Phelps, sogno o incubo?

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AVEVO lasciato “lo squalo” il 4 agosto di due anni fa al London Acquatic Centre. Michael Phelps toccava la piastra nella frazione a farfalla della 4×100 mista, superava il Giappone e lanciava gli Stati Uniti verso il successo. Sarebbe stato il suo diciottesimo oro olimpico. Lo ritroverò giovedì allo Skyline di Mesa, Arizona. Ancora in acqua, ancora in gara.

Aveva detto “Mi allenerò alla normalità.”

Tentativo fallito.

Dopo ventidue medaglie olimpiche, di cui diciotto d’oro; ventisei successi mondiali e trentatrè podi; ventinove record mondiali individuali e sette in staffetta, torna a gareggiare.

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La normalità per gli eroi dello sport è una scimmia sulla spalla. Li graffia, li tormenta, gli lascia troppo tempo per pensare. La passeggiata con il cane, le foto con Bar Rafaeli per Sports Illustrated (sopra) o quelle ufficiali con Obama, il caffè, gli amici, le partite a baseball con gli Orioles non sono riusciti a disintossicarlo.

Michael Phelps è abituato a rispettare tabelle da quando era un bambino. Non ha avuto spazio per l’immaginazione nell’infanzia, non l’ha avuto nella gioventù. All’approssimarsi del ventinovesimo compleanno deve avere pensato che non fosse giusto averlo neppure negli anni della maturità.

Se non sei abituato alla libertà, fatichi ad accettarla. Ti pesa. Meglio avere scadenze precise. Soprattutto se assieme ci sono soldi e popolarità.

La linea nera in fondo alla piscina è un incubo solo per chi naviga a vista, inseguendo un obiettivo che non sempre arriva. Per i vincitori è semplicemente la stella che segna il cammino. La testa nell’acqua e via, si torna a combattere.

Si è iscritto a tre gare: 50 e 100 stile libero, 100 farfalla. Il clan si è ricompattato e ha lanciato il messaggio.

Lo fa per divertirsi, non può pregiudicare nulla di quanto ha fatto. Non ha nulla da perdere.”

Bugie a fin di bene.

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Nessuno si sogna di ridimensionare un fenomeno come Michael Phelps. L’uomo del destino per il nuoto, soprattutto in America. Grazie alle sue imprese la tv ha cominciato a riprendere in diretta i Trials, i tesserati sono aumentati del 28%, le sponsorizzazioni si sono triplicate, i biglietti per gli eventi con lui in vasca sono andati a ruba. Mettere in discussione tutto questo sarebbe da stupidi. Non lo farebbe neppure un giornalista.

Ma se farà splash, si prepari a commenti di commiserazione per il tentativo fallito. Alle accuse di scarso senso della realtà, alla constatazione di quanto sia lungo e difficile da percorrere il viale del tramonto. E’ stato così per Mike Spitz e il tentativo di rientrare a Barcellona 1992, è stato così per Ian Thorpe e la rincorsa fallita a Londra 2012. E questo non solo perché tutto si perdona fuorché il successo, ma anche e soprattutto perché i fallimenti di un eroe sportivo li sentiamo bruciare sulla nostra pelle. Ci sentiamo traditi da chi ha avuto tutto e non ha saputo fermarsi al momento giusto.

Michael Phelps è stato il primo a diventare davvero ricco con il nuoto, ha guadagnato dieci milioni di dollari che rappresentano un sogno inarrivabile per chiunque si tuffi in acqua e dia l’anima per portare a casa qualche medaglia.

E’ stato il primo nuotatore capace di conquistare una popolarità universale, è diventato un divo. Il coach Bob Bowman ha addirittura inserito un allarme su Google, suona ogni volta che il nome Phelps appare su Internet.

Michael ha messo tutto nel calderone. Vittorie, imprese memorabili, gossip, fidanzamenti improbabili, paparazzate, errori di gioventù come le foto che lo immortalavano mentre fumava marijuana, corse in auto, record del mondo, vittorie per un centesimo di secondo, baffi/pizzetto e birra. Ha mischiato ogni ingrediente e ne è uscito ricco e famoso.

E adesso si rituffa in acqua. A 28 anni compiuti da un pezzo.

MP

Aveva detto di essere stufo della sveglia che suonava implacabile alle 4 del mattino, dei doppi allenamenti quattro volte a settimana, degli esercizi ogni santo giorno dell’anno, di girare il mondo senza mai riuscire a vedere una città. E invece è andato a sottoporsi a due test antidoping nel terzo trimestre del 2013, si è messo a dieta, ha perso sette chili ed è ripartito.

Con lui probabilmente ci sono gli stessi di sempre. Bob Bowman e un altro tecnico, un fisioterapista, un medico, un nutrizionista, un esperto di pubbliche relazioni e un manager. Non si mette in moto la macchina solo per divertirsi. Michael Phelps lo fa perché ci crede.

Sembra nato per il nuoto e come ogni innamorato fatica a staccarsi dall’oggetto del desiderio. Ha inventato il “quinto stile”, quell’ondulazione subacquea con sgambata a delfino, quindici metri sotto la superificie dell’acqua dopo la virata. Ha sfruttato le sue doti fisiche: altezza di 1.95, apertura alare di due metri. L’ideale per il bilanciamento in acqua. Spalle larghe, schiena piatta, torso lungo, mani enormi. Prese in acqua di grande potenza, viaggiava come se fosse su un carrello.

Sogna, pianifica, raggiungi.”

Aveva firmato con queste parole uno stile da sportivo vincente. Ora la paura è che sia rimasto solo il sogno.

Ma tiferò per lui. Perché mi farebbe male vedere che l’uomo più forte nella storia del nuoto, uno dei migliori nello sport di sempre, fosse tradito dal sul suo ego e fallisse miseramente. Lui che ha vinto senza distinzione di stile (farfalla, misti, stile libero), di distanza (dai 100 ai 400 metri), di condizione (per un centesimo o per distacco). Uno che non ha mai sentito la pressione.

E’ salito sui blocchi a Sydney 2000 per la prima Olimpiade e vorrebbe esserci ancora sedici anni dopo a Rio de Janeiro per gli ultimi Giochi da agonista.

Per ora si è iscritto all’intero circuito del Gran Prix: 24-28 aprile a Mesa, maggio a Charlotte. Se tutto andrà bene, ad agosto sarà a Irvine per i campionati nazionali. Poi, se il sogno non si sarà trasformato in un incubo, ci saranno i Mondiali a Kazan nel 2015.

Aveva 15 anni Michael Phelps quando mi ha stupito per la prima volta. Ne ha 28 e continua a pensare di essere ancora in grado di farlo.

Io tifo per lui, ma non mi venga a dire che lo fa per divertirsi.

 

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