Brabham su Brabham, nessuno come lui

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JACK BRABHAM è stato un uomo fortunato. Bravo sì, ma anche fortunato. Perché non puoi non esserlo se tuo figlio parlando di te dice: “Papà ha avuto una vita incredibile, realizzando più sogni di chiunque altro.”

Black Jack, lo chiamavano così, è morto questa mattina per una malattia del fegato. Era una leggenda. Aveva 88 anni e un’infinità di bei ricordi.

Devi sentirti una persona davvero speciale se diventi pilota di Formula 1, devi sentirti ancora più speciale se vinci un mondiale guidando una tua macchina.

Era accaduto nel 1966 quando Brabham aveva conquistato il titolo su una Brabham BT 19, monoposto a cui aveva lavorato in gran parte da solo per quanto riguarda il motore, con la collaborazione del disegnatore Ron Tauramac per quanto concerne il telaio. Una monoposto tutta australiana, ottenuta grazie anche all’intervento della Repco: un’industria aeronautica che aveva realizzato i motori progettati da Jack derivati da un modello da strada: la Oldsmobile.

Chissà che effetto gli avrà fatto sentire le parole dello speaker che annunciava il vincitore. “Primo Jack Brabham su Brabham”. E’ l’unico nella storia della Formula 1 ad avere provato questo brivido.

Quello del ’66 era il terzo mondiale. Gli altri due erano arrivati con una Cooper Climax. Il primo nel 1959 grazie anche a un’incredibile presenza di spirito e a un pizzico di follia. Stava correndo a Sebring il GP Stati Uniti ed era in vista del traguardo, quando la sua auto era rimasta senza benzina. Ferma, immobile, mentre il mondiale sembrava invece correre velocemente verso un’altra direzione nonostante il suo scudiero Bruce McLaren si impegnasse a fondo per tenere lontano dalla vittoria il maggiore antagonista per il titolo: Tony Brooks su Ferrari. Il vecchio Jack era allora uscito dall’abitacolo e si era messo a spingere. Non cercava un benzinazio sull’autostrada, ma la linea d’arrivo. Una fatica terribile, cinque minuti di inferno. Ce l’aveva fatta, aveva chiuso quarto. Si era accasciato al suolo stremato, ma aveva  vinto il mondiale. Si sarebbe ripetuto l’anno dopo.

Era poco più di un bambino, aveva appena 12 anni, quando suo nonno gli ha insegnato a guidare su una vecchia Chevrolet di famiglia. Jack Brabham sr aveva lasciato l’East London nel 1885 per emigrare in Australia. Faceva il fruttivendolo a Hurstville, un sobborgo di Sydney. Appresa l’arte, il ragazzino tre anni dopo aveva lasciato la scuola per cominciare a lavorare come operaio in un’officina meccanica. Di sera studiava ingegneria.

A 21 anni aveva un negozio tutto suo dove comprava e vendeva auto.

In zona c’era un tizio che guidava veloce. Si chiamava Johnny Schonberg.

Jack gli aveva chiesto di svelargli i segreti per diventare pilota. Johnny gli aveva dato lezioni sul fango di Tempe. Era veloce a imparare il giovanotto. Debutto a Paramatta Park, alla gara successiva arrivava il primo successo. Era appena nato Black Jack, l’australiano volante.

Appassionato di ingegneria appena compiuti i 18 anni si era arruolato in aviazione. Sognava di pilotare un aereo, si era ritrovato a lavorare a terra per la Royal Australian Force durante una seconda guerra mondiale che stava volgendo alla fine.

Dopo il conflitto era tornato a progettare monoposto da corsa e finalmente nel 1962 aveva creato una squadra a cui aveva dato il suo nome, la Brabham Racing Organisation. Alla fine, tra il 1955 e il 1970, sarebbero stati 126 i Gran Premi disputati. Quattordici quelli vinti.

Tre titoli da pilota, due da costruttore nel 1966 e ’67. Poi la crisi aveva inghiottito anche la sua azienda.

Jack Brabham, nominato Sir dalla Regina nel 1977, avrebbe comunque avuto ancora il suo nome nell’albo d’oro grazie a Nelson Piquet pilota e a Bernie Ecclestone nuovo proprietario della fabbrica di famiglia.

Una bella rivincita su tutti quelli che avevano messo in dubbio la validità del progetto.

“Enzo Ferrari per primo. E’ stato un gran piacere batterlo.”

Oggi se ne è andato. Lascia tre figli. Tutti piloti. Geoff ha vinto la Can-Am nel 1981 e la 24 Ore di Le Mans nel’99. David e Gary hanno corso senza fortuna in Formula 1. Il primo è però riuscito ad aggiudicarsi anche lui la 24 Ore di Le Mans, nel 2009.

Con Jack Brabham scompare il più anziano pilota vivente vincitore di un GP in F.1. Un mito. Un pilota che amava sporcarsi le mani, che sapeva esattamente cosa voleva dalla sua macchina. Ma soprattutto se ne va un uomo che ha lottato e ha vinto, facendo sua una meravigliosa frase che ho sentito recitare da Sabine Azéma nel film “Una domenica in campagna” di Bertrand Tavernier: “Io la mia vita ho deciso di viverla come l’ho sognata.”

Jack Brabham è stato un uomo fortunato. Bravo sì, ma fortunato.

 

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