L’incredibile storia di Todorov, l’ultimo a battere Mayweather

Serafin Todorov è stato l’ultimo pugile a sconfiggere Floyd Mayweather jr.
È accaduto il 2 agosto 1996, nella semifinale dell’Olimpiade di Atlanta, categoria pesi piuma.  
La sua è la storia triste di un vincitore con poche gioie. Quel giorno non lo dimenticherà mai, lo ricorderà sempre con grande rammarico.
Lo sconfitto, finito il match, ha lasciato il dilettantismo, è diventato professionista, ha messo assieme un record di 50-0 e guadagnato 565 di milioni di dollari (valutazione fine novembre 2021).
Todorov vive con una pensione di 400 (quattrocento) euro al mese e non è mai passato professionista. La grande occasione l’ha avuta proprio quel pomeriggio di agosto, quando nello spogliatoio si sono presentati tre signori. Due promoter e un interprete. Gli hanno offerto casa, macchina e un bel po’ di soldi. Lui ha respinto la proposta. Non si sentiva ancora pronto, anche se aveva già 27 anni (Floyd era più giovane di otto anni).
Su quella sfida vinta di misura (10-9, era ancora il tempo delle macchinette) erano nate mille polemiche. Gli americani avevano espresso dei dubbi su Emil Jetchev, capo di arbitri e giudici; dicevano avesse spinto per un verdetto favorevole al connazionale. In un’intervista con Sam Borden del New York Times, apparsa nel numero del 3 aprile 2015, lo stesso Todorov aveva tirato in ballo il dirigente.
Forse in semifinale contro Mayweather sono stato aiutato, può essere. Ma poi mi hanno privato della medaglia d’oro. In finale avevo sconfitto il tailandese Somluk Kamsing, il verdetto non aveva riconosciuto il mio dominio. Jetchev prima del match era venuto nel mio spogliatoio e mi aveva avvertito: se vuoi vincere devi metterlo ko. Non l’aveva mai fatto prima…”
Buttata al vento la possibilità di un’avventura professionista negli Stati Uniti, il campione bulgaro aveva continuato l’attività nel dilettantismo. Aveva già vinto tre Mondiali e altrettanti Europei, oltre all’argento olimpico. Si preparava alla nuova avventura iridata nel 1997, avrebbe voluto però farla sotto un’altra bandiera. La Turchia gli aveva proposto un’allettante offerta economica: un milione di dollari per la medaglia d’oro. Accordo raggiunto. Un’ulteriore richiesta economica per saldare la tassa di svincolo aveva fatto saltare l’affare.
Todorov, chiuso con il dilettantismo, aveva tentato in patria la strada del professionismo. Ma nel 2003, dopo cinque match (4-1-0), aveva capito che non sarebbe andato lontano. Si era ritirato.
Aveva lavorato come autista, garzone in una macelleria, commesso in un’azienda agricola. La moglie era cassiera in un supermercato. I soldi guadagnati nell’attività pugilistica se ne erano andati. Tanti amici, tanta generosità da parte del campione. I denari uscivano, ne entravano molti di meno in cassa. E gli amici, finiti i soldi, se ne erano andati. Aveva salvato solo la casa, un piccolo appartamento al primo piano di un vecchio edificio davanti a un tabaccaio distrutto da un incendio, viveva lì con la moglie, un figlio e la figlia incinta.
Dodici anni dopo il ritiro, tornava a combattere. Tre mesi dopo l’intervista al New York Times, il 26 luglio 2015, affrontava Aleksander Chukalevsky (1-5-0), vinceva ai punti in quattro riprese e finalmente appendeva i guantoni al chiodo.
Da quel momento è uscito dai riflettori, ogni tanto arriva qualche rara notizia. Soprattutto dai quotidiani bulgari. Si sa che vive a Pozardzhik, sulle rive del fiume Maritza nel sud della Bulgaria. Ogni tanto appare in qualche premiazione, un articolo e una foto per la festa del cinquantesimo compleanno (è nato il 6 luglio del 1969), il ricordo di alcuni siti specializzati.
Lo sconfitto è ancora molto popolare e continua a guadagnare cifre importanti.
Al vincitore non è andata altrettanto bene.

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