Dall’inferno si può tornare

koverCon questo testo ho vinto il Primo Premio al 44° Concorso Nazionale del CONI per il Racconto Sportivo.

Ho paura. Paura di morire.
La ferita brucia. Fitte lancinanti partono da un taglio profondo sul fianco destro, attraversano il torace, salgono fino alla testa e si piantano nel cervello. Mi sento come se un animale si stesse divertendo ad affondare gli incisivi, a lacerare la mia carne.
L’acqua mi entra negli occhi, il vento mi sbatte addosso con violenza facendomi tremare e rendendo ogni passo una tortura. Il capannone del circo è in fondo alla strada, mancano ancora un centinaio di metri.
Devo trovare qualcuno che possa di aiutarmi.
PE-PAM
L’uno-due era arrivato violento e improvviso.
Steso al tappeto, avevo provato a tirarmi su. Il colpo era sbucato dal nulla e quando aveva centrato la mascella un lampo di dolore si era acceso in ogni parte del corpo. L’impatto era durato un attimo, ma difficilmente l’avrei dimenticato. Sentivo in bocca l’amaro del sangue, dovevo essermi tagliato. Il paradenti non era riuscito a ripararmi dal pugno di Gaetano Terlizzi Buonamonti che con quel faccino da pariolino sembrava non potesse mai farmi del male. Invece mi aveva spedito direttamente all’inferno.
Nun mollà Tinù, tirete su. Fallo pe’ me!

sfida1
La faccia del Palletta era una maschera di dolore, quasi che il colpo l’avesse incassato lui. Quel clown triste era il mio secondo: l’uomo che doveva sdrammatizzare ogni tensione, riportare il sorriso e soprattuto dare una sciacquata veloce al paradenti. E lui aveva rispettato l’intera lista degli impegni.
Fino a quel match avevo avuto per coach un signore anziano, alto e magro. Uno dai gesti calmi, uno che sapeva regalare tranquillità. Si chiamava Gino e aveva sempre lavorato in una palestra di via Merulana. Da quando mi aveva conosciuto si era spostato sulla Nomentana, credeva e sperava che potessi dargli quello che inseguiva da sempre. Una soddisfazione, non chiedeva di più.
Il maestro accarezzava il mio volto di pugile sofferente nella speranza di togliere assieme al sudore anche la fatica.
E, quando serviva, urlava consigli dall’angolo.
Ma stavolta Gino non c’era, se ne era andato qualche giorno prima. Non avevo voluto nessun altro al mio fianco, mi sarebbe sembrata una mancanza di rispetto. Meglio affidarsi al cuore. In fondo non si trattava di trovare qualcuno che potesse suggerire una combinazione di colpi, stavolta la priorità era fare appello ai sentimenti. E il Palletta aveva la linea diretta con l’anima del ragazzo di Garbatella. Che poi ero io.
Arzate Tinù, arzate e spacchelo come un cocommero!”
Avevo provato a rimettermi in piedi. E mentre lo facevo avevo visto scorrere veloci davanti agli occhi i fotogrammi di una vita.
Sopra una porta di legno appena socchiusa c’era una scritta che annunciava una promessa che sapeva di non poter mantenere: Big Gym.
Avevo girato la maniglia ed ero entrato. Non c’erano più di due metri tra l’ingresso e la rampa delle scale che saliva ripida verso il primo piano.
La palestra era in cima, in un locale che aveva la maggior parte dello spazio occupato dal ring. Tre sacchi e un paio di palle veloci si dividevano quel che rimaneva del piccolo salone. A terra le corde, qualche vecchio guantone e la polvere accumulata in anni di superficiali pulizie.
L’odore forte dell’olio canforato e quello acre del sudore riempivano l’aria. Sulle pareti, tra un’ombra e l’altra, erano affissi manifesti che annunciavano grandi riunioni del passato. C’era un poster che mi piaceva più degli altri.

arguello
SABATO 24 FEBBRAIO 1979
Palasport di RIMINI
Alexis ARGUELLO vs Alfredo ESCALERA
Campionato del mondo Wbc superpiuma
Ero troppo giovane per avere visto quella mitica sfida, ma papà me l’aveva raccontata mille volte. All’epoca il sor Augusto, netturbino professionista, era partito da Roma e aveva guidato il camioncino per sei ore di fila sino alla riviera romagnola. Si era goduto lo spettacolo ed era rientrato viaggiando tutta la notte. Era arrivato a mattina inoltrata, in tempo comunque per andare al lavoro.
Lui e zio Peppe si erano fatti compagnia ripetendo fino allo sfinimento ogni secondo di quell’incontro.
Augu’ te ricordi er montante che j’ha messo dentro Alexis?
E sì perché er gancio de Alfredo è stato tenero!
Li chiamavano per nome, come se fossero stati da sempre amici dei due campioni.
Avevo ascoltato quei racconti per mesi, con la stessa attenzione con cui gli altri bambini ascoltavano le favole.
Papà era originario di Priverno, nell’Agro Pontino.
A volte la sera se ne stava con i gomiti poggiati sul tavolo in marmo della cucina e rimpiangeva il paese. Ma soprattutto ne rimpiangeva il vino. Quando era triste gli sembrava di sentire ancora il profumo della bottiglia appena aperta in una delle fraschette che abbondavano dalle sue parti. C’era stato un tempo in cui gli bastavano un paio di bicchieri per essere felice. Poi la giovinezza se ne era andata, aveva conosciuto Maria, la mamma, si erano sposati e lui aveva trovato lavoro a Roma.

padre
Era una brava persona il mio papà. Augusto Bellotti apparteneva a una razza rara. Un marito fedele, un lavoratore instancabile, un uomo onesto.
E amava il suo bambino. Giocava con me, si esibiva in trucchi che aveva imparato dai nonni durante l’infanzia.
Papà, mi fai la magia della moneta?
Ero un ragazzino minuto, con lunghi capelli neri e due grandi occhioni che ti riempivano di gioia. I miei lavoravano tutto il giorno, il papà sui camion dell’immondizia e la mamma a servizio nelle case dei signori. Ma non mi facevano mancare nulla, tanto meno l’affetto. Avevano poco tempo per giocare con me.
Stavo quasi tutto il giorno con la nonna, tranne nei fine settimana. Si chiamava Ida, era bassina, aveva i capelli bianchi, raccolti da una crocchia dietro la testa. Vestiva sempre di nero. Mi voleva bene, me le dava tutte vinte e questo faceva infuriare mamma e papà. Le dicevano che così mi viziava, che poi sarebbero stati loro a fare la parte dei cattivi. Non correvano questo pericolo.
La sera, quando i miei genitori rientravano, erano stanchi. Papà però allontanava la fatica e riusciva a trasformarsi in mago, illusionista, clown.
Quello della moneta magica era il nostro gioco preferito.
Con apprezzabile velocità, lui faceva sparire una moneta per poi farla riapparire dietro il mio orecchio. Io sorridevo, papà mi accarezzava sulla testa e cominciava a raccontare la sua storia preferita. Ma non sempre gli riusciva di avventurarsi tra i ricordi dopo il primo trucchetto.
Ancora!
Era quella una parola che avevo imparato meglio delle altre. E la ripetevo in continuazione, soprattutto quando riuscivo a trovare un compagno di giochi.
Poi finalmente, per papà, veniva il tempo delle favole.
C’era una volta, in un lontano paese sul mare, un giovane principe di nome Alexis. Un giorno di tanti anni fa dalla montagna incantata era arrivato un cavaliere di nome Alfredo …
Era stato così che mi ero innamorato del pugilato. E, diventato grande, avevo deciso di praticarlo. Papà aveva gioito per la scelta. Veloce era stata la gioia, lungo e straziante il dolore di una malattia che se l’era portato via dopo averlo tormentato senza rispetto.
Era stato in quel momento triste della mia vita che avevo incontrato Alice.
Bionda, capelli lunghi, occhi da cerbiatta.
Assieme a lei avevo scoperto cosa fosse l’amore.
Alice mi piaci”.
Sìì? E cosa ti piacerebbe di me?
Tutto. Il viso, il corpo. Mi piace quello che dici, come ti muovi, quando sorridi, quando spalanchi gli occhi per raccontare il tuo stupore. Mi piace quando parli, ma anche quando te ne stai silenziosa ad ascoltare. Lo so, tutto questo sembra retorico, antico. Ma io ti voglio così bene, che non mi impora di sembrare retorico. O antico”.
Ti amo, Tino”.
Avevo imparato a boxare nella palestra al primo piano di un vecchio edificio sulla Nomentana.
Chi mi avesse visto a terra, mentre facevo un’enorme fatica per rimettermi in piedi dopo il knock down, avrebbe potuto obiettare che non avevo poi imparato molto.
E si sarebbe sbagliato.
Io, Tino Bellotti, ero bravo.

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Gli amici mi chiamavano Er Secco. I soprannomi nobili come Hurricane o Rocky, Boom Boom o Dinamite, erano già stati presi. Er Secco andava bene. A Garbatella, dove abitavo, lo giudicavano perfetto. E poi qualcuno aveva mai visto un peso piuma ciccione?
Timido di natura, ragazzo di poche parole, sembrava che riuscissi a esprimermi solo sul ring. Buona tecnica, pugno pesante. Sarei stato perfetto se non avessi avuto un piccolo problema. Ero un emotivo, portavo sulle spalle il peso di un’infanzia che non mi aveva risparmiato nulla. Quando la tensione saliva, diventavo fragile. Mi esponevo ai colpi e perdevo il match, sprecando così ogni occasione per salire sul podio con la maglia della nazionale.
Avevo il naso schiacciato di natura, ero nato in quel modo. Ma ogni volta dovevo ripetere la stessa risposta, come se fosse una filastrocca senza fine.
I cazzotti fanno male, vero Tino? Guarda come ti hanno ridotto!
Sono sempre stato così, non sono stati i pugni a schiacciare il mio naso. I cazzotti che ho preso hanno solo svegliato il mio cervello, l’hanno reso più attivo”.
Avevo preso il diploma, poi mi ero addirittura laureato in Architettura. In corso, senza il minimo ritardo sulla tabella degli esami. E adesso stavo per andare a lavorare in uno studio di professionisti, mille euro al mese e l’obbligo di dire “grazie” ogni volta che avrei ritirato la busta paga. Prima però volevo togliermi l’ultima soddisfazione sportiva.
Volevo boxare in un’Olimpiade.
Attento Tinù! Gira a destra, sennò quello te sdraia!
PE-PAM
Diretto destro, ancora gancio sinistro. Ero di nuovo giù, stavolta sembravo più stupìto che scosso.
Gaetano Terlizzi Buonamonti inseguiva il mio stesso obiettivo. A dispetto del doppio cognome e dell’appartamento ai Parioli, il ragazzo non se la tirava. Ma quando si trattava di cazzotti ne tirava di ogni tipo. Diretti, ganci, montanti. E io lo sapevo bene.
Come stai? Te la senti di continuare?
L’arbitro metteva in fila le domande di rito.
Assorbito l’ultimo gancio, rispondevo di sì con la testa, poi mettevo i guantoni in posizione di guardia. Infine facevo due passi verso di lui per dimostrargli fino in fondo che volevo andare avanti. Credevo di essermi ripreso, ma non avevo recuperato del tutto. Mi serviva altro tempo per pensare, per capire, per riorganizzarmi. E allora avevo cominciato a legare. Abbracciavo Gaetano Terlizzi Buonamonti, gli bloccavo le braccia. Incurante dei richiami dell’arbitro, proseguivo in quella sorta di clinch infinito.
Ero allenato a temporeggiare. L’avevo fatto mille volte a casa, fin da bambino.

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Agosti’ (Tino sarebbe arrivato solo dopo…) va’ a fà i compiti”.
Sì, mamma. Finisco di vedere i cartoni in Tv e vado”.
Vedi de spicciàtte!
Vado, mamma. Adesso vado”.
Agosti’, mo m’hai rotto. Ahò, conto fino a tre: se a due nun stai a studià, a uno te meno!”
Con mamma Maria traccheggiare non mi riusciva molto bene.
Col tempo avrei imparato a ricordare con una vena di malinconia quei rimproveri. Mi sarebbe piaciuto ascoltare ancora le sue minacce in vernacolo, ma anche lei se ne era andata per sempre.
Mi era rimasta solo Alice. E le cose non andavano così bene.
Tino, devi smettere con la boxe. Sei da solo. Hai una laurea, perché non ti trovi un lavoro? Anch’io lo sto cercando, magari possiamo anche sposarci”.
Andrò a lavorare, ci sposeremo. Ma non adesso, prima devo vincere una medaglia ai Giochi”.
Questa della medaglia è un’ossessione. Mi sembra che tu lo faccia più per gli altri che per te stesso. Per tuo padre, per il vecchio maestro. Ma la vita è la tua, la nostra. Attento che così rischiamo di rovinare tutto”.
Non mi capisci, non mi capisci! Quella medaglia significa tutto per me, vorrebbe dire che non ho faticato invano, che non ho sprecato il mio tempo”.
Vincila e poi fai pure festa. Ma da solo. Io sono stanca di aspettare”.

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Ancora pioggia, sempre più fitta, sempre più forte. Ma adesso vedo con chiarezza la luce che esce dal capannone, la porta è aperta e un’ombra lunga e massiccia occupa metà dell’ingresso. Il dolore al fianco è diventato insopportabile. Il coltello è entrato nella pelle e quel maiale del Giannetti l’ha girato fino ad aprire una ferita che deve essere larga e profonda. Ho provato a tamponarla con un fazzoletto, ma dopo meno di dieci secondi mi sono ritrovato con uno straccio zuppo di sangue tra le mani. È andata meglio con l’asciugamano che avevo nel borsone, ma adesso non ce la faccio più.

Il capannone, l’uomo sulla porta. Ancora qualche passo e potrò chiedere aiuto.
Il Giannetti non è più un pericolo, è scappato quando gli ho sparato un montante alla punta del mento. È piombato a terra. Basso e in carne come è, ha schizzato fango ovunque. Si è rotolato nella pozzanghera, ha scosso la testa per ritrovare un minimo di lucidità e poi è corso via. Senza più il coltello e con un grande mal di testa come regalo.
PE-PAM!
L’uno-due era arrivato direttamente dalla Garbatella.
Gaetano Terlizzi Buonamonti provava a liberarsi di me che gli stavo attaccato come una ventosa. Quando c’era riuscito si era ritrovato in compagnia del gancio sinistro che gli avevo appena sparato in uscita sulla mascella.
Lo sapevo, lo sapevo. Sei grande Tinù, l’hai imbarsamato!
Stavolta era stato il pariolino a piombare al tappeto. E l’arbitro aveva cominciato il conteggio.
Uno, due, tre, quattro, cinque…

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Una passerella in legno a volte può diventare il sentiero che conduce alla salvezza. La pioggia ha trasformato il campo che sto attraversando in una gigantesca pozzanghera. Le scarpe affondano nel fango e appesantiscono la camminata. La passerella mi aiuta. Ho l’affanno, le gambe dure come legno stagionato, il ritmo del cuore che a volte sembra troppo forte, altre troppo lento. Quello che sto facendo è un viaggio all’inferno, ma non ho alcuna intenzione di arrendermi.
Agostino, sai cosa è la boxe?
Sì, maestro”.
Allora dimmelo, che cosa è?
Dare e prendere cazzotti”.
Ti sbagli, è il prezzo che dobbiamo pagare per guadagnarci il Paradiso”.
E dobbiamo pagarlo in palestra, maestro? Dobbiamo pagarlo subito?
Più soffri qui, meno soffri sul ring. Ricordati: se capirai la boxe fino in fondo, imparerai che senza sacrifici non potrai raggiungere quello che vuoi. Imparerai a non arrenderti mai, neppure quando finisci al tappeto. E ti servirà da lezione nella vita”.
Da quel momento in poi ho sempre lottato. E da qualche tempo per battermi ho scelto la squadra più difficile, quella dei buoni. Ho pagato per questo, ho pagato in una notte di tempesta.
…sei, sette, otto, nove, out!
Avevo vinto anche l’ultima sfida. Sarei andato all’Olimpiade, il sogno di una vita. Proprio cinque giorni dopo la morte di Gino. Il maestro se ne era andato senza prendersi la sua soddisfazione. Eppure anche stavolta mi era sembrato di sentirlo all’angolo. Non mi aveva abbandonato. Seduto sullo sgabello tra un round e l’altro avevo ascoltato i saggi consigli dell’uomo che mi aveva cambiato la vita.
Se fossi riuscito a vincere una medaglia ai Giochi gliel’avrei dedicata.
A lui e a papà.
Adesso il capannone è a pochi metri, ma ho la vista offuscata, il peso del corpo è diventato insopportabile, la ferita manda al cervello segnali d’allarme. Ancora qualche secondo e il buio calerà sull’intera storia, sulla mia vita.

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Mentre scivolo lentamente verso un’enorme pozza di fango, con la pioggia che continua a infierire, penso che è finita. Non vedo cosa ho davanti, sento solo qualche suono in lontananza. Riesco a capire poche parole, poi prima che tutto scivoli nella nebbia capto intere frasi.
Gianniiii, aiuto! Aiutooo! C’è un ferito a terra. Gianniiii, chiama il pronto intervento!
Fatto. Tranquillo Chicco, arriva subito. L’ambulanza era qui per l’incontro”.
Tranquillo? Ma che dici? Coooorri, devono correre! Questo sta morendo”.
Perché ti agiti così tanto, lo conosci?
È Tino Bellotti, quello che ha vinto l’oro all’Olimpiade due mesi fa. Quello che si batte assieme ai ragazzi di Don Guido contro gli spacciatori. Gliel’avevano promessa una lezione e adesso è arrivata”.
Eccoli, ecco gli infermieri. Correeete! Tino sta morendo!
A bordo di quell’ambulanza che vola verso l’ospedale ci sono anche il vecchio maestro e il mio papà. Mi si sento sereno. Il medico si danna l’anima per strapparmi alla morte. Ma io non avverto il minimo dolore. Paura non ne ho mai avuta.
E se anche dovesse farsi vedere ora, saranno quei due lì a farla scappare.
Devo lottare.
Qualche anno fa ho sentito una frase che mi ha colpito. Non ricordo se sia stato Muhammad Ali a pronunciarla o se sia invece uscita dalla bocca di Rocky in un film della serie infinita. Non importa. Quella frase l’ho copiata su un foglio, l’ho fatta incorniciare e l’ho appesa sul muro della mia cameretta.
Non è importante come colpisci, l’importante è come sai resistere ai colpi, come incassi. E se finisci al tappeto hai la forza di rialzarti. Così sei un vincente”.
Guardia chiusa senza prendere altri colpi. Limitare i danni e reagire solo a botta sicura. È la regola della boxe. Ho un fisico eccezionale e come molti pugili ho imparato a soffrire senza arrendermi mai. Posso farcela.
Dieci ore dopo, il coach e papà se ne sono andati.
Quando apro gli occhi, vedo il celeste delle pareti della stanza, il bianco delle lenzuola, la luce del sole fuori dalla finestra dell’ospedale. Ho un ago infilato nella vena poco più giù dell’incavo del braccio sinistro. Mi sento confuso, nella testa ho un piccolo martello che non la smette di picchiare. Lento, implacabile, non la finisce mai. Il fianco mi fa ancora male, ma sono vivo e la sensazione più forte è un senso di pace. E di felicità.
Una mano sta accarezzando la mia. Mi giro e vedo il volto di Alice.
È tornata.
Bravo Secco, ce l’hai fatta. Hai vinto”.
Lo sussurra muovendo lentamente le labbra, poi sorride e mi bacia sulla guancia.
Sono finito al tappeto e ho trovato la forza di rialzarmi.
C’è il sole alto a Garbatella, si può ricominciare.

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