Stasera a teatro “Il paese più sportivo del mondo”. Ingresso libero

Stasera al Teatro Caos di Chianciano Terme, dalle 21:15 sarà rappresentato per la prima volta “Il Paese più sportivo del Mondo”, racconto a due voci con Lorenzo Bartoli e Alessandro Waldegram, tratto dall’omonimo libro di racconti scritto da Riccardo Lorenzetti. Regia di Manfredi Rutelli.

Esiste un piccolo paese, da qualche parte di una Toscana più immaginaria che reale, dove andresti ad abitare domani mattina. Non ha un nome. Sappiamo che lo chiamano “il paese più sportivo del mondo”, ed a pensarci bene il nome non è affatto importante. Perché importanti sono, in realtà, i personaggi che lo abitano. Che gli danno colore e spessore. Che raccontano storie alle quali non sarà difficile affezionarsi, perché sono storie che parlano di noi. Ci raccontano nel profondo di come siamo e, forse, anche di come vorremmo e dovremmo essere. Lo sport, e la sua epica fiammeggiante, è il veicolo ideale per capire cosa succede in questo piccolo paese.
E allora ecco che vengono fuori memorabili corse di biciclette e indimenticabili tornei di biliardo. C’è la fenomenale coppia-gol di una squadra amatoriale e gare di corse campestri per bambini, occasione di integrazione tra culture diverse.

Ma soprattutto, ci sono i “motori” delle storie, che sono gli abitanti del paese, maestri elementari e contadini, segretari comunali e preti, bottegai e bariste prosperose. Il paese più sportivo del mondo racconta queste storie qui, dove ognuno è a suo modo protagonista di qualcosa che passa alla storia. E se non proprio passa alla storia (con la Esse maiuscola) entra a far parte della piccola cronaca romanzata e di una vita vissuta comunque con la voglia di esserci.
È un mondo in miniatura dove ha ancora un senso l’amicizia e la parola data. Dove i rapporti umani sono lì, belli e intangibili, con le loro contraddizioni, i loro litigi ma anche con la consapevolezza che siamo uomini. E, come tali, destinati a vivere insieme alla gente, che notoriamente ha pregi e anche difetti.
Ma sempre meglio che chiudersi dentro una torre d’avorio.

Oliva racconta l’uomo e il pugile, sfida se stesso e fa centro anche a teatro

Via Chiaia, centro storico di Napoli.
Arrivo con passo lento da piazza dei Martiri, mi fermo all’altezza del civico 157, davanti all’ingresso del Sannazzaro: un teatro dell’Ottocento. Mi raccontano che su quel palcoscenico si sono esibiti attori come Emma Grammatica e Ruggero Ruggeri. Resto colpito da tanta nobilità.

È martedì 26 giugno, mancano pochi minuti alle 21.
Una piccola folla si muove davanti all’ingresso, quattrocento posti, tutto esaurito.
Patrizio Oliva sta per lanciare l’ennesima sfida.
Detrattori ne ha sempre avuti, e sempre ne avrà. È nello spirito del personaggio. Poco accomodante, cerca un’empatia istintiva con l’interlocutore. Quasi mai a caccia di complicità, ma spesso pronto a offrirsi come onesto e combattivo compagno di avventura.

Campione olimpico, miglior pugile dei Giochi di Mosca 1980; da professionista campione italiano, europeo e mondiale. Aveva vinto tutto eppure lo criticavano.

Figuratevi adesso che combatte fuori dalle corde di un ring.
Diffidenza, ecco l’atteggiamento contro cui è andato a sbattere in molti casi.

“Ciao Patrizio, che programmi hai?”
“Voglio provare a fare l’attore?”
“Sì, vabbuò. E io faccio o’ puggile”.
Ma Patrizio tiene a capa tosta.

Mentre aspetto, leggo velocemente la locandina.
Patrizio vs Oliva
drammaturgia di Fabio Rocco Oliva
da “Sparviero, la mia storia” di Patrizio Oliva e Fabio Rocco Oliva.

Sono le 21:20, mancano dieci minuti all’inizio.

Entro.

Incrocio vecchi compagni di viaggio, personaggi con cui ho trascorso momenti felici. Pugili come Elio Cotena, Salvatore Bottiglieri, Franco Zurlo, Mario Oliva. Giornalisti che da decenni raccontano la boxe in modo poetico e professionale come Franco Esposito.

C’è la Napoli del ring in platea, ma non solo. Vedo attori, noti esperti di finanza, dirigenti federali, medici.
È un bel parterre. Posti vuoti non ce ne sono.
Lo spettacolo ha inizio con i canonici venti minuti di ritardo, sembra non se ne possa fare a meno.

Patrizio parte teso, preoccupato. Nella prima scena va via appoggiando la recitazione sulla memoria, sembra gli manchi qualcosa dentro, c’è poca anima nella sua parola. Poi, lentamente, trova il ritmo giusto e, come nei giorni d’oro sul ring, travolge tutti.

Affiancato, a volte guidato, da Rossella Pugliese (attrice da applaudire spesso, ammirare sempre) si muove da padrone.

A mezza via tra il dramma e la tragedia, con minime divagazioni ironiche, Patrizio vs Oliva è uno spettacolo di passione pura in grado di scatenare emozioni forti, coinvolgenti.

È la storia violenta dell’uomo, il racconto del suo lento divenire pugile: da bambino di appena 40 chili a campione di valore assoluto.

La nascita e i giochi in via Stadera; l’infanzia ferita dalla prematura scomparsa del fratello Ciro, morto quando aveva solo 16 anni. I litigi continui tra i genitori, il papà che amava il vino e diventava violento con la mamma. Lei, una bella donna calabrese dal viso combattivo e rassegnato (non so se i due aggettivi possano coesistere, ma è così che la ricordo, e così l’ha resa sul palcoscenico Rossella Pugliese), doveva lottare per tirare avanti la famiglia numerosa e faceva una fatica disumana per accettare la tragedia che era entrata nella sua casa.

L’avvio dello spettacolo è affascinante. L’attrice recita in dialetto calabrese. Non capisco il significato delle parole, ma è la musica delle stesse e la cadenza con cui sono recitate a esprimere appieno il senso del discorso. Da applausi anche questo momento.

La fuga del papà, il dolore, la sofferenza. E poi l’amore per la boxe, nato inseguendo i sogni che erano del fratello Mario, la consapevolezza del suo valore. Il dramma sfiorato ai Giochi di Mosca, quando l’intera squadra aveva rischiato di essere fatta fuori dal torneo per non essersi presentata in tempo alle operazioni di peso. La vittoria olimpica, il trionfo mondiale tra i professionisti. Quattro quadri che si chiudono con l’affascinante voce di Paolo Rosi che scandisce “Oliva è il nuovo campione del mondo”.

Patrizio riempie la scena. Con una presenza fisica scattante e dinamica, insolita in un quasi sessantenne. A vederlo tirare colpi in velocità, ballare sulle punte, schivare e rientrare, padrone sempre e comunque del gesto tecnico, torno indietro nel tempo. Nell’uomo di oggi rivedo il campione di ieri.

Da attore entra nel cuore del personaggio, racconta se stesso senza nascondersi dietro retorica o pudore. Si dà al teatro in modo assoluto. In fondo è come stare sul ring. È abituato a combattere contro se stesso.
Il ritmo incalzante degli ultimi due quadri, i dialoghi stringenti, la bravura di entrambi i protagonisti. Emozioni forti. In sala c’è chi, commosso, piange senza ritegno. Chi si sente trasportato da una strana frenesia.

Patrizio riesce a dare intensità al personaggio, spessore alla storia.

E alla fine tutto il teatro è in piedi ad applaudire.

Una standing ovation. Vera, non quella che a volte sento raccontare da alcuni telecronisti: se l’applauso viene da un pubblico che è seduto, non c’è standing. Ma questa è un’altra storia.

Siamo tutti in piedi e applaudiamo perché abbiamo ricevuto uno dei doni che solo uno spettacolo teatrale che coglie nel segno riesce a dare. Ci siamo emozionati.

No, non credo che qualcuno possa inventarsi pugile dall’oggi al domani.

Ma penso che Patrizio Oliva l’attore possa farlo davvero.

LA SCHEDA

Patrizio vs Oliva
drammaturgia di Fabio Rocco Oliva
da Sparviero, la mia storia di Patrizio Oliva e Fabio Rocco Oliva, Edizioni Sperling&Kupfer
con Patrizio Oliva e Rossella Pugliese
regia di Alfonso Postiglione
spazio scenico Daniele Stella
costumi Giuseppe Avallone
disegni e illustrazioni Daniele Bigliardo
musiche Stefano Gargiulo
organizzazione e produzione Maurizio Marino per ArteTeca Stefano Sarcinelli per Laprimamericana
durata 75 minuti

 

“Dentro i secondi” con Antonello Cossia da giovedì al Teatro Tram di Napoli

Francesco De Luca, capo dello sport de Il Mattino,  ha dedicato un articolo allo spettacolo “Dentro i secondi” che andrà in scena al Teatro Tram di Napoli (via Port’Alba, 30) da giovedì 12 a domenica 15 (i primi tre giorni alle ore 21, l’ultimo alle ore 18).

Lo show è diretto e interpretato da Antonello Cossia, attore, regista, autore che ha scritto e interpretato anche “A testa alta”: storia della vita del padre ex-pugile, atleta della nazionale azzurra che rappresentò l’Italia ai giochi olimpici di Melbourne in Australia, nel 1956.

I testi di “Dentro i secondi” sono di Franco Esposito e Dario Torromeo. Costumi: Annalisa Ciaranella, disegno luci: Angela Grimaldi, musiche a cura di Francesco Albano, produzione: Altrosguardo.

Protagonisti nell’ombra. Scudieri, accompagnatori preziosi dei primattori, spesso primattori anch’essi, mai avvezzi però alla prima pagina e al titolo a nove colonne.
Presenze fondamentali, essenziali, al fianco dei campioni, le cui vittorie sono sovente il prodotto del lavoro degli insostituibili: spalle preziose su cui poggiarsi quando la fatica diventa terribile, sparring, compagni d’avventura. Inamovibili, silenziosi, operosi, fedeli e fidati. Una vasta specie con connotati precisi. E oltre un secolo di opere risolutive: alcuni entrati con dolce prepotenza nella storia dello sport. Gunboat Smith, pugilatore all’inizio dell’altro secolo, si faceva prendere a pugni dal suo superiore: preparava il celebre Jack Johnson, l’odio dei bianchi d’America, alla conquista del mondo. E poi: Carrera e Milano, gli angeli di Coppi, Nobby Stiles il cattivo dell’Inghilterra che si prese la World Cup nel ’66; Lodetti e Bonini che correvano per Rivera e Platini…
Gli ultimi che diventano primi, e talvolta primi s’inventano davvero.
È l’immutabile magia dello sport.

Scrive Emanuela Audisio nella prefazione:
“Sono i Sancho Panza dello sport. Gonfiano i sogni altrui, li rendono materia. Danno concretezza alle imprese, anzi le cucinano e le sfornano calde. Fanno nascere romanzi sportivi strepitosi. Sudano, lottano, si sacrificano. Anche se ad alzare le braccia è sempre Don Chisciotte, non il suo fedele servitore. Sono l’ombra che lascia la grandezza. Sherpa di salite anche esistenziali. Nessuno ha mai capito chi glielo fa fare: troppa timidezza, disagio, generosità, masochismo. Danno il loro meglio agli altri, ai campioni che li sfruttano e li ricompensano con una carezza di gloria”.

Ecco un estratto della storia di Jimmy Ellis, amico e sparring di Muhammad Ali.

Era l’estate del Settantuno.
«Ciao campione»
«Ciao campione».
«Stavolta saremo rivali»
«Jimmy lo so che sei forte. Per diventare mio sparring devi essere veramente bravo».
«Ali ti rispetto, ma cercherò di batterti».
«Coraggio amico, andiamo a divertirci».
Jimmy cercava di mostrare all’altro la sua bravura, voleva fargli vedere quanto fosse migliorato. Centinaia di round di sparring gli avevano svelato ogni segreto di Ali. Poteva intuire quando sarebbe partito il jab sinistro, quando avrebbe provato a entrare con il diretto destro. Avrebbe potuto, ma non era riuscito a farlo.
Ali era tornato indietro nel tempo. Volava come una farfalla e pungeva come un’ape. Poi nel quarto round piazzava un destro che faceva tremare l’intero corpo di Ellis. Da quel momento il match viveva nell’attesa del colpo finale, con una storia che sembrava essere stata scritta molto tempo prima.
Nella dodicesima ripresa un montante sinistro di Ali centrava l’amico, lo scuoteva, rendeva traballanti le sue gambe.
Un’altra serie lo portava sull’orlo dell’abisso. A quel punto Ali si fermava, aspettava che accadesse qualcosa, che qualcuno ponesse fine a quella mattanza. L’arbitro Jay Adson capiva al volo il drammatico momento e chiudeva l’impari sfida.
«Ali perché ti sei fermato?»
«Ho visto nei suoi occhi una grande sofferenza».
«Ti sei fermato perché era un tuo amico?»
«Mi sono fermato perché è un uomo, come me. E io non voglio uccidere un uomo sul ring».
«È stato un match facile?»
«Sono stato in gamba, ho battuto il peso massimo più forte del mondo dopo di me».

L’idea per la realizzazione di questo spettacolo si basa sul libro scritto da Franco Esposito e Dario Torromeo: “Dentro i secondi” (Absolutely Free Editore), in cui gli autori spaziando su un ampio arco sportivo, tracciano trenta ritratti in cui più che la gloria, c’è la fatica di personaggi che appunto sono scavati nell’ombra, dove i riflettori non riescono ad arrivare, eppure abbiamo vissuti preziosi poiché senza la tenacia di costoro, tanti campioni non sarebbero saliti sul gradino più alto del podio, non avrebbero conquistato nelle varie discipline indagate quelle vittorie che li hanno consegnati attraverso il bacio della gloria alla Storia mondiale dello sport.

Dal calcio al pugilato, si snocciolano i racconti dei “secondi” che non corrono solo di lato o stanno all’angolo, ma hanno stoffa e talento di livello, che sacrificano e mettono a disposizione di altri per i motivi più diversi.

Campioni con poca gloria a cui è solo capitato di essere contemporanei di altri ancora più grandi e più luminosi come Jimmy Ellis, che fu allo stesso tempo sparring-partner ed anche avversario di “un certo” Cassius Clay-Muhammad Alì, sempre con molto rispetto reciproco.

Come Giovannino Corrieri, gregario di Gino Bartali, la maglia rosa più veloce della storia: la indossò a mezzogiorno, la sfilò qualche ora dopo, quando Koblet vinse la tappa del pomeriggio che avrebbe portato fino al termine del Giro 1950. Poche ore di gloria, una vita ad accudire Bartali in bicicletta. Tempo votato a sacrificarsi per il capitano nonostante una segreta ammirazione per Coppi.

Il ciclismo e il pugilato sono i più grandi fornitori di storie, ma c’è anche il calcio, l’atletica leggera, il canottaggio. Ritratti di accompagnatori preziosi, spalle fondamentali alle quali appoggiarsi quando la fatica diventa terribile. Vite da gregari, dunque, termine di cui non si abusa. Agonisti formidabili, votati alla discrezione, non attratti dalla pubblicità, abituati a sudare nel silenzio e nel sacrificio, lavoratori ostinati, coraggiosi, generosi. Non sono questi i vincenti da copertina, ma che risultano fasulli alla prima sconfitta, sgretolandosi in mille distrazioni che li allontanano dal percorso.

Dal 12 aprile al Teatro Tram di Napoli va in scena “Dentro i secondi”…

Dal 12 al 15 aprile (giovedì, venerdì e sabato alle ore 21, domenica ore 18) al Teatro Tram di Napoli (via Port’Alba, 30) va in scena Dentro i secondi, uno spettacolo diretto e interpretato da Antonello Cossia (attore, regista, autore, ha scritto e interpretato anche “A testa alta”. La storia portante, il filo rosso che unisce e guida, è quella del padre ex-pugile, atleta della nazionale azzurra che rappresentò l’Italia ai giochi olimpici di Melbourne in Australia, nel 1956). Testi di Franco Esposito e Dario Torromeo. Costumi: Annalisa Ciaranella, disegno luci: Angela Grimaldi, musiche a cura di Francesco Albano, produzione: Altrosguardo.

Protagonisti nell’ombra. Scudieri, accompagnatori preziosi dei primattori, spesso primattori anch’essi, mai avvezzi però alla prima pagina e al titolo a nove colonne.
Presenze fondamentali, essenziali, al fianco dei campioni, le cui vittorie sono sovente il prodotto del lavoro degli insostituibili: spalle preziose su cui poggiarsi quando la fatica diventa terribile, sparring, compagni d’avventura. Inamovibili, silenziosi, operosi, fedeli e fidati. Una vasta specie con connotati precisi. E oltre un secolo di opere risolutive: alcuni entrati con dolce prepotenza nella storia dello sport. Gunboat Smith, pugilatore all’inizio dell’altro secolo, si faceva prendere a pugni dal suo superiore: preparava il celebre Jack Johnson, l’odio dei bianchi d’America, alla conquista del mondo. E poi: Carrera e Milano, gli angeli di Coppi, Nobby Stiles il cattivo dell’Inghilterra che si prese la World Cup nel ’66; Lodetti e Bonini che correvano per Rivera e Platini…
Gli ultimi che diventano primi, e talvolta primi s’inventano davvero.
È l’immutabile magia dello sport.

Scrive Emanuela Audisio nella prefazione:
Sono i Sancho Panza dello sport. Gonfiano i sogni altrui, li rendono materia. Danno concretezza alle imprese, anzi le cucinano e le sfornano calde. Fanno nascere romanzi sportivi strepitosi. Sudano, lottano, si sacrificano. Anche se ad alzare le braccia è sempre Don Chisciotte, non il suo fedele servitore. Sono l’ombra che lascia la grandezza. Sherpa di salite anche esistenziali. Nessuno ha mai capito chi glielo fa fare: troppa timidezza, disagio, generosità, masochismo. Danno il loro meglio agli altri, ai campioni che li sfruttano e li ricompensano con una carezza di gloria.

Ecco un estratto del capitolo dedicato a Jimmy Ellis, amico e sparring di Muhammad Ali.

Era l’estate del Settantuno.
«Ciao campione»
«Ciao campione».
«Stavolta saremo rivali»
«Jimmy lo so che sei forte. Per diventare mio sparring devi essere veramente bravo».
«Ali ti rispetto, ma cercherò di batterti».
«Coraggio amico, andiamo a divertirci».
Jimmy cercava di mostrare all’altro la sua bravura, voleva fargli vedere quanto fosse migliorato. Centinaia di round di sparring gli avevano svelato ogni segreto di Ali. Poteva intuire quando sarebbe partito il jab sinistro, quando avrebbe provato a entrare con il diretto destro. Avrebbe potuto, ma non era riuscito a farlo.
Ali era tornato indietro nel tempo. Volava come una farfalla e pungeva come un’ape. Poi nel quarto round piazzava un destro che faceva tremare l’intero corpo di Ellis. Da quel momento il match viveva nell’attesa del colpo finale, con una storia che sembrava essere stata scritta molto tempo prima.
Nella dodicesima ripresa un montante sinistro di Ali centrava l’amico, lo scuoteva, rendeva traballanti le sue gambe.
Un’altra serie lo portava sull’orlo dell’abisso. A quel punto Ali si fermava, aspettava che accadesse qualcosa, che qualcuno ponesse fine a quella mattanza. L’arbitro Jay Adson capiva al volo il drammatico momento e chiudeva l’impari sfida.
«Ali perché ti sei fermato?»
«Ho visto nei suoi occhi una grande sofferenza».
«Ti sei fermato perché era un tuo amico?»
«Mi sono fermato perché è un uomo, come me. E io non voglio uccidere un uomo sul ring».
«È stato un match facile?»
«Sono stato in gamba, ho battuto il peso massimo più forte del mondo dopo di me».