UNA VITA PIENA DI PUGNI

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(Lo so, l’articolo è lungo ed è di qualche tempo fa. Leggetelo come se fosse un romanzo, anche se è una storia vera. E’ stato scritto due settimane prima che Giacobbe Fragomeni vincesse il titolo mondiale Wbc dei massimi leggeri. Il 6 dicembre tornerà sul ring a Chicago per riprendersi quel titolo. Mi è sembrato giusto riportare in primo piano la sua storia.)

LA CASA è all’ultimo piano di un condominio, al centro della città di Formia. Patrizio suona più volte, Giacobbe viene ad aprire con l´aria assonnata. Entriamo. La porta del bagno è aperta, accanto alla lavatrice c’è una montagna di panni. In cucina due vassoi di dolci che scompaiono velocemente. Salvatore dorme ancora.

Patrizio Oliva è il maestro. Giacobbe Fragomeni il pugile. Salvatore Erittu lo sparring. Più tardi conosceremo Andrej Zaitzev, l’altro ragazzo che fa i guanti con Fragomeni.

Si preparano in fretta, saltiamo in macchina e ci andiamo verso il Centro Coni. Lì i ragazzi fanno la preparazione atletica. Giacobbe è alla guida di un fuoristrada e mi racconta tutto come se volesse liberarsi di qualcosa che lo opprime da troppo tempo.

Comincia così il racconto di una storia dura, violenta, ma che alla fine ci lascia dentro tanta speranza. Ha inizio con l’emigrazione al Nord di una coppia. Lui era di Reggio Calabria, lei di Miglianico in provincia di Chieti. Due vite con poche gioie e tante tragedie.

«La mia è stata un’esistenza difficile. Nicola, mio padre, beveva. Tanto. Era un alcolizzato. E quando beveva picchiava Rita, la mamma. Papà entrava e usciva di galera. Gli piaceva il gioco delle carte, ci ha lasciati con una montagna di debiti. Di soldi in casa ne entravano davvero pochi. Ero un ragazzino di 13 anni, un ingenuo. Pensavo che se avessi tolto il vino a mio padre lui non si sarebbe più ubriacato. E’ stato così che ho cominciato a bere. Non avevo capito che a lui bastava un bicchiere per trasformarsi. Allora ho deciso di ribellarmi, ho avuto degli scontri duri con lui. La notte mi svegliavo, sentivo che se la prendeva con mamma e io non potevo fare niente. Poi, qualcuno ha massacrato lui di botte. I dottori lo hanno curato, gli hanno prescritto delle medicine. Le mandava giù con il vino. Fino a quando, il 6 gennaio del 1990, è morto di cirrosi epatica».

I limiti di velocità danni fastidio a Giacobbe, che però (a fatica) li rispetta. Qualche giorno fa gli hanno tolto un punto dalla patente perchè aveva i fari antinebbia, la cosa non gli è andata giù e non vuole ripetere altre esperienze simili.

Entriamo nel Centro. Sediamo nella stanza degli svaghi. Un biliardino, un televisore, un paio di divani, qualche poltrona. Giacobbe si mette a cavallo del divano e prosegue il racconto.

«Ero a Sydney per l’Olimpiade del 2000, sono rientrato velocemente in Italia per vedere mia madre. Era a casa, stesa sul letto, stava male. Mi ha guardato, mi ha sorriso e se ne è andata, morta, per sempre lontana da me. Le tragedie da noi erano di casa. Una delle mille volte in cui sia mamma che mio padre erano ricoverati in ospedale, mia sorella Maria Letizia mi ha preso per un braccio e mi ha portato su una panchina nel giardino dell’istituto. Ci siamo seduti, mi ha guardato negli occhi e mi ha raccontato una terribile verità.

Giacobbe, io sto morendo”

“Ma cosa dici?”

“Ho l’HIV”

Pochi giorni dopo, il 5 agosto, anche lei se ne è andata. Una dose tagliata male l’aveva uccisa. Il 5 novembre del 2005 è nata mia figlia, l’ho chiamata Letizia Maria».

Patrizio ascolta attento un racconto che conosce molto bene. Lui è amico, quasi un fratello di Giacobbe, non solo l’allenatore. Dondola leggermente sulla poltrona e accompagna la storia con qualche precisazione.

Fragomeni entra in una nuova tragedia.

«Vivevamo nel quartiere Stadera di Milano, in via Barilli, lì le prime persone che incontravo uscendo di casa erano gli spacciatori. C’erano altri mondi paralleli. La prostituzione, la delinquenza comune. Ma la droga era la numero uno. Ho cominciato a farmi qualche canna. Non mi faceva pensare a quello che accadeva in casa, ai problemi che avevamo. Vivevo nel tormento. Ogni volta che sentivo il suono di un’ambulanza, pensavo che stesse andando a prendere mamma. Mi drogavo per dimenticare, poi è cominciato a piacermi. Così sono passato agli acidi, alla cocaina, all’eroina. Non mi sono mai bucato, ma ho provato tutto quello che c’era. Vivevo sempre fuori casa. Camminavo come un sonnambulo, chiedevo elemosina».

Era un ragazzo perso quando Nando Mazzotta, un amico, l’ha convinto ad accompagnarlo in palestra. La “Doria” di Ottavio Tazzi, detto “il nonno”, a San Babila. Era l’aprile del 1990, Giacobbe Fragomeni aveva 21 anni.

«E’ un grande “il nonno”. Come uomo e come maestro. Mi ha fatto innamorare di questo sport. Avevo capito che solo lo sfinimento fisico che la boxe riusciva a darmi, poteva aiutarmi ad uscire dal buco nero in cui mi trovavo. Mi sono disintossicato. Sei mesi dopo ho chiesto a Tazzi di combattere. Ricordo ancora il suo sguardo. Ero goffo, grasso, inesperto. Mi ha detto tutto questo solo guardandomi negli occhi. Ma a fine 1992 ero a Sanremo per disputare la finale dei campionati italiani contro Cantatore».

Abbiamo fatto un salto in avanti nel tempo. Per riallacciare i fili del discorso aspettiamo che Giacobbe finisca gli esercizi, la preparazione atletica. E’ quando lo stiamo accompagnando a casa che la storia riprende il suo corso naturale.

«Avevo capito che se volevo raggiungere il mio obiettivo, uscire fuori dalla droga, la boxe doveva essere la cura. Da quel momento ogni azione della mia vita ha avuto un’unica finalità: fare il pugilato. Tutto ruotava intorno a questo. Ogni volta che tornavo a casa dalla palestra, ritrovavo le stesse tentazioni. Ma non ce la facevo più a veder soffrire mia mamma. Ero disposto a qualsiasi sacrificio. E così nella ricerca del lavoro avevo una priorità assoluta: andava bene tutto quello che mi avrebbe lasciato il tempo per allenarmi. Ho fatto l’asfaltista. Mi alzavo alle 3 del mattino, alle 4 ero al lavoro. Andavo avanti fino alle 5 del pomeriggio, facevo i doppi, tripli turni. Dormivo nell’ora che l´autobus impiegava a portarmi dal lavoro alla palestra. Poi ho trovato un posto di aiuto cuoco. Lì le cose andavano meglio, facevo il doppio turno, ma lavoravo dalle 6 di mattina alle 4 del pomeriggio. Pulivo la cucina, mettevo a posto il ristorante, preparavo gli ingredienti. L’Osteria del Treno, vicino alla stazione centrale di Milano, era diventata la mia casa. Alla fine ho trovato il posto giusto. Sono stato ingaggiato come body guard di una discoteca. Lavoravo di notte, il giorno mi allenavo. Dal 1998 faccio solo il pugile».

Dopo aver riposato qualche ora, Giacobbe torna in pista. Si va a Cassino, nella palestra dove fa i guanti con Zaitzev ed Erittu. Oliva detterà i ritmi dell’allenamento. Con Patrizio il legame di Fragomeni è davvero forte.

«Mi ha visto combattere a Chicago in una sfida Campania-Stati Uniti. Io non c’entravo niente, ma Aurino aveva rinunciato ed ero l’unico che in quel momento poteva sostituirlo. Patrizio ha capito subito che c’era del buono in me. E mi ha portato in nazionale. Con lui al fianco il 26 maggio 1998 ho vinto a Minsk l´europeo dilettanti. Ho battuto un bielorusso a casa sua e davanti al suo presidente della Repubblica. Ho preso l’argento in Coppa del Mondo, l’oro ai Giochi del Mediterraneo. Patrizio è stato la svolta della mia vita. Ogni volta che penso a come sia passato da drogato di sostanze stupefacenti a drogato del pugilato, so di dovergli tanto. Quel titolo europeo è stato finora il momento più bello della mia carriera. Mamma ha visto il video del match centinaia di volte. Era orgogliosa di me, di come era uscito dal brutto giro».

Quattro riprese di guanti con Zaitzev e quattro con Erittu. La forma di Giacobbe cresce, il ritmo aumenta. Colpi duri, sudore che brilla sul corpo. Fatica, sacrificio. Il pensiero è solo per il match del 24. Il mondiale dei massimi Wbc leggeri contro il ceco Rudolf Kraj a Milano. Quando l’allenamento è finito, il racconto si arricchisce di un altro momento drammatico.

«Il 5 novembre del 2002 combattevo contro Milutinovic, dopo aver portato un montante al fegato ho subito il distacco del tendine. Ho finito il match cambiando guardia. In ospedale mi hanno detto che avevo il tendine del braccio sinistro spaccato e che la mia carriera era finita. Poi mi hanno sottoposto ad un intervento da record. Per la prima volta in Europa si operava un trapianto del tendine. Sei ore sotto i ferri, così almeno ricordo, ma forse sono state anche di più. I professori Dario Quattrocchi e Mirco Buzzetti sono stati eccezizonali. Ma dopo l´intervento mi sono ritrovato assai vicino al buco nero della mia vita. Avevo sentito un altro brivido di paura solo dopo la morte di mamma».

Prende fiato Giacobbe. Negli occhi scorrono veloci le immagini di quei momenti brutti. Ma dura solo un attimo.

«Patrizio dice che il mio motto è “mi piegherò ma non mi spezzerò” . Ho avuto paura di tornare indietro, di non essere capace di reagire. Ma poi ho capito che è più facile lasciarsi andare che reagire. La mia vita è sempre stata una lotta, mi ero battuto tanto e non avevo intenzione di cedere. Avevo già dato. Sei mesi dopo l’operazione ero nuovamente sul ring. A combattere. Come ho sempre fatto».

Fragomeni mi riaccompagna verso la stazione. Sorride quando mi pone l’ultima domanda.

«Non mi hai chiesto cosa mi fa paura della boxe».

-Cosa mi avresti risposto?

«Smettere».

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