Gatlin, il doping, il rispetto della pena. E quell’ipocrisia…

Esistono gli uomini ed esiste il regolamento.

Entrambi vanno rispettati. Nello sport come nella vita.

Nel mio mondo ideale, chi è sospettato (con tanto di prove e testimonianze a sostegno) di essere colpevole di un reato viene denunciato, segue un giusto processo e poi una sentenza.

È un principio che dovrebbe regolare la civiltà contemporanea.

Se commetto un reato, devo essere punito. Scontata la pena, mi deve essere offerta un’altra possibilità. La civiltà moderna ha però concepito la reclusione solo idealmente come un percorso di riabilitazione. Anche perché nei carceri italiani, a quanto leggo, è decisamente più alta la possibilità di aumentare il tasso di criminalità che quella di capire i propri errori.

Accade però che chi assiste allo spettacolo (sul palcoscenico della vita o in uno stadio) sia sempre più spesso un giustiziere che ha nel cuore il concetto di fine pena: mai. La morte, civile o reale, dei peccatori è a loro giudizio il modo migliore per consentirci di vivere sereni.

Non ci sono concessioni alla redenzione. Se hai sbagliato una volta non meriti più di frequentarie coloro che si reputano normali. E sì, perché siamo spietati nel giudicare gli altri ma concediamo mille attenuanti a noi stessi.

Sono da sempre un sostenitore del concetto: chi sbaglia deve pagare. Ma una volta che un giudice ha stabilito quale è l’entità della pena, tutti devono rispettare quella decisione. Condannato e società.

Parlo di sport.

Mike Tyson ha commesso più di un reato nella sua turbolenta vita. Il crimine più disgustoso per cui ha subito una condanna è stato lo stupro di Desireè Washington. È stato in carcere, ne è uscito, ha ripreso a combattere. Ma in realtà non ha mai pagato sino in fondo la sua colpa. Questa è l’opinione di moltissime persone soprattutto negli Stati Uniti e in Inghilterra.

A molti piace vedersi come cittadini del vecchio Far West, dove la legge era amministrata a colpi di pistola. Ci si faceva giustizia da soli. E anche pistoleri colpevoli di disgustosi peccati si sentivano in dovere di uccidere in nome di una legge assolutamente personale.

Il reato X prevede Y anni di prigione o di squalifica.

Una volta scontata la pena, mi sono riconquistato il diritto di avere una seconda occasione. Se sbaglio ancora, il mio allontanamento dalla società dovrà essere più lungo nel tempo, se camminerò sulla retta via non dovrò trovare quegli ostacoli che altri cittadini non hanno.

Justin Gatlin ha vinto i 100 metri ai Mondiali di Londra. E per lui ci sono stati solo fischi e insulti. Squalificato per uso di anfetamine, altra squalifica per uso di  testosterone. Peccati mortali per un atleta. Ha pagato con cinque anni di allontanamento dai campi di gara.

O l’atletica leggera decide per una squalifica (immediata) a vita o deve accettare che un ex dopato vinca un mondiale e riceva il giusto tributo. Solo se la dicitura ex dovesse essere cancellata in un prossimo futuro gli spettatori avranno il diritto di riempire un intero stadio di boo.

Sono contrario alla pena di morte. Questo non vuol dire che sia contrario al rispetto della legge. La certezza della pena è l’unica battaglia per cui mi sento di lottare. Se sei giudicato colpevole devi pagare, tutto. Per la vittima infatti non ci sono sconti. Ma il colpevole deve avere anche una possibilità di riscatto.

È per questo che non mi sento di unirmi ai fischi contro Justin Gatlin. Se pensassi che ha corso ancora una volta senza rispettare le regole, i fischi li lancerei piuttosto contro il mondo dell’atletica leggera che non avrebbe saputo far rispettare le leggi e avrebbe permesso a un colpevole di correre. In caso contrario, mi sembra che dietro tutto questo sdegno ci sia solo un eccesso di ipocrisia.

Continuiamo pure a essere spietati con gli altri e a nascondere sotto il tappeto i nostri peccati.

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