nasce a Marshall, Texas. La madre è Nancy. Gli fa da papà J.D., operaio che si guadagna da vivere montando rotaie per le ferrovie. I soldi dello stipendio finiscono però al bar, si perdono nelle cento bottiglie di liquori che J.D. spazza via come un uragano. Quando torna a casa ubriaco, si scatena in violente liti con Nancy. Spesso i due si separano, per poi tornare insieme.

È durante uno dei periodi di lontananza che la signora Foreman conosce Leroy Moorhead, un militare di carriera decorato con la medaglia d’onore per le imprese durante la Seconda Guerra Mondiale. È lui il padre biologico del quinto dei sette figli di Nancy, ma George lo scoprirà solo a 25 anni. Dopo la sconfitta con Muhammad Ali, appena quattro anni prima che Leroy muoia.

Non è una vita facile quella di Nancy. Lavora come cuoca in un ristorante, sette giorni su sette, ogni tanto riesce a far sparire dalla cucina qualcosa da portare a casa. Un hamburger, una bistecca. In quei momenti è festa grande. La carne va divisa in otto pezzetti: uno per la mamma, gli altri sette per i ragazzi. George prende la sua parte, la bacia, l’annusa e solo dopo la mangia. Vuole conservare a lungo il ricordo di quell’attimo di felicità.

A dodici anni ha già scelto il futuro. Si piazza al centro del marciapiede, pochi isolati da casa, a Fifth Ward: il ghetto che tutti chiamano The Bloody Fifth, la sanguinaria quinta. Ogni settimana un ragazzo muore in quelle strade, ucciso dalla coltellata tirata da un brutto ceffo di una banda rivale. Drogati, spacciatori, ladri e assassini sono gli abitanti del quartiere.

Big George, che a quella età era già un gigante, se ne sta in mezzo al marciapiede e prentende 25 cent da chiunque voglia passare di là. Preso il quarto di dollaro, congeda il donatore con un calcio nel sedere. A fine giornata spende tutto per ubriacarsi. È una strada che non porta lontano. Comincia a rompere finestre, a taglieggiare i negozianti, a partecipare a qualche piccola rapina.

Non porta armi con sé.

L’arma è lui” dice Roy, il fratello.

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VINCE Lombardi è l’allenatore dei Green Bay Packers, football americano. Siede allo stesso tavolo del diciannovenne George Foreman (al centro nella foto tra Frazier e Ali).

Come hai potuto sventolare la bandiera in quel modo, quando i fratelli stavano portando avanti la loro battaglia?

Big George ha appena conquistato l’oro ai Giochi di Città del Messico ’68. Ha battuto l’azzurro Giorgio Bambini in semifinale, il sovietico Cepulis in finale. Quando ha avuto la medaglia al collo ha fatto il giro del ring sventolando una bandierina americana.

Messico ’68 è l’Olimpiade di Tommie “Jet” Smith e John Carlos, oro e bronzo nei 200 metri di atletica leggera. Sono due studenti del College di San José in California, entrambi membri del “Progetto olimpico per i diritti umani”: un’associazione che si batte per il popolo nero d’America. Salgono sul podio e durante l’inno statunitense, in segno di protesta per tutti i diritti calpestati dei neri, alzano al cielo il pugno avvolto in un guanto nero nel gesto reso celebre dalle Pantere Nere.

L’America dei bianchi ci dà credito solo in occasione delle vittorie olimpiche. È in occasioni come questa che mi riconosce come americano. Se faccio qualcosa di sbagliato, sono solo un negro.” Carlo urla al mondo la protesta.

Foreman, nero anche lui, se ne va per il ring sventolando la bandierina e diventando così l’eroe della media borghesia bianca. Con l’aiuto di un giornalista rimasto sconosciuto, scrive un messaggio alla nazione. “C’erano più di 2000 atleti neri in ogni sport nei Giochi del Messico. Ero dispiaciuto che nonostante la scritta USA sulla tuta loro potessero pensare che io non mi sentissi americano. Voglio che tutti sappiano che sono un americano felice. Ecco perché ho preso la bandierina dalla mia borsa e l’ho sventolata ai quattro angoli del ring.

Il vecchio allenatore di football non ci casca. Le parole di Vince Lombardi colpiscono Foreman come solo Ali avrebbe poi saputo fare.

LUCIEN Chen lavora per il Governo della Giamaica, promuove il turismo. Al primo tentativo la sua viene etichettata come un’idea folle, quando ci riprova il Primo ministro vacilla.

Perché non tentare?

Si trovano anche i soldi, il match si farà. Joe Frazier avrà 850.000 dollari di borsa garantiti e George Foreman ne prenderà 350.000. Si affronteranno al Kingston Stadium per il titolo dei massimi. Due picchiatori imbattuti, due pugili che conoscono un solo modo di concepire la boxe. Darsele senza pietà. Arthur Mercante è l’arbitro. Joe Frazier il favorito: i bookmaker lo danno a 1/5. Foreman non ha nomi importanti nel suo record, pochi anche gli avversari noti al grande pubblico, con l’eccezione di Gregorio Peralta e George Chuvalo. Qualcuno però si chiede quanto Frazier abbia lasciato sul ring nella sfida contro Ali. A credere in quell’omone del Texas rimangono solo quelli del clan.

Dick Sadler è il manager, suo fratello Sandy, ex campione del mondo dei piuma, è il maestro. È quello che tiene il sacco quando George si allena, è quello che deve stare attento a non finire per terra sotto le mazzate del ragazzo.

Vedere Foreman colpire il sacco è un’esperienza affascinante. Scarica martellate, pugni di una potenza devastante. Alla fine, lì dove ha colpito con più insistenza c’è un incavo. E tu pensi che si sia fermato giusto un attimo prima di fare un buco in quel pesantissimo attrezzo da allenamento.

Kingston, Giamaica. E’ il 22 gennaio 1973.

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Primo round. Frazier mette a segno due terribili ganci sinistri, Foreman continua ad avanzare. Montante destro di Big George (a destra nella foto), Smokin’ Joe è al tappeto. Sono passati 2’ dall’inizio del match. Joe finirà kd altre due volte prima della fine della ripresa.

Secondo round. Destro alla mascella. Foreman va ancora a segno, Frazier finisce al tappeto, Foreman guarda l’angolo e chiede a Yank Durham di interrompere quell’incubo, altrimenti finirà per uccidere il suo uomo. Si va avanti. Due ganci sinistri di Big George e Frazier è ancora giù. Al sesto atterramento, finalmente Arthur Mercante pone fino all’incubo: 275 secondi di match e George Foreman è il nuovo campione del mondo.

FRED Weymer, Modunga Bula, Hank Schwartz e John Daly sono uomini d’affari. Assieme a  un quinto uomo siedono a Parigi attorno a un tavolo nel ristorante di un famoso albergo. È qui che definiscono il match più pagato della storia del pugilato: cinque milioni di dollari per Ali, stessa cifra per Foreman. A pagare sarà Mobuto, il dittatore dello Zaire a caccia di una patente di credibilità.

Il quinto uomo si chiama Donald King, per tutti è Don King (foto sotto). È uscito non molto tempo prima dal carcere dove ha scontato una pena per omicidio colposo. Ora è impegnato nell’affare del secolo. Padrone solo di una grande dialettica, ha convinto i due rivali a firmare un contratto per la sfida. Poi, ha trovato i soldi.

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Nasce “The Rumble in the Jungle”.

A Kinshasa tutti sanno chi è Ali. È un eroe. Foreman non sanno neppure che faccia abbia, solo quando arriva scoprono che anche lui è nero. Quando scende dalla scaletta dell’aereo, si fa precedere da un pastore tedesco. Quel cane offende gli africani perché i belgi, quando il Congo era una loro colonia prima di diventare Zaire, usavano proprio i pastori tedeschi come cani poliziotto per le loro spedizioni punitive.

Ali vive in mezzo alla gente, è uno di loro. Parla, parla senza sosta. Affascina, incanta, entusiasma. Foreman è solo, lui e il clan. Lontano dagli africani, solo con la sua superbia.

Ha avuto cinque mogli che gli hanno dato dieci figli, cinque di loro li ha chiamati George.

Un pugile deve prepararsi al tempo in cui perderà la memoria. Un solo nome da ricordare è più facile di cinque” scherza.

Con una delle sue compagne la separazione è stata tumultuosa, lei è scappata con i due bambini ai Caraibi. Lui l’ha raggiunta con l’aiuto di alcuni trafficanti di droga e ha riportato a casa i figli.

Il divorzio dalla seconda moglie è stato tormentato, George è stato anche citato in giudizio, gli è stato proibito di combattere negli Stati Uniti. È la ragione per cui difende due volte il mondiale all’estero, con Roman a Tokyo e con Norton a Caracas, la ragione per cui affronta Ali a Kinshasa.

Ancora una volta a molti sembra un match già scritto. Dicono che nel clan di Ali siano tristi. Non perché temano che il proprio pugile perda la sfida, ma perché hanno paura che Foreman lo uccida. Ali non si arrenderebbe mai. Ma sul ring la storia è un’altra. Con lui non c’è mai un match scritto prima. Conosce i pugili, ma conosce soprattutto le debolezze degli uomini e sa come sfruttarle a proprio favore. Fa sfogare Foreman, un bisonte infuriato che picchia selvaggiamente per quattro riprese e mezzo. Non ha una strategia Big George, nella sua testa c’è solo rabbia.

Per la prima volta nella sua vita, Ali ha paura. Si chiede perché mai quel tipo lì davanti continui a picchiare, non senta l’influenza della sua personalità, non ceda qualcosa al carisma del più grande. Quando mancano trenta secondi alla fine del quinto round, Foreman è stanco. Forse non si è allenato bene, forse sta pagando lo sforzo. Sicuramente non è più il padrone del ring.

Ali, che poi racconterà a tutti la storia del “rope-a-dope”: prendi al laccio un drogato, gli sussurra nell’orecchio.

Ehi George, è tutto qui quello che sai fare?

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Nell’ottavo round lo sfidante (a destra nella foto) si toglie dalle corde, porta una serie veloce di colpi e chiude con un destro.

Lentamente Big George scivola al tappeto. Battuto, umiliato. Per la prima volta vittima e non più carnefice. Non si è allenato come sempre, e ha pagato.

Niente è gratis nella boxe, eccetto, a volte, il dolore.”

L’OMONE fatica a rimettersi in piedi. Cerca la rivincita lontano dalla boxe. Riempie il garage di macchine, da una Rolls Royce al fuoristrada; si compra un leone e una tigre e per loro prende solo cibo proveniente dallo zoo di Houston; gira con 30.000 dollari in contanti chiusi in un sacco di plastica. E’ l’unica cosa che riesca a dargli sicurezza. Va a vivere a Humble in una casa con otto stanze da letto e sei bagni, la sauna, la piscina, il salone da gioco.

Dopo quindici mesi torna sul ring. Mette in fila Lyle, ancora Joe Frazier, Scott LeDoux, Dino Dennis, Pedro Agosto. Tutte vittorie per ko. Poi, arriva la sconfitta con Jimmy Young a Portorico. Nello spogliatoio “sente le voci”, vede il suo corpo morire e l’anima staccarsi. I medici dicono che sono allucinazioni dovute alla disidratazione, lui dice che è la chiamata del Signore. Vende la villa di Beverly Hills, regala i quindici televisori che aveva in casa, diventa predicatore della Chiesa di Nostro Signore. Apre un istituto per la gioventù, si prende cura dei ragazzi, predica cinque volte alla settimana in Chiesa.

Il pugilato? Appartiene al mondo dei ricordi. Il reverendo Foreman non vuole più sentirne parlare. Fino al 1987. Dopo dieci anni torna sul ring. Ricompra un televisore e scopre che una volta c’erano solo tre canali, mentre ora può passare l’intera notte a cambiare stazione. Rientra e promette di riconquistare il mondiale. Ridono tutti.

Foreman è allegro, spiritoso, ama sentire attorno a sé il calore della gente. Ma quella non è una battuta. Il 5 novembre 1994 sconfigge Michael Moorer (foto sotto) e dopo vent’anni torna campione dei pesi massimi. Sta per festeggiare il 46esimo compleanno.

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HAMBURGER, libri di cucina, griglie che annullano le negatività dei grassi, grandi mangiate. George Foreman è un perfetto testimonial. I bambini lo adorano. Piace a tutti questo gigante che ormai tocca facilmente i 140 chili, un omone che ha avuto tre intense vite. Ha regalato paura, angosce, gioie ed emozioni. Unico a vivere da protagonista sia l’epoca di Ali che quella di Tyson. Ha imparato molto dalla vita e solo ora la sua testa sarebbe pronta alla sfida con Ali. Big George ha finalmente trovato la chiave giusta per leggere la mente di chi gli sta davanti. Proprio quello che nel lontano 1974 gli è mancato per sconfiggere il mito e diventare lui stesso una leggenda.

 

Abituati al disprezzo delle regole

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SIAMO così abituati al mancato rispetto delle regole che l’ossessiva ripetitività con cui vengono disattese ci sembra del tutto normale. Fatichiamo a stupirci, non ci indigniamo più.

Accade anche nello sport, accade nella vita.

Nel calcio, ad esempio. Il portiere che trattiene la palla per venti secondi, le proteste urlate dai giocatori dopo ogni fischio dell’arbitro, gli insulti agli avversari che non si fermano quando un giocatore è a terra (il regolamento è chiaro: L’arbitro lascia proseguire il gioco fino a quando il pallone cessa di essere in gioco se, a suo giudizio, un calciatore è solo lievemente infortunato”). Non si potrebbe, ma si fa regolarmente in ogni partita senza che l’arbitro provi a far rispettare il regolamento.

E’ quello che accade nel tennis dove molti giocatori decidono autonomamente quanto tempo prendersi tra un punto e l’altro. Il regolamento direbbe 20 secondi negli Slam e 25 in tutti gli altri tornei. Andatelo a dire a Rafa Nadal…

E poi ci sarebbe il coaching dagli spalti, la pausa fisiologica a prescindere, l’uso indiscriminato dell’asciugamano per perdere tempo, le urla delle signorine ad ogni colpo. Lo fanno e nessuno li/le riprende.

E che dire della boxe? Quante volte l’arbitro non richiama ufficialmente un pugile quando lo meriterebbe? Quante trattenute doveva fare Lomachenko nel mondiale contro Salido prima di subire un punto di penalizzazione? E quanti colpi bassi doveva portare Salido (foto sotto) per essere punito?

Abbiamo visto, vediamo e non ci facciamo caso.

Siamo assuefatti al mancato rispetto delle regole.

Un po’ come quando scendiamo in strada.

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Le strisce pedonali sembra servano agli automobilistici per avere un’inquadratura migliore del bersaglio da centrare. Sono una sorta di mappa millimetrata creata per delimitare i punteggi: 30 pedone con fattura alle gambe, 50 svenimento, 100 soluzione finale.

Cammino per Roma, ma credo che lo spettacolo si ripeta in molte altre città italiane, e vedo macchine sui marciapiedi. Altre sono parcheggiate proprio dove è il passaggio per i portatori di handicap, altre ancora davanti a saracinesche con un segnale di divieto di sosta grande come il Colosseo.

Ancora con queste storie? Dario, sei noioso. Fossero questi i problemi!

La doppia fila è uno sfizio che non ci si nega a nessuno. Mai. Le strade della mia città sono praticamente diventate tutte a senso unico alternato a rischio. Nel senso che l’altro senso è occupato da auto parcheggiate dove non dovrebbero stare e (ecco perché a rischio) quasi sempre gli automobilisti non cedono il passo a chi viene in senso contrario.

E i motorini? Sorpassano a destra, a sinistra. Sbucano dallo stop senza fermarsi, passano col rosso. Si piazzano al semaforo a “schema d’attacco alla mano squadra di rugby” e bloccano l’intera carreggiata anche dopo che il verde è scattato. Sembra che sia stata aperta la caccia al record, l’obiettivo finale è quello di non rispettare il maggior numero di articoli del codice della strada possibile.

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E’ uno scenario che vediamo tutti i giorni, ma che, come negli sport che ho sopra descritto, non produce alcuna reazione. E’ vero, c’è qualcuno che accumula stress sino ad esplodere in urla raccapriccianti contro il primo povero figliolo che gli capita a tiro. Ma sono la minoranza. Gli altri, centinaia di migliaia di utenti della strada in libera uscita, vanno avanti senza neppure fermarsi un attimo a imprecare.

Cosa vuoi che sia, con tutto quello che accade nel mondo!

Accettiamo che i motorini con sprezzo del codice ci costringano ad avere dodici occhi, non protestiamo per essere costretti ad autentiche gimcane per scendere da un marciapiede che ha l’intero perimetro occupato dalle macchine. Ci lasciamo coinvolgere in quello che ormai è diventato una sorta di gioco imperniato sul noioso quesito: “Riuscirà il pedone ad attraversare la strada e sopravvivere?” Arriviamo a meravigliarci se entrando in un negozio troviamo dei commessi/commesse che fanno con professionalità il loro lavoro.

Hai visto quanto sono gentili?

Suoniamo solo quando un’auto ha parcheggiato così vicino alla nostra da non riuscire neppure a entrare dalla porta lato guidatore.

Ma il momento in cui diamo in escandescenze è quando siamo fermi al semaforo. Se l’auto che ci precede tarda a partire anche di un solo centesimo di secondo dopo il via dato dal verde, un concerto di clackson la seppellisce per sempre.

“’ste cose nun le sopporto!

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Rischiamo di trasformarci in tanti William “Bill” Foster, il personaggio portato sullo schermo da uno strepitoso Michael Douglas (foto) in “Un giorno di ordinaria follia.” Un film sull’assurdità di alcune ingiustizie dei giorni moderni, un film che racconta la storia di un uomo qualunque, oberato dai problemi quotidiani, che impazzisce e semina terrore a Los Angeles.

Scatti isolati di ira a parte, siamo rassegnati e per giustificare a noi stessi che nulla ci turba, ci raccontiamo che quella in cui viviamo sia la normlità. Anche perché per ogni problema che nasce, ne inventiamo uno più grande che va a coprirlo. Così alla fine ci riteniamo esentati dall’occuparci di qualsiasi cosa che metta a rischio la nostra indolenza.

Nessun giudice di sedia darà un warning a Nadal per avere prolungato il tempo di attesa tra un punto e l’altro. Nessun arbitro fischierà un calcio di punizione contro un portiere che ha trattenuto troppo il pallone. Nessun arbitro richiamerà ufficialmente un pugile per troppe trattenute. E non si troverà mai un vigile pronto a multare milioni di guidatori indisciplinati di ogni tipo.

Ma dai, sempre con questo qualunquismo retorico demagogico!

Quando si tratta di aggettivi invece non risparmiamo mai.

A forza di vivere in un mondo che non rispetta le regole ci siamo convinti che le regole non esistano. E’ un modo di pensare facile e un po’ vigliacco. Come quando non chiediamo al commerciante di farci lo scontrino fiscale dopo un acquisto.

E che devo essè sempre io a chiede ‘o scontrino?

Bene, continuiamo a vivere in un mondo che non esiste. La normalità per gran parte di noi è rappresentata da un universo in cui le regole si adattano alle nostre esigenze e non noi alle regole.

Rispettare i codici (della strada o di comportamento) è da tedeschi, noi siamo più furbi. E poi, ci sono davvero persone per strada che parcheggiano in doppia fila o sui passaggi per portatori di handicap, quando non lasciano la macchina sui marciapiedi? Io in giro non ne ho mai viste…

Quando i campioni sbagliano

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Patrizio Oliva da dilettante è stato europeo juniores, vice campione europeo assoluto, oro olimpico e miglior pugile dei Giochi di Mosca 1980. Da professionista è stato campione italiano, europeo e mondiale. E’ tornato sul ring dopo un breve ritiro ed ha riconquistato il titolo europeo. Perso ai punti il mondiale, ha appeso i guantoni al chiodo. Con lui parliamo di cultura sportiva.

 

Patrizio Oliva, i genitori di bambini che fanno sport sono spesso un cattivo esempio per i figli. Da atleta di successo e padre di sportive, te la senti di dare un consiglio alle mamme ed ai papà?

“Bisognerebbe insegnare ai genitori che non possono sottoporre a uno stress da prestazione i figli. I bambini hanno bisogno di divertirsi e lo sport è un mezzo meraviglioso per soddisfare questa necessità. Vittoria o sconfitta non dovrebbero entrare nel loro vocabolario. Quando allenavo la nazionale italiana di pugilato avevo fatto un’unica squadra per evitare di responsabilizzare troppo i miei collaboratori, non volevo che si sentissero obbligati a portare medaglie da ogni torneo giovanile a cui partecipassero. A quell’età i bambini devono divertirsi, avranno tutto il tempo che vogliono per soffrire a causa di una vittoria mancata.”

Ridurre lo stress da risultato, e poi?

“Fare crescere il livello dell’istruzione. Sport e studio devono procedere di pari passo. Ai miei tempi eravamo tutti scugnizzi, oggi il laureato è quasi la normalità all’interno dello sport di vertice. Bisogna dare ai ragazzi i mezzi per difendersi dalla valanga di responsabilità che la vita gli rovescerà addosso. E il modo migliore per crearsi una difesa è lo studio, l’istruzione, la cultura.”

I genitori ultras sono un pericolo, ma sono il solo?

“No. I campioni spesso rappresentano un problema più grande. Creano dei falsi modelli. Dovrebbero stare molto attenti ai loro comportamenti, soprattutto quando sono sotto i riflettori della televisione. Seduti sul divano di casa ci sono tanti giovani che vorrebbero imitarli, diventare come loro. Ma se l’esempio che hanno davanti non rispetta quella che è l’etica dello sport, che messaggio riceveranno?”

Ti riferisci a qualcuno in particolare?

“Non a uno in particolare. Mi riferisco a un modo di fare. Penso, ad esempio, a quei campioni che non rispettano l’avversario, che lo deridono, che con il loro modo di agire lo umiliano.”

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Proprio l’altra sera ho sentito il ct azzurro Francesco Damiani dire a Clemente Russo “Non prendere in giro il tuo avversario”, tu che commentavi il match assieme a Mario Gianbuzzi per Sky ti sei subito detto d’accordo con quelle parole.

“Certo. Clemente (foto sopra) non ha rispettato il codice di comportamento di un campione. Non doveva prendersi gioco di un ragazzo più giovane, inesperto e meno forte. A meno che quello non sia l’unico modo di stare sul ring che conosca, lo stile che usa contro tutti. Sempre. Invece non mi sembra che abbia usato lo stesso atteggiamento contro Usyk o con altri di pari livello.”

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Nella storia del pugilato ci sono stati tanti pugili che hanno scelto questo modo di stare sul ring e non per questo sono stati criticati.

“Vero. Muhammad Ali lo faceva. Ma l’ha fatto anche contro Liston o Frazier, ha preso in giro una montagna come Foreman. Naseem Hamed combatteva con quello stile, era il suo modo di boxare. Sempre e comunque così. Non cambiava per il solo fatto che davanti a lui ci fosse un rivale forte.”

Perché condanni questo atteggiamento?

“Perché lo sport è palestra di valori, di lealtà, di rispetto. Un ragazzo che non ha né la tua esperienza, né la tua forza, non va umiliato. Sarebbe troppo facile e per niente giusto.”

Ma Russo è un campione a pieno titolo. Ha vinto due mondiali e due argenti olimpici.

“E io non sto certo qui a discutere il suo valore di pugile, ma il modo in cui a volte affronta gli avversari. Quelli più deboli.”

Damiani glielo ha detto, ma lui ha continuato a boxare con quello stile.

“E allora dovrebbe intervenire la Federazione, il presidente. Dovrebbero dirgli: “Se continui così, noi ti puniamo con una squalifica.” Non lo faranno mai, il risultato viene prima di tutto e lui nei dilettanti vince. Figuriamoci cosa possa importare alla Federazione del rispetto del codice etico.”

Perché, secondo te, l’altra sera ha boxato in quel modo?

“Forse perché pensa che sia la scorciatoia per diventare un personaggio. Ma, se posso permettermi di dargli un consiglio, così si guadagna una popolarità a tempo determinato. Finito lo sport, finito il personaggio. Se c’è una cosa difficile da perdonare è la spavalderia contro i più deboli.”

Ma in altri sport accade di peggio.

“Vero. Ma questa non può essere una giustificazione. Sono comunque d’accordo sul fatto che nel calcio si possano trovare esempi peggiori. Se Balotelli ne fa una al giorno, se qualche altro sfascia macchine e un altro insulta gli allenatori, i ragazzini potrebbero pensare che sia quella la strada da seguire per diventare un grande personaggio. Si tagliano i capelli come i campioni della tv, si fanno i tatuaggi perché tutti i re del pallone li hanno. Sono pronti a imitarli in qualsiasi situazione. Per quindici minuti di popolarità in molti sarebbero disposti a giocarsi la coscienza. E Balotelli non è il solo a mostrare il lato brutto dei campioni. Prendi De Rossi (foto in alto), ad esempio.”

Ti riferisci al pugno tirato a Icardi durante una fase di gioco di Roma-Inter?

“Mi riferisco a lui e alla Roma che lo difende, che protesta contro Prandelli che lo ha escluso dalle convocazioni per la nazionale. Un campione non può eccedere in quel modo. E’ un personaggio pubblico, un calciatore a cui fanno riferimento decine di migliaia di bambini. Cosa penseranno adesso? Che è lecito picchiare un avversario? Brutto gesto il suo, come lo è stato quello di Juan Jesus nella stessa partita. Lo sport insegna il rispetto del rivale in ogni momento. La violenza va condannata e punita, come va punito duramente chi bara.”

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Ti riferisci al doping?

“Certo. Cosa ha insegnato Alex Schwazer (foto) ai ragazzini che erano entusiasti per la sua medaglia d’oro olimpica? Ha dato il messaggio che per arrivare al successo ogni mezzo è lecito. Ha fatto un danno enorme non solo a se stesso, ma a tutti quei bambini che avevano gioito per quella vittoria.”

Quale è in sintesi la tua ricetta per offrire esempi, atteggiamenti e parole corrette per quei ragazzi che vogliono fare sport?

“Rispetto per le persone. E’ una regola che andrebbe seguita in ogni aspetto della vita. Ma nello sport è una regola di comportamento che non può essere disattesa. Rispetto significa non barare, non cercare di raggiungere il risultato con la violenza, non umiliare gli avversari più deboli. Tutto qui. E poi un ultimo consiglio. Ragazzi, divertitevi. A tempi, vittorie, medaglie penserete quando sarete più grandi.”

Ultras in famiglia. Pagano i figli

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“Che tu possa incontrare la vittoria e la sconfitta, e trattare queste due bugiarde con lo stesso viso.”

(Rudyard Kipling)

VORREI tentare di spostare il centro del discorso sulla cultura sportiva. Non disconosco le difficoltà legate a un’impiantistica praticamente inesistente a livello scolastico, all’impossibilità degli insegnanti di fare il proprio lavoro, all’attenzione pari a zero della politica, agli ostacoli che la stessa scuola pone davanti a chi abbia scelto di fare agonismo. Ma penso che fino a quando, a qualsiasi livello, l’unica cosa importante dello sport giovanile sia il risultato non si faranno passi avanti.

Avevo accennato al problema nell’articolo sul ritiro dei campioni. Lo ripropongo. Fin da piccoli, parlo dai 5/6 anni in su, i bambini vengono sottoposti a uno stress da prestazione che raggiunge il suo apice attorno ai 12/15 anni. Il gioco scompare, la gioia di divertirsi tra coetanei è affogata negli stimoli a fare sempre meglio, sempre di più.

La generazione dei genitori ultras esiste da tempo. Ora, di pari passo con l’imbarbarimento della società, sta facendo passi all’indietro da gigante. E per i ragazzi il divertimento si trasforma spesso in un incubo.

“C’è anche da dire che è l’unica maniera ormai per diventare campione di qualche sport. Se inizi da ragazzino perché ti va è troppo tardi. I cinesi fanno così, e infatti vincono a mani basse.“ E’ il commento di un lettore all’articolo con cui il Corriere della Sera denunciava un papà condannato a due anni con la condizionale per “ossessiva attività agonistica”. Aveva fatto assumere un eccesso di sostanze e aveva assillato in modo abnorme il 14enne figlio nuotatore.

Ci sono genitori che hanno grandissime aspettative e spingono i figli verso risultati sempre migliori. Cronometrano le prestazioni dei ragazzi, analizzano lo schema tattico in cui sono stati inseriti, elencano gli errori fatti dagli altri.

Il bambino subisce questa mole di critiche e diventa ansioso, insicuro, spesso vittima di complessi di inferiorità. Così tende a rifiutare quello sport che sino a poco tempo prima lo divertiva.

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Partita di volley Scanzorosciate contro Aurora Seriate Under 12. I genitori ospiti insultano e minacciano l’arbitro che secondo loro stava favorendo la squadra di casa. La Scanzorosciate abbandona il campo, il giudice sportivo prima dà lo 0-3 a tavolino, poi fa rigiocare la gara a porte chiuse.

Ci sono genitori che in qualsiasi momento della vita voglio avere il totale controllo del figlio. Non importa se ottenuto attraverso punizioni, giudizi severi, comportamenti senza calore umano. Il bambino subisce una fuga dalla realtà, non ha più una sua personalità e l’unica cosa che cresce è il desiderio di scappare lontano cercando conforto, sempre e comunque, in qualche altra persona.

 “Molti genitori pensano che per agevolare il figlio siano leciti anche l’astuzia e l’inganno.” Giacomo Bramè, allenatore della squadra esordienti di calcio della Verolanuova di Brescia, che ha dato le dimissioni dopo essere stato minacciato e aggredito dal padre di un bambino che lui aveva spostato dalla formazione titolare alla formazione B.

Ci sono i genitori che considerano il figlio come un prolungamento di se stessi. Vogliono da lui il raggiungimento di quei risultati che loro non hanno neppure sfiorato. Questo produce dubbi, angosce e paure in un bambino che troverà sempre più difficile crearsi una personalità autonoma.

“Vergognatevi, dovreste essere voi a dare l’esempio ai vostri figli.” Alessandro Birindelli, ex calciatore della Juventus, allenatore degli esordientri del Pisa, che ha ritirato la squadra dopo che in tribuna si era scatenata una violenta rissa verbale tra genitori.

Ci sono infine i genitori portati a perdonare tutto, a ripulire da eventuali ostacoli il cammino che il loro bambino dovrà affrontare. Lo giustificano qualsiasi cosa faccia, sia questa un calcio a un avversario o l’insulto all’allenatore. Ancora una volta, incapace di affrontare e superare da solo ogni problema, il bambino diventerà insicuro e con una debole personalità.

I colpevoli degli insuccessi dei figli sono così stati identificati in ordine decrescente

1. arbitro

2. allenatore

3. compagni di squadra

4. avversari

5. gioco scorretto

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Se solo i genitori potessero far propri due concetti fondamentali, probabilmente vivrebbero meglio loro ed i bambini.

Uno. Nello sport esiste anche la sconfitta. Non è un’onta incancellabile, ma un’occasione per ripartire più forti dopo avere capito i propri errori.

Due. A livello giovanile l’esaperata ricerca del successo provoca traumi che il bambino si porta dietro anche nell’età adulta.

Ma del resto quali sono gli esempi che entrano nelle nostre case?

Pur di vincere, alcuni tra i campioni più acclamati fanno uso di doping. All’intero di ogni sport c’è spazio per la combine, l’alterazione volontaria del risultato. L’arbitro è il principale colpevole di qualsiasi negatività, raramente si riconosce la superiorità dei rivali. Non si perde mai perché si è in quel momento inferiori, ma perché qualcuno ha aiutato gli altri che sono stati anche fortunati.

Lo sport manca di infrastrutture, non c’è una volontà politica che spinga a creare le condizioni affinchè i bambini possano praticarlo. Ma un altro grande male si annida nelle società moderna. Il genitore ultras.

Viviamo in un Paese che ha dimenticato il concetto di sociale. Quello che è un bene di tutti, diventa quasi sempre un bene di nessuno. Qualcosa che è lecito calpestare, deturpare, distruggere. Gli altri non esistono, ci siamo solo noi. Per arrivare in cima molti sono disposti a tutto, buttando giù dalla torre qualsiasi rivale. Perché lo sport dovrebbe essere diverso?