Adriano attore, in un cammeo ironizza sui peccati del tennis moderno. Fantastico.

Faccio quotidianamente un giro su Twitter. Non cerco slogan o indiscrezioni, inseguo un piccolo aiuto. A volte lo trovo. Stavolta me lo ha dato un tweet di Rosario Fiorello che ha postato una clip da “La profezia dell’Armadillo“, un film di Emanuele Scaringi, sceneggiatura del gruppo di Zerocalcare, Valerio Mastrandrea, Oscar Giloti e Pietro Martinelli. Tra gli interpreti Simone Liberati, Pietro Castellitto, Laura Morante, Valerio Aprea, Claudia Pandolfi.
E poi c’è un cammeo di Adriano Panatta. È quello che ha fatto scattare la scintilla.
Adriano è un romano disincantato. Smorza gli entusiasmi con una risata, ridimensiona le situazioni con una battuta. Nel film interpreta se stesso, nel senso più completo della parola. È lui, sia nella figura che in quello che dice.
Ho visto la clip e ne sono rimasto conquistato. Eccezionale.
E allora mi sono ricordato di una chiacchierata che abbiamo fatto qualche tempo fa.
Le sue parole sul trailer ne rappresentano il riassunto perfetto.

Adriano Panatta, cosa non ti piace del tennis di oggi?

“Non amo i picchiatori. A parte Federer e Nadal giocano tutti uguale. La differenza la fanno quattro pallate a tutto braccio, a volte un po’ casuali. Prima dietro un punto c’era un’idea, un’invenzione, fantasia.”

Quale è stato il momento in cui tutto è cambiato?

“Quando è cambiato l’attrezzo. Le nuove racchette ti permettono di scegliere soluzioni tecniche che con quelle di legno non potevi neppure immaginare.”

Sì, ma non è che basta una racchetta di oggi per tirare botte tremende.

“Con queste tireresti forte anche tu.”

Nella tua epoca c’erano più variazioni tattiche?

“Giocavamo su ritmi più lenti, potevamo prenderci il lusso di pensare. Oggi tirano forte, è più facile.”

Federer è l’eccezione?

“Non ho mai visto uno giocare così bene, Laver compreso. Gli ho visto fare cose che pensavo fossero impossibili per un essere umano. Ha una forza di polso spaventosa. In molti, anche quelli che vincono tanto, non giocano bene a tennis. E’ un fenomeno che è sempre esistito, Borg compreso.”

Cosa ti piace di Federer?

«Sa giocare a tennis. Non vorrei essere frainteso: sono pochi quelli capaci di esprimere un tennis di simile talento. Dico Lendl e Sampras tra tutti quelli che ho visto.»

Come si manifesta sul campo il talento dello svizzero?

«Dal modo in cui colpisce la palla, dal cambio di ritmo, dalle soluzioni tecniche e tattiche che decide di adottare. Colpisce la pallina con violenza, ma lo fa sempre nella maniera giusta. In un modo classico, ma nello stesso tempo moderno. Si è parlato a sproposito della scuola svedese, di quella spagnola. Federer è svizzero, viene dunque da una nazione che non ha una tradizione alle spalle. Lui gioca divinamente, come si deve fare: la palla davanti al corpo, non dietro come avviene spesso oggi. Gioca in lift, in back. Sa come e dove tirare da ogni parte del campo. E’ un grande campione

Altri riferimenti per spiegare meglio quali sono quelli che a tuo giudizio sanno ”giocare a tennis”?

«Dico Laver, Sampras, ma anche Agassi. Insomma è questo il modo di conquistare la gente. Io, tranne nelle occasioni in cui lo faccio per lavoro, mi siedo davanti alla televisione solo se c’è Federer in campo. Ho ancora negli occhi la partita contro Hewitt agli US Open del 2004. Non ho mai visto giocare così, è quasi impossibile farlo.»

Il colpo migliore?

«Fa bene tutto. Certo, il rovescio è straordinario. Ma vogliamo parlare del diritto? Ha una forza di polso eccezionale, riesce a dare angolazioni inaspettate anche in avanzamento. E’ uno spettacolo in assoluto. E’ bello da vedere.»

Cosa avrebbe fatto contro i miti del passato?

«Credo che avrebbe potuto essere il numero 1 in ogni epoca

Anche giocando con la racchetta di legno?

«Lì sarebbe stato un mostro imbattibile

La capacità di vincere partite in cui è sotto pressione, l’abilità con cui risolve situazioni difficili, fanno pensare ad un uomo di grande personalità.

«Ha sicurezza. Gli viene dalla consapevolezza di poter risolvere in qualsiasi momento la partita

Per lungo ha avuto un solo neo: per essere perfetto gli mancava una vittoria al Roland Garros. Poi ce l’ha fatta. Ti ha sorpreso?

«Per niente. Ha l’attitudine alla terra rossa. Più di altri campioni che lì hanno fallito, come Becker o McEnroe. E poi, era ora che qualcuno che sapesse giocare a tennis vincesse a Parigi. Erano tanti anni che non accadeva

Quale è il campione del passato che ti ricorda?

«Lew Hoad, per il modo in cui colpisce la palla. Per il resto, è unico

Tra quelli che hanno giocato nella sua era, se dovessi fare un nome, chi avresti indicato come rivale in grado di creargli grossi problemi in ogni partita anche nel periodo d’oro?

«Marat Safin, se solo avesse cambiato la testa.»

Un miracolo che sarebbe stato possibile?

«Credo proprio di no

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Perché oggi giocano quasi tutti allo stesso modo?

“Da quando il mercato del tennis internazionale si è allargato, si gioca in continuazione. Fa poca differenza arrivare in forma o meno nei tornei più importanti. Lo scopo è guadagnare tanto e fare più punti possibili. Questo ha cambiato il gioco, ma anche il carattere dei giocatori. Li ha resi più chiusi, più introversi.”

Il modo di giocare così simile in tanti tennisti moderni dipende solo dalle racchette?

“I maestri non insegnano tutto ai bambini, insistono solo sulla specializzazione di quei colpi che potrebbero essere determinanti nella carriera professionistica. Così il ragazzo a un certo punto non cresce più e scopre che gli manca qualcosa. Sono bravi di dritto e rovescio. Tirano in allenamento quello che noi tiravamo per fare un passante vincente in partita. Ma se devono ammorbidire una palla, cappottano.”

Adriano Panatta in carriera ha vinto dieci tornei. Nel 1976 ha messo assieme Internazionali d’Italia, Roland Garros e Coppa Davis (con Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli; capitano Pietrangeli). E’ stato numero 4 del mondo. Giocatore d’attacco sapeva rubare il tempo all’avversario. Ottimo servizio, eccezionali riflessi a rete dove le sue doti acrobatiche gli permettevano colpi di grande spettacolarità e di assoluta efficacia. Sapeva mascherare bene la palla corta e aveva grande senso della posizione. 

 

 

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