Storia di Clifford. Dal sogno mondiale, a 105 anni di carcere

Clifford ha il suo solito sguardo triste. Il faccione imbronciato, la mascella robusta. Si stringe il giubbotto al petto e manda giù una sfilza di parole vietate ai minori.

È appena atterrato all’aeroporto di Memphis dopo un lungo volo da New Orleans, con scalo ad Atlanta. Uscito dal terminal ha sentito squillare il cellulare.

“Chi è?”

“Ciao Clifford, sono dell’organizzazione”.

“Cosa è successo?”

“Beh, veramente…”

“Cosa maledizione è successo?”

“Mike Tyson non è arrivato, ha detto che non verrà. Il suo coach Freddie Roach giura che non è in condizione, che non può fare il match”.

“E me lo dite adesso? Io ho volato per più di cinque ore, mi sono allenato per mesi, metto piede a Memphis e voi mi dite: ehi ragazzo, il match non c’è più?”

“Capisci la situazione. Potrai restare qui quanto vuoi a nostre spese, non è colpa nostra. Quello fa sempre un sacco di storie”.

Clifford informa il suo clan. Salgono su due taxi e vanno in albergo.

Il giorno dopo riposo assoluto. A quarantotto ore dal nefasto annuncio, Clifford si sveglia nella sua stanza di hotel. È pronto a fare le valigie e tornare a casa. Mentre aspetta la colazione accende il televisore.

Si sintonizza sulla ESPN, sta trasmettendo Sportscenter.

“Confermato il match di sabato, 22 febbraio, a The Pyramid di Memphis tra Mike Tyson e Clifford Etienne”.

Il nostro uomo spalanca gli occhi, ma subito dopo spalanca anche la bocca e comincia a urlare.

Come confermato? Quando? Magari qualcuno avrebbe anche potuto avvisarmi! Io non combatto!

Una telefonata e in meno di quarantacinque minuti arriva Jay Larkin di Showtime, la televisione con cui Clifford ha firmato un contratto da un milione di dollari.

“Ragazzo, quei soldi ti servono”.

Basta per convincerlo.

La sera del 22 febbraio del 2003 Etienne sale sul ring di The Pyramid a Memphis per affrontare Iron Mike Tyson. Quarantanove secondi dopo è già tutto finito, una knock out senza discussioni.

Per la furia di Brownsville è l’illusione di un rilancio dopo la catastrofe contro Lennox Lewis, per Etienne è l’inizio della fine.

Gli rimangono i sogni di gioventù.

Un’infanzia difficile, come quella di tanti ragazzi americani.

Ha conosciuto la prigione a 18 anni, rapina a mano armata. Una condanna a quarant’anni di reclusione. L’orizzonte della vita avrebbe continuato a vederlo solo attraverso le sbarre della cella.

Comincia a tirare pugni su un ring. Entra nella squadra del carcere: i Gunslinger, i pistoleri. Un nome che mi fa pensare come il programma di riabilitazione dell’Istituto fosse perlomeno originale.

Mette in fila trenta vittorie su altrettanti incontri. Diventa campione dei penitenziari dello Stato… Poi un giudice di buona volontà decide che la sua irreprensibile condotta merita un premio e lo fa uscire allo scadere del decimo anno.

È il 1998.

Diventa subito professionista, colleziona una striscia di diciannove vittorie di fila, batte ai punti Lamon Brewster (23-0 all’epoca della sfida) e Clarence Clay Bey (12-0 prima di quel match). Poi arriva Fres Oquendo. È il buio assoluto. Sette atterramenti prima del kot all’ottavo round. Altre cinque vittorie e un pari con Botha, prima del devastante ko contro Tyson. Ma con quel disastro arrivano anche i novecentomila dollari di borsa.

Il 14 maggio del 2005 disputa l’ultimo combattimento della carriera contro Nikolay Valuev, va ko in meno di tre riprese.

Tre mesi dopo entra al Ready Cash al 3845 di Florida Boulevard, Baton Rouge in Louisiana. È un piccolo ufficio dove si cambiano velocemente gli assegni. Lui vuole prendere i soldi ancora più velocemente, tira fuori la pistola e si fa dare quello che c’è in cassa: 1.978 dollari. Poi, scappa. Ma è a piedi, per dare un minimo di credibilità alla fuga ferma una macchina, fa scendere la donna che era al volante e va via. Dietro però ci sono due bambini. Si blocca, ruba un’altra macchina. Anche qui sul sedile posteriore viaggiano due bambini. La polizia ormai è lì, lo blocca. Lui prende la pistola e spara. Ma l’arma è difettosa. Lo fermano, l’arrestano e lo portano all’East Baton Rouge Parish Prison.

L’accusa è rapina a mano armata, sequestro di persona con l’aggravente dei minori, tentato omicidio plurimo (i poliziotti erano in tre). E, come se non bastasse l’ex pugile era fuori con la sospensione della pena per il precedente reato.

Gli avvocati invocano le attenuanti.

“Era drogato, un tossicodipendente che non sapeva cosa stesse facendo”.

Niente da fare.

“Il pugilato gli ha danneggiato il cervello, non capiva il male che poteva causare”.

Fallito anche il secondo tentativo.

Il 22 giugno del 2006 si chiude il processo. Il giudice Wilson Fields lo condanna a 160 (centosessanta) anni di carcere senza possibilità di uscire con la condizionale. Mai.

Nell’aprile del 2013, per un vizio di forma, la pena è ridotta a 105 anni. Oggi Clifford Etienne, “The black Rhino”: il rinoceronte nero ai bei tempi della boxe, ha 47 anni ed è detenuto nel Penitenziario dello Stato della Luisiana.

Dipinge quadri che sono apprezzati anche da insospettabili.

Una di queste opere è infatti esposta nel Distretto di Polizia di New Orleans.

Sembra abbia trovato la pace dopo tutto il male che ha fatto.

Ma evidentemente non è questo il suo destino.

Nel novembre del 2015 è aggredito, proprio nella stanza dove dipinge, da un gruppo di altri detenuti che lo picchiano selvaggiamente. È in pericolo di vita, si riprende.

Riallacia i contatti con la sua vita normale.

In cella tutto il giorno, tranne l’ora d’aria. Tela e pennelli gli regalano l’illusione di quel senso di libertà che non potrà mai più assaporare.

Gli avvocati continuano a presentare ricorsi, lui continua dipingere.

Questa è la triste storia di Clifford Etienne che aveva sognato la cintura mondiale ed è finito, per sua colpa, a sognare quello che non potrà mai più vedere.

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