Centodieci anni fa nasceva Carnera, il gigante che regalò all’Italia il primo mondiale

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Il 25 ottobre di centodieci anni fa nasceva a Sequals il pugile che avrebbe regalto il primo titolo mondiale all’Italia. Era un omone grosso e gentile. Si chiamava Primo Carnera. Lo celebro ripubblicando l’articolo in cui racconto il suo avvicinamento al match per la corona, la tragedia che l’ha preceduta e poi la magica sera in cui ogni sogno diventava realtà.

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Madison Square Garden Bowl, arena all’aperto tra la 48th Street e Northern Boulevard, Long Island, New York. Dopo una mattinata scossa dai temporali è tornato il bel tempo. Alle 15 i ventimila posti popolari sono già pieni, costano due dollari a biglietto. Alle 18 gli spettatori sono diventati sessantamila, alle 19 si sono riempite anche le sedie di bordo ring: prezzo iniziale 15 dollari, venduti dai bagarini a 90. Ci sono settantamila persone quando alle 21.41 del 29 giugno 1933 Artur Donovan, l’arbitro della sfida, dà il segnale di “boxe” al campione Jack Sharkey e allo sfidante Primo Carnera. In palio c’è il titolo mondiale dei pesi massimi. Il detentore è alto 1.83 e pesa 90.950, lo sfidante arriva a 2.03 per un peso di 118.190.

Carnera va a combattere contro Sharkey in un momento terribile per l’America. La Grande Depressione ha sconvolto il Paese, un lavoratore su quattro è disoccupato, le banche chiudono, l’industria dell’auto è allo sbando e le fabbriche di Detroit continuano a licenziare. Il 4 marzo del 1933 Franklyn Delano Roosvelt viene eletto alla Casa Bianca. Il Presidente degli Stati Uniti vara un nuovo piano per cercare di tirare fuori il Paese dalla depressione in cui è scivolato. Il “New Deal”, a prima vista sembra un progetto rivoluzionario, in realtà ha nei suoi principi base l’anima della vecchia America conservatrice. Per risanare un sistema economico sull’orlo del collasso, Roosvelt cerca l’equilibrio degli interessi nell’ambito della Costituzione, la sicurezza della proprietà e della vita, la libertà.

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In questa America a caccia della giusta ricetta per fuggire dalla disperazione, prospera l’attività illegale. La mafia non risparmia certo la boxe. Al Capone, Lucky Luciano, Dutch Schultz, Owney Madden, Boo Boo Hoff fino ad arrivare a Frankie Carbo sono i gangster che gestiscono il pugilato. Anche Billy Bib Duffy fa parte del gruppo. E’ l’uomo che si occupa di Carnera negli Stati Uniti. E fa capo ad Al Capone. In che misura la mafia abbia influito sulla carriera del nostro campione è difficile dirlo per chi, come me, quei tempi non li ha vissuti da testimone oculare. Ma da quello che sono riuscito a sapere, quasi tutte le operazioni portate avanti nella gestione del campione erano state fatte tenendo all’oscuro Primo.

Uno che all’epoca di Carnera già viveva da protagonista in quel mondo era Umberto Branchini, il più grande manager italiano di sempre, che così racconta il fenomeno al giornalista Mario Bruno che ne ha tracciato la biografia nel libro «L’avventura».

«Non fu un bluff, ma un pugile di buona qualità. Su di lui si sono dette molte cose brutte, ma la più ingiusta è stata quella ricorrente di farlo passare per un forzuto senza arte, quando era vero il contrario. Non che non avesse forza, ma non aveva il fisico adatto per la boxe, in quanto troppo lento e conseguentemente monotono, troppo esposto perciò ai colpi. La tecnica la conosceva bene, aveva un ottimo jab sinistro, con il montante destro stroncò Jack Sharkey, diventando campione del mondo. Un’altra dote essenziale era quella del coraggio, dell’orgoglio, dell’amor proprio. Cadde un’infinità di volte contro Max Baer, anche perché si era procurato una storta nel primo atterramento; una storta che non gli consentiva di mantenere l’equilibrio, essendo costretto ad affidare a una sola gamba la sua enorme mole. Fu battuto da pugili bravissimi, come Max Baer o Joe Louis. Ma anche prima, agli inizi della carriera, chi lo batté era assai dotato, come Young Stribling, come Jim Maloney, atleti velocissimi e a lui particolarmente ostici in virtù di una contrastante struttura fisica. Ne batté di bravi anche lui, pugili veloci e scattanti. Lo stesso Stribling e poi King Levinsky, George Cook. Affrontò anche Tommy Loughranm in un mondiale, Stanley Poreda e il bravissimo Larry Gayns che ebbero la meglio solo ai punti. Assieme a tutti questi nomi c’è anche un branco troppo numeroso di broccacci che non credo fosse indispensabile comprare per batterli. Ci sono molti bravi avversari nella sua carriera. Va rispettato, non infamato.»

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Per arrivare al mondiale Carnera deve prima battere Ernie Schaaf, “La Tigre del Mare”. Un pupillo dello stesso Sharkey che ne controlla la carriera. Un’assurdità? L’America di quei tempi era anche questo. Schaaf è nato nel New Jersey, ma ha origini tedesche. Ha disputato 74 incontri nei sei anni di professionismo. E’ un guerriero, basta guardare quel viso cotto dal sole per accorgersi che è pronto a battersi senza paura. Cinque mesi e dieci giorni prima della sfida con il gigante italiano ha affrontato Max Baer. Ed ha perso in modo brutale, finendo trascinato all’angolo dai secondi, rimanendo privo di conoscenza per tre minuti.

Anche quello con Carnera è un match duro, cruento, finito con l’americano che crolla al tappeto nel tredicesimo round (nella foto il momento del ko) senza che l’ultimo colpo di Primo, un jab sinistro, l’abbia toccato pesantamente. La gente comincia a urlare la sua disapprovazione, a lanciare monete sul ring, a insultare sconfitto e vincitore. Tutti gridano che l’incontro è truccato. Tutti provano disagio e rabbia nell’ascoltare quelle parole. Tutti, meno Schaaf. Lui giace a terra senza dare segni di vita. Lo ricoverano immediatamente: commozione cerebrale, paresi sinistra, stato semicomatoso, rottura dei vasi sanguigni del cervello.

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Due giorni dopo la sfida con Carnera, l’ex campione della Marina entra in coma e muore in ospedale. Non l’hanno ucciso i colpi del gigante italiano, ma quelli di Max Baer. Lo avevano rispedito sul ring senza che fosse in grado di combattere. L’America urla allo scandalo, ma (colpevolmente) non inquadra il problema. Non si mettono sotto inchiesta i medici che hanno dato la loro approvazione a un incontro che non si sarebbe mai dovuto fare. No, sotto accusa è la stazza di Carnera. Provano a creare una categoria dei supermassimi, a imporre un limite nella differenza di peso tra i duellanti, a fare indossare all’italiano guantoni di una misura doppia rispetto a quella dei suoi avversari. Follie che non trovano sbocchi nella realtà.

Carnera vuole chiudere con uno sport che gli ha fatto vivere una tragedia devastante. Dicono che a convincerlo ad andare avanti sia stata Lucy Schaaf, la mamma di Ernie. Dicono gli abbia scritto una lettera: «Desidero assicurarvi che io non vi considero responsabile per la morte di mio figlio. I miei sentimenti nei vostri riguardi sono gli stessi che avrei desiderato da parte di vostra madre verso il mio Ernie nel caso una disgrazia fosse capitata a voi durante la competizione». Si dicono tante cose nel mondo della boxe.

Primo Carnera arriva così al match per il titolo.

Jack Sharkey è uomo di mille mestieri e mille miserie. Il suo vero nome è Joseph Paul Zukauskas. E’ nato nello Stato di New York, ma i suoi genitori sono lituani. Anche lui, come molti pugili dell’epoca, scopre la boxe su una nave della Marina Militare, ed è lì che decide di darsi il nome con cui sarà conosciuto in tutto il mondo. In realtà avrebbe voluto chiamarsi Dempsey, il suo idolo, l’uomo con cui ingaggerà poi una furiosa battaglia sul ring. Non potendo realizzare quel sogno, sceglie il cognome dell’altro suo preferito: il peso massimo Tom Sharkey, marinaio irlandese che aveva tatuata sul petto una stella sopra un tre alberi a vele spiegate. La gente della boxe, che non è mai sazia di soprannomi, gli affibbia quello del marinaio di Boston, la città dove vive.

Jack Sharkey ha la faccia scolpita nel marmo, un naso grosso, due occhi chiari e cattivi. Lo chiamano anche Sobbing sailor, il marinaio che piange. C’è grande agitazione attorno al match. Tre aeroplani, un elicottero e un dirigibile volano sopra lo stadio, lanciando volantini e scritte fumogene. Sono mezzi presi in affitto da alcune case commerciali di New York. Gli occhi dell’America sono sull’avvenimento.

Quello tra Carnera e Jack Sharkey è un match da veri gladiatori. Condotto su un piano di equilibrio, ma con l’americano in vantaggio nei round iniziali. Un vantaggio che rischia di essere definitivo poco prima del ko finale, quando l’italiano barcolla su un gancio destro del campione.

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Il montante destro dalla corta distanza con cui Primo chiude l’incontro, al sesto round, è rapido e potente. In quel colpo si racchiude la grande favola di un gigante sicuramente troppo buono, ma anche molto ingenuo (nella foto il momento del ko). Sul mondiale non ci sono voci di combine. Il titolo è tutto suo e la cintura è il ricordo più bello di un campione come Carnera, il primo italiano a conquistare un titolo mondiale.

Il gigante festeggia in un ristorante di Brooklyn assieme agli amici. Per loro canta una romanza dalla “Fanciulla del West” di Puccini, poi prende una fisarmonica. Suona e canta “O sole mio”. E’ un trionfo storico, va celebrato accompagnandolo con un pizzico di sana follia.

Sono passati ottantrè anni e il ricordo di quella notte è ancora vivo come se tutto fosse accaduto solo ieri.

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