Vigilia della sfida più importante, Turchi racconta la boxe e la vita

Sabato si va in scena. Fabio Turchi sarà impegnato nel ruolo più difficile della carriera. Richard Riakphore è rivale terribile, il vincitore staccherà il biglietto per una sfida mondiale contro Mairis Briedis, campione IBF dei massimi leggeri. La boxe è un testo che pochi attori possono recitare. E allora questa storia ho pensato di raccontarla così, attraverso un lungo monologo che ho scovato tra le pagine del mio blog. Immaginate un piccolo, affascinante teatro nei vicoli storici di Firenze. Una sala piena di gente che vuole bene al suo campione. Luci spente, solo un occhio di bue puntato sull’attore. Un vecchio blues suona a volume non troppo alto, lui vi fissa negli occhi e sembra parli ad ognuno di voi. Si comincia.

Mi chiamo Turchi, Fabio Turchi. Sono nato a Firenze, in zona Careggi. Mi sono spostato all’Isolotto e poi a Rifredi. Non mi fermo mai. Quando con la mamma andavo ai giardini, ero ancora un bimbo dell’asilo, mi mettevo lontano da tutti gli altri ragazzini e mi muovevo come se dovessi fare il vuoto o la ginnastica. Anche se non sapevo cosa fossero il vuoto o la ginnastica.

Papà mi ha portato in palestra quando avevo quattro o cinque anni. A vedere gli altri sia chiaro, non ad allenarmi. Mi è subito piaciuto tutto. L’odore, l’atmosfera, i rumori.Il locale era lo stesso di oggi, quello dove lui insegna.
Prima che nel ’98 la bruciassero, la palestra aveva il parquet. Ricordo le luci in alto. Erano gialle, diverse da qualsiasi altra luce avessi mai visto in giro.
E poi c’era lo stanzino dei pesi. Non volevano che entrassi, così mi fermavo fuori ad ascoltare. Loro li facevano cadere sul pavimento, pensavano così di incutermi timore. A me, quel rumore piaceva. A volte, poche in verità, mi permettevano di salire sul ring. Mi guardavo intorno, era bellissimo. È stato amore a prima vista.

Il babbo l’ho visto combattere raramente da professionista. Ricordo che stavo malissimo. Avevo una paura terribile. Temevo potesse perdere, ero terrorizzato che potesse farsi male. Ma lo scenario che c’era attorno mi piaceva, tanto.
Sognavo di viverle anch’io, un giorno, quelle atmosfere.
Da ragazzino, mi mettevo in un angolo da solo e facevo la telecronaca come se fossi Rocky Mattioli o Nino Benvenuti. Sul ring e nella mia testa, a battersi per il titolo c’ero io.

Per me la boxe è professionismo. È sempre stato la mia aspirazione.
Il dilettantismo mi ha fatto crescere come atleta e come uomo. Ma non faceva per me. Non giudico chi ha scelto di vivere solo di quello, lo rispetto. Nella mia testa però il dilettantismo è un momento di crescita, di passaggio nel lungo viaggio verso la vera meta: il professionismo.
Non avere fatto un’Olimpiade è stata un’occasione mancata. Sono arrivato alla fase finale del dilettantismo vuoto. I ritiri continui, il fatto di avere davanti uno come Clemente Russo, personaggio e pugile di caratura importante, pensare all’inserimento nei gruppi militari come obiettivo da raggiungere, sentirmi più uno da scrivania che uomo da ring, ecco sono state queste sensazioni che mi hanno convinto a cambiare.
È stato difficile lasciare la sicurezza dell’Esercito e le certezze del dilettantismo. Avevo addirittura pensato di smettere. È stato il periodo più buio da quando ho cominciato a fare questo mestiere. Il più brutto della mia vita. E non parlo solo dello sport.
Papà mi diceva che ero impazzito, che stavo sbagliando. Quelli che dicevano di essermi amici, mi hanno lasciato solo. Gli anziani pensavano avessi perso la testa. Non sapevo dove trovare una certezza.

Con il tempo mi sono preso molte rivincite. Non solo su me stesso, ma su tanta gente che pensava avessi sbagliato tutto.
Non dico che i soldi non siano importanti, sarei un ipocrita. Dico che ho sempre cercato entusiasmo in quello che facevo e ho voluto essere coerente accettando di rischiare in proprio.
Ero e sono convinto che il dilettantismo sia una fase di passaggio, di crescita, comunque un momento di transizione. E che il professionismo sia la boxe vera. Con questi concetti nella testa non potevo che fare la scelta che ho fatto.
Non ho vinto titoli assoluti, parlo di europei o mondiali, eppure ho avuto una buona popolarità. Alla gente evidentemente piace la mia semplicità. E chi ama questo sport ha apprezzato la scelta di andare controcorrente.

Tra un match e l’altro passa molto tempo e io devo faticare, soprattutto a tavola. Mi piace mangiare, soprattutto quello che non potrei, pasta e dolci ad esempio. Ma sono anche uno scrupoloso. Quando vado in allenamento non mi concedo distrazioni. Voglio arrivare al match al massimo, senza avere rimpianti per una seduta in palestra fatta male o per uno sgarro nell’alimentazione.

Quando sono andato via di casa, sapevo fare davvero poco. Mamma mi vedeva raramente, ero sempre in ritiro, quando tornavo mi viziava. Adesso credo di essere cresciuto. E non solo perché ho imparato a cucinare, ma anche perché ho capito cosa significhi gestire un bilancio familiare. Pagare le bollette, rispettare le scadenze. Fino a quando ero con i miei, pensavano a tutto loro. Ora sono diventato grande.

Avere un padre che fa l’allenatore è un’arma a doppio taglio. A volte è meglio avere vicino uno che ti conosce bene, sotto match riesce a regalarti una buona percentuale di rendimento in più. Ma può anche essere un male. Una sua critica mi tocca più di quello che potrebbe toccarmi se a farla fosse uno che è solo il mio maestro.
Quando ero ancora in casa, era stressante. Parlavamo di pugilato 24 ore al giorno. Adesso va meglio.

Ho sempre visto l’America come il paradiso del pugilato. Da bambino giocavo alla play station e sceglievo la boxe, vedevo Holyfield e Tyson e avrei voluto essere loro. Evander aveva anche i pantaloncini viola, il colore della Fiorentina. Come avrei potuto non volergli bene…
Se un giorno il mio manager fosse venuto da me per dirmi: “Fabio, abbiamo l’accordo per un match con il mondiale in palio”, credo che avrei provato sensazioni contrastanti. Entusiasmo per il momento più importante della carriera, tensione perché mi sarei chiesto: sono davvero all’altezza?
Ora sono vicino al momento in cui avrò le mie risposte.

La gente di Firenze mi è vicina. Ho tanti sostenitori. Ma se guardo avanti credo che dovrei scoprire altri posti. Per crescere bisogna uscire dal guscio. Il fiorentino vede solo la sua città, e questo non è un bene. Il mondo va scoperto.

La sconfitta con McCarthy è acqua passata. Per mesi interi non ho pensato ad altro. Ho recriminato su quello che avrei potuto fare, su come sarebbe potuto finire quel match. Ma ora basta. Sono tornato a lavorare. Sudore e sacrificio hanno lavato ogni malinconia.
Quando ho affrontato McCarthy, sono salito sul ring con la maglietta della Fiorentina. Visto come è andata forse avrei fatto meglio a mettere quella della Juventus, magari mi avrebbe portato un po’ più di fortuna. Scherzo. Sul ring non importa cosa indossi, quella è coreografia. Il pugilato è uno sport di testa e di fisico, certamente non vinci o perdi per il colore della maglietta.

È la prima volta che faccio una semifinale mondiale. È l’esame più importante. Si combatte in un’Arena che mi affascina. Londra dirà se valgo il mondiale.
Sono pronto.

Cala il sipario. Il prologo è andato bene, applausi del pubblico.
Tra non molte ore andrà in scena il primo e unico atto di una sceneggiatura che dovrà essere recitata senza sbavature.
Fabio sarà il protagonista dello spettacolo che ha sempre sognato.
Forza campione.

1 Comment

  1. Credo in Turchi, mi ha molto impressionato agli esordi da pro,ma con il tempo è un po rallentato,se tornasse quello che ho potuto vedere con in più la giusta cattiveria e perché no un pizzico di fortuna può farcela, anche dopo, ma dovrà metterci tanto cuore perché la testa conta il fisico uguale, ma la differenza che ti fa vivere quello che stai attraversando,avendo, passa dal cuore, non è un pugile che ha avuto la vita difficile di molti, ma oggi non conta molto,vita tranquilla, famiglia tranquilla e un sogno nel cassetto dalla tenera età non sembrerebbero i presupposti ideali per vincere,ma lo deve, perché sarà servito tutto a nulla

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