Ketchel nella città del peccato. Una vigilia di Natale con ko…


Questa è una storia che sembra stonare con l’atmosfera natalizia. È il racconto di un ragazzo che scopre il sesso . Un giovane povero e senza mestiere affronta la vita. È una storia di lotta e sacrifici, è il racconto di un tempo in cui nei Casino si entra per combattere, anche se è la vigilia di Natale. Per vincere Stanley Ketchel, il nostro protagonista, il 24 dicembre 1905 mette knock out in quattro round Kid Foley, come ha fatto l’anno prima, come farà l’anno dopo. La forza dei pugni è la sua arma per uscire dal ghetto, per sconfiggere la miseria. Il Casino Theater di Butte è il luogo del peccato, ma anche della redenzione. Il Copper Queen è un albergo, i clienti sono uomini, le residenti sono prostitute. Così va la vita, anche se è Natale. Il campione racconta quei giorni nel mio libro Stanley Ketchel, il più grande dei selvaggi del ring. 


È a Chicago che scopro il sesso.
Ho tredici anni, sono poco più di un ragazzino.
Nel bordello in cui vado per la mia prima volta le luci sono fioche, i mobili sembra stiano per cadere a pezzi, vecchi come vecchie sono le ragazze che si offrono mettendo in fila oscenità che non avevomai sentito prima.
Verso un dollaro alla cassa e salgo con Grazyna. Ha un sorriso che spaventa, le manca un incisivo e anche gli altri denti non è che stiano proprio bene. Odora di cavolo bollito e parla solo polacco.
Finisce tutto in fretta.
Quando esco non ho ancora capito cosa sia l’amore. E sono ancora molto lontano dal sapere cosa possa essere il sesso.
La tappa successiva è Butte, una piccola cittadina tra le montagne del Montana, nella Silver Bow County. È un posto di miniere di rame, saloon e prostitute.
È dentro quei locali, dove alcool e sesso sono la merce più venduta, che l’America sogna.
I dollari arrivano all’improvviso. Fortune rapide e altrettanto rapide discese nella disperazione. Butte è un’attrazione. La chiamano la collina più ricca del mondo. I padroni della zona sono i proprietari dell’Anaconda Mining Corporation. È un periodo magico per chi ha il rame, la diffusione dell’elettricità ne ha aumentato in maniera spaventosa la richiesta.
La legge da queste parti è quella della criminalità. I banditi sono figure mitiche, ammirati molto più che odiati. Jesse James è stato ucciso una ventina di anni fa. La sua leggenda gli sopravvive. William Anderson detto “Bloody Bill” è stato un assassino spietato, ma ha ancora il suo fascino su una generazione a caccia di eroi. Gli outlaw, i fuorilegge, riempiono i discorsi dei giovani che cercano qui il loro futuro.
Il pugilato piace. Ha quello spirito selvaggio necessario per conquistare gli uomini e affascinare le donne. In fondo è una lotta per sopravvivere, quella che ognuno di noi continua a combattere ogni ora della sua vita in questo maledetto mondo.
Ho quattordici anni e un lavoro. Me lo guadagno sfoderando faccia tosta e quel tanto di muscoli per chiarire che alle parole sarei pronto a fare seguire i fatti.
Busso alle porte del Copper Queen che è albergo, casino e saloon nel distretto a luci rosse di Butte. Lo frequentano fuorilegge e ubriachi. Il piatto forte sono le prostitute,  sono tantissime. Almeno un centinaio. La maggior parte di loro vive in minuscole stanze con un letto, una stufa a carbone e una piccola credenza con sopra lavabo e brocca. Sono pagate in dollari d’argento che stipano nelle calze per evitare che qualcuno glieli rubi. Sulla porta della stanza hanno una targhetta con il loro nome. Si dice che riescano a guadagnare anche sessanta dollari a notte.
Entro e chiedo un lavoro. Mi portano da Josh Allen.
«Sono il padrone di questo posto, cosa posso fare per te, ragazzo?»
Sono robusto, resisto alla fatica e ho bisogno di soldi.
«Sei un cowboy?»
Vorrei esserlo.
«Come te la cavi a portare i bagagli su per le scale, a scarpinare tutto il giorno?»
La fatica non mi fa paura.
«Proviamo».
Nel saloon incrocio uomini che si concedono facilmente all’alcool, donne che si concedono facilmente. Niente di nuovo per i miei occhi.

Santo Stefano, cinquant’anni fa. Ali mette ko “il macellaio”

Hallenstadion di Zurigo.
È il 26 dicembre del 1971, una domenica di cinquant’anni fa.
Sono passati nove mesi da quando Muhammad Ali ha perso il primo match da professionista.
Joe Frazier gli ha inflitto l’umiliazione del knock down e ha aperto una cicatrice che fatica a rimarginarsi.
Ali gira il mondo in cerca di avversari da battere, uomini che possano mettere il loro mattone nella ricostruzione dell’esaltazione di quell’ego che l’ex re dei massimi ha visto indebolirsi sul ring del Madison Square Garden.
Jimmy Ellis, un ex sparring partner, e Buster Mathis, ingombrante nei suoi 117 chili di peso, sono stati i primi due rivali a prestarsi per l’operazione recupero. Nella notte di Santo Stefano del ’71 il bastone della staffetta passa nelle mani di Jurgen Blin.
Faceva il macellaio in un’azienda di salumi ad Amburgo, l’avrebbe fatto sino a fine carriera.
Ho letto la sua storia su Facing Ali, uno splendido libro in cui quindici avversari del più grande si raccontano a Stephen Brunt. C’è intensità, emozioni, passione e pugilato in quelle pagine. C’è la vita.
Famiglia numerosa i Blin. Il papà lavorava in proprio. Girava di paese in paese, di fattoria in fattoria. Mungeva le mucche e procurava il latte per il caseificio locale. L’alcolismo non gli permetteva di andare avanti a lungo.
Aveva poco più di dieci anni Jurgen quando, assieme alla mamma e ai fratelli, ereditava il lavoro del papà. A scuola lo chiamavano cacca di mucca. Era per via di quella puzza che si portava costantemente dietro. Un’operazione di bullismo che provocava un profondo senso di solitudine nel ragazzo, depressione sfogata in lunghi pianti, travolto da un senso di oppressione e rabbia.
A quindici anni scappava, andava ad Amburgo. Lavorava come apprendista garzone nella bottega di un macellaio, un padre di famiglia che gli permetteva di dormire nella sua casa. Davanti alla finestra della camera di Jurgen c’era una palestra di pugilato. Dopo mille rinvii, si decideva. Entrava in quel locale, diventava prigioniero di una passione difficile da dimenticare.
Il pugilato l’aveva subito conquistato. Lavoro, allenamenti, cena, a letto a dormire.
Senza un giorno di riposo. Quando faceva il grande passo, e diventava professionista, l’unico lusso che si concedeva era quello di tre/quattro settimane di ferie. Ovviamente non pagate e riempite solo dagli allenamenti.
Prò a diciannove anni, già sposato e padre di tre figli, due dei quali gemelli.
Piccolo di fisico, si presentava sul ring sistematicamente sotto i 90 chili. Pochi per un peso massimo, il giusto per uno alto 1.85. Avesse combattuto oggi sarebbe stato un cruiser.
Non aveva grande potenza di pugno. Ma era un fighter vero. Determinato, coraggioso, pronto a giocarsi ogni possibilità anche contro i più forti.
E chi poteva definirsi migliore del migliore?
Ho visto quel match su un filmato che ripropone ogni secondo della sfida.
Ho visto Jurgen camminare tra due ali di folla, raggiungere il ring avvolto in un accappatoio blu con una sciarpa gialla. Sulla faccia le mille preoccupazioni del momento.
Blin era sempre salito sul quadrato convinto di avere una possibilità di vittoria. Non quella sera. Sapeva che l’altro era più bravo, più grosso, più veloce, più potente, più esperto, sicuramente più carismatico. No, non avrebbe mai potuto batterlo. Eppure aveva accettato la sfida. E non solo per i 45.000 dollari della borsa. Ali prendeva cinque volte tanto, ma anche quella che finiva nelle tasche del tedesco era una bella somma. Blin combatteva anche e soprattutto per l’orgoglio di esserci. E lo faceva spinto dalle motivazioni che l’avevano portato a diventare pugile. La rabbia per quello che aveva dovuto passare da ragazzo, il dolore che l’aveva portato a scappare di casa. E sì, anche la certezza di un buon guadagno che avrebbe contribuito a rendere più sicuro il futuro della famiglia.
Ali era avvolto da un accappatoio rosso con i risvolti bianchi. Aveva già sconfitto Liston, Bugner, Patterson, Chuvalo, Bonavena, Terrell, Quarry, Folley.
Durante i preliminari, prima di un’esecuzione degli inni che sembrava non dovesse mai finire, Bundini Brown lo massaggiava sulle spalle, sorrideva a ogni sua parola, impediva che altri lo toccassero. Solo due uomini potevano farlo. Angelo Dundee, calabrese d’America, da sempre manager del campione. Un uomo che amava definire così il suo mestiere: “A volte devi essere un buon dottore, altre un bravo ingegnere, altre ancora conoscere la psicologia, spesso devi diventare anche attore. E, ovviamente, devi conoscere la boxe. Ci sono più modi di interpretare questo lavoro di quelli che puoi trovare negli inganni del cubo di Rubik.”
L’altro uomo era un giovanissimo Mickey Duff, il promoter che parlava lentamente con un accento inglese acquisito, una voce soffocata che sembrava volesse rientrare da dove era appena uscita. Uno che aveva uno strano rapporto con il mondo. “Se vuoi lealtà, comprati un cane” era il suo motto.
All’angolo di Blin c’erano il manager Henk Ruhling e l’interprete o chissà cosa altro Hans Rudi Jaggi. Sotto l’angolo sedeva Fritz Wienne, un promoter che, data la mole, era impossibile non vedere.
Cento chili al peso per Ali, dieci in meno per Blin.
Per quasi sei riprese Jurgen interpretava bene il suo ruolo. Nei round iniziali provava addirittura a sorprendere il campione. Poi l’altro intensificava il ritmo, le combinazioni si susseguivano e i colpi andavano a segno sempre più numerosi. Il pugno che chiudeva la storia arrivava nel settimo round. Era un diretto destro che centrava in pieno volto il tedesco. Blin appariva come un edificio che si stesse sgretolando dopo l’impatto con una palla di demolizione lanciata a grande velocità. Presa la botta, rimaneva in piedi, poi lentamente precipitava verso il tappeto, cercava nelle corde l’ultimo rifugio, si attaccava, appoggiava, provava a rimettersi in piedi. Tutto inutile.
Finiva lì la grande avventura del macellaio, ex mungitore di mucche, che sarebbe poi diventato campione europeo della categoria. Uno che poteva dire di essere stato sullo stesso ring contro Muhammad Ali.

Il campione se ne è andato per sempre il 3 giugno del 2016, aveva 74 anni.
Jurgen Blin di anni ne ha 78, vive ancora ad Amburgo dove ha comprato alcuni ristoranti. Fortunato negli affari, non lo è stato altrettanto nella vita di famiglia. Uno dei gemelli è stato ricoverato a lungo in una casa di cura per malattie mentali, alla fine si è suicidato lanciandosi dal dodicesimo piano dell’ospedale. Dopo il primo ricovero del ragazzo, l’ex peso massimo ha divorziato dalla moglie. L’altro gemello, dopo un iniziale successo nel commercio, è andato in bancarotta.
Molti demoni si muovono nelle lunghe notti di Jurgen Blin. Incubi in cui a tratti si fa luce una sconfitta per ko contro Muhammad Ali, è catalogata sotto la scritta lampi di orgoglio.

La boxe continua a legittimare le commedie dello YouTuber…

Interpretando il ruolo del provocatore, il fratello del fenomeno ieri ha recitato una frase imparata a memoria. Doveva averla pensata per scandalizzare, ha prodotto l’infinita tristezza che scatena l’esibizione di un clown a fine carriera.
Gli anni Settanta hanno avuto Muhammad Ali, gli anni Ottanta hanno avuto Mike Tyson, oggi il pugilato ha Jake Paul”.
Dicono che il biondo 24enne abbia guadagnato sei milioni di borse per il suo lavoro da pugile. Dicono anche ne abbia guadagnati 20 per il suo lavoro come YouTuber.
Una cosa è certa, queste attività fanno il bene di Jake Paul e, soprattutto, del suo conto in banca.
Ma ci sono molte persone che dicono che JP faccia bene al pugilato.
È il soggetto di articoli sui giornali, ci sono spettatori che pagano per vederlo in pay per view, altri che, stimolati dal tema, non finirebbero mai di parlarne. Ma alla boxe cosa porta?
Cinque match da professionista, cinque vittorie per ko.
Contro uno YouTuber come lui, un ex giocatore di pallacanestro vicino ai 37 anni, un lottatore che a 37 anni era già fuori dal giro, e per due volte contro un ex lottatore dell’UFC a un passo dai quarant’anni. Questi gli uomini con cui è salito sul ring. Nessuno di loro aveva mai combattuto prima, nessuno di loro ha mai combattuto dopo. Jake Paul è stato l’unico contatto che hanno avuto con la boxe.
I tifosi hanno parlato di match combinati, Dana White presidente dell’UFC ha definito con un termine scatològico (“merda totale” le parole esatte) ogni dato relativo all’attività del soggetto.
Eppure il pugilato ufficiale ha legittimato i suoi incontri, il fenomeno ha addirittura combattuto in un programma in cui era previsto un titolo mondiale. Ogni match è stato autorizzato da una Commissione, ogni match giudicato da ufficiali regolarmente tesserati. Del resto la vergogna è qualcosa che la boxe ha perso molto tempo fa, anche il confine con il ridicolo è stato passato in epoche non recenti. Qui però si tratta di un cammino che porta verso l’ignoto. Il considerare questi eventi come sport e inserirli a tutti gli effetti in un contesto pugilistico fanno del male a uno sport che invece avrebbe bisogno di fare promozione, di ripulirsi la reputazione macchiata da quattro, cinque, dieci enti che si dividono quel che resta di un glorioso passato.
Nessuno pensava che il pugilato potesse rischiare di sparire dalle Olimpiadi.
Eppure è accaduto.
Nessuno pensava che la sua Federazione Mondiale dilettantistica potesse essere sospesa dal CIO.
Eppure è accaduto.
Nessuno pensa che la boxe potrà diventare un evento per pochi protagonisti ricchissimi e un popolo di combattenti che dovranno invece accontentarsi della loro passione. Nessuno crede che la sua popolarità potrà essere limitata a ristrette fasce geografiche.
Gli ospiti del Titanic mai avrebbero pensato che il transatlantico potesse andare a schiantarsi contro un iceberg. Così, hanno continuato a ballare.

Natale sul ring e in diretta Tv per Vito, origini italo-polacche


È il primo maggio del 2010.
A Newark, New Jersey, sullo schermo del televisore di casa Mielnicki scorrono le immagini del match in dodici round tra Floyd Mayweather jr e Shane Mosley. Due persone, sedute una vicina all’altra sul divano del salotto, osservano in silenzio.
Vito Sr fa il promoter. È stato pugile, ma anche lottatore e giocatore di Football Americano nella squadra della scuola. Ora gestisce un gruppo di otto ragazzi, tra dilettanti e professionisti. Non perde un solo incontro di boxe quando lo trasmettono in tv.
Vito Jr tra poco più di una settimana, compirà otto anni. Guarda affascinato Mayweather, poi si gira verso il papà e fa la domanda da un milione di dollari.
“Posso farle anche io quelle cose?”
Senior sorride.
“Certo ragazzo, ma devi lavorare duro”.
E l’altro.
“Ho deciso cosa vorrei per il mio compleanno”.
“Cosa?”
“Un corso di un mese in una palestra”.
“Non c’è problema, ce n’è una vicino casa”.
Martedì 11 maggio è il giorno dopo la festa. Junior e Senior camminano assieme, spalle dritte e sguardo sicuro. Junior sorride, il papà ha pagato un mese di corso. Il regalo è arrivato, promessa mantenuta.
La palestra è nel seminterrato di una chiesa.
Un ring, pochi lungo le pareti, in terra qualche corda per saltare, alcuni palloni medicinali.
È piena di ragazzi che si danno da fare.
Vito Jr entra e sente subito che qualcosa non va. Si guarda in giro, controlla, osserva. È l’unico bambino bianco in quel salone pieno di afroamericani. Gli sembra che tutti gli occhi siano su di lui. Un po’ di ginnastica e poi subito sul ring per giocare con i guantoni. Qualcuno lo prende in giro. Lui scappa, scende velocemente i tre gradini e corre tra le braccia del papà. Pensa proprio di non potercela fare. Si sente diverso, solo, senza amici.
Vito Sr sorride e lo riaccompagna sul ring.
Dopo pochi minuti la scena si ripete, con l’aggiunta di un urlo disperato.
La terza volta Junior, trattenendo a forza le lacrime, decide che l’unica via di uscita è provarci.
Ce la fa.
Ma c’è qualcuno che ancora non ha capito la situazione. Alcuni compagni di scuola lo provocano, come fanno con tutti quelli che frequentano corsi di karate, lotta o boxe. Gli piace rischiare, dimostrare a tutti che sono sempre loro i capi della cricca. Presto capiscono che con Junior non è il caso di farlo. Alla prima presa in giro si ritrovano per terra.
Un anno dopo, i primi match ufficiali con ragazzi più grandi di lui. Vince, continua a vincere. Si aggiudica per quattro volte i Golden Gloves nazionali da junior, mette assieme un record dilettantistico di 147-22-0. Chiude con una sconfitta in Spagna, un risultato che non pensa di meritare. La spinta che gli fa pensare sia arrivato il momento di fare il grande salto.
Nel New Jersey però non danno la licenza da professionista a chi non ha compiuto 18 anni. E Vito Jr di anni ne ha 17. Larry Hazzard, il Commissioner, lo conosce, l’ha seguito da sempre, fa un’eccezione.
Il 13 luglio 2019 Vito Mielnicki jr debutta battendo per ko dopo 1:16 del primo round Tamarcus Smith (2-2-0). Diventa il più giovane professionista nella storia del New Jersey.
Tricia Cuzzi, italiana, è preoccupata come tutte le mamme.
I figlie so’ piezz’ ‘e core.
Se qualcuno proverà a fare del male al suo piccolo, dovrà vedersela con mammà. Il marito, nato in Polonia, poco alla volta riesce a convincerla che non si può privare il ragazzo dei suoi sogni.
Peso welter di buona struttura, 1.83 di altezza fisico compatto, Vito Jr, nazionalità statunitense, va avanti per la sua strada. Firma con uno dei boss dell’organizzazione pugilistica americana. Combatte per Al Haymon, con la Premier Boxing Championship. I suoi match vanno in diretta su Fox Tv.
Intanto studia. Si diploma all’Essex High School di North Caldwell, sempre New Jersey ovviamente. Un istituto a quindici minuti di cammino dal Prudential Center dove combatterà il 25 dicembre.
Sì, a Natale salirà sul ring per affrontare un match di boxe.
Ciuffo di capelli che ricorda gli studenti di quei film sulle università americane degli anni Settanta, sguardo da bravo ragazzo, grande dedizione agli allenamenti.
Oggi ha un record di 9-1-0, 6 ko.
L’unica sconfitta l’ha rimediata il 17 aprile scorso contro James Martin di Filadelfia, città che sforna talenti. Ha perso chiaramente ai punti, ma gli è servito da lezione. Nel match successivo è sembrato un pugile migliore.
Sa essere paziente, preferisce combattere dalla media distanza. Buona velocità nei colpi, discreta potenza. Deve migliorare in fase difensiva. Tira spesso il diretto al corpo. Chiude preferibilmente con il gancio destro. Brutta quella battuta d’arresto contro Martin. Si è subito riscattato contro Noah Kidd (6-3-2, 5 ko), spedito knock out con un gancio sinistro nel secondo round.
Il prossimo incontro lo farà dunque a Natale, contro Nicholas DeLomba (16-3-0, 6 ko). Dieci riprese al limite dei welter. Il rivale è un 33enne nato in Rhode Island, residente in Florida. Professionista quando Junior boxava ancora nelle categorie giovanili. Molta esperienza, discreta tecnica. Sfavorito dai pronostici.
La riunione avrà inizio alle 4:15 p.m, quando da noi saranno le 10:15 della sera. Sfiniti dal cenone della vigilia, stremati per il pranzo di Natale, cercheremo un divano su cui riposare, un letto su cui dormire.
Mentre lì, a quasi ottomila chilometri di distanza, pugili senza paura se le staranno dando come se non ci fosse un domani.
PROGRAMMA (Prudential Center, Newark, New Jersey, ore 22:15 italiane) medi (8×3) Joey Spencer (13-0) vs Limberth Ponce (18-4-0); welter (10×3) Vito Mielnicki Jr (9-1-0) vs Nicholas DeLomba (16-3-0).

Commonwealth Games, la boxe rischia. Fuori dal 2026?

Brutte notizie per l’IBA (International Boxing Association, l’ex AIBA) e per il pugilato.
In un’intervista esclusiva con il sito insidethegames.biz, un portavoce della CGF (Commonwealth Games Federation) ha detto: “Il rapporto con l’IBA è su base provvisoria”.
Il pugilato sarà sicuramente il prossimo anno nel programma di Birmingham 2022, ma la posizione potrebbe essere rivista prima dell’edizione del 2026.
Al momento la boxe non è nel programma, nonostante sia stata sempre presente fin dai Giochi del Commonwealth di Hamilton nel 1930.
La governance che sembra non si rinnovi totalmente come richiesto dal CIO, la conferma che anche negli ultimi cinque anni il problema arbitri e giudici non è stato risolto, sono le principali discriminanti che mettono in pericolo il futuro del pugilato.
Fuori, al momento, dall’Olimpiade di Los Angeles 2028, rischia di esserlo anche dai Commonwealth Games 2026.

Storia di Coley, pugile e attore, l’ultimo a battere Marciano…

Dei grandi pugili, spesso, si conosce ogni particolare della loro vita.
Fin da quando sono venuti al mondo. Di Carlos Monzon sappiamo tutto sin dai primi vagiti.

La casa era nel barrio de La Flecha. Quattro mura tirate su con grande fatica. Dentro, il nulla, o quasi. Pochissimi mobili, una cucina che minacciava di crollare a ogni acquazzone e letti ovunque. Materassi rotti o sfondati per accogliere la sera il popolo dei diseredati. Mura di cartone a separare un letto dall’altro. Una casa povera, in un quartiere povero, in una città povera.
Don Roque e Amalia Ledesma si erano conosciuti a Saladero Mariano Cabal, 800 abitanti e qualche appartamento con vista sul fiume. L’amore era una delle poche cose che potevano permettersi, per farlo non dovevano pagare.
Era il 7 agosto del 1942, giorno di San Cayetano. I paesani stavano festeggiando in chiesa. Amalia era sdraiata sopra un letto di paglia e di stracci, legati l’uno all’altro a terra, a formare una coperta che sostituiva il pavimento e addolciva la durezza che altrimenti sarebbe stata costretta a subire durante il travaglio.
Lei, dentro, urlava per i dolori. Don Roque, fuori soffriva assieme a lei.
I suoni che uscivano dalla bocca di Amalia all’inizio erano lamenti flebili, ma ora, lentamente, si stavano trasformando in grida disperate. Poi, finalmente, assieme a un urlo lacerante, era arrivato il pianto liberatorio del neonato.
Il bambino si era deciso a venire al mondo.

Di Coley Wallace sappiamo solo quello che l’ufficio della nascite ha registrato. Nulla di più.
Viene al mondo a Jacksonville, Florida, il 5 aprile del 1927.
La grande avventura comincia qualche tempo dopo.
È ancora un ragazzo quando, assieme alla famiglia, si trasferisce ad Harlem, Manhattan, nella parte alta di New York. Il centro culturale e commerciale degli afroamericani.
I suoi 189 centimetri di altezza al tempo, e parlo degli anni Quaranta, ne fanno un colosso. Combatte per gli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale. Tornato in città, entra in palestra.
Diventa un pugile. Un incontrista dotato di discreta tecnica, buon sinistro, destro a chiudere l’azione.
È il favorito tra i pesi massimi nei Golden Gloves organizzati dal quotidiano New York Daily News.
Approda, rispettando il pronostico, ai quarti di finale.
Ci sono 17.926 spettatori paganti al Madison Square Garden quel primo marzo del 1948, molti di loro tifano per l’altro pugile sul ring. È un tipo tosto, nato a Brockton ma di chiare origini italiane. Si chiama Rocco Francis Marchegiano, in arte Rocky Marciano. Un demolitore, grande coraggio, pugni pesanti e mascella d’acciaio. Ha già esordito al professionismo con il nome di Rocky Mac, ha vinto per ko alla terza.
Quello contro Coley è un match di grande intensità. Il pugile di Harlem prova a giocarsela al meglio. È dieci centimetri più alto del rivale, si abbassa leggermente per essere alla stessa altezza e prova a sfruttare la sua velocità. Il destro, pensa, sarà l’arma vincente. Rocky però ha un ritmo alto, costante, non cala mai. Non c’è un solo secondo dell’incontro in cui non dia battaglia. Quando suona la fine del terzo round, molti tra gli spettatori sono convinti che l’italiano di Brockton ce l’abbia fatta.
Non sono della stessa idea i giudici che assegnano per split decision la vittoria a Wallace.
Molti siti online e giornali statunitensi scrivono che questa è stata l’unica volta, da dilettante e da professionista, che Rocky Marciano sia stato battuto. Lo specialista in statistiche pugilistiche boxrec.com racconta invece di altre tre sconfitte: contro Henry Lester al debutto, per squalifica al terzo round; contro Joe De Angelis e Bob Gerard entrambe ai punti.
Coley Wallace è stato comunque l’ultimo a centrare l’impresa, da quel momento in poi nessuno è stato più in grado di sconfiggere Rocky.
Dopo il verdetto sul ring del Garden piovono frutta e insulti.
Marciano dice che è una truffa, che è stato tutto manovrato.
Non fa nomi, ma le accuse hanno un chiaro destinatario. A guidare la carriera, prima da dilettante poi da professionista, di Coley è Frank “Blinky” Palermo, luogotenente di Frankie Carbo: il boss della mafia di New York.

Nato come Paul Carbo nel Lower East Side il 10 agosto 1904, cresciuto nel Bronx. A 20 anni commette il primo delitto: un colpo di pistola alla tempia di un tassista. Patteggia la pena e viene condannato per omicidio preterintenzionale. Nel ’28 entra a Sing Sing. Tre anni dopo, mentre è in libertà sulla parola, uccide il miliardario Mickey Duffy. Lo arrestano al Cambridge Hotel sulla 68th, è a letto con una sedicenne che si fa chiamare Vivan Lee. Lei dice di essere un’artista, in realtà il suo nome è Vivian Malifatti e i soldi li fa con la lap dance. Si contorce, quasi nuda, attorno a un palo o sulle ginocchia dei clienti.
Durante il Proibizionismo, Carbo lavora come killer professionista. Poi diventa un capo e inserisce, a partire dal 1935, la boxe tra i suoi interessi. Comanda il pugilato americano e mondiale per oltre vent’anni. Morirà, di diabete, nel 1976.


Normale che a Rocky Marciano vengano strani pensieri per la testa.
Wallace va in semifinale, batte Terry Teague. Poi supera Bob Baker e vince il titolo. Si ripete l’anno dopo. Nel ’50 passa professionista.
Rocky continua l’avventura nel pugilato dei pro, diventa campione del mondo dei pesi massimi, nessuno riuscirà più a batterlo. Dopo avere messo assieme un record di 49-0 si ritira con il titolo ancora in tasca.
Wallace diventa un buon pugile (22-7-0, 16 ko), si batte anche contro rivali di valore, come Ezzard Charles che lo sconfigge per kot nella decima e ultima ripresa della loro sfida.
Tenta la carriera di giudice, poi quella di arbitro. Da bordo ring stila i cartellini del confronto tra Maurizio Stecca e Cleo Garcia, Felt Forum 8 gennaio 1987, ma soprattutto è chiamato a giudicare il mondiale massimi tra Muhammad Ali e Sonny Liston che si disputa il 25 maggio del 1965 a Lewiston nel Maine e si conclude con la vittoria di Ali per ko 1, grazie a un pugno che quasi nessuno ha visto arrivare.

Il successo vero Coley Wallace lo coglie altrove. Grazie alla sua somiglianza con Joe Louis, interpreta sullo schermo il ruolo di The Brown Bomber per due volte. La prima nel 1953 in Close to me, la storia di Joe Louis; la seconda nel 1980 in Toro Scatenato di Martin Scorsese. Reciterà anche in Carib Gold (1957), Rocky Marciano (1979) e Rooftops (1989).
Si sposa con Pearlie May Carey, hanno un figlio. Lavora a lungo come uomo immagine di un’azienda che produce liquori.
Se ne va via per sempre il 30 gennaio 2005, a 77 anni.
Corone di fiori vengono ancora oggi depositate sulla sua tomba al Calverton National Cemetry nella Contea di Suffolk, New York.
Non è stato un campione, ma un pugile capace di sconfiggere l’imbattibile Marciano, di interpretare Joe Louis sul grande schermo, di giudicare un mondiale dei massimi con Muhammad Ali sul ring.
Il popolo della boxe negli States gli ha voluto bene. E ancora gliene vuole.

Consiglio, verdetti e acronimo (IBA) nuovi. Restano i dubbi…


Il Congresso Straordinario dell’AIBA, svoltosi domenica e lunedì, ha aperto un piccolo squarcio sul futuro della boxe non professionistica.
L’AIBA nel 2007 aveva già cambiato la sua ragione sociale in International Boxing Association, lasciando però il vecchio acronimo in cui figurava la dicitura Amateur, dilettante. Ora la A è andata e il nuovo acronimo è diventato IBA (foto sopra).
Nuovo il nome, vecchio il senso: sempre International Boxing Associatian.
Confermata la riduzione da 28 a 18 membri del Consiglio Direttivo, così suddivisi.
Un presidente.
Cinque presidenti continentali eletti dal Congresso, tra quelli che saranno proposti dalle Federazioni Nazionali o da ogni Confederazione.
Due atleti, eletti dagli atleti stessi.
Dieci direttori indipendenti eletti dal Congresso dopo avere passato un processo di selezione. Di questi dieci direttori, almeno cinque dovranno essere donne, dovrà esserci almeno un rappresentante per ogni Continente.
Il Congresso Elettivo si svolgerà il 30 giugno 2022.
L’IBA sta lavorando ai nuovi criteri di giudizio a cui dovranno fare riferimento i giudici a bordo ring. Ogni round sarà diviso in due o tre frazioni, i giudici dovranno stilare un cartellino per ognuna di queste. È il sistema che al momento ha maggiore possibilità di essere introdotto nel regolamento gare. Andrà in vigore a giugno, in occasione dei Mondiali donne.
L’IBA sta studiano anche le categorie di peso da presentare, in caso il CIO annullasse la sospensione nel 2023, ai Giochi di Parigi 2024. È già certo che saranno sette categorie per gli uomini e sei per le donne, entrambi i generi avranno lo stesso numero di atleti: 126 uomini (60 in meno che a Tokyo 2020), 126 donne (26 in più rispetto ai Giochi giapponesi).
Continuerà così la riduzione del programma maschile11 categorie a Pechino 2008, 10 a Rio 2016, 8 a Tokyo 2020, 7 a Parigi 2024. Quale sarà quella esclusa? Molto probabilmente i mediomassimi. Dovrebbero restare nella competizione mosca, piuma, leggeri, welter, medi, massimi, supermassimi. La spinta verso la parità dei numeri imporrà al CIO di ridurre non solo le categorie, ma anche il numero dei pugili ammessi nel tabellone finale. Qualificazioni ancora più dure dunque e sfide solo tra il meglio che c’è. Cancellazione dei bye in arrivo.
Il sacrificio degli uomini, andrà a vantaggio delle donne che continueranno così a crescere nel tabellone olimpico: erano 3 le categorie all’esordio di Londra 2012 e tali sono rimaste a Rio 2016, sono passate a 5 nei Giochi di Tokyo 2020, diventeranno 6 a Parigi 2024.
Ai pesi mosca, piuma, leggeri, welter e medi dovrebbe andare ad aggiungersi i pesi gallo.
Molte parole spese al Congresso, concluso ieri, per governance, finanza e rinnovamento dei criteri di giudizio nella compilazione dei cartellini. Vedremo come si concluderà la storia. L’ultimatum del CIO avrà come data di scadenza il 2023, non è che ci sia molto tempo per l’IBA. In caso positivo, cancellazione della sospensione e organizzazione del torneo olimpico in terra di Francia. In caso negativo, via il pugilato dai Giochi a partire da Los Angeles 2028 (ricordo che al momento non è nel programma).

Lomachenko e un dubbio: fin dove può spingersi il coraggio?


Madison Square Garden, New York, 11 dicembre 2021.
Vasyl Lomachenko punisce Richard Commey, lo colpisce duramente senza essere colpito.
Settimo round.
Loma urla qualcosa verso l’angolo del ghanése.
“HEY, STOP THE FIGHT!”
Andre Rozier, l’allenatore dell’africano, non è d’accordo.
“Richard è un guerriero. Non posso tradire il suo orgoglio, la sua energia, la sua voglia di combattere. Sarebbe orribile”.
Si va avanti, Richard Commey subisce per altri cinque round.
È stata una decisione giusta?
Domanda sbagliata, quella corretta è: “Cosa vogliamo che sia il pugilato?”
Un tempo, nella prima metà del Settecento, si combatteva su un’unica ripresa, a pugni nudi, ci si affrontava senza limiti di peso all’interno di un cerchio disegnato sull’erba. Si andava avanti fino a quando uno dei due non era più in grado di continuare.
Vogliamo fare un salto indietro di trecento anni?
Che la boxe sia sofferenza e coraggio lo sanno anche i bambini. È uno sport per pochi eletti.
Il coraggio è nell’animo di ogni pugile, altrimenti non salirebbe quella scaletta che lo porta sul ring. Lì dove, di certo, sarà chiamato a soffrire. Perché comunque prenderà colpi.
Parlare di rispetto per il coraggio è giusto fino a quando questo non diventa incapacità di fermarsi. Quasi sempre il pugile va avanti sino a quando riesce a reggersi sulle gambe. È anche per questo che all’angolo c’è un maestro, un uomo che dovrebbe stabilire quale è il limite invalicabile, quale è il confine da non oltrepassare.
Eddie Futch ha fermato Joe Frazier a Manila, quando mancava un solo round alla fine del mondiale contro Muhammad Ali.
“Siediti figliolo, è finita. Nessuno dimenticherà mai quello che hai fatto qui stasera”.
Non ero a bordo ring del Madison, non ho guardato negli occhi di Commey, non posso dare giudizi definitivi. Ma ho seguito l’evolversi del match, ho visto sul viso e nei gesti di Lomachenko, la risposta ai miei dubbi. Lui era certo che non fosse giusto andare avanti. E non aveva alcun secondo fine per pensarlo.
I troppi colpi subiti si pagano nel tempo. E a pagare è sempre e solo il pugile.
Io lo avrei fermato, e voi?

Il CIO e il pugilato. Le indagini che hanno inchiodato l’AIBA


La conoscenza è di due tipi: o conosciamo un soggetto
per nostro conto, oppure conosciamo il posto
dove poter trovare informazioni al riguardo
(Samuel Johnson)

Avviso ai naviganti. Il pezzo è lungo e parla di inchieste. È per maratoneti della lettura interessati
all’argomento. Astenersi perditempo.
I fatti separati dalle opinioni.
I fatti dicono che il CIO non ha inserito il pugilato nel programma olimpico di Los Angeles 2028.
I fatti spiegano il perché di questa decisione e sono riportati nel Rapporto Intermedio del Comitato Olimpico Internazionale sulla situazione dell’AIBA, l’Ente che governava la boxe ai Giochi.
Riguardano tre aspetti chiave, tutti chiaramente indicati nel documento.
Finanza.
L’AIBA ha negato al CIO la possibilità di esaminare il contratto che la lega alla Gazprom, vietando così al Comitato Olimpico Internazionale l’accesso al documento, anche nel caso il CIO avesse accettato di firmare un accordo di non divulgazione.
Il CIO ha tratto le sue conclusioni, che si basano su un duplice binario.
La maggioranza, anzi la quasi totalità delle risorse economiche dell’AIBA, vengono dai soldi ricevuti dalla Gazprom. Questo fa dire al CIO: “La dipendenza della Federazione Internazionale da una società statale può aumentare preoccupazioni circa la potenziale situazione di conflitto di interessi e di autonomia”.
A prescindere dall’entità del finanziamento, che è rimasta segreta.
Rimane nel bilancio AIBA la sopravvivenza passiva relativa al contratto con la FICT (First Commitment Internazional Trade), che è di circa 17 milioni di euro più interessi. Mentre il debito con la Bekons è stato onorato grazie agli introiti della sponsorizzazione Gazprom.
Il CIO sottolinea come ci sia necessità assoluta di reperire altre fonti di finanziamento, quelli in arrivo dall’organizzazione degli eventi non sembrano al momento essere consistenti al punto da generare autonomia assoluta.
Arbitri e giudici.
Il secondo rapporto di Richard McLaren, il primo era stato presentato il 30 settembre 2021, analizza il periodo post Rio 2016/Mondiali Belgrado 2021. In Brasile, sottolinea il professore canadese che ha ricevuto l’incarico direttamente dall’AIBA, si era toccato il momento più basso. Ma anche i successivi cinque anni non hanno dato indicazioni confortevoli. Si sono ripetuti comportamenti non corretti nella selezione di arbitri e giudici, non sono stati rispettati i filtri per la selezione automatica, non è stata presentata adeguata documentazione cartacea al Delegato Tecnico. Molti risultati sono stati cambiati seguendo il processo della revisione dei verdetti, non sono stati presentati documenti a testimonianza e questo non ha permesso una valutazione obiettiva dell’indipendenza nell’operazione di revisione.
L’analisi, condotta dalla PricewaterhouseCoppers per conto del CIO, ha prodotto un giudizio negativo sul problema, sono state rivelate debolezze all’interno di una struttura destabilizzata. C’è stata la perdita di conoscenza organizzativa e memoria istituzionale, un’applicazione incoerente delle regole, nessuna voglia di indagare sui reclami, il processo disciplinare non ha avuto al suo interno la forza di proporre sanzioni. La struttura organizzativa si è dimostrata decisamente carente.
Governance.
In questo caso l’analisi è stata commissionata dall’Aiba al professor Ulrich Haas. Chiusa l’indagine, Haas ha fatto le sue proposte: riduzione e rinnovo del Comitato Esecutivo, riduzione del Comitato Amministrativo, creazione di un nuovo ufficio che gestisca i rapporti con il CIO, scioglimento dell’attuale Consiglio e nuova ripartizione dei Comitati di lavoro, scioglimento della squadra di presidenza dell’AIBA, riduzione dei direttori in carica.
Il 26 novembre scorso il CE dell’Ente ha approvato il documento del professore e lo riproporrà al Consiglio Straordinario di domani, domenica 12, e lunedì 13 dicembre per l’approvazione definitiva.
Il nuovo CE dovrebbe passare da 26 a 18 membri, dieci dei quali sicuramente nuovi.
La dirigenza AIBA non poteva non sapere cosa stesse accadendo. Il 50% dei membri che compongono l’attuale gruppo dirigenziale era operativo a Londra 2012, il 75% era operativo a Rio 2016, il 100% ai Mondiali di Belgrado 2021.
Ultimi fatti a beneficio dei disattenti.
Il CIO ha concluso la sua prima indagine sull’AIBA il 21 maggio 2019. Il mese dopo ha sospeso a tempo indeterminato l’Ente, togliendogli sicuramente l’organizzazione dei Giochi di Tokyo 2020.
Affinchè l’AIBA possa ritornare a gestire il torneo olimpico e il pugilato possa avere concrete possibilità di venire riammesso, dovranno essere fatti precisi passi in avanti. Il Comitato Olimpico Internazionale li ha indicati in una dettagliata tabella di marcia, stilata a conclusione del suo Rapporto Intermedio reso pubblico l’8 dicembre.
Eccola.
1. Per quanto riguarda la finanza, aumentare la trasparenza e la sostenibilità finanziaria anche attraverso diversificazione dei ricavi.
2. Per quanto riguarda la credibilità delle competizioni di boxe, cambiare il processo di gestione del settore Arbitri&Giudici per garantire la sua integrità sotto il monitoraggio di PwC, compreso un periodo di monitoraggio per le competizioni dell’AIBA in vista dei Giochi Olimpici di Parigi 2024.
3. Per quanto riguarda la governance, garantire la piena ed efficace attuazione di tutte le misure proposte dal professor Haas e dal suo team, compreso il cambio di cultura.
Conclusione. Qualora le predette condizioni fossero soddisfatte dall’AIBA con soddisfazione del CIO, la sospensione dell’AIBA potrebbe essere revocata nel 2023. L’inclusione della boxe nell’elenco degli sport per i Giochi Olimpici di Los Angeles 2028 sarà soggetta al rispetto delle condizioni sopra descritte e al successivo reintegro dell’AIBA.
Fin qui i fatti.
Poche righe di opinioni.
Capisco che, in un mondo che pensa di sapere senza sapere di non essere in grado di pensare, sia difficile capire quello che il CIO e i professori incaricati dall’AIBA hanno scritto nei loro documenti. Ma prima di parlare bisognerebbe almeno leggere, documentarsi.
Oggi, 11 dicembre 2021, il pugilato è fuori dai Giochi di Los Angeles 2028. E il suo reintegro all’interno del programma olimpico è tutt’altro che semplice. Dipende da un processo culturale che finora l’AIBA non è stata in grado di porre in atto.
Spero che una divinità, al momento sconosciuta, illumini il percorso dell’AIBA e la guidi verso il nuovo mondo. È l’unica, ripeto unica, possibilità che ci permetterebbe di vedere la boxe ai Giochi di Los Angeles 2028.

CIO, schiaffo alla boxe: fuori dai Giochi di Los Angeles ’28


La boxe è fuori dal programma olimpico di Los Angeles 2028.
Lo è, al momento, assieme a sollevamento pesi e pentathlon moderno. Le rispettive Federazioni Internazionali avranno tempo sino al 2023 per assicurarsi un posto nell’evento.
Così ha deciso il CIO nella riunione odierna. I tre sport saranno sostituiti da skateboard, surf e arrampicata sportiva, che entreranno ufficialmente nel programma dopo averne fatto parte come discipline dimostrative.
C’è una speranza che il Comitato Olimpico Internazionale torni sui suoi passi?
È lo stesso Ente a rispondere.
C’è un percorso che boxe, sollevamento pesi e pentathlon moderno dovranno seguire per far parte dei Giochi nella città americana, la condizione indispensabile è che affrontino le preoccupazioni delineate dall’organizzazione. Il CIO ha lasciato la porta aperta alla sospensione dell’AIBA per il ripristino della responsabilità olimpica sul pugilato a partire dal 2023, a condizione che la Federazione aderisca a una tabella di marcia elaborata dal CIO stesso. L’AIBA dovrà dimostrare di aver affrontato con successo le preoccupazioni in corso sulla sua governance, trasparenza e sostenibilità finanziaria, integrità del processo arbitrale e di giudizio. Solo così la boxe potrà essere inclusa nel programma di Los Angeles 2028”.
L’AIBA ha così commentato la decisione del CIO.
L’International Boxing Association (AIBA) è grata per la decisione presa oggi dal Comitato Esecutivo del Comitato Olimpico Internazionale (CIO), la boxe rimarrà nel programma olimpico di Parigi 2024. Nella stessa riunione è stato stabilito un percorso per l’inclusione della boxe nel programma di Los Angeles 2028. I continui progressi compiuti dall’AIBA verso la riforma sono stati riconosciuti anche dal CIO, che ha stabilito una tabella di marcia chiara, in base alla quale la sospensione dell’AIBA potrebbe essere revocata nel 2023”.
Al momento, l’ottimismo dell’AIBA non ha ragione di esistere. Quelle appena ribadite, sono richieste che il Comitato Olimpico Internazionale continua a fare da anni. Quella che oggi viene definita tabella di marcia è solo l‘ultimo modo di chiamare vetusti appelli. È, paradossalmente, una sorta di ultimatum che si rinnova nel tempo. In questi anni nulla è cambiato. Gestione finanziaria e governance non adeguate, arbitri e giudici non ancora allineati con quello che il CIO pretende. Fare festa per una nuova minaccia mi sembra, a volere essere buoni, un eccesso ingiustificato di ottimismo.
Domenica 12 dicembre l’AIBA terrà un Forum online che potrebbe rivelarsi fondamentale. Hanno aderito 130 Federazioni Nazionali in rappresentanza di Asia, Africa, America, Europa e Oceania.  Sarà dedicato a a proposte per modifiche decisive nella struttura mondiale. Riduzione dell’organico dirigenziale, revisione dei criteri per la valutazione di un incontro, gestione di arbitri e giudici saranno gli argomenti principali da discutere. Nel contempo l’AIBA si è detta pronta a fornire importanti informazioni anche sulla questione finanziaria.
Il 30 giugno 2022 ci sarà il Congresso Elettivo che nominerà il nuovo Comitato Esecutivo. Quel giorno si saprà con certezza assoluta quale sarà la fine del pugilato olimpico che il presidente (del CIO) Thomas Bach ha definito “un bambino problematico”.
Ogni sport merita rispetto, ogni disciplina è degna di fare parte dell’universo sportivo. Le novità non devono essere giudicate attraverso la lente della nostalgia. Bisogna stare al passo con i tempi. Tutto giusto, ma fa comunque un certo effetto sapere che il pugilato sia stato, al momento, escluso dai Giochi per lasciare il posto a skateboard, surf o arrampicata sportiva. Credo sia giusto dirlo.
Se questo accadesse, tutti, e dico tutti, quelli che si sono avvicendati nel ruolo di dirigenti AIBA negli ultimi vent’anni dovrebbero vergognarsi per il modo in cui hanno gestito il pugilato.
La sciagurata gestione delle World Series of Boxing, la fallimentare iniziativa dell’APB (i professionisti targati AIBA), il ripetersi di incredibili verdetti che ignoravano la realtà del ring (è accaduto a Londra 2012, si è ripetuto a Rio 2016 e Tokyo 2020 dove non c’era l’AIBA ma la Task Force del CIO non è stata esente da clamorosi errori, solo per restare alle Olimpiadi). Per non parlare degli intrighi finanziari, sponsor di competizioni che non si sono mai fatte, prestiti a lungo non onorati. Sì, la boxe è colpevole. Lo sono soprattutto i suoi dirigenti mondiali. Ma qualcuno avrebbe dovuto vigilare prima che si arrivasse alla sciagurata sospensione del 2019. Bloccare l’AIBA e pensare che, in poco tempo, potesse rinascere più bella e più forte che pria è un modo di pensare che mette i censori sullo stesso gradino di chi continua a sognare a occhi aperti. E a pagare, per l’ennesima volta, sarà chi non è colpevole: pugili e maestri. Non lo meritano.
La boxe è stata sempre presente ai Giochi dal 1904 ai nostri giorni, con l’eccezione di Stoccolma 1912 perché la Svezia aveva bandito questo sport. Oggi il CIO ha dato uno schiaffo alla storia, alla tradizione, ai campioni.
E complimenti anche per non avere saputo trovare migliore soluzione, dopo anni di colpevole silenzio, che tagliare una disciplina di così grandi tradizioni olimpiche. Le televisioni premono, gli sponsor spingono e i Giochi slittano sempre di più verso lo show, una rappresentazione legata oggi meno di ieri alla sua natura sportiva, sempre più travolta da sollecitazioni finanziarie.
Sempre di più, sempre di più, sempre di più…