In memoria di un campione che ci ha regalato infinite emozioni

Era il primo maggio del ’94. Ayrton Senna ci lasciava per sempre. Paolo Scalera quel giorno era a Imola. Ha lavorato a un’edizione del Corriere dello Sport che non sarebbe mai dovuta uscire e che la morte del fuoriclasse brasiliano impose come un dovere a cui era impossibile sottrarsi. Riproponiamo il suo racconto. Un fiume di emozioni che si rincorrono cercando di allontanare una tragedia che ancora oggi, a ventitrè anni di distanza, fa ancora troppo male.

di PAOLO SCALERA
I GRILLI saltavano nell’erba cercando scampo dai suoi passi. Piccoli tonfi leggeri sulla terra, così diversi dal frastuono dello schianto, che quel sabato solo un uomo innamorato, o un innamorato deluso, avrebbe potuto percepire con i sensi alterati dalla sofferenza. Gli occhi fissi in un punto e nel nulla, a ricostruire il volo e la caduta. Segni sull’asfalto e detriti sull’ erba, come relitti di un naufragio portati sulla spiaggia dalla corrente. E lui lì, a cercare di capire se era stata una tempesta, un malore od un errore a portare Ratzenberger, dall’ ultima fila all’ultima curva. Non fu un presentimento: non immaginò, Il Più Grande, di essersi appena lasciato alle spalle, camminando, la sua ultima curva, il Tamburello, il destino. Altrimenti, vogliamo credere, sarebbe fuggito, da quell’orrore. Lo avremmo vivo. Cercava, invece, Senna, come sempre, di capire.

Cosa c’era stato fra quel viaggio solitario di Ayrton alla VilIeneuve la domenica mattina? Quali pensieri? Cosa aveva provato nel warm-up, e poi, nei primi giri di gara?

Non abbiamo un singolo ricordo di Ayrton prima di quel sabato di Imola. E’ come se il giovedì e il venerdì non fossero mai esistiti. Cancellati. Di fatto non abbiamo mai visto nemmeno il Gran Premio. Di quel primo maggio ricordiamo solo lo sguardo sperduto di Leonardo, il fratello, e quello nascosto dagli occhiali scuri di Ecclestone, che lo trascinava nel paddock fino all’approdo nel motor-home della FOCA, dove Betise Assumpcao, l’addetta stampa di Ayrton, piangeva. Non sapevamo nulla, ma intuivamo che non ci sarebbero state più interviste. Né quei lunghi silenzi fra la domanda e la risposta capaci, ancora, di imbarazzarci.

La macchina era partita per la tangente, senza una correzione, cercando il muro. Piena di energia che l’impatto non aveva esaurito. Un atomo di tempo prima Ayrton aveva capito. Per una frazione di secondo la verità a lungo cercata gli si era presentata, chiara nell’anima, così luminosa da accecarlo.

E noi stavamo, in massa davanti alla porta chiusa del motor-home grigio-fumo. L’elicottero si era alzato ed era volato via. C’era, o c’era stata, una gara, lì fuori.

Quando la velocità si era azzerata e l’energia dispersa tutt’ attorno, lui se ne era andato, lasciando il relitto di un’automobile e mille dubbi.
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Poi qualcuno lo disse a Berger, che non fuggì, né si chiuse cercando la solitudine. Se ne stette, invece, appoggiato, le spalle al camion della Ferrari, a pensare. Sarebbe stato facile andargli sotto, interrogarlo, chiedergli cosa aveva provato quella volta che aveva anche lui incontrato il muro. E come si sentiva ad essere vivo. Era quello il pezzo che dovevamo scrivere.

Ci ritrovammo, invece, in sala stampa. A fare un giornale che, senza quell’ incidente, non sarebbe mai nato, con i monitor sulle nostre teste che rimandavano all’infinito lo schianto. Perdita di controllo. Botta.. Giravolte. Immobilità. Non soffre, non può soffrire, E allora. E gli altri?

Mica avevamo capito. Non ci eravamo nemmeno andati vicini. Non ci eravamo preoccupati della folla. E’ stato solo un incidente, avevamo razionalizzato, e la velocità non risparmia nessuno, nemmeno il suo dio. Dunque, perché pensare che questa volta sarebbe stato diverso? Ed invece il pellegrinaggio a quel muro era già iniziato nella notte, ed il giorno dopo, con enorme ritardo, avevamo compreso che il messia se ne era andato. E questa volta per mai più ritornare.

Sfilava lento il carro del dio fra la sua folla, fra la sua gente. Un’ironia per il re della velocità, ma milioni di persone in strada, milioni dietro il piccolo schermo, volevano vederlo. E per questo Ayrton Senna, quella volta, passò piano. Aveva fatto, come sempre, il viaggio di ritorno con gli amici, in prima classe, nessuno lo aveva disturbato.

Spegnemmo la TV. Anche l’ultimo dei brasiliani ammassati lungo la strada dall’aereoporto alla città, di quella storia, avrebbe potuto scrivere un pezzo migliore del nostro.

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