Barney Ross, tre mondiali, eroe con i Marines. Ma la guerra è tragedia anche per i vincitori

Sparano.
I colpi arrivano a raffica, la fine è vicina. Pochi prima Barney era di pattuglia con altri tre Marines. Adesso sono tutti nascosti in una buca. E hanno paura.
I giapponesi sparano.
È la notte del 19 novembre 1942, quattro uomini soli e disperati sono a caccia di un futuro che sembra non esistere. Baia di Guadalcanal, Isole Salomone, Pacifico occidentale. Nel pieno della seconda guerra mondiale.
Per un momento tutto tace. Forse i giapponesi stanno preparando l’offensiva finale.
Barney si guarda attorno, non vede nulla. Polvere fitta come nebbia avvolge ogni cosa. Disperazione nell’aria. Piangerebbe, se solo ne fosse capace. I tre compagni, feriti gravemente, sono sdraiati a terra. Immobili, in posizione supina con gli occhi che guardano il buio.
Ross non ha alleati che possano aiutarlo. Raccoglie fucili e granate disperse nella buca e si prepara a combattere. È la cosa che gli riesce meglio.
Quando viene al mondo, il 23 dicembre del 1909, si chiama ancora Beryl David Rosofosky. È il  figlio di Isidore e Sarah, ebrei ortodossi immigrati negli Stati Uniti. Negli anni felici, il papà studia il Talmud, testo sacro dell’ebraismo, a Brest Litovsk in Russia. Sfugge miracolosamente a una strage antisemita e con tutta la famiglia si rifugia negli States. Prima a New York, poi a Chicago dove gestisce un piccolo negozio di frutta e verdura. Un posto che dà abbastanza soldi per sopravvivere. Lo apre in Maxwell street, nel mezzo di quartiere malfamato assai simile al ghetto di New York nel Lower East Side. Un posto terribile negli anni a cavallo tra i Venti e Trenta.

ross

Barney impara subito la lezione. Per crescere senza problemi deve picchiare più forte degli altri. E si dà da fare. Ma il papà, che è contrario a ogni forma di violenza, lo rimprovera in continuazione.
Lascia che siano loro gli assassini, noi siamo studiosi e pacifici.
Non è abbastanza per farli stare lontano dai mali del mondo.
È in arrivo il Natale del 1923.
Sono appena cominciati gli anni ruggenti, quell’epoca che si chiuderà con il dramma della Grande Repressione. La famiglia Rosofosky procede a fatica lungo il difficile cammino che ogni immigrato deve percorrere. Ma va avanti con dignità.
Il 16 di dicembre un vagabondo apre la porta del negozio e spara un colpo di pistola. Isidore muore immediatamente, l’assassino scappa con pochi spiccioli.
Tragedia genera tragedia.
I ricordi scorrono velocemente davanti agli occhi di Barney che sente la fine sempre più vicina.
“Presto raggiungerò papà.”
I giapponesi sparano, due compagni sono già morti e l’altro non è più in grado di difendersi. Granate, fucili e munizioni sono lì, accanto a Barney Ross, l’ultimo marine. Solo nella notte a sfidare il nemico.
Ancora un salto indietro nel tempo prima di salutare questa vita.
Mamma Sarah non supera la tragedia, un devastante esaurimento nervoso le sconvolge ancora di più la vita. Tre figli vengono mandati in orfanotrofio. Barney, il più grande, rimane in casa. Adesso tocca a lui portare i soldi per il pranzo. Dice che gli sarà più facile metterli assieme picchiando altri uomini su un ring. Ha il pugilato nel sangue.
Buon dilettante, eccezionale professionista.
Barney Ross ha un fisico compatto, sembra una pallottola sparata addosso a chiunque provi a contrastarlo in un match di boxe. Ha forza, velocità, tenacia. La fame stimola fino all’esasperazione ogni qualità. Lui picchia senza sosta, non importa quanto grosso o bravo sia il rivale che ha di fronte.

canzoneri

I primi due titoli mondiali, leggeri e superleggeri in un solo incontro, li conquista il 23 giugno del 1933 battendo ai punti in 10 round Tony Canzoneri.
Il terzo, quello dei welter, se lo prende il 28 maggio 1934 superando McLarnin ai punti in 15 round.
Va avanti fino al 1938, quando viene sconfitto da Henry Armstrong. Un match selvaggio, duro, cruento. Barney finisce più volte sull’orlo del ko, ma non si arrende e porta a termine tutte e quindici le riprese.
Scoppiata la guerra, si arruola nel Corpo dei Marines. Potrebbe fare il servizio militare senza rischiare. Il governo degli Stati Uniti non nega mai un ruolo di rappresentanza agli eroi dello sport.
Lui chiede di andare al fronte.
E adesso si trova a un soffio di vento dalla morte.
Barney Ross è abituato a battersi sino alla fine su ogni ring , farà lo stesso sul campo di battaglia.
I giapponesi sono ancora fermi. Vogliono capire bene in quali situazione si trovino i nemici.
Il giovane americano guarda i tre compagni che sono in terra e non possono dargli aiuto. Carica i fucili, prepara le granate e lancia l’offensiva. Uno contro tutti.
Se deve morire, vuole farlo da eroe.
Spara centinaia di proiettili. Qualcuno dice duecento, altri si avventurano sino a quattrocento. Il risultato è lo stesso. Uccide venti giapponesi, gli altri si ritirano.
È salvo. Ma non ha concluso la missione.
Pesa attorno ai 65 chili, il marine che deve salvare supera abbondantemente i cento. Non basta certo questo per frenarlo. Se lo carica sulle spalle e lo porta fino al campo americano.
Stremato, crolla a terra.
Quando torna a casa lo trattano da eroe. Gli danno la Silver Star, il presidente Roosevelt in persona lo cita da esempio all’America intera.

Ma  Barney Ross non è un uomo tranquillo.
Le quattordici ferite rimediate in combattimento provocano dolori terribili. In ospedale per alleviare le sofferenze gli fanno iniezioni di morfina. Quando esce, non può più farne a meno. Arriva a spendere fino a cinquecento dollari al giorno per la droga. Ne sperpera molti di più con le donnine con cui si accompagna.
Cathy, la seconda moglie, prova a salvarlo.
Lo convince a frequentare un programma di riabilitazione presso un centro di recupero militare. Barney vince anche questa battaglia. Scrive l’autobiografia “No man stands alone”, nessun uomo è solo, da cui è tratto il film “Monkey On My Back“: la scimmia sulla mia schiena.
Il 17 gennaio del 1967 deve arrendersi. A uccidere l’invincibile è un cancro alla gola.
Se ne va un grande campione, un guerriero che ha sempre sfidato il pericolo, sapeva che era l’unico modo per sperare di sconfiggerlo.
Sul ring e nella vita.
Ma la tragedia della guerra non perdona, spesso è crudele anche con i vincitori.

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