Il destro di Marciano è un capolavoro. Walcott ko, Rocky è mondiale

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Philadelphia, 23 settembre 1952

Il campione è Jersey Joe Walcott. Il suo è un nome d’arte. Si chiama Arnold Raymond Cream, i genitori vengono dalle Barbados. Da lì sono scappati in cerca di fortuna. Dieci fratelli e la fame come compagna di tutta l’infanzia.

Profondamente religioso, padre di sei splendidi bambini, Walcott si è fidato troppo degli uomini. I manager lo hanno privato di parte consistente dei guadagni. Per sette volte ha lasciato la boxe, preferendo lavorare come operaio edile, camionista o spazzino. Poi Felice Bochicchio, l’ultimo manager, l’ha convinto a tornare in palestra.

Philadelphia, Municipal Stadium.
Il popolare radiocronista Don Dunphy parla a venti milioni di americani.

«Le gambe senza età di Walcott lo tengono lontano dai guai. Ma Walcott adesso è alle corde. È colpito da un destro alla mascella. È senza difesa alle corde e ha preso un destro alla mascella. È a terra. Potrebbe essere ko, non credo riuscirà ad alzarsi. Un diretto destro terribile alla mascella e Walcott è fuori combattimento. Abbiamo un nuovo campione del mondo. È Rocky Marciano, ancora imbattuto, da Brockton, Massachusets».

Non è stato facile. Jersey Joe sul ring è come una pantera, danza morbido e fa scattare il sinistro una-due-cento volte. È con un sinistro che manda al tappeto Rocky nel primo round. Una brutta ferita, ci vorranno quattordici punti per suturarla, si apre sull’arcata sopracciliare sinistra dell’italo-americano. C’è aria di disfatta. Le cariche da toro infuriato non portano risultati contro la classe del nemico. Danza Walcott. E colpisce. Ma i pugni di Rocky possono buttare giù i palazzi. Le mani sono come quelle enormi palle di ferro che distruggono anche i grattacieli. Perché mai un uomo dovrebbe restare in piedi?

Va giù Jersey Joe Walcott, va giù al tredicesimo round centrato da un perfetto diretto destro alla mascella, quando è chiaramente in testa nei cartellini dei giudici. Ma va giù, knockout. Il colpo che ha chiuso il mondiale è perfetto per coordinazione, precisione, potenza. Un’autentica magia di Rocky Marciano.

Pasqualina Picciuto è una signora robusta, ha un paio di grossi occhiali da miope, indossa vestiti color pastello e tiene su i capelli con un fermaglio. Ha la faccia piena, le guance rotonde come il resto del corpo in salute. Viene da San Bartolomeo in Galdo nella provincia di Benevento. Arriva all’America, come si dice all’epoca, nel primo decennio del Novecento.
Conosce Pierino Marchegiano, lo sposa. Dopo qualche anno nasce Francesco Rocco.
Il papà di Pierino si chiama Luigi ed è un piccolo boss del quartiere italiano di Brockton. Gestisce una distilleria clandestina. I Picciuto e i Marchegiano vivono a meno di un miglio dal James Edgar Playground, dove i ragazzi vanno a giocare.

Francesco Rocco diventa Rocky e non gioca più.
Fa il pugile professionista. Ogni volta che combatte, Pasqualina sale sulla macchina di Rocco Del Colliano, il medico di famiglia, e si fa portare in giro per il quartiere. Il dottore ha una fermata fissa davanti alla chiesa. Lei entra, prega, accende un paio di ceri.
«Pasqualina, non avete mai visto Rocky combattere?».
«Mai, e mai lo vedrò».
«Rocky è forte, vince. Di che cosa avete paura?».
«Che faccia del male all’altro ragazzo, anche lui ha una mamma che prega».
Torna a casa, la radio è spenta. Aspetta solo che il telefono suoni.
«Mamma, sono Rocky. Ho vinto un’altra volta. Nessuno si è fatto male.»
Anche stanotte, Pasqualina dormirà serena.

Pierino Marchegiano viene da Ripa Teatina, in Abruzzo. È piccolino, ma forte. Vive a Brockton, cittadina di sessantamila anime a sud di Boston. Fa il fabbro, come il papà, poi diventa calzolaio. Durante la Prima Guerra Mondiale è con il II Marines. A Chateau Thierry, in Francia, il gas gli entra nei polmoni e ne mina la salute.
Quando l’1 settembre del ’23 nasce Francesco Rocco i problemi aumentano.
Lavora duro Pierino. Torna a casa e crolla sulla sedia, non ha neppure la forza di mangiare.
Il bambino ha meno di due anni quando rischia la vita per colpa di una broncopolmonite. Pasqualina disperata chiama prima il dottore, poi una guaritrice.

La vecchina ha novant’anni e metodi antichi. Fa bere al piccolo qualche bicchiere di acqua calda, lo mette a regime di brodo di gallina. E lui si salva. Ma altri guai sono in arrivo. C’è la crisi del ’29, soldi non ce ne sono, il posto di lavoro è a rischio, la malattia di Pierino pesa sulla serenità della casa.
Francesco Rocco cresce, si fa robusto, sogna un futuro da giocatore di baseball. Lascia gli studi e va a lavorare. Lava i piatti in un ristorante, pulisce i giardini, spala la neve davanti alle case. Guadagna qualche centesimo, mette assieme pochi dollari. La lotta quotidiana per sopravvivere è un incubo che non riuscirà mai a cancellare.
Le borse, anche quando diventa ricco e famoso, se le fa sempre pagare in contanti. I dollari li nasconde a decine di migliaia dentro lo sciacquone del bagno degli alberghi che lo ospitano alla vigilia dei match.

Quando si tratta di tirar su soldi, è capace di tutto. Va in giro a fare esibizioni. Per limitare le spese, si esibisce con il fratello Sonny. Per non fare nascere dubbi si fa chiamare Tony Zullo. Il fratello diventa Pete Fuller. Tutto fila liscio, fino al giorno in cui vanno ad esibirsi a Portland.
A Sonny scappa un destro che centra in pieno Rocco. Vola il paradenti. In un attimo il volto del campione si trasforma.
Sonny è terrorizzato, urla.
«Ehi Rocco, sono io. Sono tuo fratello, non colpirmi».
Si salva, ma il trucco è scoperto.

Francesco Rocco si appassiona al pugilato durante il servizio militare a Fort Devens, Virginia. Boxa da dilettante e lavora come operaio dell’Azienda del gas. È in quei giorni che si innamora di Barbara Cousins, la figlia di un agente di polizia irlandese: una brunetta che insegna nuoto. La sposa.
Per colpa di un annunciatore che non riesce a pronunciarne bene il nome, il 13 settembre del ’48 Francesco Rocco Marchegiano diventa Rocky Marciano.

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La seconda guerra mondiale è finita da qualche anno, si fa fatica a riprendere la vita per il giusto verso. Joe Louis  è amato da tutti. Anche dai bookmaker, che aprono a 3/10 per chiudere a 5/7. Rocky è più giovane, è in ascesa e ha spazzato via come birilli tutti gli avversari. Non basta. Ci sono quasi 18.000 spettatori all’interno del Madison Square Garden.
Nell’ottavo round Rocky avanza con il peso del corpo che poggia tutto sulla gamba destra, il tronco va quasi a toccare il fianco, sembra voglia spostarsi di lato per vedere meglio il bersaglio. E proprio da quella posizione parte il sinistro che Louis non vede. È finita. L’angoscia dura qualche secondo e qualche pugno ancora. Il vecchio Joe vola fuori dalle corde, resta indifeso. Umiliato, più che sconfitto.

Non c’è eleganza nella boxe di Marciano. Usa le braccia come clave che si abbattono sul nemico di turno. Picchia anche quando l’altro prova a fermarlo. Picchia, anche quando colpi tremendi del rivale provano a sbarragli la strada.
La notte che Primo Carnera mette ko Jack Sharkey e diventa campione del mondo dei massimi, Marciano ha nove anni. Fa festa il quartiere italiano di Brockton, fuochi d’artificio illuminano le strade attorno alla casa di Pierino e Pasqualina Marchegiano. Il ragazzino è chiuso in stanza, guarda fuori dalla finestra e sogna.
«Il giorno che diventerò campione, offrirò un grande party a tutto il quartiere».
Vinto il titolo, Carnera va a Brockton per parlare agli italiani nella vecchia Arena di Pleasant Street. Lo zio John Picciuto porta Rocco a vederlo.«Papà, ho visto Carnera. L’ho toccato».
«Rocco dimmi, quanto è grande?».
«È più alto di questo tetto. E dovresti vedere quanto sono grandi le sue mani».
Il bambino cresce e insegue il sogno.

Il 23 settembre del 1952 quel sogno diventa realtà.
Rocky Marciano è il nuovo campione del mondo dei pesi massimi.

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