Un giugno disastroso per l’editoria sportiva, nonostante i Mondiali di calcio

I dati ADS (Accertamento Diffusione Stampa) di giugno 2018 non regalano un sorriso e confermano una situazione inquietante per i media che si occupano di sport.

Il confronto, l’unico statisticamente rilevante, con lo stesso mese dello scorso anno (nonostante giugno 2018 proponesse i Mondiali di calcio) ci offre questo panorama:

Gazzetta dello Sport – 6,2%

Corriere dello Sport -20,4%

Tuttosport -18,8%

Nessuna sorpresa, è il trend negativo che non accenna a fermarsi.

Negli ultimi dieci anni i tre quotidiani sportivi hanno perso mediamente il 60% delle copie.

A questo risultato, vanno aggiunte altre due notizie negative: il 30 giugno ha chiuso Fox Sports, nato nel 2013, e Mediaset Premium in pratica non opera più con i suoi prodotti.

La crisi dell’editoria è globale, ma quella di chi si occupa di sport lo è ancora di più. Il calcio, vettore trainante dell’intero settore, ormai è monopolizzato dalla televisione.

Sono preprogativa delle tv a pagamento:

gli eventi

le interviste del dopo partita

le interviste esclusive

i protagonisti dello spettacolo

E, ormai da tempo, le principali società hanno creato il proprio canale televisivo a cui offrono quello che una volta era terreno praticabile dai giornali: il rapporto diretto con i calciatori.

Se non è la Tv che paga i diritti televisivi ad avere l’esclusiva, è quella di proprietà dei club a sostituirla. Non si sfugge. Così la prima intervista di Cristiano Ronaldo è con DAZN, puntualmente ripresa quasi integralmente da tutti i giornali la mattina dopo.

Anche le radio locali hanno subìto un contraccolpo, ma continuano ad occupare uno spazio importante andando in onda praticamente per dieci ore al giorno con un solo tema guida: la squadra o le due squadre della città di appartenenza.

Il resto è gestito dal web.

Gli spazi dei quotidiani sportivi si sono drammaticamente ridotti. Prima potevano spaziare sull’intero campo da gioco. Ora sono costretti a muoversi all’interno dell’area del portiere.

Ad aggravare la situazione c’è il calo della pubblicità che obbliga le aziende editoriali ad agganciarsi quanto più possibile agli inserzionisti. Accade che tra i principali sponsor dei quotidiani ci siano le tv a pagamento, proprio quelle che hanno tolto lettori e spazi ai giornali.

Si verifica così il paradosso di quotidiani che esaltano chi li sta distruggendo e arrivano a ignorarne difetti e magagne.

Il flop di DAZN nella prima giornata di campionato era largamente prevedibile viste le condizioni di fruibilità di Internet sul nostro territorio. Ma i giornali prima hanno esaltato il prodotto, poi si sono attaccati alle inevitabili e giuste lamentele dei clienti per fare da sponda ed esporre il problema.

In futuro le cose probabilmente miglioreranno, ma il risultato al debutto è stato disastroso. L’editoria sportiva in passato ha massacrato soggetti che avevano colpe assai meno rilevanti.

Se a tutto questo si aggiunge l’imbarbarimento della società italiana, e non mi riferisco né a questo né a quel partito politico ma a una realtà di fatto, la radicalizzazione dei comportamenti, l’incapacità di staccarsi dai telefonini, di uscire per una giornata intera dai social network, di dedicarsi alla salutare lettura di un libro, si capisce come si faccia davvero fatica a guardare con un minimo di ottimismo al futuro.

Il problema è generale, l’intera editoria sta male: 865 giornalisti hanno perso il posto di lavoro nel 2017, tremila lo hanno perso negli ultimi cinque anni. Il Corriere della Sera ha visto sparire 320.000 copie, Repubblica 220.000, La Stampa 100.000. È questa la realtà in cui ci muoviamo.

Su un terreno che ospita una guerra di sopravvivenza, i quotidiani sportivi rappresentano l’anello debole. C’è stato un tempo in cui la Gazzetta dello Sport era in testa alle vendite e il Corriere dello Sport stazionava tra i primi quattro. Forse era sbagliato allora. Ma oggi stiamo tutti decisamente peggio.

 

 

 

 

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