Un incendio distrugge la casa di Jack Johnson, mitico re dei massimi…

La casa di Jack Johnson a Galveston, Texas, è stata distrutta da un incendio. Poteva diventare un museo, un posto dove ricordare uno dei più grandi pesi massimi di sempre. È stata lasciata morire lentamente e adesso, che avevano deciso di ristrutturarla, è venuta giù. Avevano lasciato un intero lato senza la protezione delle mura, il vento ha alimentato il fuoco e spazzato via ogni ricordo.

Jack Johnson l’aveva fatta costruire nel 1912, l’aveva venduta nel 1939.

Aveva fatto di quel luogo la sua sede permanente per poco meno di una ventina d’anni. Appena dopo averla fatta costruire era infatti dovuto scappare dagli Stati Uniti, inseguito dalla polizia e da una legge razzista.

La prima signora Johnson è Etta Terry Duryea, ma non è la sola a seguirlo in giro per il Paese. Spesso nella città del combattimento alloggiano anche Etta, Bellie e Hattie. Le tre amanti dell’epoca. Etta muore suicida dopo un anno di matrimonio. Si spara al Café de Champion, il bar che Johnson ha aperto a Chicago.

In quello stesso bar, un mese dopo, Adah Banks spara al campione. È la gelosa compagna di Lucille Cameron: la seconda moglie di Jack. Una bella e prosperosa ragazza bianca che lavora in un saloon a Juárez, in Messico, per poi  spostarsi nella “casa” di Fannie Simpson a Minneapolis e infine approda a Chicago. Fa la prostituta e ha solo 18 anni.

La mamma di Lucille fa causa a JJ, lo accusa di esercitare poteri diabolicamente ipnotici sulla figlia. La ragazza, interrogata dalla polizia, protegge il suo uomo.

«Non mi importa se è bianco o nero. Io lo amo».
«Preferisco vedere mia figlia morta, piuttosto che con un negro», replica la mamma.

Quarantamila persone sfilano a Chicago manifestando contro il campione. La commissione dello Stato dell’Illinois si spaventa e proibisce la vendita di alcolici all’interno del “Café de Champion”. È l’inizio della fine.

La polizia interroga Belle Schreiber. È una ragazza bianca che ha viaggiato con Jack attraverso gli States. Anche lei è una prostituta. Johnson viene accusato di avere violato il Mann Act, il trattato che tutela le donne bianche dal pericolo di essere portate in giro e rese schiave. Tratta delle bianche o sfruttamento della prostituzione, l’accusa non è precisa. Ma non importa. Jack Johnson viene condannato a un anno e un giorno di prigione e a una multa di 1.000 dollari. Fa appello, esce e scappa. Rimane fuori degli Stati Uniti per sette anni.

Fugge in Canada nascosto tra i giocatori di basket dei Black Giants. Sbarca in Europa. Compra cavalli da corsa che ricopre con gualdrappe di seta. Si fa seguire da un’orchestra jazz in cui lui suona la viola. Combatte a Parigi. Poi va in Argentina e disputa quattro match.

Il 5 aprile 1915 è a L’Avana. Lo aspetta la difesa mondiale contro Jess Willard.

Cuba è la meta preferita dei miliardari che arrivano dalla Florida e dal Texas. Vanno a spendere soldi al riparo dall’FBI. E poi a Cuba ci si può ubriacare senza problemi. L’ippodromo Oriental Park a Marianao è a otto chilometri dalla capitale. Un fiume di gente si mette in marcia fin dal mattino. Ci sono ventimila persone attorno al ring, altre cinquemila sono arrampicate sulle colline.

Jess Willard è l’ultima grande speranza bianca. Ha 33 anni, quattro in meno di Johnson, ed è un autentico gigante appena sotto i due metri per 111 chili di peso. Jack ha accettato la sfida per 30.000 dollari di borsa ufficiale e per altri 50.000 versati come pagamento per la sconfitta. Il match è programmato sulla distanza delle 45 riprese.

Dopo il gong del 25º round, Lucille Cameron lascia l’arena. Nella 26ª un diretto destro di Willard centra Jack alla mascella. Il campione va al tappeto, è knock out. Alza il braccio, lo piega all’altezza della fronte, come a coprirsi gli occhi dal sole cocente dell’Avana. Una foto immortala quella curiosa immagine. La confessione del campione aprirà le porte ai dubbi.

Il 20 luglio del 1920 Jack Johnson si costituisce alla polizia degli Stati Uniti. Sconta la condanna a un anno e un giorno nella prigione di Leavenworth. Quando esce ha solo cinque dollari in tasca. Continua a salire sul ring fino a  sessant’anni, si esibisce al circo, sui palcoscenici di provincia. Una pelle di leopardo copre quel corpo che per anni ha spaventato l’America dei bianchi.

Ha bisogno di soldi, resiste, ma dopo poco meno di due decenni vende la casa a due piani di Galveston. Tornato sereno, riprende la sua vita da nomade.

Il 10 giugno del 1946 torna a casa a bordo di una Lincoln Zephyr. Perde il controllo dell’auto, taglia dritto una curva e chiude a Raleigh, nel North Carolina, la sua avventura.

Ha vissuto da re, da campione, da spaccone e da arrogante, sicuramente da protagonista. Nessun nero prima di lui era stato campione dei massimi. Solo ventidue anni dopo un altro afro americano, il mitico Joe Louis, riuscirà a imitarlo.

Ma questa è un’altra storia.

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