Gran Bretagna fuori dall’Europa, la Premier League si scopre più povera

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L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea avrà dei contraccolpi anche nello sport, soprattutto nel calcio.

La Premier League, il campionato più ricco del mondo, rischia di perdere molta della sua forza.

La svalutazione della sterlina renderà meno competitive le società nelle operazioni di calcio mercato.
Prendiamo ad esempio un giocatore valutato 100 milioni di euro.

A giugno 2015 il tasso di cambio euro/sterlina era 0,709. Fino alla scorsa settimana era 0,760. Questa mattina era 0,809 con tendenza a salire, probabilmente toccherà 0,900. Questo vuol dire che quel giocatore che appena sette giorni fa valeva 76,8 milioni di sterline, tra qualche giorno ne costerà 90 con un aumento di spesa del 20%.

Il discorso vale anche per gli allenatori stranieri, la Premier ne è piena: Ranieri, Conte, Mazzarri, Guidolin, Mourinho, Guardiola, Wenger, Pochettino e altri ancora. Resteranno? Continueranno ad arrivare, nonostante l’inevitabile calo degli ingaggi?

Minor potere di acquisto, meno talenti in entrata, calo del livello di gioco, diminuzione di interesse. Questo potrebbe ripercuotersi anche sui titolari delle società. Attualmente gli imprenditori stranieri proprietari di squadre della Premier League sono 14, ma in futuro potrebbero decidere di investire altrove i propri soldi.

Il campionato inglese produce un movimento di due miliardi di euro a stagione, a questo vanno aggiunti i ricavi sulle singole gare (botteghino e servizi allo stadio), più gli accordi di sponsorizzazione che portano il giro complessivo a una stima di 3,9 miliardi (tanto per dare un’idea, la Serie A vale molto meno della metà). Il contraccolpo potrebbe dunque essere davvero pesante.

C’è poi il problema dei nuovi tesseramenti.

In Premier League il 66,5% dei calciatori non è britannico. L’Unione Europea consente il libero movimento dei lavoratori (e quindi anche dei calciatori) all’interno della comunità. Ma da ieri la Gran Bretagna non ne fa più parte, quindi quello stesso 66,5% sarà da oggi composto da extracomunitari. In futuro per ottenere il visto di lavoro dovranno sottostare a regole ben precise (la norma non può essere retrodatata).

Per ottenere il permesso, secondo le norme della Football Association, il calciatore dovrà avere giocato il 30% delle partite disputate negli ultimi due anni dalla sua Nazionale, se questa sarà tra le prime dieci della classifica Fifa.

Il 45% se sarà in una posizione tra 11 e 20.

Il 50% se sarà in una posizione tra 21 e 30.

Il 75% se sarà in una posizione tra il 31 e 50.

Con questa criterio molti giocatori dell’attuale Premier League non potrebbero far parte dell’attuale campionato.

La situazione potrebbe anche avere dei vantaggi.

Essendo da oggi considerati extra comunitari (a meno di una improbabile negoziazione positiva della Gran Bretagna per un inserimento nello spazio economico europeo), per tutti i giocatori indigeni il trasferimento all’estero potrebbe diventare più problematico.

Un esempio: se il Real Madrid dovesse acquistarlo oggi, Bale sarebbe in tutto e per tutto un extracomunitario.

La Premier League occupa un posto di primaria importanza nell’economia inglese (quasi quattro miliardi di euro non sono una barzelletta, senza contare il coinvolgimento emotivo di migliaia di tifosi), la perdita di potere sarà un contraccolpo duro da assorbire.

Gli analisti dicono che i primi segnali di cedimento dovrebbero vedersi tra un paio di anni, tra sette potrebbe essere raggiunto il livello più basso.

Il rischio maggiore è una progressiva mancanza di interesse della televisione, i diritti rappresentano la maggiore entrata di ogni club.

Di certo si allargherà la forbice tra club più forti, che lotteranno (avendone i mezzi) contro la recessione, e quelli che non hanno la forza finanziaria per reggere botta.

Stamattina la Premier League si è scoperta più povera e, a catena, anche i campionati di Galles, Scozia e Irlanda del Nord saranno fortemente a rischio di indebolimento.

È il segnale negativo che la Brexit ha dato al calcio britannico.

 

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