Scardina si racconta: il grande nemico, il sogno, il pericolo. E De Carolis…

Una lunga chiacchierata con Daniele Scardina. Venerdì, all’Allianz Cloud di Milano, affronterà Giovanni De Carolis.

-Daniele, sei in un Paese che ha scritto pagine importanti nella storia del pugilato. Vieni da una nazione che è stata protagonista in questo sport. Pensi che ci si debba affidare alla memoria anche per costruire il futuro?
“Bisogna conoscere i grandi del passato. Rappresentano una lezione di vita, ti insegnano ad affrontare meglio il presente. Molte cose sono cambiate nella boxe, soprattutto nella preparazione. Ma l’essenza di questo sport è sempre la stessa. Sacrificio, passione e concentrazione”.
-Quale è a tuo avviso il cambiamento più grande?
“Io sono uno che è rimasto fedele ai vecchi stili, alla corsa ad esempio. Sembra non vada più di moda, sono convinto sia la base per costruire il resto. Muta la tecnica, muta l’approccio al match. Ma il pugile è sempre un uomo solo che lotta per i propri sogni”.
-Hai dei punti di riferimento, campioni che stimi più di altri?
“Miguel Angel Cotto, uno tenace, serio, umile. Uno che lavorava duro per essere sempre al meglio. E poi il mitico Marvin Hagler, ma anche Mike Tyson. È stato spesso giudicato male. Alla gente piace vedere solo il lato oscuro delle persone. Lui ha sbagliato, ma è partito dall’inferno e ha lottato per salire in alto. Questo gli andrebbe riconosciuto. Sempre”.
-Hai debuttato al professionismo in un carcere. Come mai?
“È vero, ho esordito nella palestra La Victoria, in una prigione. In platea un pubblico di soli detenuti. Gente che aveva sbagliato, aveva sofferto, stava pagando. Ho fatto un salto indietro nel tempo e mi sono rivisto poco più che bambino a Rozzano, mentre lottavo per vivere. Quel match è stata un’esperienza forte, dura, ma sicuramente intensa e importante. Ho combattuto lì, nella Repubblica Dominicana, perché all’inizio ci autofinanziavamo, non avevamo soldi. E quando ci hanno proposto quell’incontro abbiamo subito accettato. Per la prima volta non pagavamo noi, ma ci pagavano”.
-Sei partito da Rozzano, sei andato negli Stati Uniti. Dopo un anno di professionismo sei diventato un pendolare sulla rotta Miami-Milano. Cosa è accaduto?
“Ero in contatto con Christian Cherchi. Mi ha proposto un programma interessante, dovevamo però capire come avrebbe funzionato. Ha funzionato. Questo mi ha reso felice. Vivo a Miami, ho debuttato nella Repubblica Dominicana, ma al primo posto per me c’è sempre l’Italia. Essendo riuscito a farmi conoscere nel mio Paese ho realizzato il sogno della mia vita”.
-Quale è il segreto? Come hai creato questo personaggio popolare al punto di partecipare a importanti show televisivi, finire sulle copertine delle riviste, essere un assiduo frequentatore delle tv?
“Sono una persona tranquilla, uno che non si monta la testa. Ho un rapporto educato con le persone. Cerco di unire mondi diversi. Penso che possano considerarsi artisti non solo i musicisti o gli uomini di cinema, ma anche quelli che fanno sport ad alto livello. Quando ci mettiamo tutti assieme parliamo la stessa lingua, interpretiamo l’arte in modi diversi, ma alla fine possiamo dire: ce l’abbiamo fatta”.
-Chi è stato il rivale più pericoloso con cui hai dovuto confrontarti?
“Potrei dire Andrii Velikovskyi, l’ucraino che ho incontrato al dodicesimo match. O Cesar Nunez che ho sconfitto nel febbraio dello scorso anno. Sarebbe una mezza verità. L’avversario più duro sono stato io in un paio di occasioni, quando sono salito sul ring portandomi dietro i problemi della vita, situazioni difficili che avrei dovuto lasciare fuori dall’arena. È stata dura, ma alla fine ce l’ho fatta. Sono orgoglioso anche di questo”.
-Hai mostrato un grande rispetto per Giovanni De Carolis, sia come uomo che come pugile. Come riuscirai a combattere contro uno così?
“È vero. Non sarà semplice. Mi rivedo in lui. Ci siamo sacrificati per centrare risultati importanti. Giovanni è un grande atleta, è una brava persona. Ma è anche un ostacolo che si frappone tra me e il mio obiettivo. Per questo devo scontrarmi con lui, per questo devo batterlo. Sono felice di fare questo match perché sarà un evento che esalterà lo sport che amiamo”.
-Hai cominciato da supermedio e non hai mai cambiato categoria. Questo vuol dire che non fai alcuna fatica a fare il peso?
(ride) “Scherzi? Io sono un omone di 91 kg. Faccio sacrifici pazzeschi, mi sottopongo a mille rinunce. E seguo il metodo americano per rientrare nei limiti. Pratico il taglio del peso. Un’operazione da costruire un poco alla volta”.
-Non hai mai avuto l’idea di salire di categoria?
“Non ancora. Anche se in allenamento faccio i guanti con mediomassimi e cruiser. Il sogno è sempre lo stesso. Disputare il mondiale dei supermedi”.
-Ma è la categoria di Saul Canelo Alvarez.
“Vero anche questo. È una mia fonte di ispirazione, un super campione. Ma sono un pugile e il sogno è quello di affrontare i migliori, di battermi per il titolo. Chiunque sia il detentore”.
-Pensi che avresti ottenuto quello che sei riuscito ad ottenere oggi se a un certo punto della tua vita non fossi andato negli Stati Uniti?
“Negli States ho dovuto lottare. Mi sono sentito veramente solo come nessuno al mondo. Ho incrociato i migliori senza essere nessuno. Ho rischiato di spegnere un equilibrio che mi ero faticosamente costruito dentro. Lo sport mi ha dato tutto. Debbo solo ringraziare il pugilato per quello che è riuscito a regalarmi. Sì, gli Stati Uniti mi hanno dato una spinta decisiva”.
-Hai la sensazione che la gente ti veda più come personaggio che come pugile?
“Forse è così. Ma a comportarsi in questo modo, sono solo quelli che non vogliono approfondire il discorso. Non conoscono la mia storia. Sono partito da un quartiere difficile, ho lavorato duro, mi sono scontrato con mille pregiudizi, sono andato a vivere lontano da casa. Chi giudica personaggio ma non pugile, non sa, non mi conosce”.
-Perché accade?
“Quando vuoi uscire dalla scatola in cui alcune vicende della vita ti hanno intrappolato, quando cerchi di avere di più, anziché sostenerti si impegnano per bloccarti. Non ti reputano in grado di realizzare i tuoi sogni e si limitano a giudicarti superficialmente. Fregandotene di quello che senti, quello che vuoi, quello che fai”.
-E tu come ti comporti, davanti a tutto questo?
“Mi affido al calore degli amici, per fortuna ne ho tanti. Mi riscaldo con l’affetto degli appassionati in platea. Mi piace sentirli urlare, incitare, maledire, gridare il mio nome. Per questo quando ho combattuto a Milano in un Palazzetto vuoto per le restrizioni legate al Covid, mi è sembrato di boxare in un’atmosfera irreale, finta, spettrale. Ecco, forse prima ho dato una risposta non del tutto corrispondente al vero. Il mio più grande avversario è la solitudine. Non mi piace sentirmi solo, ci sono stato troppo a lungo”.
-Come ti definiresti?
“Il guerriero di Dio”.
-Il tuo corpo è pieno di tatuaggi. Perché?
“Sono un modo per raccontare la vita. Non dico niente di speciale, chiunque si tatui credo lo faccia proprio per questo. Mettere in risalto i punti focali di un percorso, affinché siano sempre lì, davanti ai tuoi occhi”.
-Come finirà venerdì?
“Salirò sul ring per spaccare il mondo. Spero ci sia tanta gente, sono convinto che sarà un grande match. Entrambi dobbiamo essere felici di questo momento. Abbiamo l’occasione di esaltare il nostro sport, quella boxe che amiamo”.

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