Tyson è in vendita

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MIKE TYSON è tornato a vendere se stesso. Per fare soldi con l’autobiografia ha mostrato il peggio di sé. A Broadway, con la regia di Spike Lee, aveva messo in scena la sua vita. Ora ne racconta il male estremo. Quello che stupisce e indigna, quello che avrebbe dovuto fare diventare il libro un bestseller.

Ha ripreso i panni e l’anima del pugile maledetto. Chissà se ha anche ripreso a camminare come faceva a Brownsville, quando strascicava i piedi, dondolava le spalle, aveva il berretto nero calato su due occhi che ti guardavano minacciosi. Si muoveva tra case diroccate e uomini distrutti dalla droga, lì dove si sentiva padrone del mondo.

«Da bambino ho sempre desiderato diventare un duro. I duri sono capaci di qualsiasi atrocità. Ma hanno anche la dignità di guardare negli occhi i loro assassini senza tremare

Chissa se è tornato a parlare il linguaggio del ghetto. Insulti che si sostituiscono alle parole.

«They’ve put a muzzle on me», mi hanno messo la museruola.

Chissà quali delicatezze gli avranno impedito di raccontare. Magari voleva ricordarci, come ha fatto una volta con il Las Vegas Sun, che lui potrebbe riempire il Madison Square Garden anche solo impegnandosi in un’esibizione di sesso solitario.

Si è sentito per lungo tempo un perseguitato.

«Sono un agnello da dare in pasto ai leoni. Quando i giornalisti scrivono dei vecchi campioni che avevano una fila di donne davanti allo spogliatoio, li chiamano eroi. Quando parlano delle stesse cose, ma il campione sono io, mi chiamano pervertito. Tutti mi odiano. Lo credo sinceramente, perchè nessuno può punirmi più di quanto non faccia io. Non sono ancora morto, ma mi sento come se vivessi all’inferno.»

E’ per questo che aveva da tempo annunciato un libro su stesso, l’avrebbe scritto per raccontare la verità. La sua. Ora l’ha fatto.

Deve essersi detto: sono tutti convinti che io sia il male, e allora che si scontrino con la violenza del ghetto. Per lui non è certo una fatica. Ha imparato a difendersi ed a difendere i suoi cari con rabbia animalesca.

«Avrei potuto essere uno della mafia. Quando sono dalla tua parte, sono pronto a darti la mia vita. Ma se qualcuno non rispetta me o la mia famiglia, non ci sono altre soluzioni: o muore lui, o muoio io».

Nello stesso momento in cui pronunciava queste parole si sentiva una sorta di eroe moderno, uno capace di guardare in faccia la morte senza avvertire la minima paura.

Cito Francis Scott Fitzgerald: “Show me a hero and I’ll write you a tragedy“, mostratemi un eroe e scriverò una tragedia.

E’ cresciuto troppo in fretta. A 20 anni era già campione del mondo.

«Bill Cayton e Jimmy Jacobs dovevano finire in prigione per avermi portato al titolo. Pensavo di essere diventato un uomo, ero solo un bambino».

Un perseguitato, sì un perseguitato.

«Babe Ruth è stato peggiore di come io avrei mai potuto essere. E io lo amo per questo

Tyson quando indossa i panni del cattivo non recita. Interpreta solo se stesso. Quello che, prima del match con Tyrrell Biggs (nell’ottobre del 1987), diceva: «Voglio spaccargli il naso e ficcargli le ossa nel cervello.»

Programmino interessante.

Anche Muhammad Ali, di cui ricordiamo sempre e solo il bene dimenticando che anche lui ha dei peccati da farsi perdonare (Malcom X e Joe Frazier, fossero vivi, potrebbero raccontarvi quali e quanti), non ha avuto paura di mostrare al mondo la sua vera anima. Era il 1996 quando un uomo con il braccio scosso da angoscianti tremolii accendeva il tripode dei Giochi di Atlanta. L’eroe che ci aveva affascinato con la parola e l’eleganza dei gesti, era diventato l’ennesimo schiavo del morbo di Parkinson. Ma non per questo si era nascoto. Muhammad Ali non aveva paura di mostrarsi. Quello era coraggio.

Anche Mike Tyson non conosce questa paura. Peccato che per vendere un libro sia disposto a mettere in mostra solo il peggio di se stesso.

Sono d’accordo con Paul Hayward, giornalista de The Telegraph, quando scrive: “A Tyson è rimasta una sola cosa da vendere, la sua sopravvivenza.”

Può continuare a giocarsela, sfidando ogni pronostico.

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