La boxe rischia di andare in crisi anche in Germania! E negli Stati Uniti accade che…

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Boxe italiana in crisi. Ma non solo.

Incertezza totale in una Germania che sembra sia destinata a vivere gli ultimi mesi di champagne e caviale.

Kohl ha chiuso da tempo, l’impossibilità di rinnovare il contratto con ZDF Tv lo ha convinto a farsi da parte, la sua famiglia non ha raggiunto con la televisione quell’accordo che le avrebbe consentito di proseguire l’attività.

Sauerland rischia la stessa fine. Fino al 2014 è stato legato alla televisione pubblica ARD che gli garantiva il contributo di un milione di euro a riunione, con spese di produzione a carico dell’organizzazione. Chiusa quell’avventura, si è legato alla tv privata Sat 1 che ha ridotto a circa 400.000 euro l’impegno economico per evento.
Il contratto scade a dicembre 2016 o aprile 2017, a seconda dell’interlocutore scelto per ottenere una risposta. Rinnovare l’accordo appare al momento difficile, anche se non impossibile. Comunque finisca dovrebbe esserci una contrazione dell’offerta, sia dal punto quantitativo che da quello finanziario.

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C’è poi la situazione americana.

Il panorama si sta delineando, ma anche qui non ci sono certezze.

Bob Arum continua a favoleggiare di sfide che non possono rappresentare il futuro del pugilato (Pacquiao vs Lomachenko, ad esempio), De La Hoya naviga a vista.

La HBO restringe gli investimenti (-20% di riunioni in confronto al 2014) a fronte di un -10% di audience rispetto allo scorso anno.

Al Haymon abbandona per casse esangui il ruolo di monopolizzatore del mercato e sancisce il suo ritorno alla professione di semplice promoter accettando la sfida tra Terry Crawford (Top Rank) e il suo John Molina jr (Premier Boxing Championship) fissata per il 10 dicembre a Omaha, valida per i titoli Wbc e Wbo dei superleggeri.

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La nuova situazione porterà alla riduzione degli appuntamenti pugilistici e a un drastico taglio dei compensi. Le borse pagate finora da Haymon avevano creato una situazione molto simile alla bolla speculativa che ha mandato in crisi l’intero mondo dell’economia. Qui non ci sono di mezzo Paesi e governi, ma il popolo della boxe.

O si abitua a un veloce ritorno alla normalità o rischia di affondare.

Nonostante questa sensasazione di acqua alla gola, il pugilato insiste nel farsi del male. Dovrebbe compattarsi, agire in modo cristallino, non esporsi a figuracce. E invece continua a percorrere a tutta velocità la discesa che porta verso il burrone.

Le 17 categorie di peso sono accettate da tutti come una realtà inevitabile. Anche quando, come accade per sei di loro, la differenza è di soli 1360 grammi! E, insisto, come se non bastasse si parla di catchweight con inquietante noncuranza.

I campioni del mondo sono quattro se si considerano le sigle principali. Nove se si mettono nel conto anche le altre.

Una categoria, nove campioni.

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E c’è chi come la Wba si sente in dovere di esagerare. E allora via con supercampioni, campioni, interim e campioni indiscussi…

È la stessa Wba che, invischiata in cause legali e minaccie di richieste di risarcimento multimilionarie, non è riuscita a dare la risposta a un semplice quesito: il match tra Anthony Joshua e Wladimir Klitschko è valido per il titolo dei massimi?

È lo stesso Ente che ha ancora come campione Tyson Fury a quasi un mese dall’annuncio, fatto da Tyson Fury medesimo, di abbandono della corona.

In giro ci sono anziani signori che continuano a salire sul ring come se niente fosse.

A gennaio Bernard Hopkins compirà 52 anni, Roy Jones jr ne farà 48. Non si sono ancora ritirati. C’è un organizzatore che allestisce lo spettacolo, arbitri che accettano di dirigere i match, giudici che compilano i cartellini.

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Tutto normale.

Perché?

Perché, caso unico nel panorama dello sport mondiale, non esiste un unico ente di riferimento che possa avere autorità assoluta sull’attività pugilistica. E approfittando dell’assenza di governo, tutti vanno tranquillamente avanti generando il caos.

La boxe è nobile, gli uomini invece non sempre lo sono.

L’altro giorno riflettevo su questa frase che ho usato più di una volta nei miei libri. Ne parlavo con Alessandro Ferrarini, in Italia pochi conoscono il pugilato mondiale come lui. Davanti al mio pessimismo totale, alle mie nefaste previsioni su questo sport, mi rispondeva con considerazioni letterarie/filosofiche che mi restituivano un po’ di speranza.

Per quante nefandezze faccia l’universo pugilistico, questo sport resisterà sempre. Andrà giù, ma saprà rialzarsi. Se neppure i peccati commessi in numero esagerato hanno ucciso la boxe, questo vuol dire che non morirà mai”.

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E mi ricordava la seconda novella della prima giornata del Decameron di Giovanni Boccaccio.

Quella in cui il giudeo Abraam va alla corte di Roma e vede le malvagità dei chierici. Tornato a Parigi si fa cristiano.

Ma come? Ma perché?

Perché a Roma non ha visto devozione o stantità da parte della Chiesa. Ma lussuria, avarizia, frode, invidia, superbia. E nonostante tutto ha constato come la religione consolidasse il suo potere.

Sembra un po’ il destino della boxe.

Il suo popolo, gli abitanti di questo orribile e affascinante pianeta, insistono a farsi del male da soli. Ma il pugilato resiste. Ergo, non morirà mai.

Ma, lo dico sottovoce, non fidatevi ciecamente del Boccaccio…

 

3 pensieri riguardo “La boxe rischia di andare in crisi anche in Germania! E negli Stati Uniti accade che…

  1. Credo che i motivi del declino della boxe vadano cercati anche fuori il contesto sportivo. Comunque la boxe non è sport come gli altri in ogni aspetto, se la si considera come se lo fosse non se ne esce. I pugni fanno male, non mi risulta ci sia gente che il fine settimana s’incontra per una scazzottata come ci s’incontra per giocare a tennis e calcetto o correre e pedalare. Anche in Giappone da qualche tempo c’è notevole calo del sumo. A parte ciò, la gente non cambia, cambiano gli strumenti a disposizione.
    “Quando combatto penso solo a una cosa: i soldi” Jack Dempsey.

    1. Vero, in parte. Altrimenti non si spiegherebbe la grande popolarità conquistata negli ultimi anni dalle MMA, UFC in testa. Non ci sono tantissimi soldi a disposizione per il fighter di medio/alto calibro, guadagnano cifre vere solo poche stelle. Il problema è sicuramente sociale e richiederebbe un contesto assai più vasto di un blog. Meriterebbe saggi più lunghi di un articolo. Presto comunque vorrei provare a dire qualcosa in proposito. Grazie per il suo contributo.

      1. Preciso cosa intendo per “fuori il contesto sportivo”, scusandomi se mi dilungo. Già studiato in Sociologia essere l’uomo attratto da aggressività e violenza e non c’è bisogno del sottoscritto per seguitare. Ritengo da escludere che nel tempo boxe e discipline da combattimento in genere erano più seguite per interesse alle stesse o comunque per spirito sportivo, in tal caso ci sarebbero da chiarire punti. Anzitutto, il risultarmi esser spesso stati di maggior seguito i pugili che vincevano spesso per ko. A suo tempo sapendo del mio interesse pugilistico, coetaneo mi disse “non seguo la boxe, vedo solo Tyson”, altro che “ti diverti a vedere due che si prendono a pugni”. Quando nel 1990 Kalambay combatté qui in Velletri, intervistato da locale periodico riferendosi alla calorosa accoglienza avuta disse “questo pubblico meritava il ko” (vinse ai punti col classico collaudatore), trovo significativo che proprio pugile ritenga ovvio che lo spettatore di boxe goda nel vedere distruzione. Credo ciò relativo al cosiddetto “senso comune” del quale si è vittima anche se non ti riguarda. Il successo MMA penso sia dovuto al prevedere pugni e calci nonché combattere a terra quindi vicino alla classica rissa (cosa popolare), in particolare credo match femminili essendo noto come il maschio trovi eccitante vedere due femmine che si picchiano (anche se qui non per odio) e se rimangono peste e sanguinanti ancora meglio. Nel cinema ci sono film solo per presentare cruenti scene d’uccisioni e pestaggi (con slow-motion e primi piani) collegate con trame-pretesto e fatti passare per action e thriller, riguardo la boxe ci sono Rocky con Apollo a braccia basse che prende pugni con l’arbitro che guarda e non ferma e Toro con quella di Jack bombardato da Ray pure in slow-motion (risultami anche in Million dollar baby ma non l’ho visto), fatte perché al popolo piace veder prendere tranvate in faccia (anche allo stomaco) ma io che vedo film per seguire storia vedermi imporre queste scene che nella sua economia non servono mi urta come mi ha urtato quella frase di Kalambay. In sostanza, penso che se fino a poco fa c’era quasi solo boxe e tv che la diffondeva oltre i detti generi di film, le nuove generazioni per sfogare l’istinto “violento” hanno videogiochi ove immedesimarsi col protagonista che picchia e magari anche YouTube con scene di mortal kombat di stuntmen ma anche di violenza scenica d’ogni tipo e forma cosa comunque indicativa e forse fatte per esorcizzare (individuato come senza leggi es. guerra gente “normale” sviluppa sadico senso a torturare e uccidere innocenti). Credo non fossero pochi quelli che a suo tempo si rivolgevano alla boxe in tal senso, questo intendevo col dire che la gente non cambia ma è questione di quanto a disposizione. In quello sportivo, penso essere suo limite il vivere di volta sul singolo evento quini non avere campionati o tornei fissi, mi pare che il tentativo fatto con le World series non abbia convinto, a ciò credo dovuto il proliferare di categorie e sigle proprio per creare l’evento forse più per il pugile che per lo spettatore. Boxe, MMA e affini possono esistere se pagati per farle quindi per un pubblico, solo per “spirito sportivo” non credo.
        p.s. riguardo al Nobel a Dylan, se ha voluto farli “contenti e canzonati” concordo con lui, a parte essere cosa non chiesta trattasi di decisione d’esseri umani e non d’investitura divina.

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