Storia di Jimmy Ellis e di uno scomodo amico, Muhammad Ali…

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Sono passati poco più di 45 anni dalla notte in cui Jimmy Ellis ha affrontato Muhammad Ali per il titolo vacante NABF dei pesi massimi. Questa è la sua storia.

JAMES ALBERT ELLIS era nato a Louisville, nel Kentucky.

Una sera, era ancora un bambino, ne stava davanti alla tv a guardare un programma che lo faceva tanto ridere, poi era arrivato il papà e aveva cambiato canale.

“Tomorrow’s Champions”, i campioni di domani, andava in onda ogni settimana.

Jimmy aveva accennato una timida protesta, poi si era messo comodo in poltrona e aveva ripreso a guardare la tv. Aveva subito riconosciuto un amico, due anni più piccolo di lui. L’aveva visto tirare pugni veloci, muoversi sul ring senza paura.

Aveva affrontato e sconfitto ai punti un altro ragazzo di nome Runny O’Keefe. Eravamo a metà degli anni Cinquanta.

Cassius Marcellus Clay abitava su Grand Avenue, nel West End. Un quartiere tra 7th Street e Algonquin Parkway abitato quasi esclusivamente da neri, ma senza avere necessariamente l’impronta della miseria devastante che marchiava i ghetti di altre città.

Jimmy l’aveva incontrato alla Central High School di Louisville. Cassius gli aveva raccontato di come riuscisse a guadagnarsi qualche dollaro spazzando i pavimenti del Nazareth College, una biblioteca gestita dalle monache.

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«Ti ho visto in Tv, dove hai imparato a fare quelle cose?»

«Vado in palestra, mi alleno. Sono bravo».

«E dove sarebbe questa palestra?»

«È la Columbia Gym sulla 4th Street, a sud di York Street. C’è un bravo insegnante».

«Chi è?»

«Si chiama Joe Elsby Martin».

A Jimmy l’idea piaceva, ma da solo non avrebbe mai trovato il coraggio di andare. E non aveva voglia di farsi accompagnare da un ragazzo più piccolo di lui. Aveva così chiesto aiuto a un altro amico, Donnie Hall.

Joe Martin era un poliziotto che gestiva la palestra per passione. La Columbia era aperta cinque giorni a settimana, dal lunedì al venerdì, dalle sei alle otto di sera.

Lì Ellis si era trovato subito bene. Da dilettante aveva affrontato due volte Cassius: una vittoria e una sconfitta.

Forse non erano davvero amici, ma di certo si rispettavano. Viaggiavano su mondi paralleli. Diventato Muhammad Ali, Clay si sarebbe preso il mondo. Ellis si sarebbe accontentato di fargli da sparring.

Jimmy aveva un fisico proporzionato ma mancava di quella mole naturale che ti fa scegliere la categoria più pesante.

Era un tipo pacioso. Ultimo dei dieci figli del pastore Walker Ellis, religioso e amante del canto si esibiva con il coro della domenica in chiesa.

Sul ring sapeva farsi rispettare. Boxava da peso medio e aveva messo assieme un buon record. Poi era arrivato il maledetto 1964. Quattro match, tre sconfitte contro Rubin “Hurricane” Carter, Don Fullmer e George Benton. In quel match aveva guadagnato una borsa di cinquecento dollari, buona per l’epoca. Ma aveva perso l’incontro. Aveva così pensato che fosse meglio ritirarsi.

Il suo amico aveva cambiato nome proprio in quella stagione. Aveva sconfitto Sonny Liston, era diventato il padrone dei pesi massimi. Forse poteva aiutarlo.

Ellis aveva preso carta e penna. E aveva scritto una lettera ad Angelo Dundee, coach e manager di Ali.

“Sto pensando di chiudere con la boxe, ma prima vorrei fare un ultimo tentativo per vedere se ho la possibilità di essere ancora un pugile. Mi piacerebbe firmare un contratto con un buon manager. Magari di New York, se tu pensassi di non avere tempo per gestire la mia carriera. In realtà spero che tu possa aiutarmi.

Jimmy Ellis

P.S. Aiiiuuuuutoooooo.”

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Angelo quella seconda occasione gliela aveva concessa. Jimmy era volato a Miami ed era tornato ad allenarsi con Muhammad Ali.

Si era operato di tonsille e questo aveva scatenato una crescita rapida e improvvisa, fino a trasformarlo in un peso massimo. Non un gigante, mai oltre gli ottantanove chili, ma comunque in grado di battersi con i migliori della categoria.

Lentamente, con costanza e allenamento, aveva scalato le classifiche.

Ali procedeva spedito, difendeva il titolo nella rivincita contro Liston e poi con Patterson, Chuvalo, Cooper, London, Williams, Mildenberger, Terrell e Zora Folley. Poi si rifiutava di prestare servizio militare e veniva privato della corona.

La Wba imponeva un torneo a otto per la successione. Jimmy sconfiggeva Leon Martin, Oscar Bonavena e andava in finale contro Jerry Quarry.

Il pomeriggio del match che valeva la cintura il telefono squillava nella stanza di Ellis.

«Ciao campione!»

«Ciao campione!»

Da tempo avevano preso a salutarsi così. Ali gli era stato vicino durante la preparazione, gli aveva anche fatto da sparring e adesso non ce la faceva proprio a trattenersi. Doveva dargli qualche consiglio.

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«Balla campione, balla, andiamo a prenderci il titolo».

«Ballerò, ma non come te. Ci sono molte strade per andarsi a prendere un titolo».

«Vai e vinci».

«Ballerò, mi muoverò un po’, poi scivolerò di lato e piazzerò il colpo che mi regalerà la vittoria».

«Coraggio amico, sono con te».

«Ciao campione!»

«Ciao campione!»

Il match contro Quarry l’aveva vinto con merito ed era diventato campione del mondo dei massimi. Aveva danzato, ma non aveva incantato. Non possedeva la velocità, la personalità, la potenza dei colpi, il carisma di Ali. Era una copia sbiadita dell’originale.

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Difendeva la cintura contro Floyd Patterson e poi andava a sedersi a bordo ring per il match tra Joe Frazier e quel Jerry Quarry contro cui aveva faticato poco tempo prima.

Smoking Joe distruggeva il rivale di una notte e quando Arthur Mercante gli sollevava il braccio, si appoggiava alle corde fissando Ellis negli occhi.

Frazier agitava nell’aria il micidiale sinistro.

«Ehi, Jimmy, ne ho lasciato qualcuno per te».

«Ti distruggeremo», gli rispondeva pacifico Dundee.

«Quando vuoi, baby. Quando vuoi».

Era il 26 giugno del 1969.

Otto mesi dopo salivano sul ring del Madison Square Garden.

Per quasi tre round Ellis riusciva a tenere il ring con dignità, a creare qualche problema a Frazier. Poi il gancio sinistro di Smokin’ Joe faceva sparire qualsiasi pensiero dalla testa del campione. Frastornato, intontito e senza più forze, si ripresentava al centro del quadrato all’inizio della quarta ripresa che si trasformava in un calvario. Frazier era un toro infuriato. Caricava, sbuffava, sembrava davvero che uscisse del fumo dai suoi guantoni.

Pe-pam!

Il gancio sinistro spediva giù Jimmy che dopo il conteggio si rialzava faticosamente. Mancavano poco più di trenta secondi alla fine della ripresa. Troppi. Chiuso all’angolo, veniva travolto da una serie lunga, terribile. Crollava a faccia in giù. Lentamente, con infinita fatica e tanto orgoglio, si rimetteva in piedi. Il suono del gong non interrompeva il conteggio di Tony Perez. All’otto, il ragazzo di Louisville si strascinava verso l’ angolo.

Quando suonava l’inizio della quinta ripresa, Angelo Dundee guardava l’arbitro e gli faceva segno che era finita.

Lungo e sofferto era il recupero.

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Tre match per ritrovare un minimo di fiducia, poi la sfida contro l’amico di infanzia, il ragazzo per cui aveva cominciato a boxare.

Doveva affrontare Muhammad Ali.

Angelo Dundee era il manager di entrambi e aveva scelto Ellis. Non per affetto, ma perché con lui la percentuale della borsa sarebbe stata più alta. Anche i grandi hanno le loro debolezze.

Ogni grande ha le sue manie. Anche Ali ne aveva una. In combattimento indossava solo tre tipi di pantaloncini: con banda nera o rossa, ma sempre bianchi.

Bundini Brown era, a seconda dei casi, il giullare, il consigliere, il compagno fidato a cui dare ogni tipo di incarico. Compreso quello di preparare la borsa con gli indumenti per il match.

Quella volta si era dimenticato di prendere i pantaloncini.

Non era stato facile calmare Ali che aveva accettato di salire sul ring solo quando gliene avevano portati un paio totalmente bianchi. Di due misure più grandi della sua taglia, ma comunque bianchi.

Era l’estate del ‘71.

«Ciao campione»

«Ciao campione».

«Stavolta saremo rivali»

«Jimmy lo so che sei forte. Per diventare mio sparring devi essere veramente bravo».

«Ali ti rispetto, ma cercherò di batterti».

«Coraggio amico, andiamo a divertirci».

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Jimmy cercava di mostrare la sua bravura, voleva fargli vedere quanto fosse migliorato.

Ali era tornato indietro nel tempo. Volava come una farfalla e pungeva come un’ape. Poi nel quarto round piazzava un destro che faceva tremare l’intero corpo di Ellis. Da quel momento il match viveva nell’attesa del colpo finale. Nella dodicesima ripresa un montante sinistro centrava Jimmy, lo scuoteva. Un’altra serie lo portava sull’orlo dell’abisso. A quel punto Ali si fermava, aspettava che qualcuno fermasse quella mattanza. L’arbitro Jay Adson capiva al volo e chiudeva l’impari sfida.

«Ali perché ti sei fermato?»

«Ho visto nei suoi occhi una grande sofferenza».

«Ti sei fermato perché era un tuo amico?»

«Mi sono fermato perché è un uomo come me. E io non voglio uccidere un uomo sul ring».

«È stato un match facile?».

«Sono stato in gamba, ho battuto il peso massimo più forte del mondo dopo di me».

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Non ci sarebbero stati altri picchi nella carriera di Jimmy Ellis, la gloria era alle spalle. Il presente era la moglie Mary Etta e i loro figli: Jamesetta, James jr, Inez, Mary, Sonya e Jeffrey. Una vita tranquilla, senza colpi di scena, almeno fino a quando il destino non cominciava ad accanirsi contro di lui.

Un incidente d’auto lo rendeva parzialmene cieco, la moglie moriva dopo quasi cinquant’anni di vita in comune, due anni prima lui aveva cominciato a soffrire di demenza senile.

Il sei giugno del 2014 Jimmy Ellis se ne andava per sempre.

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Testo tratto da Dentro i secondi, lo sport degli ultimi che diventano primi di Franco Esposito e Dario Torromeo. Edizioni Absolutely Free. Pagine 326, prezzo 16 euro.

 

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