Dentro i secondi. La storia di Nobby Stiles, la tigre sdentata

La storia di Nobby Stiles, centrocampista dell’Inghilterra campione del mondo nel ’66, detto “la tigre sdentata”.

Danza Nobby. Vola come una farfalla, pungi come un ape.

Impossibile anche il solo pensarlo.

Doveva esserci qualche disturbo nella comunicazione, il messaggio non poteva essere per lui. Non c’era nessun Bundini Brown accanto a Norbert “Nobby” Peter Stiles. “The hands can’t hit what the eyes can’t see”. Le mani non possono picchiare quello che gli occhi non vedono, diceva Muhammad Ali.

Nobby non aveva bisogno di vedere, randellava qualsiasi cosa facesse rumore e non avesse la maglietta dell’Inghilterra. Nobby’s dance.

Il ballo di Nobby è entrato nella storia in un giorno di luglio del Sessantasei.

In un clima di eccitazione collettiva l’Inghilterra vinceva la prima e unica Coppa del Mondo di calcio allo stadio di Wembley, davanti a novantatremila spettatori.

Stiles, ebbro di una felicità così intensa che mai aveva provato prima, saltellava sull’erba. Nella mano sinistra teneva alta la Coppa del Mondo, nella destra stringeva i suoi denti finti. Gli mancavano tutti i superiori: incisivi centrali e laterali, canini. Aveva un sorriso da film dell’orrore. Li aveva persi giovanissimo in uno scontro di gioco. Ma non si curava certo della sua immagine in quel momento, anche se c’era la televisione a immortalarlo in un primo piano che ancora commuove i tifosi inglesi…

 

(estratto da una delle trenta storie di “Dentro i secondi” di Franco Esposito e Dario Torromeo, edizioni Absolutely Free)

Dall’inferno si può tornare

koverCon questo testo ho vinto il Primo Premio al 44° Concorso Nazionale del CONI per il Racconto Sportivo.

Ho paura. Paura di morire.
La ferita brucia. Fitte lancinanti partono da un taglio profondo sul fianco destro, attraversano il torace, salgono fino alla testa e si piantano nel cervello. Mi sento come se un animale si stesse divertendo ad affondare gli incisivi, a lacerare la mia carne.
L’acqua mi entra negli occhi, il vento mi sbatte addosso con violenza facendomi tremare e rendendo ogni passo una tortura. Il capannone del circo è in fondo alla strada, mancano ancora un centinaio di metri.
Devo trovare qualcuno che possa di aiutarmi.
PE-PAM
L’uno-due era arrivato violento e improvviso.
Steso al tappeto, avevo provato a tirarmi su. Il colpo era sbucato dal nulla e quando aveva centrato la mascella un lampo di dolore si era acceso in ogni parte del corpo. L’impatto era durato un attimo, ma difficilmente l’avrei dimenticato. Sentivo in bocca l’amaro del sangue, dovevo essermi tagliato. Il paradenti non era riuscito a ripararmi dal pugno di Gaetano Terlizzi Buonamonti che con quel faccino da pariolino sembrava non potesse mai farmi del male. Invece mi aveva spedito direttamente all’inferno.
Nun mollà Tinù, tirete su. Fallo pe’ me!

sfida1
La faccia del Palletta era una maschera di dolore, quasi che il colpo l’avesse incassato lui. Quel clown triste era il mio secondo: l’uomo che doveva sdrammatizzare ogni tensione, riportare il sorriso e soprattuto dare una sciacquata veloce al paradenti. E lui aveva rispettato l’intera lista degli impegni.
Fino a quel match avevo avuto per coach un signore anziano, alto e magro. Uno dai gesti calmi, uno che sapeva regalare tranquillità. Si chiamava Gino e aveva sempre lavorato in una palestra di via Merulana. Da quando mi aveva conosciuto si era spostato sulla Nomentana, credeva e sperava che potessi dargli quello che inseguiva da sempre. Una soddisfazione, non chiedeva di più.
Il maestro accarezzava il mio volto di pugile sofferente nella speranza di togliere assieme al sudore anche la fatica.
E, quando serviva, urlava consigli dall’angolo.
Ma stavolta Gino non c’era, se ne era andato qualche giorno prima. Non avevo voluto nessun altro al mio fianco, mi sarebbe sembrata una mancanza di rispetto. Meglio affidarsi al cuore. In fondo non si trattava di trovare qualcuno che potesse suggerire una combinazione di colpi, stavolta la priorità era fare appello ai sentimenti. E il Palletta aveva la linea diretta con l’anima del ragazzo di Garbatella. Che poi ero io.
Arzate Tinù, arzate e spacchelo come un cocommero!”
Avevo provato a rimettermi in piedi. E mentre lo facevo avevo visto scorrere veloci davanti agli occhi i fotogrammi di una vita.
Sopra una porta di legno appena socchiusa c’era una scritta che annunciava una promessa che sapeva di non poter mantenere: Big Gym.
Avevo girato la maniglia ed ero entrato. Non c’erano più di due metri tra l’ingresso e la rampa delle scale che saliva ripida verso il primo piano.
La palestra era in cima, in un locale che aveva la maggior parte dello spazio occupato dal ring. Tre sacchi e un paio di palle veloci si dividevano quel che rimaneva del piccolo salone. A terra le corde, qualche vecchio guantone e la polvere accumulata in anni di superficiali pulizie.
L’odore forte dell’olio canforato e quello acre del sudore riempivano l’aria. Sulle pareti, tra un’ombra e l’altra, erano affissi manifesti che annunciavano grandi riunioni del passato. C’era un poster che mi piaceva più degli altri.

arguello
SABATO 24 FEBBRAIO 1979
Palasport di RIMINI
Alexis ARGUELLO vs Alfredo ESCALERA
Campionato del mondo Wbc superpiuma
Ero troppo giovane per avere visto quella mitica sfida, ma papà me l’aveva raccontata mille volte. All’epoca il sor Augusto, netturbino professionista, era partito da Roma e aveva guidato il camioncino per sei ore di fila sino alla riviera romagnola. Si era goduto lo spettacolo ed era rientrato viaggiando tutta la notte. Era arrivato a mattina inoltrata, in tempo comunque per andare al lavoro.
Lui e zio Peppe si erano fatti compagnia ripetendo fino allo sfinimento ogni secondo di quell’incontro.
Augu’ te ricordi er montante che j’ha messo dentro Alexis?
E sì perché er gancio de Alfredo è stato tenero!
Li chiamavano per nome, come se fossero stati da sempre amici dei due campioni.
Avevo ascoltato quei racconti per mesi, con la stessa attenzione con cui gli altri bambini ascoltavano le favole.
Papà era originario di Priverno, nell’Agro Pontino.
A volte la sera se ne stava con i gomiti poggiati sul tavolo in marmo della cucina e rimpiangeva il paese. Ma soprattutto ne rimpiangeva il vino. Quando era triste gli sembrava di sentire ancora il profumo della bottiglia appena aperta in una delle fraschette che abbondavano dalle sue parti. C’era stato un tempo in cui gli bastavano un paio di bicchieri per essere felice. Poi la giovinezza se ne era andata, aveva conosciuto Maria, la mamma, si erano sposati e lui aveva trovato lavoro a Roma.

padre
Era una brava persona il mio papà. Augusto Bellotti apparteneva a una razza rara. Un marito fedele, un lavoratore instancabile, un uomo onesto.
E amava il suo bambino. Giocava con me, si esibiva in trucchi che aveva imparato dai nonni durante l’infanzia.
Papà, mi fai la magia della moneta?
Ero un ragazzino minuto, con lunghi capelli neri e due grandi occhioni che ti riempivano di gioia. I miei lavoravano tutto il giorno, il papà sui camion dell’immondizia e la mamma a servizio nelle case dei signori. Ma non mi facevano mancare nulla, tanto meno l’affetto. Avevano poco tempo per giocare con me.
Stavo quasi tutto il giorno con la nonna, tranne nei fine settimana. Si chiamava Ida, era bassina, aveva i capelli bianchi, raccolti da una crocchia dietro la testa. Vestiva sempre di nero. Mi voleva bene, me le dava tutte vinte e questo faceva infuriare mamma e papà. Le dicevano che così mi viziava, che poi sarebbero stati loro a fare la parte dei cattivi. Non correvano questo pericolo.
La sera, quando i miei genitori rientravano, erano stanchi. Papà però allontanava la fatica e riusciva a trasformarsi in mago, illusionista, clown.
Quello della moneta magica era il nostro gioco preferito.
Con apprezzabile velocità, lui faceva sparire una moneta per poi farla riapparire dietro il mio orecchio. Io sorridevo, papà mi accarezzava sulla testa e cominciava a raccontare la sua storia preferita. Ma non sempre gli riusciva di avventurarsi tra i ricordi dopo il primo trucchetto.
Ancora!
Era quella una parola che avevo imparato meglio delle altre. E la ripetevo in continuazione, soprattutto quando riuscivo a trovare un compagno di giochi.
Poi finalmente, per papà, veniva il tempo delle favole.
C’era una volta, in un lontano paese sul mare, un giovane principe di nome Alexis. Un giorno di tanti anni fa dalla montagna incantata era arrivato un cavaliere di nome Alfredo …
Era stato così che mi ero innamorato del pugilato. E, diventato grande, avevo deciso di praticarlo. Papà aveva gioito per la scelta. Veloce era stata la gioia, lungo e straziante il dolore di una malattia che se l’era portato via dopo averlo tormentato senza rispetto.
Era stato in quel momento triste della mia vita che avevo incontrato Alice.
Bionda, capelli lunghi, occhi da cerbiatta.
Assieme a lei avevo scoperto cosa fosse l’amore.
Alice mi piaci”.
Sìì? E cosa ti piacerebbe di me?
Tutto. Il viso, il corpo. Mi piace quello che dici, come ti muovi, quando sorridi, quando spalanchi gli occhi per raccontare il tuo stupore. Mi piace quando parli, ma anche quando te ne stai silenziosa ad ascoltare. Lo so, tutto questo sembra retorico, antico. Ma io ti voglio così bene, che non mi impora di sembrare retorico. O antico”.
Ti amo, Tino”.
Avevo imparato a boxare nella palestra al primo piano di un vecchio edificio sulla Nomentana.
Chi mi avesse visto a terra, mentre facevo un’enorme fatica per rimettermi in piedi dopo il knock down, avrebbe potuto obiettare che non avevo poi imparato molto.
E si sarebbe sbagliato.
Io, Tino Bellotti, ero bravo.

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Gli amici mi chiamavano Er Secco. I soprannomi nobili come Hurricane o Rocky, Boom Boom o Dinamite, erano già stati presi. Er Secco andava bene. A Garbatella, dove abitavo, lo giudicavano perfetto. E poi qualcuno aveva mai visto un peso piuma ciccione?
Timido di natura, ragazzo di poche parole, sembrava che riuscissi a esprimermi solo sul ring. Buona tecnica, pugno pesante. Sarei stato perfetto se non avessi avuto un piccolo problema. Ero un emotivo, portavo sulle spalle il peso di un’infanzia che non mi aveva risparmiato nulla. Quando la tensione saliva, diventavo fragile. Mi esponevo ai colpi e perdevo il match, sprecando così ogni occasione per salire sul podio con la maglia della nazionale.
Avevo il naso schiacciato di natura, ero nato in quel modo. Ma ogni volta dovevo ripetere la stessa risposta, come se fosse una filastrocca senza fine.
I cazzotti fanno male, vero Tino? Guarda come ti hanno ridotto!
Sono sempre stato così, non sono stati i pugni a schiacciare il mio naso. I cazzotti che ho preso hanno solo svegliato il mio cervello, l’hanno reso più attivo”.
Avevo preso il diploma, poi mi ero addirittura laureato in Architettura. In corso, senza il minimo ritardo sulla tabella degli esami. E adesso stavo per andare a lavorare in uno studio di professionisti, mille euro al mese e l’obbligo di dire “grazie” ogni volta che avrei ritirato la busta paga. Prima però volevo togliermi l’ultima soddisfazione sportiva.
Volevo boxare in un’Olimpiade.
Attento Tinù! Gira a destra, sennò quello te sdraia!
PE-PAM
Diretto destro, ancora gancio sinistro. Ero di nuovo giù, stavolta sembravo più stupìto che scosso.
Gaetano Terlizzi Buonamonti inseguiva il mio stesso obiettivo. A dispetto del doppio cognome e dell’appartamento ai Parioli, il ragazzo non se la tirava. Ma quando si trattava di cazzotti ne tirava di ogni tipo. Diretti, ganci, montanti. E io lo sapevo bene.
Come stai? Te la senti di continuare?
L’arbitro metteva in fila le domande di rito.
Assorbito l’ultimo gancio, rispondevo di sì con la testa, poi mettevo i guantoni in posizione di guardia. Infine facevo due passi verso di lui per dimostrargli fino in fondo che volevo andare avanti. Credevo di essermi ripreso, ma non avevo recuperato del tutto. Mi serviva altro tempo per pensare, per capire, per riorganizzarmi. E allora avevo cominciato a legare. Abbracciavo Gaetano Terlizzi Buonamonti, gli bloccavo le braccia. Incurante dei richiami dell’arbitro, proseguivo in quella sorta di clinch infinito.
Ero allenato a temporeggiare. L’avevo fatto mille volte a casa, fin da bambino.

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Agosti’ (Tino sarebbe arrivato solo dopo…) va’ a fà i compiti”.
Sì, mamma. Finisco di vedere i cartoni in Tv e vado”.
Vedi de spicciàtte!
Vado, mamma. Adesso vado”.
Agosti’, mo m’hai rotto. Ahò, conto fino a tre: se a due nun stai a studià, a uno te meno!”
Con mamma Maria traccheggiare non mi riusciva molto bene.
Col tempo avrei imparato a ricordare con una vena di malinconia quei rimproveri. Mi sarebbe piaciuto ascoltare ancora le sue minacce in vernacolo, ma anche lei se ne era andata per sempre.
Mi era rimasta solo Alice. E le cose non andavano così bene.
Tino, devi smettere con la boxe. Sei da solo. Hai una laurea, perché non ti trovi un lavoro? Anch’io lo sto cercando, magari possiamo anche sposarci”.
Andrò a lavorare, ci sposeremo. Ma non adesso, prima devo vincere una medaglia ai Giochi”.
Questa della medaglia è un’ossessione. Mi sembra che tu lo faccia più per gli altri che per te stesso. Per tuo padre, per il vecchio maestro. Ma la vita è la tua, la nostra. Attento che così rischiamo di rovinare tutto”.
Non mi capisci, non mi capisci! Quella medaglia significa tutto per me, vorrebbe dire che non ho faticato invano, che non ho sprecato il mio tempo”.
Vincila e poi fai pure festa. Ma da solo. Io sono stanca di aspettare”.

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Ancora pioggia, sempre più fitta, sempre più forte. Ma adesso vedo con chiarezza la luce che esce dal capannone, la porta è aperta e un’ombra lunga e massiccia occupa metà dell’ingresso. Il dolore al fianco è diventato insopportabile. Il coltello è entrato nella pelle e quel maiale del Giannetti l’ha girato fino ad aprire una ferita che deve essere larga e profonda. Ho provato a tamponarla con un fazzoletto, ma dopo meno di dieci secondi mi sono ritrovato con uno straccio zuppo di sangue tra le mani. È andata meglio con l’asciugamano che avevo nel borsone, ma adesso non ce la faccio più.

Il capannone, l’uomo sulla porta. Ancora qualche passo e potrò chiedere aiuto.
Il Giannetti non è più un pericolo, è scappato quando gli ho sparato un montante alla punta del mento. È piombato a terra. Basso e in carne come è, ha schizzato fango ovunque. Si è rotolato nella pozzanghera, ha scosso la testa per ritrovare un minimo di lucidità e poi è corso via. Senza più il coltello e con un grande mal di testa come regalo.
PE-PAM!
L’uno-due era arrivato direttamente dalla Garbatella.
Gaetano Terlizzi Buonamonti provava a liberarsi di me che gli stavo attaccato come una ventosa. Quando c’era riuscito si era ritrovato in compagnia del gancio sinistro che gli avevo appena sparato in uscita sulla mascella.
Lo sapevo, lo sapevo. Sei grande Tinù, l’hai imbarsamato!
Stavolta era stato il pariolino a piombare al tappeto. E l’arbitro aveva cominciato il conteggio.
Uno, due, tre, quattro, cinque…

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Una passerella in legno a volte può diventare il sentiero che conduce alla salvezza. La pioggia ha trasformato il campo che sto attraversando in una gigantesca pozzanghera. Le scarpe affondano nel fango e appesantiscono la camminata. La passerella mi aiuta. Ho l’affanno, le gambe dure come legno stagionato, il ritmo del cuore che a volte sembra troppo forte, altre troppo lento. Quello che sto facendo è un viaggio all’inferno, ma non ho alcuna intenzione di arrendermi.
Agostino, sai cosa è la boxe?
Sì, maestro”.
Allora dimmelo, che cosa è?
Dare e prendere cazzotti”.
Ti sbagli, è il prezzo che dobbiamo pagare per guadagnarci il Paradiso”.
E dobbiamo pagarlo in palestra, maestro? Dobbiamo pagarlo subito?
Più soffri qui, meno soffri sul ring. Ricordati: se capirai la boxe fino in fondo, imparerai che senza sacrifici non potrai raggiungere quello che vuoi. Imparerai a non arrenderti mai, neppure quando finisci al tappeto. E ti servirà da lezione nella vita”.
Da quel momento in poi ho sempre lottato. E da qualche tempo per battermi ho scelto la squadra più difficile, quella dei buoni. Ho pagato per questo, ho pagato in una notte di tempesta.
…sei, sette, otto, nove, out!
Avevo vinto anche l’ultima sfida. Sarei andato all’Olimpiade, il sogno di una vita. Proprio cinque giorni dopo la morte di Gino. Il maestro se ne era andato senza prendersi la sua soddisfazione. Eppure anche stavolta mi era sembrato di sentirlo all’angolo. Non mi aveva abbandonato. Seduto sullo sgabello tra un round e l’altro avevo ascoltato i saggi consigli dell’uomo che mi aveva cambiato la vita.
Se fossi riuscito a vincere una medaglia ai Giochi gliel’avrei dedicata.
A lui e a papà.
Adesso il capannone è a pochi metri, ma ho la vista offuscata, il peso del corpo è diventato insopportabile, la ferita manda al cervello segnali d’allarme. Ancora qualche secondo e il buio calerà sull’intera storia, sulla mia vita.

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Mentre scivolo lentamente verso un’enorme pozza di fango, con la pioggia che continua a infierire, penso che è finita. Non vedo cosa ho davanti, sento solo qualche suono in lontananza. Riesco a capire poche parole, poi prima che tutto scivoli nella nebbia capto intere frasi.
Gianniiii, aiuto! Aiutooo! C’è un ferito a terra. Gianniiii, chiama il pronto intervento!
Fatto. Tranquillo Chicco, arriva subito. L’ambulanza era qui per l’incontro”.
Tranquillo? Ma che dici? Coooorri, devono correre! Questo sta morendo”.
Perché ti agiti così tanto, lo conosci?
È Tino Bellotti, quello che ha vinto l’oro all’Olimpiade due mesi fa. Quello che si batte assieme ai ragazzi di Don Guido contro gli spacciatori. Gliel’avevano promessa una lezione e adesso è arrivata”.
Eccoli, ecco gli infermieri. Correeete! Tino sta morendo!
A bordo di quell’ambulanza che vola verso l’ospedale ci sono anche il vecchio maestro e il mio papà. Mi si sento sereno. Il medico si danna l’anima per strapparmi alla morte. Ma io non avverto il minimo dolore. Paura non ne ho mai avuta.
E se anche dovesse farsi vedere ora, saranno quei due lì a farla scappare.
Devo lottare.
Qualche anno fa ho sentito una frase che mi ha colpito. Non ricordo se sia stato Muhammad Ali a pronunciarla o se sia invece uscita dalla bocca di Rocky in un film della serie infinita. Non importa. Quella frase l’ho copiata su un foglio, l’ho fatta incorniciare e l’ho appesa sul muro della mia cameretta.
Non è importante come colpisci, l’importante è come sai resistere ai colpi, come incassi. E se finisci al tappeto hai la forza di rialzarti. Così sei un vincente”.
Guardia chiusa senza prendere altri colpi. Limitare i danni e reagire solo a botta sicura. È la regola della boxe. Ho un fisico eccezionale e come molti pugili ho imparato a soffrire senza arrendermi mai. Posso farcela.
Dieci ore dopo, il coach e papà se ne sono andati.
Quando apro gli occhi, vedo il celeste delle pareti della stanza, il bianco delle lenzuola, la luce del sole fuori dalla finestra dell’ospedale. Ho un ago infilato nella vena poco più giù dell’incavo del braccio sinistro. Mi sento confuso, nella testa ho un piccolo martello che non la smette di picchiare. Lento, implacabile, non la finisce mai. Il fianco mi fa ancora male, ma sono vivo e la sensazione più forte è un senso di pace. E di felicità.
Una mano sta accarezzando la mia. Mi giro e vedo il volto di Alice.
È tornata.
Bravo Secco, ce l’hai fatta. Hai vinto”.
Lo sussurra muovendo lentamente le labbra, poi sorride e mi bacia sulla guancia.
Sono finito al tappeto e ho trovato la forza di rialzarmi.
C’è il sole alto a Garbatella, si può ricominciare.

Tre libri in uscita, ci sono dentro calcio, boxe e altri sport. C’è anche una storia per ragazzi…

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Tre nuovi libri di sport e non solo in uscita per le edizioni Absolutely Free.

L’1 ottobre sarà in libreria Dentro i secondi (autori Franco Esposito e Dario Torromeo. Prefazione di Emanuela Audisio). Sottotitolo: Jimmy Ellis, Furino, Martini, Di Capua, lo sport degli ultimi che diventano primi.

Trenta personaggi in copertina.

Protagonisti nell’ombra. Spesso primattori anch’essi, mai avvezzi però alla prima pagina e al titolo a nove colonne. Presenze fondamentali, essenziali, al fianco dei campioni, le cui vittorie sono sovente il prodotto del lavoro degli insostituibili: spalle preziose su cui poggiarsi quando la fatica diventa terribile, sparring, compagni d’avventura.

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Gunboat Smith, pugilatore all’inizio dell’altro secolo, si faceva prendere a pugni dal suo superiore: preparava il celebre Jack Johnson, odiato dai bianchi d’America, alla conquista del mondo. E altri, tanti altri, in numero straripante. Un’alluvione di personaggi diventati mitici.

Figure anch’esse leggendarie: Carrera e Milano, gli angeli di Coppi: l’alessandrino Tagnin che pedinò il grande Di Stefano e gli mise il bavaglio; Giovannino Corrieri l’accompagnatore di Bartali; Nobby Stiles il cattivo dell’Inghilterra che si prese la World Cup nel ’66; Furino capitan gregario, Lodetti e Bonini che correvano per Rivera e Platini; Bellini che diventò campione del mondo in Svezia nel ’58, lasciando titoli dei giornali e popolarit a Pelè, Garrincha e Vavà. Giorgio Damilano gemello di compagnia di Maurizio; Mario Romersi, orgoglio di rastevere, sparring di cui Monzon non poteva fare a meno; Marzio Bruseghin al servizio di capitani tra le sue viti e il suo allevamento di asini; la lepre Korir a un secondo dal suo padrone e dal record del mondo.   Brasher e Chataway, amici e sodali nel riuscito tentativo di Bannister contro il mitico muro dei quattro minuti sul miglio.L’affollata galleria popolata di agonisti formidabili votati alla discrezione, non attratti dalla pubblicità. Il silenzio e il sacrificio della fatica nel folto gruppo che va. Questo libro è nato per raccontarne la vita e le opere. Immagini, facce, nomi. Gli ultimi che diventano primi, e talvolta primi s’inventano davvero. È l’immutabile magia dello sport.

ragazzi

Il 5 novembre uscirà Aiuto, mi hanno rubato la musica (di Paola Pacetti e Dario Torromeo).

Un giallo, con molti sorrisi, per ragazzi dagli 8 agli 11 anni.

Un libro in cui a fare da protagonista è la musica.

Ascoltata, studiata, eseguita.

C’è il jazz, la classica, il rock, il rap.

Ogni genere musicale contribuisce a creare una colonna sonora sulle cui note si sviluppa l’intreccio. Grandi e piccoli si muovono spinti dalla voglia di realizzare i propri sogni.

Un oboe antico viene rubato all’Accademia di musica John Lennon all’Aventino. Quattro studenti si danno da fare per scoprire il colpevole. È il futuro della loro scuola a essere a rischio. A unirli è un sogno da realizzare: registrare una canzone e farla diventare famosa su You Tube.

Ali Soulaiman, origini marocchine da parte di madre, 12 anni. Capelli neri e ricci, occhi verdi, labbra sottili. Veste sempre di nero. Maniaco dei telefonini, ha l’ossessione dei messaggini ed è pieno di dubbi. Per questo gli altri, usando il linguaggio degli Sms, lo hanno soprannominato Xò.

Enrica Teti, detta ET, occhioni profondi e affascinanti affascinanti. È una ragazzina di 12 anni con una voce calda e melodiosa. Ma è anche la sorella di Vinicio: compositore di rap demenziali con cui fa impazzire l’intera famiglia.

Candido è il più piccolo del gruppo, ha 11 anni e la passione per i gialli. È il proprietario di Geronimo, un mastino napoletano che soffre di sdoppiamento della personalità. Quando è triste si sente un canarino, e si fa chiamare Lollo.

Alice ha 12 anni, incredibili capelli rossi, gambe lunghissime, gigantesce sciarpe millerighe. Anche a Ferragosto. Tra lei e Xò c’è tanta simpatia.

Giovanni Scagliarini fa da guida – non solo musicale – al gruppo. È un vecchio rocker che dopo infiniti successi si è ritirato dalla scena e ora scrive jingle pubblicitari.

Nella storia si inseriscono anche Vera, la segretaria della scuola, e Raniero Guerriero: il direttore del Museo di Milano che ha prestato l’oboe alla John Lennon.

Indagini frettolose portano all’arresto di Carlo e Felice, i guardiani della scuola. I ragazzi conducono la loro inchiesta parallela tra colpi di scena e disastri che fanno sorridere. Bruno Grassi è il capo del distretto di polizia, ma soprattutto è il nonno di Candido. Regala fiducia al gruppo che lo ripaga con un grande lavoro. Grazie alle indicazioni e alle prove raccolte dalla piccola banda di investigatori il commissario riesce ad arrestare il vero colpevole.

Xò, Alice, Enrica e Candido festeggiano incidendo finalmente il primo singolo.

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Il 19 novembre sarà in libreria Stanley Ketchel, il più grande dei selvaggi del ring (di Dario Torromeo).

Una versione elaborata e aggiornata di “E chiamavano me assassino”.

Stati Uniti, tra fine Ottocento e inizio Novecento.

Una quindicenne è costretta, sotto ricatto, a sposare un balordo ubriacone che ha venti anni più di lei.

Da quello strano matrimonio nasce un bambino prematuro che cresce accanto a un padre che lo picchia a colpi di cinghia e a una mamma che sfugge la realtà rifugiandosi nelle note di Chopin.

Il ragazzo diventa forte, robusto e si ribella al padre. Lo bastona e scappa di casa.

Trascorre una gioventù da vagabondo, gira tutti gli States, sperimenta giovanissimo il sesso a pagamento. Un dollaro per fare l’amore con una brutta ragazza a cui manca un incisivo e puzza di cavolo bollito.

Il giovanotto scopre presto quanto sia facile fare soldi, basta muovere le mani e picchiare quelli più grossi di lui.

Il piccolo randellatore si chiama Stanley Ketchel ed è nato per boxare. Diventa uno dei più forti pesi medi di sempre. Si batte per il mondiale dei massimi contro Jack Johnson, gigante di colore che sfida i bianchi facendo sesso con le loro donne. Un match in cui i manager si sono già accordati sul risultato, dovrà finire in parità. Qualcosa non va per il giusto verso. Ketchel mette al tappeto Johnson, che si rialza e lo travolge di colpi fin quasi a ucciderlo.

Stanley è distrutto e cerca consolazione in donne, droga e alcol. Travolge ogni persona che gli cammini accanto. Ha solo due grandi amici: il bandito senza scrupoli Emmet Dalton e Geronimo, capo dei Chiricahua Apache.

Dopo essere a lungo rotolato all’indietro, Stanley Ketchel sembra finalmente avere ritrovato la pace. Incontra il vero padre, un ricco signore che lo ospita nel suo ranch a Conway in California.

Ancora un match e poi avrà la rivincita contro Jack Johnson.

Un colpo di carabina, una Marlin Springfield 22, lo uccide all’alba di una tranquilla giornata.

Ha appena compiuto 24 anni e la sua vita è già finita.

Ha sconfitto uomini più grandi e grossi di lui, ha messo paura a chiunque osasse contraddirlo. È stato ucciso a tradimento da due balordi in cerca di qualche dollaro.

Questa è la sua storia. Racconta un’America selvaggia e violenta, la legge fatta con i proiettili delle pistole, la vita avventurosa di un vagabondo selvaggio alla ricerca di una serenità che non ha mai trovato.

 

 

 

Auguri a Snoopy il più simpatico atleta/allenatore del mondo..

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Snoopy appare per la prima volta nei Peanuts nell’ottobre del 1950, ma in una striscia successiva scopriamo che è nato il 10 agosto.

Lunedì dunque compirà 65 anni.

Auguri Snoopy. Bracchetto eclettico, fantasioso, saggio. Aviatore, scrittore, narratore, ma anche grande sportivo.

Gioca a baseball, hockey ghiaccio, golf. Cavalca onde gigantesche con il suo surf.

È l’allenatore burbero e terribile di Piperita Patty aspirante regina del pattinaggio artistico su ghiaccio.

Con il colbacco calato sulla fronte e lo sguardo cattivo le impartisce preziosi consigli.

Per un’esibizione importante prova addirittura a cucirle un improbabile costume, ripreso poi alla meglio dalla mamma di Marcie.

È una vigilia di gara memorabile quella.

Charlie Brown convince il papà barbiere a trasformare i capelli informi e lisci di Patty in una vera e propria acconciatura, ma alla fine il genitore decide di raparla a zero come un marine. Non si è accorto che è una bambina. Una parrucca salva la situazione.

Alla fine tutto è pronto.

Peccato sia una gara di pattinaggio a rotelle.

La versione del cartoon si chiude così.

Quella animata ha risvolti più poetici.

Snoopy non riesce a gestire il nastro e la musica non parte. Salva tutto Woodstock che esegue con la sua vocina una commovente versione strumentale di “O mio babbino caro” dal Gianni Schicchi di Puccini.

Piperita Patty trionfa e Snoopy si lascia andare a tenere lacrime, è sempre stato un romantico.

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Il bracchetto è l’interbase della scombinata squadra di baseball di Charlie Brown. Uno dei pochi che abbia qualche abilità all’interno di quella formazione che conosce un solo risultato.

Lucy: Ecco un libro sul baseball che si chiama “Vincere e altre 10 possibilità“.

Charlie Brown: “E quali sarebbero?

Lucy: “Pareggiare, perdere, perdere, perdere, perdere, perdere…

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Lo sport torna spesso anche nella vita da romanziere del simpatico bracchetto (“Era una notte buia e tempestosa..”).

Subito dopo aver vinto il torneo di golf, egli fu intervistato alla TV.
Questo è il momento più emozionante della mia vita! – disse.
Ti ho visto in TV, – gli disse sua moglie. – Credevo che il momento più emozionante della sua vita fosse quando ci siamo sposati.
Al torneo successivo, egli non riuscì a qualificarsi.

Il pattinaggio sul ghiaccio l’ha sempre affascinato. Ogni giorno sogna di cimentarsi con Peggy Fleming o Sonia Henie, miti dell’artistico americano e mondiale.

Ma il campo preferito dove mostrare le sue incredibili doti è la fontanella gelata trasformata in pista personale. Lì gioca ad hockey e dà vita a memorabili sfide contro l’uccellino Woodstock. I due sono grandi amici e si scambiano lezioni di vita in ogni occasione.

Snoopy: Psst! Svegliati, è quasi mezzogiorno … l’uccellino che si sveglia presto prende il suo vermicello.
Woodstock: |||||||
Snoopy: Questo è vero … si può avere una pizza fino a mezzanotte!

Gioca a tennis. Uno sport che gli piace, anche se quando è in campo la preoccupazione più importante è tenere in equilibrio sulla racchetta due biscotti e un bicchiere di latte. La colazione prima di tutto…

lucy

La boxe rientra negli sport che ama praticare. Con un guantone da pugilato calzato sul naso sfida e batte Lucy che finsce a terra senza neppure capire da dove sia partito il colpo. E poi, era un destro o un sinistro?

Grande sognatore Snoopy disorienta e affascina anche con la sua concreta aderenza alla realtà.

Linus: Piove sulle colline e nelle valli … Piove sulle città e nei campi. Piove sui giusti e sugli ingiusti.
Snoopy: E sulla mia faccia!

Charles M. Schulz è morto nel 2000, aveva già smesso di disegnare i Peanuts. Per volere suo e della moglie nessun altro avrebbe potuto portare avanti la striscia. La storia di Charlie Brown, Lucy e Linus Van Pelt, Schroeder, Piperita Patty, Woodstock, Snoopy e tanti altri fantastici e poetici personaggi è finita con lui.

Ogni volta che riguardo quelle strisce mi sento a casa, assieme ad un gruppo di amici che non moriranno mai.

Ho passato ore, giornate chino su quei dialoghi, guardando quei disegni. Ho sorriso, mi sono commosso, ho capito molte cose della vita dalle parole di quei meravigliosi personaggi.

Sarò grato per sempre a Schulz per la gioia che mi ha regalato.

Il 5 novembre uscirà nelle sale italiane “Snoopy & Friends – Il film dei Peanuts“. Il lungometraggio d’animazione prodotto dai Blue Sky Studios (in alto il trailer ufficiale).

Lunedì saranno 65, auguri Snoopy.

Ci siamo, le squadre inglesi mettono al bando i giornalisti!

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Il colpo è stato tirato, ma finora la reazione non c’è stata.

Lo Swindon Town, squadra inglese di League One (il terzo campionato britannico, per ordine di importanza) ha messo al bando quasi tutta la stampa.

Da ora in poi niente più interviste a giocatori o allenatore. Né nel dopo partita, né a metà settimana. Abolite le conferenze.

Le notizie e le interviste saranno gestite direttamente dall’ufficio stampa che poi le pubblicherà sul sito ufficiale o su un’applicazione, Fanzai, con cui ha chiuso un accordo commerciale.

L’eccezione a questo maledizione contro i giornalisti sarà la BBC, per il semplice fatto che nel contratto con cui ha comprato i diritti televivisi sono incluse le interviste.

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Il primo colpo lo Swindon lo aveva dato proibendo qualsiasi contatto con i calciatori al quotidiano locale Swindon Advertiser. Nei giorni scorsi la squalifica è stata estesa a due siti web: Total Swindon e FLIC Wiltshire. E successivamente a ogni altro organo di stampa.

Il proprietario Lee Power ha detto che vuole fare qualcosa di nuovo e soprattutto non vuole che, a suo dire, i giornalisti manipolino l’informazione.

Su posizioni più o meno simili, con “squalifiche” ad alcune testate, si erano già mosse Newcastle United (Premier League), Rottherham United e Nottingham Forest (Championship), Port Vale (League One) e Crawley Town (League Two).

Il fatto che a colpire a testa bassa sia stata una squadra minore non ha scatenato alcuna dura reazione da parte dell’intera stampa britannica. Non c’è stata solidarietà, non ci sono state proteste ufficiali. Ma questo è solo il primo passo. Sono convinto che molto presto altre società sceglieranno l’informazione “fai da te”.

La stampa si troverà davanti a un bivio: o fare da amplificatore dei desideri dei club o uscire dal giro. A meno che non si arrivi a chiedere i diritti anche sulle interviste.

Non sarei contrario totalmente a questa seconda ipotesi, a patto che le stesse interviste siano sincere, senza reticenza e fatte da personaggi che abbiano davvero qualcosa da dire. Per leggere le insulsàggini che dicono i calciatori non pagherei una lira, figuratevi se pagherei per scriverle.

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In Italia non siamo ancora a questo, ma non siamo neppure molto lontano da questo.
Il giornalismo sportivo sta rotolando all’indietro. È quello più lento a cambiare. Le ultime innovazioni sono datate fine anni Sessanta/inizio anni Settanta e riguardano pagelle e interviste. Poi, stop. E da qualche tempo è sparita anche l’informazione. Si è delegato tutto al web, al sito. Senza però farsi un’ulteriore domanda: come mai neppure sul sito riusciamo ad avere una notizia in esclusiva?
Lo scoop è rimasto territorio riservato ai film, ai libri. Sono stati tagliati i legami con il popolo degli atleti, dei dirigenti, degli operatori. Ormai sono loro che si servono dei giornali, usandoli come cassa di risonanza solo quando ne ricavano un’utilità per il proprio lavoro.
La stampa attuale soffre in larga parte di una mancanza di rinnovamento nel modo di fare informazione. Ha scarsa originalità nella confezione del materiale proposto e un’inesistente voglia di stimolare gli approfondimenti.
È in gran parte intervista-dipendente.

A questo si aggiunga il lento declino della professione, un avvilente livellamento verso il basso che ha permesso non molto tempo fa a un grande giornale nazionale di inserire in prima pagina la foto sbagliata del reporter americano trucidato dall’Isis. E, tornando allo sport, quella di Destro che va in gol usando non l’immagine della partita in questione. ma quella di due giornate prima.
È la stessa rilassatezza che porta un altro quotidiano a inserire due volte lo stesso articolo nella stessa pagina, a sbagliare tre titoli su cinque, a dare informazioni errate.
Il fenomeno della stampa italiana è un cane che si morde la coda. Poche vendite, riduzione degli organici, scadimento del prodotto, ancora meno vendite. E si torna alla casella di partenza per poi ricominciare il triste balletto.

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La dipendenza dalla società di riferimento per numero di tifosi che comprano il giornale ha azzerato il concetto della stampa “cane da guardia” del potere.

Le telefonate dei proprietari di squadra ai direttori hanno quasi esclusivamente come tema la lamentela per un articolo che a loro giudizio avrebbe recato danno alla società di cui hanno il pacchetto di maggioranza.

Io sono un illuso, un romantico, un uomo fuori dal tempo e continuo a pensare che la stampa dovrebbe essere libera di poter scrivere, criticare, indagare su tutto quello che vuole.

Le società, nel caso si ritenessero danneggiate, avranno sempre l’arma della denuncia davanti alla legge per poter far valere i propri diritti. Ma mettere il bavaglio a prescindere è una cosa inaccettabile.

Solo che finché tocca ad altri ci si sdegna soltanto.

È proprio vero. È la stampa bellezza…

 

Lo strano caso di Ugo e della Pornonana, storia di un equivoco

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Avvolto in un mantello nero, con cappuccio dello stesso colore, altezza più o meno di un comodino, l’esorcista si muove sicuro. Con la mano destra scansa Marilyn e a rapidi passi raggiunge la stanza dove Ugo sta declamando l’intero “Francisci Petrarchae laureati poetae Rerum vulgarium fragmenta”. Roba da far accapponare la pelle.

Elvis è terrorizzato. E quando è terrorizzato, cominciava a cantare.

It’s now or never

Bastaaa. Amore, non ce la faccio più. Almeno tu, aiutami. Stai zitto!

L’esorcista si chiude la porta della stanzetta alle spalle. Non vuole nessun altro lì dentro.

Le pareti della camera di Ugo raccontano l’appartenenza a una setta. I colori sono sempre uguali e si ripetono ritmicamente. Giallo e rosso. Giallo e rosso. Vietata qualsiasi altra tonalità. Giallo anche il lenzuolo, rossa la coperta.

I quadri appesi al muro ritraggono un uomo adulto in maglietta e pantaloncini corti. E con un dito in bocca. Deve essere l’abbigliamento e la gestualità richiesta agli adepti.

Su un’enorme bandiera accanto alla finestra è ritratta una lupa. I membri della setta devono essere devoti a quell’animale.

L’esorcista si leva mantello e cappuccio. Davanti a Ugo appare una donna. Ha belle tette, sedere sodo, non più di 1.53 di altezza.

È la Pornonana.

Arrotonda le entrate accettando lavori ad altrui domicilio. Le hanno parlato di un tizio che pagherebbe bene pur di fare sesso con lei. Ma vorrebbe farlo in modo strano, in un ambiente particolare.

Sarebbe tutto perfetto, se la Pornonana non sbagliasse casa. Va dai Ceccarelli. L’esorcista, quello vero, suona invece ai Cesaroni. I dirimpettai.

Gli apre Mariuccio detto “er Caccola”. Meglio non indagare sul perché. Quando vede l’uomo in nero, Mariuccio comincia a urlare cercando contemporaneamente di chiudergli la porta in faccia. Ma padre Adolf Goebbels è un duro. Con un colpo secco, rimanda la porta indietro centrando er Caccola proprio sul naso. Il giovanotto finisce steso sul pavimento e perde sangue.

Mariuccio tenta di tirarsi su, ma padre Adolf lo prende per il collo e lo porta nella stanza da letto, dove trova quello che il poveretto ha preparato per la donna che avrebbe dovuto regalargli piacere. Una frusta con frange in pelle nera, un paio di manette, un inginocchiatoio che tale non è, un mini abito in vinile lucido con aperture e lacci.

Il povero Caccola lotta con tutte le forze per evitare la tragedia che sente incombere sul suo immediato futuro. Il sacerdote lega al letto polsi e caviglie di quello pensava fosse l’indemoniato. Er Caccola è in balia di quel pazzo vestito di nero che l’agenzia gli ha mandato in casa. Vero, aveva chiesto di farlo strano. Ma doveva essere lui a comandare il gioco. E poi aveva chiesto una donna!

L’uomo in nero comincia a urlare.

Ti ordino Satana,

seduttore del genere umano:

riconosci lo Spirito di verità e di grazia,

lo Spirito che respinge le tue insidie

e smaschera le tue menzogne

Esci da questa creatura

Prima di perdere i sensi, Mariuccio er Caccola riesce a urlare la sua disperazione.

Tu non stai bene!

La Porononana, dopo il mantello, si toglie anche camicetta, gonna, reggiseno e scarpe. Indosso ha solo il perizoma e si avvicina, minacciosa e ancheggiante, verso il letto dove Ugo sta da qualche minuto immobile e con gli occhi sbarrati. Per restare concentrato ripete ad alta voce versi amici che pensa appartengano di diritto al momento che sta vivendo.

“Ho amato da tempo il tuo corpo di madreperla soleggiata

Voglio fare con te

Ciò che la primavera fa con i ciliegi”

La Pornonana rimane conquistata dalla musica di quelle parole. Un tipo strano, ma così romantico. Merita il trattamento di lusso.

Salta sul letto. L’uomo è attaccato con le spalle al muro, le gambe flesse, spinte dalle braccia verso il petto. Anche così raggomitolato, è grosso. Ma ha la faccia da buono. E quei versi raccontano di un animo gentile. Gli occhi di Ugo sembrano fissare il vuoto, in realtà guardano il poster di Totti sulla parete di fronte.

“A capita’, damme forza. Nun me tradì. Capisci a me, è come se te chiedessero de giocà co’ la Lazio”.

Poi, torna aulico.

“Amore, ch’al cor gentil ratto s’apprende

Amor, ch’a nullo amato amar perdona

Amor condusse noi ad una morte”

Di nuovo cittadino della Garbatella.

“A capita’ nun voglio morì. Porteme via de qui. Questa c’ha brutte ‘ntenzioni”.

La Pornonana è ormai decisa a portare a termine il lavoro.

Adesso basta romanticherie. Il sesso va fatto con passione. Al mio via, scateniamo l’inferno”.

Si toglie il perizoma e comincia la battaglia.

Racconto tratto dallo spaghetti noir “E MO T’AMMAZZO” di Dario Torromeo (edizioni Absolutely Free)

Il corrieredellosport.it scopre i “Giochi del mare”…

tuffiIl sito del Corriere dello Sport-Stadio stimola sempre di più il mio interesse.

Con notevole ritardo (24 ore per la comunicazione online sono un’eternità…) ha scoperto le performance di due tuffatori filippini, diciamo, non proprio campionissimi. E ha pubblicato la notizia.

Il titolista evidentemente andava di fretta.
“Filippine, tuffi da dimenticare: voto zero”.

L’idea che ne viene fuori è di una gara nelle Filippine dove qualche concorrente non ha indovinato il tuffo giusto. Ma non è così. fabrigaIl dubbio che non sia stato interpretato al meglio quello che la notizia offriva aumenta leggendo la didascalia. Nel suo genere, un piccolo capolavoro.didaGli applausi a Fabriga e Pahoyo, i due atleti impegnati nei “Sea Games” in corso a Singapore, sono l’essenza dello sport: pessima prova ma un invito della gente a non mollare per tentare ancora. Magari ai prossimi Giochi“.

I “Sea Games“? I Giochi del mare?

E sì, perché scritto in quel modo questo si capisce. Ma vogliamo scherzare?

In realtà sono i Southeast Asian Games. I Giochi del Sud-Est asiatico. E in quanto alla prossima Olimpiade, credo che i due inesperti filippini avranno altro a cui pensare…

Repetita iuvant. È il motto del corrieredellosport.it

cdsRepetita iuvant.

Deve essere il motto del sito del Corriere dello Sport-Stadio.

Due fotonotizie, l’una accanto all’altra. Stesso titolo, diversa solo l’immagine. Forse temevano di non essere chiari. Consiglio ai naviganti del web, armatevi di pazienza. Ho provato a cliccare su entrambe le foto per aprire i video. Ho abbandonato dopo un minuto…

cds1Le donnine di poco vestite piacciono al sito del giornale romano, ancora di più se coinvolte nel gossip pseudo pallonaro. Così in homepage hanno riproposto per tre volte la stessa notizia. Che tale non è se il titolo chiude con l’interrogativo. Diceva un vecchio giornalista del Corriere dello Sport: “E ovvio che i lettori si imbestialiscano. Se io pago voglio certezze, non dubbi”.

 

Vendite giornali sportivi, il bollettino mensile della disfatta

crisiDatamediaPuntuali come una cambiale, portatori di cattive notizie, arrivano i dati dell’Accertamento Diffusione Stampa (Ads) di aprile 2015.

Un altro gradino in discesa per i quotidiani sportivi, ma mentre Gazzetta e Tuttosport riescono a contenere le perdite, il Corriere dello Sport-Stadio per l’ennesima volta resta l’unico ad accusare un calo in doppia cifra. Ora è arrivato a 95.000 copie nel giorno medio della settimana.

AuditelLe cose vanno ancora peggio se ci si sposta su Audiweb. Il rapporto difficile che il quotidiano romano ha con l’online (meno di 1500 copie digitali vendute ogni giorno, contro le 11.500 della Gazzetta) è confermato dalle visite al sito.

audiGli utenti unici nel giorno medio sono 867.644 sulla rosea che aumenta del 26,8%. Anche Tuttosport (221.993, +7,9) fa meglio del Corsport che si ferma a 205.873 ed è l’unico in rosso (-12,2%) del terzetto.

Va ancora peggio se ci si sposta sul numero di pagine visitate: addirittura l’83,5% in meno di quelle della Gazza.

La stampa italiana continua la sua lenta discesa, i quotidiani sportivi non costituiscono un’eccezione.

L’informazione hot e sexy del corrieredellosport.it

koverLe notizie sono alla base del giornalismo, soprattutto di quello online.

Il sito del Corriere dello Sport ha in homepage uno spazio di spalla riservato sempre a gustose informazioni. Solitamente la “spalla” è l’articolo posizionato sulla destra (in alto). Contiene un commento, un’analisi che approfondisce la notizia trattata in apertura. Ma sto parlando di vecchio giornalismo, oggi tutto è cambiato. Bisogna aggredire il mercato, è con un prodotto giovane che si va a caccia di lettori.

Negli ultimi giorni le notizie apparse di spalla sul sito del Corriere dello Sport sono state:

Kim Kardashian è di nuovo incinta

Sexy finale a Tiki Taka, doppietta Satta-Buccino

Yolanthe Cabau: aspetto un bebè e sono più formosa” con imperdibile didascalia: “La compagna di Sneijder è incinta: “Nella mia pancia sembra esserci un pallone da calcio. Stanno crescendo anche il mio seno e il mio lato B…“.

Rosy-Dilettuso-3Ieri altre preziose informazioni.

I consigli dell’estate della Pinella Alessia Marcuzzi.

Dopo un breve momento di panico figlio dell’ignoranza, sono andato a cercare cosa fosse la Pinella. Ho scoperto che è il blog ideato e gestito dalla presentatrice (foto in alto), è il sito dove presenta la linea di costumi realizzati per H&M.

Rosy Dilettuso in topless: sexy relax a Forte dei Marmi.

Anche qui mi sono sentito escluso. Ero l’unico a non avere la minima idea di chi fosse la signora Rosy (foto sopra). Ho cercato su Google ed ho scoperto che è la vincitrice dell’edizione 2006 de “La pupa e il secchione”. Ah però…

(a centro pagina, in collocazione nobile) La playmate cilena: “Mi sono vista con Ronaldo”.

hotPer sapere chi sia la misteriosa autrice della scottante rivelazione bisogna entrare nella notizia. “Daniella Chavez ha rivelato a “Reforma” di essere lei una delle donne con le quali Cristiano Ronaldo si sarebbe incontrato durante la relazione con la ex Irina”. Inutile cercare sul video ulteriori informazioni. Le immagini contenute nel filmato mostrano solo le forme della signora Daniella: lato B, A, C e l’intero alfabeto. L’unica notizia che esce dalla bocca della signora è l’indirizzo web del suo sito. Confesso: ho cercato anche su YouTube per capire meglio… Ogni filmato prima di essere aperto richiedeva un clic con cui dichiaravo di essere maggiorenne.

Sono vecchio e sorpassato. Mi ricordo che quando ero giovane c’erano in edicola alcune riviste che si muovevano su questo stesso terreno. Non avevano però la parola sport nella loro testata e circolavano in un’epoca in cui Internet non esisteva.

Se questo è il nuovo, sono felice di essere vecchio.