La Tv, da testimone a padrona

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NEGLIi anni Trenta la Radio chiedeva un contributo economico alle società di calcio per coprire le spese di produzione, le prime partite in televisione erano un servizio che lo sport dava alla Rai e non viceversa. Oggi Infront, l’advisor della Lega, ha offerto 5.490 milioni di euro per i diritti televisivi dei prossimi sei anni.

La Tv ha cambiato radicalmente la sua veste nello sport. Inizialmente era il mezzo per godere dello spettacolo, recitava il ruolo di testimone oculare dell’evento, portava l’avvenimento nelle case degli italiani. Oggi si è trasformata in ragione di vita per lo sport che, senza di lei, rischia di chiudere i battenti.

Lo stesso calcio ne è schiavo. Il 75% del fatturato dell’industria del pallone viene infatti dai diritti televisivi.

Ma in questo caso il rapporto è bilaterale, almeno fino a quando non si rischierà di far saltare il banco.

Sono oltre 23 milioni gli italiani interessati al pallone, quasi cinque milioni gli abbonati delle pay per view per questo sport. Un bacino di utenza che sta facendo pensare addirittura alla creazione di una televisione della Lega. Esperimento comunque difficile e rischioso. Un tentativo, datato dieci anni fa, è naufragato dopo meno di una stagione. In Europa soltanto l’Olanda ha in piedi una tv di questo tipo. In Italia sarebbe tutto molto più complesso. Venti soci in perenne disaccordo tra loro, divisi in almeno due fazioni. Il 15% degli stessi soci cambierebbe ad ogni fine campionato per effetto del meccanismo restrocessioni/promozioni. Una gestione dunque quanto mai rischiosa.

Sono stati commissionati studi di fattibilità, i risultati hanno evidenziato come i costi di avviamento sarebbero tra i tre e i cinque milioni. E come 1,9 milioni di italiani sarebbero disposti a sottoscrivere l’abbonamento, mentre 3,7 milioni sarebbero pronti a lasciare Sky e Mediaset nel caso in cui non avessero più la Serie A.

Un colpo mortale per le due pay per view che negli ultimi tre anni hanno versato nelle casse di Infront rispettivamente 560 e 270 milioni a stagione.

Il calcio vive di diritti, non avrebbe vita senza quei soldi.

Come non ha più vita la boxe. Il pugilato presenta nella sua storia momenti esaltanti legati alla televisione: Loi-Ferrer, 29 novembre 1955, è stato l’evento più visto dell’anno per una Rai che aveva da poco inaugurato le trasmissioni. E, tanto per passare a tempi più vicini, Oliva-Gonzalez (10 gennaio 1987) trasmesso attorno alle 22 da Rai 1 ha raccolto quasi dieci milioni di telespettatori. I match di Gianfranco Rosi (anni Ottanta, inizio anni Novanta) oscillavano tra i 4 e i 5,5 milioni. La stessa Fininvest nel momento in cui ha deciso di lanciarsi nel mondo dello sport, accanto al calcio ha disegnato un ruolo da protagonista per tennis e pugilato.

Da qualche tempo le televisioni non sono più vicino alla boxe. E questo sport sta morendo.

Il tennis, stanco di vedersi trascurato dai grandi network, ha creato una sua televisione federale. Oggi Supertennis ha i diritti per le partite della Davis in diretta e della FedCup in differita. In più trasmette in diretta i tornei Master 500 del circuito Atp. Ed ha numeri in continua crescita.

La grande rivoluzione dello sport in tv ha tre date fondamentali.

28 luglio 1976, quando con la sentenza numero 202 viene legittimato il monopolio Rai, ma allo stesso tempo è consentita ai privati la trasmissione via etere di partite non eccedenti l’ambito locale (due anni dopo le televisioni private in Italia sarebbero diventate 434!).

Dicembre 1980/gennaio 1981, quando Canale 5 con un’offerta di 900.000 dollari (centocinquantamila in più dell’Eurovisione) compra i diritti del Mundialito in Uruguay, lasciando alla Rai solo le partite dell’Italia.

Primavera 1981, quando la Fininvest organizza in proprio il primo Mundialito per Club.

Poi sono arrivate Telepiù, Stream e infine Sky (nata dalla fusione delle prime due).

Da testimone a padrona dello spettacolo. La televisione ha cambiato il panorama sportivo. Nel mondo ha dettato luoghi e orari anche di grandi manifestazioni. La finale dei 100 metri all’Olimpiade di Seul (disputata alle ore 13:30 per far contenta la NBC, la televisione americana che aveva versato 300 milioni di dollari per l’acquisizione dei diritti) è stata lo spartiacque.

Oggi andare in televisione per uno sport, calcio compreso, è diventato obbligatorio se vuole continuare a vivere. Questa consapevolezza ha portato i gestori di questa attività a cedere a ogni richiesta. Le telecamere sono entrate negli spogliatoi a pochi minuti dall’inizio di una partita, i campioni si concedono in esclusiva sempre più spesso solo alle tv, il campionato di Serie A si è trasformato in una telenovela che dura tre giorni. Dal sabato al lunedì.

Una volta si giocava tutti alle 14:30 della domenica e le partite teletrasmesse erano tenute nascoste fino a un minuto prima della messa in onda del solo secondo tempo.

Un’altra epoca. Il progresso non deve lasciare nostalgia del passato. Ma mi rende un po’ triste pensare che a dettare i gusti, approfittando delle nostre passioni, siano altri. Lo sport è sentimento, subire una partita alle 12:30, una giornata di campionato diluita in tre giorni, vedere morire uno sport storico come il pugilato, farsi gestire la programmazione di un evento magico come l’Olimpiade da chi ha in mano i soldi e detta da solo le regole, mi fa male.

Ma forse sono semplicemente fuori sintonia con il tempo in cui vivo.

2 Comments

  1. L’unica difesa che abbiamo è il telecomando, reale o metaforico che sia. Il coraggio di dire no, di non stare più al gioco. Per amore o per forza, per convinzione o per necessità. Io, ad esempio, non posso permettermi Sky, che non deve avere monopolio sia satellitare che digitale. Se con una porcata dovessero togliere il calcio a Mediaset digitale, sia pure dolorosamente, darei disdetta a Mediaset ma non acquisterei Sky, di gran lunga più costoso nonostante le pubblicità ingannatrici. E chissenefrega di tutti gli optional. Ogni piattaforma deve poter trasmettere, in questo caso diventa una protezione del potenziale utente economicamente più debole. Questo almeno è il mio pensiero

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