I peccati che hanno portato la boxe italiana a non avere futuro

Milano 01/09/1960  Stadio S .Siro   incontro pugilato valido per il titolo mondiale dei pesi Welter Junior Duilio Loi contro Carlos Ortiz  nella foto una panoramica degli spalti gremiti di spettatori FOTO OMEGA

Andrea Scarpa va a combattere in una grande riunione organizzata da Eddie Hearn (Matchroom) a Londra e subito ripensiamo a quel che avremmo potuto fare in Italia e non abbiamo fatto.
Scarpa vince un bel match e si torna a parlare di quel che sarebbe potuto essere e non è stato.
E allora mettiamoli in fila gli errori del passato e quelli di oggi.
Dal punto di vista economico l’Italia del pugilato è da tempo in sofferenza. Non riesce a generare serenità finanziaria in nessuna delle componenti.
Quattro gli elementi fondamentali per sperare in una ripresa.
Quattro gli elementi che ci fanno capire che non abbiamo futuro.

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La televisione.

La boxe è passata da Rai, a Mediaset, a Sportitalia, a Deejay tv, di nuovo a Rai e Sportitalia.
Quella di Fox Sports mi sembra un’operazione mordi e fuggi, riservata peraltro alle riunioni costruite all’estero su campioni che non ci appartengono.
Se la televisione non paga una cifra adeguata per i diritti e non sostiene sul piano promozionale la boxe non c’è futuro. I nostri pugili sono costretti a tentare la grande impresa all’estero, con tutti i rischi che questa avventura comprende.
Ma ai tempi in cui la Televisione c’era e pagava tanto, gli organizzatori sono stati così bravi da creare terra bruciata attorno a loro proponendo eventi scandalosi. E anche in tempi recenti i fatti hanno dimostrato che l’esperienza passata non era servita a niente. Altri tristi match sono stati mandati in onda con il risultato di allontanare chi aveva avuto la sventurata idea di mettersi davanti al teleschermo.
Da molto tempo non c’è promozione attorno all’evento, sono quasi sparite le trasmissioni legate a questo sport, in questo modo i protagonisti sul ring non riescono mai a diventare personaggi tali da garantire un minimo di fidelizzazione dello spettatore. Un po’ per demerito loro e di chi li gestisce, ma anche di una televisione che (oltre a pagare poco l’acquisizione dei diritti) sembra avere abolito addirittura le interviste pre e dopo match. Niente storie per raccontare i personaggi che andremo a vedere, nessun approfondimento. Non sappiamo chi siano, cosa pensino, come vivano quei due signori che si prendono a pugni per 8, 10, 12 riprese.
Ne è scaturita una mancanza di presa popolare che ha generato la cultura del silenzio.

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Gli appassionati.
Il pugilato è ignorato dai giornali e vissuto con grande fatica anche sulla Rete. Questo ha provocato un corto circuito mediatico che ha relegato la boxe nel ghetto degli sport minori. Siamo sempre di meno, facciamocene una ragione. Sui social network e nei Forum sembra che ci sia grande fermento attorno alla nobile arte, la realtà è che sono sempre le stesse (e sono ottimista) cento persone che a giro scrivono messaggi, lanciano insulti, si confrontano tra loro.
Sono pochi anche i fruitori dello spettacolo, questo giustifica (in parte) lo scarso interesse da parte delle Tv. E questa è anche la facile chiave di lettura che le stesse televisioni hanno scelto per coprire la poca voglia di impegnarsi per rendere più vivace il prodotto.
La televisione ha anche la colpa di accettare una programmazione senza prendersi il diritto di veto. Non tutti i match trasmessi hanno il marchio della spettacolarità. E questo è un lusso che oggi la boxe non può permettersi.

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Gli organizzatori.
Il pacchetto che costruiscono attorno all’evento è inesistente.
I promoter lavorano con la stessa metodologia di molti anni fa.
Niente spazi sui giornali, silenzio sui social network, incapacità nel creare curiosità attorno all’evento. Sembra quasi che le serate di pugilato siano riunioni carbonare da tenere gelosamente segrete. Se non ci fosse Boxeringweb, o qualche altro sito volenteroso, il 90% dell’attività resterebbe avvolto nel mistero.
Gli organizzatori dicono: non ci sono soldi da investire in questo campo. Bene, che la boxe resti nel ghetto dei fantasmi, ma nessuno provi più a lamentarsi. Continueremo a parlarne in quattro gatti fino al momento in cui anche qualcuno di noi si stancherà e allora il silenzio che ne scaturirà farà molto rumore.
Sugli organizzatori resta inevasa una domanda che ho in canna da molto tempo: se è vero che a ogni riunione accumulano un passivo, come sopravvivono e perché continuano a fare un lavoro che oltre a non rendere un euro crea solo debiti?

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Ricambio generazionale.
Roberto Cammarelle, supermassimo di assoluto valore dilettantistico, ha disputato tre Olimpiadi. Stesso farà Clemente Russo. Questo ha fatto Domenico Valentino. I migliori prodotti del pugilato italiano restano dilettanti a vita. Una scelta comprensibile (e condivisibile) sotto il profilo economico. Con i soldi della Federazione e dei Gruppi Militari vivono bene. Con quelli dei pro’, non riuscirebbero a fare lo stesso. Ma è anche una scelta che ha svuotato il serbatoio che avrebbe dovuto offrire nuova linfa al professionismo creando un vuoto incolmabile.
Il prodotto boxe non è più quello di una volta, i pugili pro’ di discreto valore sono vicini ai 35 anni e spesso li superano alla grande, mentre i giovani talenti faticano a uscire nella boxe made in Italy.
Anche perché, diciamocelo francamente, di professionisti veri (che traggono mezzi di sussistenza esclusivamente dal pugilato) in Italia ce ne sono due, al massimo tre. Gli altri per sopravvivere devono fare tutti un altro lavoro.
Ormai siamo fuori dalla Champions League, facciamoce una ragione.
Il pugilato ne è fuori per il giro d’affari che riesce a muovere, per interesse mediatico, per popolarità  e valore medio dei protagonisti. 
Non illudiamoci di poter tornare ai giorni dell’oro.
 Gli operatori del settore prendano consapevolezza di questa realtà. Provino a lavorare bene in una dimensione minore, senza per questo sentirsi sminuiti. Facendo con passione il proprio mestiere, cercando collaborazione e non divisione, magari le cose potrebbero andare avanti con dignità.
Cito per l’ennesima volta quello che fa la famiglia Cherchi con il Teatro Principe e le sue riunioni a Milano. Non è l’MGM di Las Vegas, non ci sono tre mondiali a sera. Ma sanno come promuovere i loro eventi, come creare interesse sfruttando quello che hanno a disposizione.
È un po’ quello che faceva Buccioni a Roma, anche se con meno forza di impatto sui media. O il modo in cui operano i Duran sul territorio di Ferrara e dintorni.
Credo che ormai sia questa la via nostrana al pugilato. Molto lavoro locale e qualche puntata fuori di casa (i grandi eventi in Italia appartengono al mondo dei ricordi). 
La boxe non gioca più ai massimi livelli, ma questo non significa che non possa vivere ugualmente con  dignità producendo discreti spettacoli e tirando via ogni tanto anche qualche risultato (il mondiale di De Carolis, il titolo di Scarpa, tanto per restare alle ultime imprese…).
Eravamo abituati alla prima classe, ora che dobbiamo viaggiare in economica ci sembra tutto così difficile…
Senza televisione, senza soldi e senza campioni/personaggi non si va da nessuna parte. Non c’è futuro.

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