Giornali sportivi, mai una buona notizia…

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I dati di diffusione di ottobre 2015 non sono esaltanti per due quotidiani sportivi su tre. L’unico in segno positivo, uno dei pochi nell’intero panorama nazionale, è Tuttosport (+11,2% nei giorni della settimana rispetto a ottobre 2014, +1,1% il lunedì). Gazzetta dello Sport e Corriere dello Sport perdono più o meno nella stessa misura percentuale. Il fatto è che il trend negativo è diventato pluriennale e le copie vendute (tra cartaceo e digitale) stanno raggiungendo livelli di guardia preoccupanti.

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Il taglio degli organici redazionali è l’unico provvedimento finora adottato, oltre a un restiling grafico che già negli anni ha dimostrato di non pagare. Gli osservatori internazionali dicono che il calo dei quotidiani cartacei è fisiologico e inarrestabile, aggiungono che l’unico tentativo per frenare le perdite è quello di alzare la qualità del prodotto. E questo non si fa certo sguarnendo le redazioni, tagliando i servizi.

Esperti che ne sanno molto più di me spiegano che ormai le vendite rappresentano un fattore secondario nei bilanci delle case editoriali, che i giornali si stanno trasformando in contenitori di pubblicità dove la parte determinante è il prodotto da promuovere (sia esso un detersivo, una federazione sportiva, un sito online di scommesse o altro), mentre gli articoli sono puramente decorativi e servono a riempire gli spazi lasciati liberi dal carico pubblicitario.

Evidentemente le nuove politiche editoriali hanno mirabolanti orizzonti.

Ma, da vecchio operatore del settore, mi chiedo: quando i giornali venderanno solo poche migliaia di copie, quale inserzionista continuerà a investire?

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L’asse si sta lentamente spostando sul digitale, insistono gli esperti. Ma se ci fermiamo un attimo e riflettiamo su costi/ricavi capiamo che la via inseguita non è quella della salvezza. La pubblicità sul web copre in piccola parte gli investimenti fatti per offrire un prodotto di qualità. Il gettito pubblicitario su questo settore è l’unico dato in crescita, ma è monopolizzato dai colossi di Internetc come Yahoo, Microsoft, Facebook e Aol.

In aggiunta c’è da considerare come il moltiplicarsi delle fonti di informazione, tablet e smartphone ad esempio, abbia fatto lievitare il numero di persone che si rivolgono a questi mezzi per trovare notizie. Questo fenomeno ha anche creato il popolo del “tutto subito e gratis”.

Recentemente, di fronte agli studenti dell’Università di Milano, Luciano Fontana (direttore del Corriere della Sera) ha parlato dello stato attuale dell’informazione. “Tre sono le domande che mi vengono fatte di solito: l’attendibilità della profezia sulla morte della carta stampata, il destino del giornalismo nell’era digitale e che fine faranno i giornalisti di professione”. Fontana ha detto che le risposte risiedono nella scelta di un’informazione di qualità, anche a costo di perdere qualche lettore, e persino nella coraggiosa decisione di optare per un sito d’informazione chiuso e a pagamento. “Il modello dei contenuti gratuiti ha fallito e il mercato della pubblicità ha capito che i click non pagano”.

Del resto anche i dati Audiweb di ottobre 2015 non sono confortanti. Solo il sito della Gazzetta dello Sport presenta numeri accettabili. Il rapporto del Corriere dello Sport online con la rosea è di 1 a 4,5. Mentre sul cartaceo riesce a contenere il divario in un rapporto più o meno di 1 a 2.

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La valanga ci sta travolgendo e i giornali generalisti fanno poco per evitarla. Fanno ancora meno gli sportivi.

Un quotidiano deve dare al lettore un valido motivo per recarsi all’edicola e comprarlo. Deve soprattutto avere credibilità. Gli anni in cui si alimentavano i sogni raccontando favole è finito. I lettori si sentono traditi e negano la loro fiducia.

Negli ultimi tempi c’è stata poca attenzione per quello che solo qualche anno fa sarebbe stato un chiaro conflitto di interessi. Giornali che hanno partnership con siti di scommesse sullo sport, altri che diventano mediapartner di una grande federazione, altri ancora che pubblicano senza neppure revisionarli comunicati stampa. E c’è chi ha tra i propri responsabili di rubrica addirittura capi uffici stampa di federazione.

A volte si vedono spazi abnormi occupati da sport o da eventi che in altri momenti sarebbero finiti nelle brevi. Una ragione c’è e non va certo a vantaggio del lettore. Come non va a vantaggio il privilegio di alcune rubriche che hanno pezzi retti dalla pubblicità ben visibile a fondo pagina.

Il calo di credibilità dello sport in generale ha dato un ulteriore colpo. La corruzione nella Fifa, dopo la botta del calcio scommesse, il doping costante nel ciclismo e l’incredibile scandalo della federazione russa di atletica leggera non fanno certo bene a un sistema già in crisi di identità.

Per non parlare della qualità del prodotto.

Il pubblico di riferimento di un media sportivo è preparato, competente. Il giornalista che fa informazione deve esserlo ancora di più. Sul piano tecnico, storico, della documentazione, dell’approfondimento. Leggo articoli che sembrano poemetti giovanili. Servizi di una pochezza di contenuti avvilente. Pezzi pieni di errori tecnici e storici.

I tempi di reazione sono lenti. Se un fatto accade dopo le 20:00 si aspetta il giorno dopo per svilupparlo in ogni suo aspetto (“La cosa più importante è chiudere presto”). Così i quotidiani arrivano con 48 ore di ritardo rispetto a Internet. Colpa di organici decimati, ma anche di una reattività redazionale inferiore rispetto al passato.

Anche se resto dell’idea che non si possa continuare ad addossare ogni colpa al web o alla tv, resta il fatto che è con questi mezzi che bisogna confrontarsi. Una volta il giornale era la fonte principale di informazione sportiva, oggi è in concorrenza con nemici che hanno dalla loro il vantaggio dell’immediatezza.

Purtroppo è stata virtualmente legittimata la rinuncia alla notizia. Per mancanza di giornalisti sul campo, perché tanto le informazioni sono già state date da SkySport24 o dai siti online, perché il rapporto con le fonti si è inaridito. Qualsiasi sia la ragione, si è tolto il gusto di dare in esclusiva una notizia che altri non hanno. L’alternativa è l’analisi, il commento, lo sviluppo di quanto pubblicato da altri mezzi di comunicazione.

Anche in questo campo si corre all’indietro. Se le redazioni sono state sfoltite in maniera selvaggia, se sono stati tagliati i rapporti con i protagonisti dal momento che si è rinunciato in modo consistente a coprire con propri inviati gli eventi, se è calata la presenza sul territorio, ci sono due sole alternative: o hai dei grandi giornalisti capaci di esprimersi su ogni argomento lanciando messaggi importanti o non offri nulla di più di quanto chi dovrebbe comprarti già non sappia. Oggi le esclusive si limitano alle interviste. Spesso di maniera e senza approfondimento del personaggio.

Credo che i giornali sportivi dovrebbero cambiare in fretta e farlo assumendo rischi enormi sul piano giornalistico, la rivoluzione concettuale del quotidiano sportivo è a mio avviso l’unica possibile resistenza davanti all’erosione di copie. Continuare a produrre un prodotto di livello medio non porterà da nessuna parte. E’ finito il tempo di giocare in difesa. Bisogna attaccare.

Altrimenti il futuro prossimo vedrà i più grandi mangiare i più piccoli, fino a quando anche i sopravvissuti dichiareranno la resa totale. Purtroppo sono i numeri a dirlo, non io.

Diceva Vittorio Alfieri.

Leggere, come io l’intendo, vuol dire pensare profondamente”.

Se ne deduce che smettendo di leggere si rischia di smettere di pensare.

E questo mi spaventa davvero.

 

 

 

 

 

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